| Volata finale |
|
|
|
|
di MASSIMILIANO MAESTRELLO
“Osare l’impossibile Il traguardo è a poche decine di metri quando Marco smette di spingere sui pedali e si volta. È primo, e con la coda dell’occhio può vedere il piccolo gruppo che lo insegue: sono tutti piegati sui manubri, impegnati nella volata finale, nel tentativo di annullare il più velocemente possibile i metri che mancano alla striscia bianca tracciata sull’asfalto che segna la fine del percorso.Marco sente le grida del pubblico, in piedi dietro le transenne, lungo la strada. Non gli è difficile immaginare i volti di quelle madri e di quei padri - li ha visti decine e decine di volte - mentre incitano i figli, mentre urlano e applaudono e fischiano, accanto a quei genitori che, invece, silenziosi, aspettano di veder comparire il proprio ragazzo nell’ultimo tratto del tracciato. Di solito, questi ultimi, sono quelli che si producono in certe scenate imbarazzanti, nei parcheggi, alla fine della gara, rimproverando al figlio la mancanza di impegno e di carattere e di spirito di competizione. Come se fossero gare importanti, quelle, e non si trovassero invece - come capita quasi ogni domenica - in un piccolo paese, a una delle tante tappe che compongono il campionato per ciclisti della sua età, pensa Marco. Come se non ci fossero le solite premiazioni, dopo: qualche trofeo, qualche targa ricordo e molti cesti di prodotti tipici gentilmente offerti dagli sponsor. Marco pensa che da qualche parte, dietro le transenne, c’è anche sua madre. Solo sua madre, per la prima volta. Mette la mano sul freno. La prima volta era successo qualche settimana prima, a scuola, di fronte al compito di matematica - l’ultimo, per quel quadrimestre. La professoressa aveva consegnato il testo del problema, poi era tornata alla cattedra e, registro alla mano, aveva chiamato i nomi degli alunni che dovevano recuperare un’insufficienza. Come se servisse davvero ricordarlo ai diretti interessati. La professoressa aveva chiamato anche il suo cognome. Marco aveva iniziato a leggere i quesiti. Non erano poi così difficili, e già mentre scorreva le domande, gli erano chiari i passaggi che avrebbero portato alla soluzione finale. “Avete un’ora di tempo da questo momento”, aveva detto l’insegnante. Marco aveva scritto il suo nome sul foglio di bella, l’aveva sistemato sotto quello della brutta copia, aveva preso la calcolatrice dallo zaino e fatto la punta alla matita. Poi, non appena aveva appoggiato la penna sul foglio - come se una scarica elettrica improvvisa fosse partita dalla punta della Bic per arrivargli dritta al cervello - c’era stato il blackout. Dentro la sua testa, improvvisamente, c’era un nero più denso di quello della superficie della lavagna, e nemmeno il primo elementare passaggio di quel facile problema gli riusciva più. Aveva posato la penna sul banco e fatto un lungo respiro. Doveva calmarsi, non pensare che doveva recuperare quel maledetto cinque e che quel compito così semplice arrivava come una benedizione dal cielo. Aveva alzato lo sguardo. Tutti i suoi compagni erano piegati sul foglio. La professoressa, dalla cattedra, l’aveva richiamato. “Perché ti guardi intorno?”, gli aveva chiesto. “Ti ricordo che sei uno di quelli che deve recuperare un’insufficienza”, gli aveva detto. Non c’era bisogno di ricordarlo nemmeno questa volta, aveva pensato Marco, tornando a guardare il foglio bianco. Aveva chiuso gli occhi e si era detto ancora una volta che doveva solamente calmarsi, e la soluzione gli si sarebbe presentata di nuovo, nitida e precisa, davanti agli occhi. Invece, era rimasto a tracciare nervosi scarabocchi sul foglio mentre dall’orologio appeso alla parete, appena sotto al crocefisso, sgocciolavano i minuti. Dopo aver finito di leggere il giornale la professoressa si era alzata, e aveva cominciato a girare tra i banchi. Si fermava, ogni tanto, dietro la sedia di qualcuno, a controllare lo svolgimento del compito. Si era fermata anche vicino a Marco. Aveva guardato il foglio bianco e Marco, tenendo la testa bassa, aveva percepito distintamente lo sguardo della professoressa addosso. Sapeva che non gli avrebbe detto nulla - era successo tutto quanto da troppo poco - e, pur senza guardarla, poteva quasi immaginare che, questa volta, non avrebbe scosso la testa con fare rassegnato come faceva di solito di fronte agli alunni poco portati per la sua materia. Poi la professoressa aveva detto: “Avete ancora venti minuti” e, come se avesse pronunciato una formula magica, la soluzione era riapparsa di nuovo nella testa di Marco. Aveva cominciato a scrivere in maniera forsennata, direttamente sul foglio di bella. Non ce l’avrebbe mai fatta a finire tutto il compito, in ogni caso. Scriveva, e ogni tanto alzava lo sguardo verso l’orologio a controllare l’andamento di quella sua personale lotta contro il tempo. Quando la campanella era suonata e la professoressa aveva cominciato a passare fra i banchi per raccogliere i fogli, Marco aveva allungato il suo compito con un mezzo sorriso: era riuscito a concludere quattro quesiti sui sette totali. Forse, aveva pensato, poteva bastare per arrivare alla sufficienza. Si ricordava ancora con precisione il giorno in cui era andato a comprare la sua prima bicicletta da corsa. C’era sua padre, con lui, e Marco - una volta entrati nel negozio - lo seguiva guardandolo accarezzare e pesare i telai, mentre posava le mani sui manubri delle bici in esposizione o si piegava sulle ginocchia a valutare dettagli per lui completamente sconosciuti. Faceva la terza elementare, all’epoca, e quelle bici, per quanto più belle, non gli sembravano poi così diverse da quella che usava per andare al parco a giocare con i suoi compagni. Una bici è sempre una bici, pensava Marco. Una volta - in uno dei tanti pomeriggi in cui era passato a trovarlo nel suo ufficio - suo padre aveva provato a spiegargli che quelle erano biciclette leggerissime fatte con materiali speciali, che servivano scarpe adatte da agganciare ai pedali e che per qualche motivo il manubrio era fatto a quel modo e un sacco di altri dettagli tecnici, ma Marco si era stufato in fretta e, dopo un po’, come faceva di solito, si era avvicinato alla mensola su cui suo padre teneva tutti i trofei e aveva cominciato a chiedergli dove li avesse vinti. Allora suo padre aveva smesso di parlare e gli aveva sorriso. “Dimentico sempre che hai solo otto anni”, aveva detto, mentre lo prendeva in braccio e lo portava vicino alla mensola, in modo che potesse leggere le targhette fissate alle basi di quelle coppe. C’erano anche alcune foto di suo padre in sella alla bici, mentre tagliava un traguardo, o semplicemente in qualche punto del percorso, durante una gara. Era più giovane, e aveva i capelli neri e fitti. Adesso, dopo le cure, li teneva tagliati cortissimi e quando lo prendeva in braccio, come in quel momento, Marco poteva vedere che gli ricrescevano a chiazze, sulla testa. Poi suo padre gli aveva detto che, se voleva, sarebbe stato molto felice di comprargli una bicicletta così, per il suo compleanno. Marco aveva detto di sì, e che la voleva rossa. Così erano finiti in quel negozio. Si era già messo d’accordo con il negoziante, suo padre. La bicicletta era già stata ordinata qualche giorno prima. Era di un rosso acceso e vivo e, non appena l’aveva vista, Marco non aveva potuto fare altro che sentirsi felice e fortunatissimo. Era entrato presto a far parte di una squadra. C’erano stati gli allenamenti, in gruppo, e buona parte dei suoi amici fino alla fine delle scuole medie erano stati i compagni di squadra. Era cresciuto con loro, tra pedalate e parole e risate, e se Marco avesse potuto riavvolgere un immaginario nastro registrato con impressa la sua vita fino a quel momento, avrebbe scoperto che dentro quei tre giorni alla settimana in cui si allenavano avevano trovato posto tutti i cambiamenti e le paure e le cose belle di quegli anni. Avevano pedalato nella lunga estate senza compiti che li avrebbe portati nel mondo sconosciuto delle scuole medie, avevano riso di insegnanti e professori, avevano parlato di ragazze e di sogni e di qualsiasi altra cosa. Con alcuni dei suoi compagni Marco aveva anche parlato, per la prima volta, della malattia di suo padre, ed era come scrollarsi via un grande peso di dosso poterne parlare con qualcuno, qualche giorno. Altre volte, invece, era meglio far fluire la rabbia e la paura direttamente nelle gambe, pedalare e basta, a testa bassa, in modo da tornare a casa così stanco da non poter più pensare a niente. Suo padre e sua madre lo seguivano sempre, durante le gare. La prima volta che Marco aveva vinto una tappa, al ritorno, si erano fermati a mangiare lungo la strada per festeggiare. Sul tavolo della trattoria, in una splendida serata di inizio estate, Marco aveva posato il trofeo accanto al suo bicchiere di aranciata, e gli aveva lanciato occhiate per tutta la durata della cena, quasi non credesse di averlo vinto davvero. Aveva detto a suo padre che gli sarebbe piaciuto metterlo accanto ai suoi trofei, sulla mensola del suo ufficio. Suo padre aveva fatto finta di rabbuiarsi, come faceva ogni volta prima di fare una battuta, e aveva passato la mano sulla riproduzione del ciclista che tagliava il traguardo. “È un trofeo esteticamente molto brutto”, aveva detto cercando di trattenere le risate, “vinto al torneo di un paese minuscolo. Ma se è questo il primo passo per celebrare la gloriosa dinastia di ciclisti della nostra famiglia, accetterò questo compromesso”, e aveva riso della sua risata piena e squillante, gli occhi leggermente lucidi per il vino rosso. Così, una volta arrivati a casa, avevano preso le chiavi dell’ufficio. “Non potete proprio aspettare domani?”, aveva chiesto la madre di Marco, ma suo padre non voleva sentire ragioni. “È un evento, mia cara”, aveva detto, “e certe cose vanno fatte immediatamente”. “Siete due scemi”, aveva detto lei, ridendo, ed era rimasta sulla porta a guardali partire di nuovo in direzione dell’ufficio. Una volta arrivati, Marco aveva posato il suo trofeo vicino agli altri. Erano rimasti in silenzio per un po’, poi suo padre, tenendo lo sguardo rivolto verso la mensola gli aveva detto: “Sai, non ho mai imparato molto dalle vittorie. Voglio dire, è bello e tutto quanto, ma mi sono sempre divertito di più a inseguire. Vuoi mettere l’emozione di star dietro a uno che ha tenuto un ritmo mostruoso per tutta la gara? Magari non vinci, non lo sorpassi, ma gli fai sentire che ci sei, che gli sei addosso, che gli tieni il fiato sul collo…”. Marco l’aveva guardato, ma suo padre era rimasto con gli occhi fissi sui trofei. “So che ti può sembrare un discorso strano o scemo”, aveva continuato, “ma ho scoperto di aver imparato qualcosa dopo ogni sconfitta”. Suo padre aveva fatto una pausa. Forse si aspettava una risposta, ma Marco non aveva detto niente. I momenti più belli, comunque, erano le domeniche mattine in cui si allenava con suo padre, una specie di rito che si ripeteva uguale negli anni. Partivano da casa, suo padre in macchina, davanti, a fare la velocità, Marco dietro, in bicicletta. A Marco piacevano soprattutto le domeniche mattine limpide d’inverno, quelle in cui esci di casa e c’è un freddo azzurro e immobile ad accoglierti come una sorpresa. Gli piaceva cominciare a pedalare, prendere ritmo e sentire l’aria gelida sulla faccia e sulle gambe coperte solo dai pantaloni leggeri. C’era sempre un attimo, appena partito, in cui invidiava suo padre, chiuso nell’abitacolo della macchina e dentro la sua giacca a vento, al caldo. Ma poi, quasi senza accorgersene, cominciava ad aumentare l’andatura, sentiva le gambe riscaldarsi e il respiro farsi regolare e, dopo un po’, la fatica diventava una compagna a cui gli sembrava di essere abituato da sempre. Marco e suo padre decidevano sempre di segnare un piccolo record, di domenica in domenica, prima di partire: magari decidevano solamente di allungare di qualche chilometro il percorso rispetto alla domenica precedente, oppure suo padre aumentava la velocità per un tempo maggiore nell’ultimo tratto di strada. Marco stringeva i denti e pedalava. Quando quel piccolo traguardo domenicale veniva raggiunto, suo padre, come sempre, suonava il clacson un paio di volte. Allora Marco poteva rallentare e alzare lo sguardo, ed era sicuro di vedere, riflesso nello specchietto retrovisore, suo padre che lo guardava con un sorriso. Poi c’era stato un momento - Marco non avrebbe saputo dire esattamente quando fosse iniziato - in cui le cose avevano cominciato a cambiare. I suoi compagni erano sempre gli stessi, e le corse e i tornei e i piccoli paesi in cui andavano a fare le gare sempre quelli. Eppure, la voglia di gareggiare era stata sostituita dalla voglia di vincere, a tutti i costi. Era stato da quel momento, che Marco aveva cominciato a notare quei genitori, muniti sempre di macchina fotografica, pronti a giocarsi le corde vocali pur di incitare i figli. I loro ragazzi, quelli li potevi riconoscere con uno sguardo. Erano concentrati e incattiviti e rabbiosi, a Marco veniva voglia di dire loro che non era esattamente quello lo spirito della gara, né di quello sport, per quel che ne sapeva lui. Che anche se avessero vinto quella gara o anche l’intero campionato, difficilmente sarebbero diventati dei campioni. Quello che era più triste, era che anche alcuni dei suoi amici di squadra avevano subito quell'improvvisa e incredibile mutazione. Così, gli toccava gareggiare contro ragazzi della sua età che non avrebbero esitato a sgomitarlo o farlo cadere alla prima curva, se solo fosse stato un ostacolo sulla loro corsa al traguardo, mentre genitori impazziti sbraitavano come ossessi dietro le transenne. Sembrava che tutti avessero in casa un piccolo campione. Qualche volta succedeva anche che ci fosse anche qualche rissa, tra i genitori. Qualcuno accusava il figlio di qualcun altro di aver provocato la caduta del proprio ragazzo, e dalle parole capitava che si passasse agli spintoni. Erano scene desolanti, e - ovviamente - i suoi genitori non c’entravano mai. In macchina, dopo aver caricato la bici, sulla strada del ritorno, suo padre e sua madre gli facevano l’imitazione di quelle coppie incredibili, gli riproponevano gesti e urla e minacce come in una sorta di teatro in miniatura. Ridevano tutti e tre, e Marco a volte aveva la sensazione che, quando erano tutti insieme, era come se fossero immuni da tutto. Dopo il giorno del funerale, a Marco pareva di muoversi con un pezzo di vuoto conficcato nello stomaco. La scuola che frequentava era la stessa, le facce dei suoi amici e dei suoi compagni erano sempre le stesse, le strade e i palazzi e tutto quanto era rimasto identico, eppure niente era come prima. Marco frena quando mancano poche decine di metri al traguardo. È un gesto così folle, a questo punto della gara, che pensa che potrebbe addirittura zittire i genitori bercianti al di là delle transenne. Da dietro sente arrivare gli inseguitori - insieme fanno il suono di un insetto gigante che gli ronza alle spalle - e infine due ragazzi lo sorpassano. Ce ne è uno - quello con la casacca arancione, che l’ha superato sulla destra - che ha tenuto il suo ritmo per tutta la gara, e che è riuscito a staccare solo negli ultimi chilometri del percorso. Lo vede, piegato in avanti, in volata, pronto a bruciare gli ultimi metri prima del traguardo. È in questo momento che Marco ricomincia a spingere sui pedali. È lui che deve inseguire, adesso.
Solo gli utenti registrati possono inviare commenti!
Powered by !JoomlaComment 3.23
3.23 Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved." |
|||||||
| < Prec. | Pros. > |
|---|



















