Non dire falsa testimonianza PDF Stampa E-mail
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mercoledì 25 marzo 2009

di Sara Loffredi

Genere: Notturno

Il pomeriggio suono il pianoforte nella stanza vicino al refettorio, dove la musica fa finta di andarsene ma riappare dietro la schiena come per scherzo. Quando fuori tira il vento, i vetri delle finestre vibrano per accompagnare il canto.
Suor Antonia conosce i nomi delle note ma dice che complicano le cose, perché la musica arriva da dentro come una preghiera ed è troppo grande per stare su un foglio. Per ora mi ha insegnato i tasti bianchi. Do, re, mi, fa, sol, la, si. I tasti neri li uso solo nelle musiche della domenica e nella mia testa hanno nomi sempre diversi.
Anche Suor Antonia ha un nome che non è davvero il suo.
Solo io, in silenzio, la chiamo Marisa.

Saveria è bassa con il naso piccolo, gli occhi neri e le unghie rotonde che si piegano. Nessuno vuole stare vicino a lei nella fila per mangiare o prima di entrare in chiesa, quando ci mettiamo a due a due per baciare il crocifisso alla Madre Superiora. La sua mano diventa subito calda e appiccicosa. Quando la lasciamo sola Saveria si asciuga gli occhi con le maniche del grembiule e Suor Antonia le va vicino e la accarezza. Io dentro di me le urlo non crederci. Vuole solo essere compatita.

Le mie amiche sono due, Giovanna e Cristina. Dormiamo nei letti vicini. Giovanna ha i capelli chiari e lunghissimi, li tiene sempre legati stretti alla testa. Sembra più grande, ha già un po’ di forme delle donne. Cristina invece è piccola e magra con tutte le ossa che si vedono, corre sempre e parla velocissimo. Quando sua madre è morta era ancora piccola. Non parla mai della sua famiglia. A volte i fratelli la vengono a trovare, sono alti e parlano strano. Quando se ne vanno Cristina è sempre un po’ diversa, io e Giovanna ridiamo perché dice delle parole che non esistono, ancora più veloci del solito.

Suor Carmela sta in cucina e si occupa del pranzo e della cena per tutto il convento. C’è sempre qualche novizia che l’aiuta e noi bambine prepariamo le tavolate, laviamo le stoviglie e puliamo a terra. Ma è solo lei a cucinare. Non si ammala mai. Solo una volta si era presa una febbre alta e per dieci giorni non riconosceva più nessuno, neppure la Madre Superiora. Io pensavo che morisse. Non so chi avrebbe fatto da mangiare se lei fosse morta, in ogni caso poi è guarita e non si è più ammalata. Suor Carmela è alta e magra. Ma ha un segreto. E noi tre lo conosciamo.

Una settimana fa, Cristina si è fermata più del solito a riordinare e ha visto la suora prendere mezza forma di formaggio dalla dispensa e portarsela via. Quando ce l’ha raccontato non le abbiamo creduto, però l’altra sera, dopo le preghiere in chiesa, io e Giovanna stavamo tornando verso i dormitori quando Cristina è arrivata alle nostre spalle e ci ha detto di seguirla. Siamo corse verso gli alloggi delle suore e quando siamo arrivate davanti alla porta di Suor Carmela ci ha fatto segno di stare zitte. Si è accucciata e noi ci siamo messe accanto a lei senza riuscire a vedere bene, c’era poca luce, io spingevo e Giovanna mi teneva giù la testa. La suora era in piedi vicino al letto, ancora vestita ma senza velo. Le suore senza velo mi fanno un po’ impressione. Cristina non staccava gli occhi dalla fessura della porta e dai movimenti all’interno della stanza. Giovanna respirava piano, con la faccia seria. Io sentivo una strana paura dentro lo stomaco. Non era proprio una vera paura, più un timore dolciastro, una piccola voglia, come quella delle arance al mattino, insieme a una strana nausea. Andiamo via, ho detto piano.
Suor Carmela si è chinata a prendere qualcosa da sotto il letto. Quando Cristina l’ha vista si è girata verso di noi sorridendo. Quello che aveva in mano poteva essere qualsiasi cosa e neppure mi interessava perché ero occupata a cercare di non cadere. Ma quando la suora ha iniziato a mangiare, Cristina si è fatta raggiante. Io invece stavo sempre peggio. Quella scena mi ricordava i cani che ogni tanto vengono fin dentro il cortile del convento con la schiuma alla bocca. Suor Carmela staccava dei grossi pezzi che buttava giù con un suono di risucchio, mordendo e masticando, leccandosi ogni tanto le dita con un grugnito basso. Sentivo la pancia muoversi, gonfia di un liquido caldo e molle.
Siamo arrivate a letto appena in tempo e ci siamo messe sotto le coperte senza toglierci neppure i vestiti. Sentivo loro due ridere piano, Cristina eccitata e Giovanna che continuava a ripetere «che strano, però, che strano». Mi sono sdraiata ma la testa non aveva smesso di girare.

«Hai paura?» Cristina me lo chiede adesso, guardandomi fissa negli occhi. Le mani le tremano appena dentro le tasche del grembiule. Ha le dita rosse e sempre fredde, le nasconde per non tenerle in bocca. Giovanna è accanto a lei, ha le braccia incrociate sul petto, le labbra strette. La sfioro piano ma non reagisce, resta immobile. «Io non ho paura», le dico.
Cristina vuole che vada con lei perché è una cosa rischiosa ma soprattutto perché è sbagliata. Non le piace l’idea di finire all’inferno da sola e ci vuole trascinare anche me. «Allora vieni». Giovanna alza lo sguardo ma non verso il mio, ha gli occhi di chi vorrebbe restare fuori da tutto, li gira intorno lentamente. So che in fondo le dispiace che Cristina non l’abbia chiesto a lei. Ma più di tutto ha paura per me, perché sa che non dirò di no. Sarò io a deluderla di più. Sono l’unica a suonare il pianoforte meglio di lei.
«Lo sai che non è giusto».
«Hai paura».
«Ho detto di no».
«Ha rubato prima lei, non doveva farlo».
«Neanche noi».
«Lei è una suora». Cristina lo dice con uno strano sibilo e socchiude gli occhi.
«Io non entrerò nella sua stanza».
«Voglio solo riportare in cucina il formaggio, lo faccio anche per lei».
«Smettila».
«Sei cattiva, non ti importa niente di lasciarmi sola».
Giovanna respira piano, se fosse al mio posto saprebbe come togliere dalla testa di Cristina questa idea strana, ma al mio posto ci sono solo io. La notte sento ancora il rumore dei morsi e non riesco a dormire. Cristina, più di me, non riesce a pensare a nient’altro. Nella sua piccola testa vuole rimettere tutto a posto, ma questo non è il modo giusto. «Stai solo fuori dalla porta a vedere che non arrivi nessuno, entro io nella stanza. Ti prego». Sento che sto per cedere e lo sente anche lei. Vorrei dire di lasciarmi in pace, ma non è quello che dirò.

Suono il pianoforte con Suor Antonia nell’ora libera del pomeriggio. Lei batte il tempo con il piede mentre guarda fuori dalla finestra. Fa freddo, il cielo è chiaro, quasi trasparente. Ho scaldato le mani sotto le gambe, ho sfregato le dita ma rimangono dure e non riesco ad alzarle bene e a farle scivolare sui tasti. Questo è un pezzo nuovo, quando l’avrò imparato lo proverò sull’organo della chiesa. Suor Antonia me l’ha fatto sentire ieri con i pedali e tutto. È bella quando suona. Si siede sul bordo della sedia con i polsi alti, le spalle e la schiena dritte, gli occhi verso il soffitto. Sembra che possa solo farlo sottovoce, invece di colpo la musica diventa forte e riempie la stanza.
Se Dio le permettesse di tenere una sola persona al mondo lei sceglierebbe me. Non me l’ha mai detto ma io lo so. La sua voce con me è più alta, sta attenta che in chiesa non parli, mi porta in città la prima domenica del mese, vuole insegnarmi a suonare meglio di lei.
A volte chiudo gli occhi, mi aiuta a ricordare meglio la musica. Li tengo chiusi anche adesso e mi accorgo troppo tardi che Saveria è alle nostre spalle e ci osserva. Mi fermo. Suor Antonia si volta verso di lei. «Sai che non si interrompono le lezioni di musica». Lo dice con voce ferma, tranquilla. Lo dice come se le lezioni di musica fossero di tutti, non una cosa mia e sua.
«Mi scusi del disturbo, Suor Antonia». Ha la solita voce piagnucolosa, ma in realtà non le dispiace affatto, non vedeva l’ora di poter entrare qui. «La Madre Superiora mi ha mandato a chiamarvi…a chiamare voi e Caterina».
Ho i piedi ghiacciati. Non sento più le mani. Il poco calore del mio corpo è tutto concentrato nella pancia. Ci hanno scoperte. Hanno trovato i resti del formaggio. Abbiamo buttato solo le croste. Pensavamo che le avrebbero mangiate gli animali. Non dovevamo farlo.

Il refettorio è pieno, ci sono tutte le bambine e molte delle suore. Raggiungo Cristina e Giovanna senza parlare. Suor Antonia va a sedersi nei tavoli davanti. La Madre Superiora è in piedi, accanto a Suor Carmela. «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Vorrei rispondere Amen, ma ho la bocca secca.
 
Ci siamo allontanate appena dopo la preghiera. Di corsa, perché dovevamo anticiparla. Suor Carmela a volte passeggia prima di dormire ma non abbiamo mai capito se ci sono dei giorni precisi. A volte lo fa, a volte no. Quella era la sera giusta. Abbiamo aspettato di vederla dirigersi verso il chiostro piccolo, dalla parte opposta rispetto ai dormitori. La luna era un piccolo spicchio giallo che non riusciva a illuminare tutto il cortile. Avevo mentito a Cristina e Giovanna: io avevo paura. Rischiavo di urlare da un momento all’altro, con quel battito forte nella testa. Cercavo solo di non pensare.

«Lo Spirito Santo purifichi i nostri pensieri e renda limpide le nostre parole». Vorrei raggiungere Suor Antonia, nei banchi lì davanti. Mi stringerebbe la mano e mi sentirei subito meglio.

Siamo arrivate di fronte alla stanza di Suor Carmela. Abbiamo aperto la porta. Ho pensato respira, non succederà niente. Riporterete il cibo in cucina e tutto andrà a posto. Anche gli incubi. Cristina si guardava intorno con calma, nel buio che iniziava ad assumere qualche contorno. Io sono rimasta vicino alla porta della stanza mentre lei si è mossa piano, avvicinandosi al letto e sollevando la coperta da terra con le sue mani piccole. Le ha infilate sotto, tirando fuori qualcosa che non riuscivo a vedere bene. Poi ancora. E ancora. Si è alzata ed è venuta verso di me con le mani piene. Mi ha detto piano di uscire. Che aveva fatto, aveva preso tutto. Io sono rimasta ferma e in silenzio. Le ho messo una mano sulla bocca. Una luce. Dei passi. Non dire niente. Respira soltanto o ci scopriranno.

«Vi ho radunato tutti qui perché è successa una cosa di estrema gravità».

Nulla. Non ci hanno visto. Dobbiamo solo uscire e correre via, verso la cucina. Non ci sarà nessuno a quest’ora. Non ci scopriranno mai. Apro piano la porta. Guardo fuori. Cristina è alle mie spalle. Si fida di me, aspetta.

La Madre Superiora fa un lungo respiro prima di parlare nuovamente. Mi accorgo di desiderare che muoia prima di dire quello che già so. Dio, ti prego, chiamala a te, ora. Guardo Cristina vergognandomi dei miei pensieri. Lei mi restituisce uno sguardo che non ho mai visto, uno sguardo vuoto. «È stato infranto il settimo comandamento di Nostro Signore». Si leva un piccolo mormorio dalla sala.

Fuori non c’era nessuno. Sono uscita per prima. Cristina mi ha seguito. Ho visto che teneva in una mano quello che restava del formaggio. Nel grembiule aveva una mela, una pera e un pezzo di pane. Siamo andate velocemente verso la cucina, passando per il retro delle stanze. Correvamo cercando di non fare rumore. Improvvisamente Cristina si è fermata facendo cadere la frutta e il pane e accostandosi il più possibile al muro. Saveria era a pochi passi da noi, seduta da sola, con la testa fra le mani.

«Su comando divino, Mosè salì sul monte Sinai. Vi rimase per quaranta giorni e quaranta notti al termine delle quali il Signore gli affidò le tavole della legge, i dieci comandamenti».

Non ci aveva ancora visto. Il battito nella testa aveva ripreso, molto più veloce, scendendo come un fiume nelle mie gambe molli. Ragiona, Caterina, ragiona. Nessuna di voi dovrebbe essere qui. In quel momento, Saveria ha alzato gli occhi verso di me. Mi ha guardato. Mi ha riconosciuto. Si è chiesta cosa ci facessi lì, nel retro degli alloggi delle suore. Poi ha pensato che io potevo chiedermi la stessa cosa. Non ha detto niente. È corsa via.

«Al settimo, Mosè lesse: Non rubare».
Suor Carmela ha gli occhi cattivi. Sa che qualcuno è entrato nella sua stanza. Sa che qualcuno si è chinato accanto al suo letto, ha sollevato le coperte e ha preso il cibo. L’avrà scoperto subito? Sospetterà di qualcuno in particolare? Penserà a me, a Cristina, a Giovanna, che è sempre insieme a noi? Io non voglio che si prenda la colpa al posto nostro. Lei lo farebbe. Pensa sempre che abbiamo bisogno di essere salvate. Ma questa volta sarò più coraggiosa di lei. Andrò incontro al drago come San Michele. Dirò la verità.

Siamo rimaste un po’ in silenzio. Saveria poteva essere ancora in giro. Non poteva dire nulla perché avrebbe dovuto giustificare anche lei il fatto di trovarsi lì. Ma se ci avesse visto avvicinarsi alla cucina? Magari rimaneva apposta di guardia lì intorno. Era troppo rischioso cercare di rimettere tutto a posto. Ho guardato il cibo che Cristina stava raccogliendo da terra. Ho iniziato a sentire fame.

Suor Carmela riempie le sue parole di piccoli acuti. «È una cosa che non si è mai vista, un grave peccato».

Ci siamo sedute al buio, io e lei. Non sentivo più il battito nella testa. Però avevo freddo. Alle mani, soprattutto. Alla schiena, anche, sotto la maglia e il mantello che ha un grosso buco sulla spalla destra. È stato un attimo. Ho pensato che dovevo rammendarlo e che desideravo essere già nel mio letto, sotto le coperte, al caldo. Poi ho sentito il suono della mela quando viene morsa.
Silenzio.
L’ho immaginato?
Il rumore dei suoi denti.
Non ho detto nulla. Ho solo allungato la mano e ho preso il pane. Era duro da rompere con le mani. L’ho messo in bocca e ne ho staccato un pezzo, l’ho succhiato.

«Come ogni mattina mi sono recata nelle cucine». Suor Carmela si guarda le mani, incrociate sul petto. Tutte le bambine ascoltano la sua voce che sembra tranquilla. E, anche se non sanno perché, hanno paura.

Cristina ha finito la mela. Ha mangiato la pera, con il torsolo, la buccia e i semi. Non ha lasciato nulla. Io ho masticato il pane diventato molle sotto la lingua. Ci siamo divise il formaggio un pezzo a testa. Aveva un odore forte. La crosta si è spezzata facilmente sotto le nostre dita e lo abbiamo mangiato senza sentirne neppure il sapore. Ho lasciato la mia saliva colare sulle mani. Come negli incubi. Pensavo di essere migliore di lei, ma è durato così poco. Ero io. Sono sempre stata io quella creatura mostruosa. Senti il rumore che faccio. Non lo senti, Cristina? Nessuno lo sente?

Suor Carmela si ferma. Ci osserva. Io aspetto le sue parole come una liberazione. Dirà che qualcuno è entrato nella sua stanza, l’altra sera. Che qualcuno si è nascosto e ha frugato sotto il letto, tra le sue cose. Che qualcuno, prima ancora, l’ha spiata.
Suor Antonia ha torto quando dice che le streghe non esistono. Quel cibo era stregato, quel cibo è una maledizione.
Suor Carmela respira.
Io respiro.
Suor Carmela chiude gli occhi.
Io chiudo gli occhi.
E attendo la giusta punizione.

«È sparito un grosso pezzo di formaggio dalla dispensa. Qualcuna di voi l’ha rubato».

Resto immobile. Sento gli occhi della Madre Superiora sul mio capo chino. Non alzo gli occhi. Ma qualcosa, dentro me, urla.

Sta mentendo.
Sta mentendo.
Sta mentendo.

Quello che ha fatto non esiste più. Quello che abbiamo fatto non esiste più. C’è un filo immaginario che Suor Carmela ha tessuto come un ragno per collegare queste due cose e tutti lo seguiranno per uscire dal labirinto. La verità di cui parla è adesso l’unica esistente.

Lei ha rubato e noi abbiamo rubato a lei, così ora le sue mani sono senza colpa.

Mi volto verso Giovanna e Cristina. Hanno gli occhi bassi, sanno che non ci crederebbe mai nessuno. E in un attimo mi accorgo che non ci sono più nomi, che sono stati tutti cancellati.
Il nome di chi ha preso ciò che non gli appartiene.
Il nome di chi ha creduto di fare la cosa giusta.
Il nome delle note e dei tasti neri.
Il mio, mentre mangiavo quel pane.

Per la prima volta sento la mia voce alzarsi limpida sopra le teste, prima che io possa fermarla.

«All’ottavo, Mosè lesse: Non dire falsa testimonianza».

 
Commenti
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val_snake   |79.40.57.xxx |2009-04-04 23:42:17
immaginavo una bambina che parlava,mentre lo leggevo.sono subito entrata nel
personaggio,da subito ho visto con i suoi occhi.good!
flaminia   |78.168.238.xxx |2009-04-04 10:01:01
dopo dodici racconti credo questo possa continuare a mantenere uno dei primi
posti...
michele.paso  - Complimenti   |192.167.20.xxx |2009-04-03 09:02:48
Coinvolgente, scorrevole, un intreccio di sensazioni semplicemente e
sapientemente descritte..splendido il senso del tutto, che si svela a poco a
poco inondando, alla fine, il lettore..COMPLIMENTI!
Blumarek   |194.185.224.xxx |2009-04-01 14:46:08
Bello! passionale ma anche ben costruito...
odeallecamelie  - ...attenzione ai sogni notturni...:-)))   |93.148.197.xxx |2009-03-31 21:57:25
Paura e pancia collegate in eterna simbiosi
Nicolas1975  - Buono   |1.34.140.xxx |2009-03-31 15:36:58
Mi è piaciuto.
mariannanac  - Emozionale   |39.7.194.xxx |2009-03-31 09:35:51
Splendida capacità di descrivere le sensazioni e i personaggi.
Ottimo racconto,
complimenti
gekilla  - Complimenti!   |79.22.187.xxx |2009-03-31 07:53:31
è bello in tutto...non ci sono note...tra i finalisti!!!
laflor  - Non dire falsa testominianza   |151.82.23.xxx |2009-03-30 23:55:52
Il racconto, veloce ed incalzante, prende dall'inizio alla fine, trasmettendo
quel misto di curiosità e paura proprio dei bambini. La scrittura riflette
perfettamente il modo di parlare e pensare di una bambina e ti fa immedesimare
con la protagonista.
Tutti i personaggi sono dipinti benissimo con pochi
tocchi.
Complimenti davvero!
pier   |79.2.76.xxx |2009-03-30 22:09:43
molto bella l'abbientazione e scritto bene anche se io avrei limato
qualcosa.

Lo stile spezzettato è efficace, però in alcuni punti avresti
potuto utilizzare un periodo un po' più lungo, comunque bene!
oriana   |82.55.146.xxx |2009-03-30 21:46:24
che dire? complimenti!
Ivanilmatto   |151.57.87.xxx |2009-03-30 18:38:29
Racconto fanciullesco, discolo, liquido. Frasi brevi. Ci sono sapori e aromi. Da
leggersi con il volto immerso nel bosco, alla mattina, in estate. Mi ricorda
Zora la Rossa. Ciao
Antonella  - non dire falsa testimonianza   |94.160.100.xxx |2009-03-30 16:07:16
notevole! delicato e insieme salato
amato  - wow ke bello   |89.96.253.xxx |2009-03-30 16:04:24
che bello questo racconto... mi ha lasciato senza parole.. davvero splendido...
emmeti   |87.0.101.xxx |2009-03-30 12:41:39
Ciao Sara, ho letto il tuo racconto. La scrittura è piacevole, scorre fluida.
L'ambientazione risulta particolare. Si notano alcune parti in cui viene
espresso un vissuto, aree più calde, altre nelle quali la descrizione delle
parti sempre intensa è sostenuta da un coinvolgimento intellettuale. Il
sodalizio tra le bambine è efficace, dal pensiero si passa all'azione, come in
un film. La didascalia è contenuta in tutto il racconto. Genuina poesia e parola
che si fa racconto nella delicata tessitura.
Della Rosa   |78.12.255.xxx |2009-03-30 00:24:06
Tra i primi tre racconti è per me il più meritevole. Quello che ho letto con più
interesse. Bello!
flaminia   |78.161.240.xxx |2009-03-29 14:48:21
c'e' un mondo che si vede e dei nodi alla pancia che si stringono.
pulita
veloce incisa nelle parole, atmosfere credibili senza retoriche.immagini nette,
la voglia di arance al mattino.
solo un troppo di meccanicha nella parte del
racconto di come e' avvenuto il furto lo rende imperfetto. bello.
flam.
fabiano  - c'è quasi un 'ECO' nascosto. umberto..   |194.185.169.xxx |2009-03-28 13:14:37
il più convincente dei primi tre racconti pubblicati, brava sara! c'è una
crescente tensione, cosa rara quando si pensa all'idea rassicurante che dovrebbe
avere un convento ('il nome della rosa' a parte ). poi c'è rabbia, ingenuità
e complicità. davvero, bella storia. meritata finalista.
Birgitta   |82.48.108.xxx |2009-03-27 20:17:16
Bellissimo, racconto di grande stile, sia per tecnica narrativa che linguaggio.
Complimenti Sara!
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