Davide Rocco Colacrai PDF Stampa E-mail
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martedì 17 aprile 2012

FINALISTA SEZIONE POESIA

Poesie:

I. Il berdache che si era innamorato della perniciosa luna blu, II. Mi chiamo Oskar e il mio papà è morto, III. La vedova dei limoni

  

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I

Il berdache  che si era innamorato della perniciosa luna blu


Ogni giorno risaliva il fianco della
montagna che puntava frastagliata
dritta dritta verso la luna e poi oltre
là dove preghiere e bestemmie si
confondono, sulla vetta dai fili di
erba d’oro coglieva pinoli e sparvieri
aurei con la quiete di vento di un
bambino che raccoglie biglie sparse
a terra, si adagiava poi sul bordo del
cielo come se fosse in una gondola
di nuvola e col sole che brillava negli
occhi intonava canzoni mezzosangue
di sua madre, erano sogni di antiche
ceneri nel cuore, erano sogni di bufali
che correvano al limitare dell’orizzonte
della vita, al tramonto scendeva tra le
ombre che si allungavano in intrecci
di fuliggine sulle rocce, tornava nella
sua baracca ignuda senza storia di
uomo né di sesso, davanti all’unico
vetro con un bicchiere di whisky in
una mano guardava oltre, non verso
le desolate terre che Dio pareva aver
scordato e che si perdevano come
curve d’inchiostro chissà dove, fissava
la luna dritto in faccia e pareva
perduto, era perduto d’amore come
una vergine fanciulla d’altri tempi, ma
era un indiano berdache e una razza
speciale di bisonte e un angelo senza ali
e tutti insieme nel seme dell’eternità che
batteva nel cuore, era colui che si
era innamorato subito della luna e
per sempre, si era innamorato di
quella particolare forma di luna che
in appoggio all’oscurità come una
meretrice alla sua sigaretta perdona
i peccati degli uomini deboli e
ammalia senza voce chi nasce
infelice e senza madre e lo sa, era
lei l’amica vera della vita di notte, lei
la madre che bruciava della vita l’ultima
lode, era lei –lei la perniciosa
luna blu.


II
Mi chiamo Oskar e il mio papà è morto


Mi chiamo Oskar e il mio papà
è morto.

Qualcuno è capace di dirmi chi
era e se è volato in cielo?

Di lui mi restano falci della sua
voce di quel giorno lì impresse
nella vecchia segreteria di casa
che ascolto ancora ed ancora,
prometteva che tutto si sarebbe
risolto, erano cinque messaggi
e cinque promesse, erano falci
di vita per non dirci addio.

Qualcuno è capace di dirmi se
era nell’ufficio o sul tetto?

Di lui mi resta una chiave, una
sola chiave comune che porto
sul cuore sotto il maglione per
ricordare e non scordare mai, è
una chiave capace di spalancare
porte sulla vita del suo essere
marito e padre, porte di sogni
su stelle di un uomo senza cielo.

Qualcuno è capace di dirmi se
ha pianto il suo nome?

Di notte sento la mamma che
di là in salotto singhiozza nei
cuscini di velluto rosso come
fossero il grembo di sua madre,
di mattina sorride con gli occhi
gonfi e con un gesto della mano
tenta di scacciare un’altra notte
senza papà, dice che le manca.

Qualcuno è capace di dirmi se
ha pronunciato il mio nome?

Anche a me manca.

Qualcuno è capace di dirmi se
ha pronunciato il nome di lei?

La mamma dice che la manca
la voce di papà che le dice “Ti
amo”.

Qualcuno sa dirmi dov’è il mio
papà e se è volato in cielo?

Anche a me manca la sua voce.
Anche a me manca il mio papà.

C’è qualcuno?

Mi chiamo Oskar e il mio papà
è morto.

Era l’undici settembre.

 

 

 

III

La vedova dei limoni


Era stato quell’albero di limoni lì
l’unica prova che fosse stata viva in una vita
che stava mutando già nei pochi coriandoli di vento
che avrebbero riposato su quelle terre roventi
di nessuno.

Era stato l’agro profumo dei suoi anni
di puerizia, anni lunghi un’eternità al caramello in
cui sognava in compagnia del padre che i limoni più vicini
al Sole erano gemme di lacrime di cielo.

Era stato l’agro profumo della sua età
d’innocenza, un’età di sogni senza attese in cui fu concessa 
in sposa al passo del suo silenzio da un uomo ad un altro che
lei imparò a voler bene e ad amare mai.

Era stato l’agro profumo della sua età
adulta, un’età dal velo oblungo e fragile come la linea
dell’orizzonte per essere vedova tre volte, vedova
era di suo padre e vedova di suo marito e vedova era
di quell’albero di limoni lì.

Il cuore di ella fu piegato come un papavero a forma di punto
interrogativo al domani.

Là dove i sogni s’incrociano per separarsi nelle terre roventi
di nessuno, là dove sorge al vento una croce senza credo
con il nome di chi non ricordiamo, là dove i desideri sono divelti dalla vita
e gettati come coriandoli alle nostre spalle, là splendeva quell’albero
di limoni lì.


 

Commenti
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antonino  - ...   |79.37.161.xxx |2012-04-18 23:18:57
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