Occhi nel vetro PDF Stampa E-mail
Tuesday 07 October 2008

Racconto finalista Subway 2008, di Enzo Mascolo - Genere: illusioni post-romantiche 

 
ImageSiamo a fianco nella metropolitana. Indossa guanti che non coprono le dita. Dita senza artigli, una vera rarità da queste parti. Ha un cappello alla francese in testa, messo di sbieco. Come il mio sguardo, che cerca di coglierne i particolari. Siamo troppo vicini e non ci riesco. Avrei preferito trovarmi di fronte. Dal cappello spuntano capelli vaporosi ma scompigliati, sembrano quasi rossi. Sono ciocche raggruppate con sapiente disordine, organizzato con pinzette di plastica colorata. L’abbigliamento in generale dà l’idea del trasandato ricercato. Ha una minigonna, sotto cui indossa dei pantajazz, mentre sopra un maglioncino lungo le copre la vita accogliendone i fianchi. Guarda avanti a sé, nel finestrino della fila di fronte. Cerco di intercettare il suo sguardo nello stesso finestrino.  
I suoi occhi nel vetro del mio vetro. Ascolto il suo discorso in bianco d’occhi. Disegno una traiettoria da sguardo altrove che passa per le sue iridi come un treno in corsa per una stazione: io, passeggero in cerca di un senso, le porgo sul piatto frugale dell’occhiata
la mia conoscenza.

Quando s’apre la porta, l’alito freddo della stazione si incontra con quello più caldo del vagone, passa attraverso la sua persona e mi arriva alle narici. Lo annuso: odora di vita, odora di buono. A tracolla ha una borsa nera, non certo una Luis Vitton. E’ l’unica parte di lei che posso guardare indisturbato. E non è sicuramente la sua parte migliore. E’ nera, o meglio, era nera, ora tende al grigio. Sembra abbia conosciuto i più sporchi pavimenti di Milano o forse strade e prati di mezza Europa. Sarà mica una di quelle punk di piazza Vetra? Ma no, ha qualcosa d’altro, che fa meno gruppo dedito al cazzeggio e più ricerca individuale, magari anche un tantino sofferta.

Intanto le fermate passano e io cerco un pretesto, un modo per entrare in comunicazione con lei. E’ ancora a mio fianco quando s’apre la porta per la fermata di Gioia. Scende la signora che si trovava all’estremità della fila, il posto più comodo, quello dove hai un solo passeggero a fianco e puoi appoggiare il braccio al sostegno in ferro. Appena la signora si alza, lei, con un movimento preciso e scaltro, si lascia scivolare sul seggiolino e raggiunge l’agognato posto. Movimento che fanno tutti, ma che a me sembra sempre scortese verso il passeggero da cui ci si allontana. Lasciarmi scivolare al suo fianco risulterebbe inopportuno, ma ho una gran voglia di farlo, di non staccarmi da lei. Mentre sto valutando se farlo o meno, due signore, provenienti dai due lati opposti, hanno adocchiato lo spazio vuoto tra me e la ragazza. Le vedo mentre si contendono a singolar tenzone quel posto, che poteva diventare mio. Entrambe non si guardano in faccia e con passi più veloci del solito raggiungono la posizione che permette di allinearsi all’obiettivo, per poi girarsi e sedersi. Si incontrano in quel luogo di mezzo, che una sola potrà sfruttare per la manovra. Quella che viene da destra è più aggressiva e non considera affatto inopportuno infilare il suo sedere davanti all’altra. L‘importante è sedersi e star comodi, il resto non conta. Occhi bassi e via. L’altra donna, più dolce, accetta di buon grado e si scambia un sorriso d’intesa con la “mia” ragazza. Questa subito le offre il posto anticipando le mie intenzioni, ma la donna declina con un altro dolce sorriso, cercando ulteriore conferma della sua sfiducia nel mondo nello stato d’animo in cui il gesto di poco prima l’aveva condotta.

Sono contento che la ragazza sia educata, ma tanto già lo sapevo. L’unico problema è che ora si è allontanata da me. Questo però ha un suo lato positivo, in quanto buttando uno sguardo oltre la testa della donna-pronta-a-tutto-usurpatrice-di-posti  posso vederla senza tema di essere intercettato nello sguardo. Posso osservarla meglio, ora. Ha un piercing sotto il labbro inferiore, l’orecchino al naso, un tatuaggio con tre stelline al collo. I capelli, confermo, sono rossicci, scalati e proprio mentre mi approprio di questi particolari si toglie il cappello. Ma quanto è bella! La pelle ha un pallore fantastico, i lineamenti sono estremamente regolari. Gli occhi sembrano avere lo stesso colore dei capelli… da questa distanza.

Entrano due ragazzi rom: Violino e Fisarmonica. La vedo subito sensibile a questa arte sparata addosso agli sguardi spenti dei passeggeri. Mi sembra quasi di vederla, la musica, che si adagia sulla loro pelle smorta color pece senza produrre effetto, se non quello che li spingerà a cercare un posto dove puntare gli occhi quando passerà vicino il bicchiere della Coca Cola reclamante l’obolo. Suonano ancora per una fermata, cercano di spremere le ultime gocce di vita dallo straccio bagnato che è una persona dopo otto ore a guaire, latrare, afferrare e sputare veleno in uno degli uffici di Milano. Lei, la vedo, è rilassata. Pesca ancora nella sua borsa e tira fuori un portafogli pieno di carte. Ne estrae delle monetine, poi, non contenta, ravana ancora nella borsa e racimola un buon 35 centesimi che, accompagnati da un sorriso, lascia cadere nel bicchiere del ragazzo. Fisarmonica continua a suonare un virtuosistico volo del calabrone, mentre Violino raccoglie. Io sono un’ape operaia senza spicci e senza voglia di trovarli. Spero scenda a Romolo, dove scenderò io. Se scende prima la seguo. Mi devo inventare qualcosa. Ormai la osservo sempre più spesso. Mi piace il suo sguardo, che incontro di nuovo, sembra quasi farmi un cenno. Ha un che di liquido e sentimentale.

Le dita dalle unghie non artigliate afferrano un libro dalla borsa: mi sembra Daniel Pennac (ma non ci giurerei: non riesco a decifrare il nome). Anche il libro è malconcio. Ogni tanto si ferma, ho l’impressione che anche lei mi guardi, con gli occhi che le sono spuntati a lato delle tempie. Occhi nelle orecchie, che annusano la mia estrema voglia di conoscerla. Quando arriva la fermata, ripone il suo libro malconcio nella borsa e si prepara a scendere. Osservo il suo ginocchio che perde l’angolo di 90° e si fa angolo giro: me la ritrovo in piedi. Deciso, balzo in piedi anch’io. La porta si apre e lei con una velocità che non mi sarei aspettato aggredisce la gomma della metro per trovare l’uscita.

La inquadro, le lascio una decina di metri di vantaggio e la seguo. Non c’è molta gente stasera e posso guardarla mentre cammina. Ha le gambe leggermente arcuate, ma l’arco è solo accennato: per capirci, niente a che vedere con la Marcuzzi. Il polpaccio è perfettamente disegnato, credo da qualche sport che ha praticato. Sale le scale che la portano all’uscita. Io sono dietro a distanza debita. Chissà se mi ha notato. Si ferma per attraversare le strisce e non posso fare a meno di arrivarle dietro. Passiamo sulle strisce imponendoci alle macchine, fermatesi malvolentieri e pronte a sgommare per la ripartenza. Sono due metri dietro di lei, comincio a sentire la sua scia e sa di vaniglia. Cosa devo fare? Ora è su via Vigevano e cammina troppo velocemente per i miei gusti. Le lascio il vantaggio, la lascio andare in fuga, tanto non mi scappa. Studio una tattica per avvicinarla. I negozi stanno chiudendo. Svolta a destra su Via Corsico: ci avrei giurato che è di queste parti. Ora potrebbe veramente insospettirsi di questa presenza che la segue ad una quindicina di metri di distanza. Passa vicino al Libraccio e dà uno sguardo alla vetrina. Io mi fermo vicino ad un negozio di ferramenta, apparentemente interessato ad un flessibile per il bagno. Riprende il suo passo svelto, puntando il ponte che attraversa il Naviglio, dove sono appostati i soliti spacciatori che la guardano lanciandole anche un richiamo. Lei risponde buttando all’indietro uno dei lembi della sua sciarpa. Quando passo vicino ai due moderni bravi manzoniani, mi rifilano uno sguardo tra l’ammiccante e il minaccioso, che non raccolgo. Scavalco le scale del ponte con passo ampio e veloce. Lei ha già attraversato la strada, mentre io sono costretto a far passare le macchine. Quando passo, vedo che ha svoltato a destra in una stradina laterale. Il gioco si fa interessante. Spero non abiti subito dietro l’angolo, perché la perderei quasi sicuramente. Quando arrivo alla svolta e getto lo sguardo alla fine della stradina, non la vedo più. Mi ha seminato e ora mi dico che l’ha fatto di proposito. E io che avevo già in mente la scena iniziale dell’”Ultimo tango a Parigi” in uno degli appartamenti fighi dei Navigli. Cioè, fatte le debite proporzioni.

Quando giro a sinistra, la vedo a metà della lunga strada, mi sembra quasi abbia rallentato e qualcosa di molto vicino ad un’allucinazione mi suggerisce che lei si è girata indietro, come per vedere se stessi arrivando. La fiction della mia mente è già bell’e a avanti nella narrazione di quello che agli occhi di un altro sarebbe solo un episodio di ordinaria indifferenza metropolitana. Ma mi sento stranamente eccitato, soprattutto quando vedo che lei ha rallentato di brutto. Si è girata di nuovo, stavolta l’ho vista. Se fosse spaventata accelererebbe, invece rallenta come un ciclista che,  consapevole che la sua fuga è segnata, si lascia riprendere per proseguire insieme all’inseguitore verso il traguardo. Sono di nuovo ad una quindicina di metri di distanza. Lei cammina con un passo estremamente sciolto. Ecco, si è fermata un attimo, guarda nella borsa e tira fuori un cellulare. Riprende il suo passo cadenzato, senza fretta. Io rallento ulteriormente, riparandomi ad una distanza tale da giustificare quella mia posizione da segugio. Siamo in una strada isolata, dove passano poche persone. Se fossi una donna, avrei paura ad essere seguita per una strada del genere. Ma lei sembra non perdere la tranquilla consapevolezza del suo passo. Armeggia ancora con il cellulare senza portarselo all’orecchio. Raggiunge un portone poco innanzi e, con una mossa decisa, infila la chiave nella toppa: la vedo sparire inghiottita dall’ingresso, chiuso poi dal portone a molla, con un pesante rumore. Accelero il passo, ma ormai se n’è andata, l’ho persa. Maledico la mia timidezza e la mia indecisione cronica. Ero convinto che ci sarebbe stata. Poi  mi giustifico dicendomi che, se lei avesse voluto, non sarebbe sparita così. Mi fermo in prossimità del portone, guardando il quadro del citofono con decine di nomi. Mi metto a immaginare il suo: Nora, Mara, Mona, Mina.

So dove abita, questo è già qualcosa, mi dico. E mi incammino per la strada che sbuca proprio sul Naviglio. Mentre cammino sento squillare il telefono: è un messaggio. “Torna indietro”. Numero sconosciuto. Sono sbalordito, ho il cuore che pompa come “in soglia”. E’ come se i pensieri avessero preso la materialità del marmo e mi fossero caduti in testa. Due parole scardinano la porta dell’immaginazione alitandovi la realtà. Una realtà che sa di buono. Poi penso ad uno scherzo di qualche buontempone dei miei amici.

Rimango incerto sui miei passi, senza sapere se tornare indietro. Ma come fa ad avere il mio numero? Davvero non saprei. Torno indietro e quando arrivo vicino al portone, sento il suono metallico che lo apre. Entro, incerto, non sapendo bene dove andare. Mi ritrovo in un cortile, che da un lato porta alle scale. Mi dirigo in quella direzione e quando raggiungo le scale, guardo in alto, dove sul pianerottolo vedo lei che aspetta. Salgo, titubante. Cerco di non guardarla mentre salgo le poche scale che ci separano. Quando arrivo vicino a lei, all’ultimo gradino, alzo gli occhi cercando i suoi. Prima di trovarli, mi allunga la sua mano, girandosi, come si fa con i bambini quando li si vuole portare a passeggio. Istintivamente allungo la mia, affidandola alla presa della sua mano sicura, che scioglie ogni imbarazzo. Entra nel corridoio che conduce alla sua porta, senza girarsi per guardarmi. Non mi vengono le parole, eppure vorrei capire, sapere cosa significa quello che sta accadendo. Ma il tutto mi sembra avere i contorni di un  sogno, dal quale ho fiducia a breve di svegliarmi. Ci avviciniamo ad una porta socchiusa, lei la apre e siamo dentro casa sua. Chiude la porta e dà un paio di mandate. Non ho nemmeno il tempo di vedere dove sono capitato. Si gira e posso vedere i suoi occhi liquidi che fissano i miei. “Stai tranquillo”, mi dice, mentre si avvicina piegando il capo come per ricevere un bacio. Non capisco più niente e assecondo quel movimento reclinando a mia volta la testa. Ci troviamo a metà strada, nell’umidità di un bacio pieno e tenero, un baratto di pelle tremante. Dura abbastanza a lungo e non posso fare a meno di aprire gli occhi cercando i suoi, ormai al riparo dietro le palpebre. Avverto l’odore di buono che avevo sentito prima. Sono eccitato. Ma ritrovo una certa padronanza, almeno fino al punto da arrivare a formulare una domanda di senso compiuto.
“Perché, che significa tutto questo?”
“Perché cerchi sempre un perché a quello che ti capita?”
“Ma che ne sai tu di me, se nemmeno mi conosci?”
“Pensi che io non ti conosca, ma io so benissimo chi sei”
“E come fai a saperlo?”
“Non è il momento ora, dopo ti spiegherò tutto”
Siamo in una casa molto piccola, siamo entrati direttamente in una cucina dall’arredamento minimale, con locandine di film alle pareti, quadri africani, piante e un certo disordine sparso. Intuisco che ci deve essere giusto un’altra stanza, quando la vedo imboccare la porta che vi conduce e sparire. Sono stralunato, ma l’eccitazione di poco prima si è intensificata. “Vieni, che aspetti!” sento chiamare dall’altra stanza dove, non senza remore, mi dirigo. La trovo già seminuda.

Pelle che si fa dura tessuti che si tendono sporgenze rivelate pieghe malcelate vuoti da riempire pieni da svuotare baci poco profondi e profondi baci in superficie
brivido che attraversa la carne liquido che si fa spazio turgori prolungati sensazioni accelerate quiete nella tempesta frenesia nella calma.

“Come facevi ad avere il mio numero?”
“Tu hai davvero la memoria corta”
“Spiegami”
“Un attimo solo e ti spiego tutto, devo andare un attimo in bagno”
“Ok”
I pensieri reclamano attenzione, stanchi della sospensione imposta loro dal piacere. Dove l’ho conosciuta? Ho un vuoto che non riesco a colmare. Mi sembra di averla incontrata, ma è come se l’avessi completamente rimossa.
 
‘Tornò dal bagno. “Ciao, come va, tesoro?”. Lei, con aria dolce.
“Benissimo, ma ora mi dici chi sei…”
“Non ricordi?”
“Scusa, ma davvero non ricordo”
“Tailleur nero, occhialini da intellettuale, capelli perfettamente ordinati e raccolti, ventiquattro ore in mano. Tu, dolcevita nero, con giacca grigia. Colloquio di lavoro, due mesi fa, candidata per un posto nella tua agenzia”.
“Non ricordo, come ti chiami?”
“Non ricordi. Colloquio perfetto, sembravi molto impressionato, la cosa sembrava fatta. Ada Merisi, 27 anni, Milano, laureata, masterizzata, due anni di esperienza.
“Non mi dire, eri tu, ma avevi i capelli più lunghi e di un altro colore, ora ricordo. E se ti devo dire la verità, eri anche più brutta”.
“La dritta sulla vostra agenzia me l’aveva data un’amica che aveva lavorato con voi. Mi aveva avvertito che le donne belle non erano gradite. Mi ero coperta dietro quegli occhiali orribili. Avevi detto che mi avresti richiamata”.
“Io avrei scelto te, ma il mio capo ha pensato bene di prendere una ragazza molto meno preparata per pagarla meno”.
“Ma avevi detto che mi avresti richiamata”.
“E il mio cellulare, dove l’hai preso?”
“Basta vedere un comunicato stampa della tua agenzia. Perché non mi hai richiamata?”
Cominciava ad alzare la voce, insistendo con quella domanda.
“Stai calma, ti ho spiegato perché non l’ho fatto. E come hai fatto a sapere che ti avrei seguita stasera?”
“Lo sapevo che avresti abboccato, intuito femminile, l’ho capito al colloquio che sarebbe bastato guardarti un attimo per mandarti in tilt. Perché non mi hai richiamata?”.
“E come facevi a sapere che sarei sceso a Porta Genova?”
“Ti ho seguito per molte sere e non mi hai mai notato, non ho mai trovato l’attimo giusto”.
“Ma perché eri vestita così?”
“La donna artista, di sinistra, alternativa e un po’ maledetta. Ti piace, eh?”
“E perché poi, volevi far colpo su di me?”
“Perché sei uno stronzo”
Ora cominciava ad urlare come un’ossessa cambiando repentinamente tono.
“Stai calma, spiegami”
“Sei uno stronzo, lasciami. Hai detto che mi avresti richiamata, lasciami”
“Ma non ti sto tenendo!”
“Lasciami”, urlava a squarciagola.
Intanto sentivo avvicinarsi il suono di una sirena di un’ambulanza.
‘“Lasciami, lasciami” continuava ad urlare come una pazza e correndo è uscita dalla stanza chiudendosi dietro la porta, peraltro a chiave. Non capivo cosa stesse accadendo. Ma cominciai a battere con i pugni contro la porta chiedendole di aprire. La cosa mi stava innervosendo e dovetti urlare come un pazzo anch’io, stavo perdendo il controllo. Lei urlava disperatamente come in  preda al delirio. “Apri stronza”, gridai più volte battendo contro la porta. Sentii aprire la porta d’ingresso, dopo aver udito distintamente due girate di chiavi. Ora sentivo il suo pianto.
“Dov’è?” sentii gridare.
“Agenti, meno male, siete arrivati!” Urlava e gridava piangendo. “E’ lì dentro, sono riuscito a chiuderlo dentro, mi ha costretto a fare l’amore con lui: mi ha seguito dalla metro fino a qui, si è introdotto nel  portone, mi ha raggiunto per le scale e mi ha costretto ad aprire ed entrare con lui. Mi ha costretto con la forza, meno male sono riuscito a chiamarvi dopo averlo chiuso lì dentro, aiutatemi”. Non distinguo mai l’ambulanza dalla polizia, e stavolta il malcapitato ero io, signor Giudice’.
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