Testimone mancato PDF Stampa E-mail
lunedì 19 maggio 2008
di LUCIANO PAGANO
Prefazione di Pepa Cerutti
Genere: Commedia - 10 FERMATE
Copertina al Tratto di Massimo Dezzani
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È già sabato. “Ma ti sei visto stamattina? Sembriamo due testimoni di Geova”.Marina ha ragione. Indosso uno cappotto, jeans e pullover rosso abbinato a una camicia incredibile, scacchi rossi gialli bianchi, una sciarpa grigia legata a nodo, sneakers di pelle nera. Secondo lei sembro un testimone perché in mano ho una copia de La parte dell’altro di Schmitt, insieme al quotidiano già accartocciato. È sabato mattina, siamo reduci da una settimana infernale incominciata proprio sabato scorso. Infernale?

Erano le otto e mezza, Marina era appena uscita per andare a lavoro, stavo entrando sotto la doccia, il freddo è quello di fine metà gennaio. Suona il campanello. Chi è a quest’ora?!? Apro la finestra del bagno per vedere chi c’è giù, senza farmi notare, come uno che gioca a nascondino. Ricciardelli. Il mio condomino siamese. Che cos’è un condomino siamese? Tutti quelli che abitano in un condominio sono abituati a spartire il loro spazio vitale - perché di guerra si tratta - con perfetti sconosciuti. Passano gli anni e questi sconosciuti diventano conoscenti, grazie a mezze frasi scambiate sul tempo atmosferico, consigli sugli orari di pulizia delle scale, pagamenti comuni per riparazioni di porte, serrature, aggeggi senza nome. Tra me e il mio dirimpettaio settantenne (per fare un esempio) è nato un certo cameratismo. Fu da quella volta in cui cambiammo assieme la lampadina del pianerottolo. La lampadina si era fulminata per la terza volta in dieci giorni. Lui teneva la scala e io in bilico svitavo la plafoniera. Un’impresa degna di memoria. Il condomino siamese è un altra cosa. Il condomino siamese è il lato oscuro dell’abitare in comune, ovvero sia quell’odiosa persona che ha acquistato da due anni l’appartamento incollato al mio, nel condominio adiacente. In gergo tecnico si potrebbe quasi parlare di intrusione. Io abito al numero sette. Lui al nove. Avevo due dubbi che grazie a questa esperienza si sono rivelati certezze. Primo dubbio: il mio condomino siamese è debole di nervi; secondo dubbio, le pareti del suo appartamento che confinano con il mio sono di cartongesso dipinto in stile finto intonaco, secolo ventesimo.

“Ti sei imbambolato?”. Mentre penso a Ricciardelli dimentico che stiamo andando a prendere la macchina per raggiungere l’ufficio, ah sì, ero rimasto a sabato scorso. Come è ovvio che sia, quando il mio siamese ha citofonato ero seminudo, ho dato una scorta alla sua pelata dal secondo piano e ho deciso di non rispondere nemmeno. Tra noi due c’era un precedente. Il giorno di Santo Stefano, ovvero il giorno del risveglio più beato che ci possa essere per un giusto, mi ruppe le scatole suonando alla porta: abito nell’appartamento del condominio di fianco, mi può aprire, la prego, devo dirle una cosa. Ancora oggi mi chiedo chi gli abbia aperto la porta da basso e soprattutto mi pento di avere ereditato da mio padre una buona educazione, di quelle che vi ostacolano come un chip corticale non più scrivibile nel quale è stampato che dovete aprire la porta e sorridere anche al vostro peggior nemico.

La sostanza di questa apparizione era la seguente: l’autoclave posizionata al di sopra del nostro appartamento, per l’esattezza al di sopra del bagno, quando tira su l’acqua durante la notte, fa troppo rumore. Quando mi vado a lavare i denti l’autoclave pompa. Quando mi sciacquo la faccia prima di coricarmi l’autoclave pompa. Se ho litigato con Marina e prima di andare a letto preferisco restare sveglio per scrivere una poesia da consegnare alla storia dell’oblio e dopo averci rinunciato vado in bagno un’ultima volta l’autoclave pompa. Il rumore dell’autoclave che pompa lede la quiete del mio condomino siamese. A sua detta il rumore dei decibel prodotti dal pompaggio, è troppo alto, risulta insopportabile. È il giorno che segue il santo Natale. Ieri mattina al termine della messa un sacerdote ha steso la sua mano sul capo dei fedeli e la benedizione di Dio onnipotente è scesa su tutta la terra, me compreso. È passato un giorno e già vorrei uccidere un mio consimile. Ricciardelli, un metro e cinquantacinque, pittore, vestaglia scura, pantaloni e pigiama, odore di ribollita. Sono furioso. “Guardi, non so cosa farci, non è colpa mia, e poi come fa a sapere che è la mia pompa a fare così tanto rumore?”. “L’ho cronometrata, ho fatto anche venire l’avvocato a casa, l’abbiamo cronometrata insieme”. Il siamese cede, dal registro perentorio il tono scivola in quello orante. Seguono due minuti in cui mi arrampico sugli specchi per spiegare che io non posso che avvertire di ciò il mio padrone di casa, niente di più, per il resto c’è l’arte d’arrangiarsi, magari con i tappi per le orecchie. “Dica al suo padrone di casa che non posso dormire, che sono debole di nervi, che questa pompa mi rovina il sonno, la prego, al-tri-men-ti dovrò provvedere per conto mio”. “Provveda”. Chiusi la porta. Per me da quel momento si sono spalancate le porte dell’inferno, se ci penso il cuore mi scricchiola.

Quando Marina è ritornata dalle vacanze passate con i suoi genitori le ho raccontato che cosa era successo. Il nostro padrone di casa non sarebbe sceso a patti con nessuno, ci avrebbe fatto pagare la spesa di eventuali pezzi da sostituire. Nemmeno due settimane prima si era rotta proprio la scheda elettrica di questa autoclave. Senza battere ciglio dovemmo spendere ottantacinque euro per la sostituzione, per non parlare della mattinata persa insieme all’idraulico nel rovesciare la grossa botte e pulirla all’interno con la scopa e l’Amuchina. L’acqua che utilizziamo per lavarci, contiene calcare, non è un mistero. La cisterna ne era colma. Il solo pensiero di lavarci con quell’acqua ci fece accapponare la pelle. Ricordai di una volta che avevo dimenticato di comprare l’acqua naturale e bevvi acqua dal rubinetto. Accettammo di buon grado quella riparazione, d’altronde niente scheda niente acqua. Non potevamo lavarci. Facemmo la scorta. In quel momento ho maturato la convinzione che una lobby pilota le carenze di acqua, a capo di questa lobby c’è il mio idraulico. Erano i giorni dello sciopero dei trasportatori. Fuori dai distributori c’erano code di autoveicoli in attesa di rifornimento. Al supermercato c’ero io con sei casse da sei bottiglie da due litri d’acqua ciascuna. Settantadue litri d’acqua. Tutto scorre.

La doccia dello scorso sabato mi ha tolto di dosso i cattivi pensieri. Quando sono in ufficio mi chiama Marina: “Vedi che quello stronzo è tornato”. Marina è furiosa, se qualcosa turba la nostra parvenza di quiete, lei reagisce come se le puntassero una pistola in volto. Non c’è tempo da perdere. Quando penso alla quiete penso al mio proprietario di casa. Un evangelista. Quando viene l’anno nuovo mi regala un calendario giornaliero, trecentosessantacinque fogli di block-notes stampato in tipografia, sul retro di ogni foglio c’è un brano delle Scritture riassunto sul fronte in una frase emblematica, cose tipo Isaia 40:18, “Con quale immagine rappresentereste Dio?”. Mi sono accorto, sfogliando quel calendario durante la preparazione dei caffé mattutini che la visione di Dio degli evangelisti è quella di un Signore un po’ più burbero se paragonato al nostro Dio. Certo, anche Sabaoth quando vuole sterminare qualcuno non si fa problemi più di tanto, tuttavia il Dio degli evangelisti, pure nella vita quotidiana, è uno che bada parecchio ai rapporti con gli altri. Cristiani non si nasce, si diventa. E io mi sento un po’ colpevole. Non posso volere il male di una persona che non conosco, io e Marina in fondo stiamo insieme da quasi sette anni.

Telefono al mio padrone di casa, mio signore. Carissimo, innanzitutto buon anno e felici feste a tutta la famiglia, senta, sì, insomma, si ricorda di quel condomino, ma sì, quello del palazzo di fianco, quello che è venuto a Santo Stefano, è ritornato, ha detto che vuole venire con i vigili a misurare i decibel di emissione della pompa. Il padrone di casa mi manda a casa l’idraulico, lo stesso con cui ho pulito la cisterna, un tipo simpatico che scherza con verve. Mi chiedo se è un evangelista anche lui. Lui pure ha un suo modo di accettare la vita, secondo me è taoista. Trova me e Marina distrutti dalle nottate insonni trascorse a cronometrare la nostra pompa. Il signor Mario, così si chiama, se ne esce con un fossero questi i problemi della vita!. “I problemi possono essere due. O è la valvola oppure c’è qualche perdita dai rubinetti”. Marina sbotta, “Lo sapevo!”, come se la scienza idraulica fosse materia sua. In cucina abbiamo due rubinetti. Uno dei due perde. Una perdita che dura da mesi. Uno dei due funziona. Metà della vittoria è fatta. Teorema: quando la perdita è persistente, la quantità di acqua persa nel giro di cinque minuti è superiore a quella che può essere contenuta in un bicchiere d’acqua e in quel caso la pompa dell’autoclave si aziona con il suo rumore terribile. Però. Però la perdita non è così eccessiva, per riempire un bicchiere ci vorrebbe una notte, quindi il problema deve essere causato da una valvola. L’idraulico scende dalla terrazza e ritorna nel nostro appartamento. Ho preparato un caffé. Lo beve in un sorso, va in bagno. “Avete un cacciavite a stella?”. In bagno c’è una botola con il coperchio di plastica, somiglia a un nascondiglio. Contiene il cuore del problema. Sotto alla botola si nasconde il Motore Immobile, il Contatore dell’acqua. Io e Marina in questi giorni abbiamo compiuto osservazioni galileiane a questo contatore dopo esserci sfanculati a vicenda con minacce di abiura d’amore e augurandoci morte. Esperimenti. Se si apre il rubinetto la rotella del contatore gira. Se la pompa tira il contatore non gira. Se si blocca la perdita la valvola tira. Ecco la soluzione, ci pensa l’idraulico. La Verità Ultima, che come tutte le verità, prima di essere tale, deve vestirsi di semplicità: ci sono due chiavette, una delle due deve restare chiusa.

Torniamo indietro. Le due settimane che ho vissuto fino a questo momento sono state un inferno per colpa di una chiavetta aperta? L’idraulico entra in particolari. “Dall’ultima volta in cui sono venuto per cambiare la scheda qualcuno deve aver spostato le chiavette. In pratica quella di sinistra deve essere aperta e quella di sinistra chiusa”. Certo, si fa presto a parole! La chiavetta di sinistra è montata in modo perpendicolare a quella di destra, in pratica quella di sinistra per stare chiusa deve rimanere verticale, al contrario di quella a destra che in posizione verticale è aperta. Ora ricordo. Quando l’idraulico ha aggiustato la scheda ha girato la chiavetta di sinistra pensando di chiuderla, in realtà aprendola. Una sbadataggine che ha rischiato di far degenerare in strage domestica un rapporto di coppia. L’idraulico a questo punto sostiene che la pompa non dovrebbe tirare più. Il nostro vicino siamese si lamentava del rumore, adducendo tra le altre cose una spiegazione tecnica: I motorini delle autoclavi di solito sono poggiati su gommini pneumatici che ne attutiscono le vibrazioni. Ecco cosa mancava, il gommino pneumatico. Quando l’ho raccontato all’idraulico eravamo in terrazza, si è guardato attorno e poi ha esclamato: “Guardi un po’ lei, veda come sono sistemati quelli degli altri”. I motori delle cisterne degli altri condomini sono tutti poggiati su quattro mattoni di solido cemento. Nulla che somigli a gomma.

Quando saluto l’idraulico penso che è ora di godersi la vita, i problemi sono finiti. Mi sbaglio. Come sempre. Ho dimenticato un particolare. I rubinetti che gocciolavano. Uno dei due rubinetti della cucina, quello a muro, era stato bloccato dall’idraulico durante la prova empirica, quella condotta per accertarsi che il problema fosse relativo alla valvola e non a una perdita. Quel rubinetto andava sostituito. L’idraulico è venuto lunedì mattina. Marina ha deciso di sostituire il rubinetto il martedì pomeriggio alle sedici e trenta, proprio quando ho la pausa tra il turno mattutino e quello pomeridiano. Mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se in un mondo parallelo avessi conosciuto una donna che non prende le sue decisioni con un quarto d’ora di posticipo rispetto all’attimo in cui le decisioni stesse sono utili. L’amore della mia vita mi ha telefonato verso l’una, come sempre disperata, urlando, chiudendomi il telefono in faccia tre volte prima di riuscire a collezionare qualche frammento di un discorso amoroso. Decido di staccare da lavoro con un’ora di anticipo, così potrò fare merenda, tornare a casa, prendere Marina e accompagnarla al negozio di sanitari e accessori per la casa, dove arriviamo alle sedici e un quarto. Compriamo il rubinetto. Prima di andarcene il dubbio coglie la mia ragazza. “Li prendiamo tutti e due?”. Fermi tutti. Il rubinetto del lavabo gocciolava proprio come l’altro a muro. L’idraulico tuttavia ci ha suggerito di sostituire soltanto uno dei due rubinetti. Mi sento vicino al culmine di una crisi. Cosa accadrebbe se al check-in di un aeroporto Amy Winehouse litigasse con Naomi Campbell? Nulla in confronto a quello che è successo a casa nostra nei tre giorni successivi, culminati nella scenata di ieri sera, venerdì, quando alle ventidue e dieci minuti, dopo cena, ho indossato l’eskimo e sono uscito in strada.

Al punto più alto della sua parabola d’ira Marina ha detto: “Basta. È finita. Stavolta è davvero finita”. Il mercoledì avevamo deciso di non sostituire il secondo rubinetto perché gocciolava soltanto se lasciato di notte a sinistra, dal verso dell’acqua calda. Il giovedì mattina abbiamo deciso di cambiarlo per non vivere con il pensiero di un rubinetto che gocciola se uno si dimentica da che parte lasciarlo, destra o sinistra. Il giovedì pomeriggio la mia ragazza ha appurato che il gocciolamento è continuo e la pompa dell’acqua si aziona anche quando perde il secondo rubinetto. Scopro che i rubinetti al loro interno sono dotati di cartucce. La cartucce sono elementi soggetti a usura, un po’ come i nervi del mio vicino. Il rubinetto del lavabo aveva una cartuccia usurata. Se il rubinetto restava chiuso dalla parte dell’acqua fredda non gocciolava. Dalla parte sinistra, quella calda, gocciolava. Le parole Rubinetto, Lavandino, Idraulico sono divenute un mantra ossessivo da quasi dieci giorni. “La sinistra calda gocciola”, nel negozio di sanitari mi è sfuggita questa frase, forse sto impazzendo. Cerco sollievo nella lettura delle Scritture. Quando tutto sarà finito cercherò di convertire il mio padrone di casa al culto apostolico. Ho contattato il mio cardiologo per assicurarmi che non lasciasse spento il cellulare durante il fine settimana. Il cuore avrebbe retto fino a sabato?

Marina nel frattempo aveva già telefonato all’idraulico fissando un appuntamento per lunedì pomeriggio. Lo sapevo. Arriva il venerdì. Domani non andrò a lavoro, questa settimana è stata un inferno. Stiamo cenando con un piatto di lenticchie, cicorie, quattro cuori di filetto di merluzzo. Da due mesi stiamo seguendo una dieta dissociata finalizzata alla diminuzione del colesterolo. Mai associare i carboidrati nello stesso pasto. Mai mangiare nello stesso pasto un primo e un secondo. Totale rinuncia alla carne di maiale a favore della verdura. “Posso chiederti un favore?”. Mi verrebbe di rispondere come rispondo quando i miei colleghi, sul posto di lavoro, mi chiedono qualcosa, con un “se posso...”. So che se rispondessi in questo modo mi manderebbe a quel paese. “Dimmi cara, che vuoi?...”. Ha deciso che non vuole più cambiare il rubinetto, mi chiede se al mattino seguente posso chiamare l’idraulico per dare comunicazione di non venire più a cambiare il secondo rubinetto. “Sai, ora che ci penso, forse è meglio se il secondo non lo cambiamo”. “Ma cara, lo abbiamo già comprato, per venti euro...”. “Lo so, è solo che ho pensato, sì, il secondo rubinetto alla fine funziona, quello che abbiamo comperato lo teniamo da parte, quando la cartuccia si usura definitivamente non lo cambiamo”.

Il mio errore? Anziché ucciderla ho urlato “no” con il gorgoglio di argine che si frantuma. Le ricordavo una sua telefonata pomeridiana, nella quale mi chiedeva un consiglio, mi diceva: “Prendi una decisione, suggeriscimi che cosa è meglio, dobbiamo cambiarlooo?”. Le dissi che la mia decisione era di cambiarlo. Ora no. Il problema come sempre sono io. Sono io che non sono capace di “assumermi le mie responsabilità”. La responsabilità, per quanto la riguarda, è la capacità di assumersi la colpa di cose che non ho fatto, compresi gli avvenimenti che non dipendono dalla mia volontà. È tutto. Mi basto e mi avanzo. Me ne vado. Finisco il filetto, esco incazzato come una furia. Non voglio far male a una mosca. Non mi importa se il mio rapporto finirà per colpa di un paio di rubinetti. Non mi interessa sapere che quando incontrerò il mio vicino di condominio sarà per ucciderlo. Adesso l’unica cosa che voglio è uscire in strada. Camminare. Bere una birra. Tennent’s scura doppio malto. Percorrerò la strada fino a Piazza Garibaldi, entrerò nell’Irish Pub e prenderò una Tennent’s scura doppio malto del cavolo. Poi ci penso. Penso che Marina in fondo è la persona più buona del mondo. Non staremmo insieme, io e lei, senza la sua bontà e senza la mia pazienza. Abbiamo risolto problemi peggiori, i rubinetti non gocciolano più, il nostro amore non ha perdite. Giro a sinistra, faccio l’isolato al contrario, torno a casa. Mi fermo davanti al negozio di crêpes, a Marina piacciono tanto. Ne compro due. Metto l’amore al primo posto, prima della dieta. Sono a casa. Lei crede che ce l’ho con lei, si aspetta che torni ubriaco, anzi, non mi aspetta più, rassegnata al secondo tempo di Anna and the King. Mi siedo. Capisce che è tutto finito. Mi bacia la fronte. Mangiamo. La canzone Terra mia di Albano e Romina ha un incipit che non ero mai riuscito a decifrare, e che oggi mi è chiaro: “Come va come va tutto ok tutto ok, e il cuore? Si va bene”. Ecco il perché di quei versi. È l’ultima canzone che hanno cantato insieme prima di lasciarsi. Notte.
Commenti
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Prefazione  - di Pepa Cerutti   |192.168.0.xxx |2008-05-21 09:21:32
E se vi dicessi che ognuno di noi ha il suo condomino siamese?
No, non si
tratta di un inquilino arrivato fresco fresco da Bangkok, né del solito vicino
con il quale intavoliamo conversazioni memorabili in ascensore, del genere ?ha
poi scoperto chi le ha spostato lo zerbino??.
Il vicino siamese è ?il lato
oscuro dell?abitare comune?: è colui che vive nell?appartamento adiacente al
vostro. Voi state al numero sette, lui al numero nove.
E allora? Direte
voi.
Non siate impazienti. Perché se lui, il siamese, è debole di nervi e il
confine tra il suo e il vostro appartamento è segnato da pareti di cartongesso,
dovete iniziare a preoccuparvi.
Senza risparmiare sarcasmo e battute, Luciano
Pagano mette in scena una commedia che è una piccola storia di ordinaria follia
casalinga. Il rubinetto che gocciola e l?autoclave che pompa, il rubinetto che
gocciola e l?autoclave che pompa: un ossessivo promemoria sonoro che sembra dire
attenzione, le beghe condominiali non vanno sottovalutate, perché sono come una
valanga. Che rotola verso il basso e trascina con sé tutto quello che trova: la
pazienza, il buon senso e l?armonia familiare.
Così i rubinetti che perdono
diventano lo stillicidio della vita a due, le notti si fanno insonni, le sere
passate in casa sono esercizi virtuosi di sopravvivenza di coppia.
La posta in
gioco è alta, troppo. Che senso ha aiutare qualcuno a ritrovare la propria
tranquillità se poi dobbiamo perdere la nostra?
Meno male che c?è l?ironia a
tendere una mano e ad alleggerire la vita.
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