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Lorenzo Trenti
Prigioniero delle parole

genere Thriller semiotico

1 racconto da 9 fermate

Prefazione
di Oliviero Ponte di Pino

Per scrivere un buon racconto ci vogliono diversi ingredienti. Per cominciare una storia appassionante da raccontare – e qui una storia c’è, e per di più appartiene al genere che oggi tutti vogliono leggere: questo è un bel giallo con tanto di serial killer da scoprire e un anatomopatologo che investiga. Poi ci dev’essere la voglia di giocare con le parole – e qui il gioco con le parole, rilanciato nel titolo e nel sottotitolo, è addirittura il tema del racconto; oltretutto la partita è davvero pericolosa: le vittime del maniaco omicida sono giornalisti. Ancora, per fare un buon racconto serve il desiderio di costruire il rapporto più intenso possibile con chi legge, le sue emozioni e i suoi sentimenti – e qui l’autore sfida l’attenzione e l’intelligenza del lettore, e per di più con una bella dose di ironia.
Anzi, a pensarci meglio, nella sua ricetta Lorenzo Trenti forse ci ha messo un pizzico di ironia di troppo. Perché il suo è un racconto sull’importanza della scrittura, e sui pericoli che questa pratica comporta per chi scrive. Allora, mentre leggi questo “Prigioniero delle parole”, stai attento: perché se scrivere è davvero così importante, lo dev’essere anche leggere. E se scrivere può essere pericoloso, lo potrebbe essere anche leggere. Dunque, caro lettore, se trovi il coraggio di affrontare questo racconto, avanza con cautela. Non è solo una vaga minaccia, è un consiglio da prendere sul serio. Alla lettera. Anche se questo vale soprattutto per me che, dopo aver letto il racconto, ho scritto questa presentazione: come scoprirai alla fine di questo folgorante “thriller semiotico”, la vita la sto rischiando anch’io.

- Tu non dovresti essere qui - disse Comencini, quasi senza alzare lo sguardo dal tavolo da lavoro.
- Certo, certo - tagliò corto il reporter. - Senti un po'. Tu sei Benedetto Comencini, vero? Posso chiamarti "Ben"?
- No. Non puoi. Provaci e ti infilo questo da qualche parte - rispose, agitando significativamente davanti a sé il bisturi imbrattato di sangue.
Comencini fu costretto a dare un'occhiata riluttante al suo interlocutore. Un bell'uomo fra i trenta e i quaranta, dal sorriso di chi è abituato ad ottenere tutto dalla vita. Gli era stato sulle palle appena aveva varcato la soglia, specialmente per l'invidia verso quegli addominali irrealisticamente piatti. Liposuzione o palestra? Mmh. C'era da aspettarsi di tutto. E quel piercing finto-ragazzino all'orecchio, santoddio.
- Ah, ah, Ben, sei proprio simpatico come mi avevano detto. Io sono Carlo Ferraresi. Avrai sentito parlare di me.
A Comencini sarebbe piaciuto fare spallucce e godersi l'espressione di smarrimento sul volto abbronzato di quel gagà dai ciuffetti ossigenati. Ma affermare di non conoscerlo non sarebbe stato realistico: Ferraresi era tra i giornalisti più noti in tutta Modena. Non proprio una star nazionale ma nemmeno l'ultimo degli stronzi. Si era fatto un nome, soprattutto a livello locale, per alcuni suoi servizi sulla malavita cinese in città, in cui aveva messo in luce più se stesso che la notizia. Il cosiddetto "giro di nera" era la sua specialità, in particolare per i toni, ora lacrimevoli ora accusatori contro la società, con cui spennellava i propri articoli. Populismo, e della peggior specie. In effetti avrebbe meritato la qualifica di principe degli stronzi. E ora ce lo aveva proprio davanti, in carne, ossa e piercing.
- Ferraresi... ti do del tu... come avrai intuito dal poveretto qui davanti, al momento sono molto impegnato. Non ho capito come hai fatto a entrare, ma immagino che nel tuo lavoro avrai imparato a conoscere un sacco di gente giusta nel posto giusto.
- Infatti, i tuoi colleghi mi conoscono bene. Ho promesso loro un bel servizio sul Carlino in cambio di qualche informazione. Vale anche per te. Scoperto niente dall'autopsia, Ben?
Comencini sbuffò. Se l'unica maniera per togliersi di torno quella piattola era di farlo contento con qualche informazione, be', poteva anche accontentarlo. Ma a modo suo.
- Di preciso cosa vorresti sapere? - gli chiese, inspirando rumorosamente.
- Dettagli succulenti, particolari truci. La gente ne va matta.
- Lui lo conoscevi, immagino - accennò Comencini mentre frugava nella cella frigorifera fra provette mediche e contenitori di organi. Ne trasse una beuta trasparente piena di liquido giallo scuro, torbido e schiumoso.
- Altroché se lo conoscevo. Per un po' aveva lavorato con me al Carlino, ma poi era passato alla Gazzetta. Povero Martinelli. Anche se non era questo granché, non si meritava di finire così. Da cacciatore di notizie a notizia egli stesso. Bah.
- Carina questa. Tientela per il pezzo. Comunque i particolari sono semplici - gli riferì Comencini. - E' stato trovato sulle scale di casa sua dalla donna delle pulizie. Ha subìto percosse, probabilmente per stordirlo, e poi è stato ucciso per soffocamento.
- A-ah. Vai avanti, Ben.
- Dottor Comencini, prego - puntualizzò, tenendo alto davanti a sé il contenitore e studiandone i riflessi ambrati. - Ovviamente in questi casi si fa un esame dei suoi liquidi interni.
Prima che il giornalista potesse rendersi conto di quel che stava per fare, Comencini accostò le labbra al contenitore e ne bevve una lunga e rumorosa sorsata.
Da sopra il bordo del bicchiere graduato vide lo sguardo sbigottito di Ferraresi. Aah, ci voleva proprio. Più che la birra ghiacciata – perché ovviamente era birra – si godette l'espressione di disgusto e sconcerto affiorata sulla faccia del rompipalle. Poi il giornalista dovette capire che lo stava prendendo in giro, perché fece una smorfia spazientita. Comencini si pulì la bocca con la manica del camice come se nulla fosse e proseguì.
- Andando a vedere nei polmoni e nell'esofago c'era un bel po' di questa roba - disse Comencini, indicando una ciotola metallica piena di una pasta nera e grumosa. La spinse verso Ferraresi e gli fece un cenno come a dire "ne vuoi?".
L'altro si avvicinò cauto e osservò la ciotola con sospetto. La sua bocca divenne una piccola "o" raggrinzita. Probabilmente si stava chiedendo se fosse liquirizia o che altro. Cedette.
- Va bene, cos'è?
- Sostanzialmente asfalto, anche se molto liquido. Gliel'ha versato in gola ancora caldo fino a soffocarlo. Non è stata una bella morte. Ti sembra abbastanza "truce e succulento"?
Il giornalista sembrava colpito.
- S-senti un'altra cosa... e il dito?
Però. Stronzo ma intelligente.
- Sì. Era mozzato. Una mannaia, credo, ma ci sto ancora lavorando.
- Anche a lui l'anulare destro, come a quell'altro?
- No. Questa volta era il medio della mano sinistra.
Ferraresi rientrò nel personaggio del giornalista d'assalto e fece un sorrisetto.
- Possiamo già parlare di un modus operandi. C'è un serial killer a Modena, mi sembra innegabile. Tu che ne pensi, Ben?
Comencini alzò gli occhi al cielo e allargò le braccia, nell'imitazione abbondantemente sovrappeso di un Cristo.
- Di' quel che ti pare. Tanto se non fate degli articoli ansiogeni non state bene, voi giornalisti. Io per ora non mi pronuncio, e non lo faranno nemmeno i miei colleghi, garantito. No comment da parte mia. Chiaro?
- "Il dottor Comencini della scientifica non esclude la possibilità di un serial killer. Proprio qui, nella nostra città che fino a ieri credevamo tranquilla" - mormorò Ferraresi, mentre annotava la frase su un taccuino. Lo chiuse di scatto.
- Grazie Ben. Qui c'è il mio biglietto da visita, se hai delle novità. L'articolo lo trovi nell'edizione di domattina. Ci si vede, eh?
Il resto dell'autopsia gli prese parecchie ore e così decise di restare anche dopo cena per finire di riordinare i dati. Tanto il piccolo monolocale che stava ancora finendo di arredare non gli offriva molti svaghi.
Comencini si era trasferito a Modena dopo una discreta carriera in Romagna: la riviera e i dintorni stavano diventando un po' troppo spesso teatro di misteri, efferatezze e delitti orribili. Così era riuscito a ottenere il trasferimento a Modena, che tutti gli descrivevano come placida e luminosa. Solo che ora la gioconda cittadina emiliana sembrava teatro delle gesta di un omicida seriale.
Gli seccava ammetterlo – per essere precisi la cosa gli frantumava le palle – ma Ferraresi forse aveva ragione. Solo uno stupido non avrebbe messo in relazione due modus operandi così simili. Martinelli era stato soffocato con del catrame e gli era stato tagliato il dito medio della mano sinistra, mentre l'altro, la prima vittima... come si chiamava la prima vittima?
Passò le dita in una serie di carpette dagli orli consunti, ma non c'era niente da fare: evidentemente l'universo stesso cospirava contro di lui. Non era animismo (la sua formazione scientifica non glielo consentiva), solo la semplice e circostanziata prova dei fatti. Mai una volta che trovasse una cosa al primo colpo.
Si alzò in piedi, con l'intenzione di cercare un'altra birra tenuta abusivamente nella cella frigorifera, e solo in quel momento si accorse che la carpetta che stava cercando si trovava sulla sedia. Aveva gli orli piegati come se avesse dovuto sopportare un peso terribile.
Finalmente trovò i documenti che gli interessavano. La prima vittima era stata Marcello Ligabue, un altro giornalista della Gazzetta. Lo avevano trovato sulla strada, vicino alla propria automobile. Anche lui con un dito amputato dopo essere stato soffocato. Questa volta però non si era trattato di catrame, ma di una altissima concentrazione di spore. Probabilmente gliele avevano soffiate in gola a forza fino a privarlo completamente dell'aria. Se ci avessero messo di più a trovarlo, le spore nel frattempo sarebbero germinate trasformando il cadavere in una distesa di felci e funghi porcini. Eh già.
Come spesso capitava a Comencini quando era solo, la sua mente prendeva il largo e si tuffava in un libero gioco di associazioni che avrebbero fatto la gioia di qualsiasi psicologo. Un po' come navigare su Internet e saltellare da un collegamento all'altro senza sapere dove si sarebbe finiti.
Funghi, dunque. Mmmh. Buoni da mangiare, buoni da seccare. Chi è che lo diceva, Branduardi? Boh. Doveva ricordarsi di comprare il suo ultimo CD. Magari ce lo aveva anche l'edicolante all'angolo, quello da cui tutti i giorni leggeva i quotidiani a sbafo e...
Si congelò sul posto.
L'ultimo pensiero gli aveva fatto scattare qualcosa. Non proprio una lampadina che resta accesa, più un'ultima scarica che illumina tutto per un istante e poi fa bruciare il bulbo, lasciando i filamenti incandescenti a raffreddarsi.
I giornali, sì. Guarda tu che cosa curiosa. Meglio controllare.
Scollegò il computer dallo scaricamento abusivo di un paio di filmetti hard e iniziò a frugare nell'archivio in linea della Gazzetta. Dal sito del giornale rintracciò l'articolo principale che parlava di Ligabue.
"...La salma è stata trovata nel corso della notte dalla polizia stradale. Marcello Ligabue giaceva al brodo della strada, un dito mozzato probabilmente dopo la barbara esecuzione. Gli inquirenti ritengono che le cause del decesso siano da imputarsi a...".
Eccetera eccetera eccetera. Scorse l'articolo fino in fondo e lesse la sigla gi.mart. Giorgio Martinelli.
Un ulteriore collegamento tra le vittime: il secondo giornalista ucciso aveva firmato il necrologio del primo. Una coincidenza oltremodo sospetta.
Sfruttò il motore di ricerca per recuperare gli ultimi articoli di Ligabue. Il penultimo che aveva scritto prima di essere ucciso riguardava una serie di arresti per corruzione.
"...Nessuno poteva sospettare che il marcio allignasse presso illustri insospettabili. Avvocati, editori, commercialisti, tutti cittadini al di spora di ogni sospetto che hanno allungato mazzette a destra e a manca per coprire losche manovre finanziare su cui...".
Un altro lampo.
Appoggiò le mani sulla tastiera e si guardò le dita. Il medio della mano sinistra appoggiava sulla R, l'anulare della destra sulla P. Cazzo.
Corse in macchina. Era mezzanotte passata ma c'era comunque un bel traffico lungo i viali. Al semaforo recuperò da un venditore con la pettorina fosforescente il nuovo numero de Il Resto del Carlino, già in vendita a quell'ora.
L'articolo di Ferraresi era in prima pagina. Lo scorse freneticamente, ignorando i clacson delle auto dietro di lui. Espose anche un paio di corna fuori dal finestrino, senza guardare, quasi per un riflesso condizionato.
"... Le forze dell'ordine non si sbilanciano, ma chiunque abbia un briciolo di cervello ha già capito che c'è un omicida seriale in città. Nessuno è più al sicuro: non basta essere onesti per avere la garanzia di una vita tranquilla. Questo psicopatico, entro le prossime settimane o addirittura entro pochi gironi, potrebbe colpire chiunque in qualunque momento..."
Si infilò nella strada indicata dal biglietto da visita e armeggiò col telefonino finché non riuscì a chiamare i colleghi del 113, dicendo di precipitarsi lì. Poi pensò che se doveva aspettarli stava fresco.
Scese dall'auto e salì di corsa le scale che portavano all'appartamento di Ferraresi. Solo quando entrò si rese conto che sia il portone a piano terra sia la porta d'ingresso erano già aperti.
Quando vide la scena che gli si presentava di fronte realizzò che in fondo avrebbe anche potuto fregarsene. Che gliene importava? Ma no! Lui aveva ancora una cazzo di coscienza ed era corso al salvataggio di un giornalista che gli stava pure antipatico. Così si era ritrovato lì, come un fesso, a fare da spettatore. O da prossima vittima.
Ferraresi era legato a una sedia del suo soggiorno. Era sudatissimo e gemeva come un cane. Dei giri di nastro adesivo argentato gli fissavano la testa all'alto schienale.
In bocca aveva un tubo di ferro del diametro di un pugno.
Di fronte a lui c'era un uomo alto, magrissimo, con gli occhietti celati da due occhiali enormi. Teneva una mano sull'estremità aperta del tubo. Con l'altra reggeva un pentolino pieno di piombo fuso ribollente.
Sembrava il tipo di liquido che si sarebbe potuto trovare nei più profondi gironi dell'inferno.
L'uomo si girò verso Comencini guardandolo con una faccia avvizzita, smunta come un sacchetto del pane stropicciato.
Dove lo aveva già visto? Ma sì. La foto di fianco all'articolo di Ligabue. Tra gli indagati per il giro di tangenti c'era anche questo omino, un correttore di bozze per una casa editrice locale.
Lo vide deporre il pentolino ribollente sul fornello posato sul tavolo, mettere una mano nella tasca della giacca ed estrarne un paio di forbici. Le lame erano incrostate di rosso.
Comencini non si mosse. Riusciva solo a pensare a quel tizio che si vedeva passare sotto gli occhi tutto il santo giorno un profluvio di errori di stampa, sgrammaticature, grossolanità. Quando aveva letto quell'errore nell'articolo che parlava proprio di lui doveva averne avuto abbastanza.
Ligabue aveva scritto "al di spora" invece che "al di sopra", uno dei classici errori che il correttore ortografico non evidenza perché si tratta di parole esistenti, anche se sbagliate nel loro contesto. Così questo pazzoide di un vendicatore grammaticale lo aveva fatto tacere per sempre soffocandolo proprio per mezzo di spore – una specie di contrappasso? – e mozzandogli il dito reo di quel peccato mortale.
Certo, era andata sicuramente così, pensò Comencini mentre il proofreader omicida gli si avvicinava minaccioso, brandendo le forbici come un lungo stiletto.
E Martinelli? Ah già. Lui aveva scritto "al brodo della strada" invece che "al bordo" e aveva fatto una fine analoga, con la gola piena di un bel consommè d'asfalto bollente.
E ora stava a Ferraresi.
Anzi, a lui, se non si sbrigava a inventarsi qualcosa. Comencini trasse un profondo respiro e, quando il vendicatore grammaticale era ormai a tre passi da lui, gli parlò.
- Non credevo che eri così pazzo da ammazzarli in casa loro - disse.
L'assassino fu sbalzato di lato, come se quelle parole avessero una consistenza fisica. Si fermò, ansimando pesantemente.
- "Che fossi"... - rantolò.
- Eh?
- Si dice "che fossi", col congiuntivo. Ignorante. Siete tutti degli ignoranti! Tutti! Ma questo scempio delle parole avrà una fine! - urlò, alzando le forbici e riprendendo la carica.
- E chi lo sapeva? A me mica me lo avevano imparato - rispose in fretta Comencini. Le parole gli uscivano a raffiche, a mitragliate. - Dovrebbimo fare qualcosa per migliorare la scuola, ci hai ragione. Ma gli hai sistemati bene a loro, eh? Ti aiutavo anche me se potevo ma non avrebbi saputo come trovarti e...
- Aaaarrrghh! - gorgogliò il vendicatore grammaticale, travolto da quel fiume di errori marchiani. Cadde in ginocchio e si portò le mani alle orecchie. Le forbici scivolarono a terra.
Era il momento di agire, pensò Comencini. Diede un'occhiata fugace sulle mensole. Dov'era un candelabro quando ce n'era bisogno? La società avrebbe bisogno di più antiquari, altroché. Invece lì c'erano solo libri. Pazienza.
Prese in fretta quello più voluminoso e prima che l'altro potesse riprendersi dalla valanga di errori glielo abbatté pesantemente sulla testa, facendogli perdere i sensi.
Pochi minuti dopo arrivò una pattuglia di poliziotti, giusto un attimo prima che finisse di liberare Ferraresi dal nastro adesivo.
- Ehi, Comencini, fai tutto da solo? - gli chiesero i colleghi.
- Per forza. Voialtri dovevate finire la manicure.
- Spiritosone. Questo qui come hai fatto a neutralizzarlo?
Comencini raccolse il libro e lo lanciò al poliziotto, che lo raccolse al volo e ne guardò l'intestazione. Era un dizionario.
- Parole - disse Comencini. - Pure e semplici parole.



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.

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