| Deeper Underground |
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di VINCENZO GALLICO
Où la lampe passe, le mineur doit passer. “Dio mi perdoni”, disse lui salutandola. Francesca lo guardò con il tenero sorriso che si era cristianamente consolidato durante i venticinque anni di unione. Dal primo giorno di matrimonio quell’uomo faceva i capricci ogni volta che doveva uscire di casa, come se volesse impersonare il bambino che non era mai stato. Ne aveva viste di tutte i colori in vita sua: la Seconda Guerra Mondiale appena trascorsa, ma anche la Prima, durante la quale si era fatto le ossa come giornalista e come parlamentare nel governo austro-ungarico, e poi lo sforzo per fondare il nuovo partito, l’ostracismo politico ad opera di Mussolini, la prigionia insieme a lei, la sua adorata moglie, quando erano stati sorpresi dai fascisti sul treno per Trento. Anche oggi, come al solito, tentennava prima di varcare la soglia: fuori gli sarebbe toccato caricarsi sulle proprie spalle il peso dell’intero paese. “Il Signore ti perdonerà”, lo tranquillizzò Francesca. “Nella sua misericordia Lui sa perché lo fai”. Lei invece non sapeva che cosa angosciasse suo marito stavolta. L’uomo abbassò la testa. “Pensa alle nostre figlie quando devi decidere”, insistette la moglie. La stessa identica formula che aveva usato due anni prima quando lui aveva contrattato con gli inglesi e gli americani per il bombardamento della periferia di Roma. Pensa alle nostre figlie, alla famiglia, pensa all’Italia come se fosse una famiglia. “Grazie tesoro”, sussurrò l’uomo. La baciò sfiorandole pudicamente le labbra e facendo attenzione che gli occhialetti non scivolassero via dal naso. Si risistemò i capelli all’indietro e aprì la porta di casa. “A stasera, Alcide”, disse lei e scomparve in corridoio. Poche ore più tardi Alcide De Gasperi, l’uomo che quel 26 giugno 1946 incarnava le tre funzioni più importanti dello stato, Capo del Governo, Capo di Stato e Regnante Reggente, incontrò il primo ministro belga Van Hacker. Si sedettero a un tavolino e firmarono l’accordo come previsto: il Belgio post-bellico aveva materie prime, fabbriche attive e penuria di mano d’opera, l’Italia tutto il contrario. Barattarono. Per le figlie, la famiglia e l’Italia De Gasperi condannò centoquarantamila disoccupati italiani a emigrare, lo scambio era stato sancito: duemila morti di fame sarebbero partiti ogni settimana in cambio di tonnellate di carbone a prezzo scontato dal Nord Europa. Dieci anni dopo “Bonsuàr”, fece Giuseppe rientrando dal turno. L’uomo seduto al centro della stanza era rincasato da quasi dieci minuti. Lo guardò con disprezzo: “Non ti basta fare il cretino già fuori?”. “Fuori?”, sorrise amaro Giuseppe. “Fuori non è la parola più adatta”. “Nino, calmati”, provò a tranquillizzarlo la donna alle sue spalle. Parlava con un forte accento francese: “Lo vedi, no? È solo un ragazzo”. “Sciarlotte”, Nino si voltò verso di lei con due tizzoni al posto degli occhi, “questo qui l’italiano deve parlare, con me o senza di me”. Poi fissò Giuseppe: “Quando torniamo al paese non mi devono sfottere che mio fratello biascica come un ricchione”. Sbatté la mano a palmo aperto sul tavolo. Il bicchiere di vino sobbalzò e alcune gocce saltarono oltre il bordo macchiando il legno ammuffito. “Sa va bòn, Lott?”, insistette Giuseppe. “Finiscila Giù”, rispose la donna, asciugando il vino con uno straccetto. Anche a lei Nino aveva vietato di parlare francese, almeno dentro le mura domestiche. “Peppe”, riprese il fratello maggiore, “si può sapere che hai contro di me? Ma che t’ho fatto?”. Giuseppe non aveva proprio niente contro di lui. Semplicemente l’aveva convinto a raggiungerlo in Belgio. Perciò era anche colpa sua se da tre anni si stava spaccando la schiena sottoterra e se lo chiamavano sporco maccaronì. Le aveva ascoltate sin troppe volte le favole di Nino: una volta c’era la guerra, la miseria, la fame e poi era arrivato il sogno della prosperità attraverso il lavoro in miniera. Dodici franchi al giorno, aveva letto sul manifesto rosa, duemila lire al mese, Nino aveva davvero creduto di poter sfuggire alla povertà e di poter procurare un futuro benessere a tutta la sua famiglia. Da Castelsilano alla Lombardia con furore, la visita medica a Milano, uno dei primi passi da affrontare per la selezione: suo cugino Pasquale, ad esempio l’avevano escluso perché gli mancava il medio della mano sinistra, poveraccio! E poi il trasferimento sino a Bruxelles: “Un carro bestiame, tre giorni e tre notti”, raccontava Nino con enfasi eroica, “sembravamo gli ebrei”. E come gli ebrei erano andati ad abitare in baracche di un ex campo di concentramento. Qualcuno aveva optato per le locande, che erano buchi ridotti ancora peggio. “Schiavi”, proseguiva il racconto di Nino, “ci trattavano come schiavi. Ci avevano fatto firmare un contratto per cui non potevamo licenziarci in anticipo. Bastava assentarsi un giorno dal lavoro e finivi in prigione a Charleroi”. “E allora perché mi hai voluto qui con te?”, pensava Giuseppe ogni volta che sentiva la solita solfa. Nino la concludeva sempre con un: “Eppure dopo tanti sacrifici ne è valsa la pena...”. “Lo sai che non ho niente contro di te”, rispose Giuseppe anche quella sera, “con la miniera ce l’ho, con la fame, con le vertebre rotte e quei cornuti di Fanfani, De Gasperi e compagnia bella che ci hanno mandato quassù”. A Nino non piaceva parlare di politica, era una cosa che non li riguardava: “Fanfani ormai è morto!”. “No, è De Gasperì quello che è morto”, lo corresse Charlotte accendendo il fuoco sotto la pignatta. Era lei, Charlotte, la colta della famiglia. Già per il solo fatto di parlare un’altra lingua. Quei due invece erano un disastro quando dovevano aprire bocca in francese: Giuseppe spiccicava poche parole e ne capiva ancora di meno, Nino si rifiutava a priori. Eppure Charlotte gliel’aveva ripetuto che le cose si ottengono con la fatica e che nessuno possedeva la scienza infusa: anche suo padre faceva il minatore, diceva. Nino allora le rinfacciava che di fatica ne sapeva più lui e che comunque la madre di Charlotte aveva lavorato per qualche anno come maestra. “Hai la mattina domani?”, chiese Nino al fratello. In pratica lavoravano sempre con gli stessi turni, ma Nino costantemente chiedeva conferma. Giuseppe rispose: “No, domani vado in vacanza”, poi sbuffò e fece spallucce. “Certo che ho la mattina”. Entrambi odiavano quel turno della mattina. Giustamente! Restavi disteso a trivellare per sei, otto ore in spazi angusti, alti cinquanta, sessanta centimetri. Alla fine non riuscivi più a respirare. Almeno il pomeriggio montavi gli infissi di legno, la struttura della miniera, potevi restare in piedi. “Magari domani laggiù sarà un po’ più fresco”, provò a sdrammatizzare Charlotte. Quell’anno, il ‘56, stava facendo un caldo asfissiante, gli anziani del posto non ricordavano da molti lustri un agosto così. Ma i due fratelli Musmeci riguardo alla miniera non accettavano scherzi, guardarono entrambi Charlotte di sottecchi, Giuseppe alla fine le sorrise, mentre Nino rimase serio. “Quanto ci vuole per ‘sta minestra?”, chiese scolandosi il fondo del bicchiere di vino. Otto agosto, sei e quaranta di mattina. Il sole si affacciava timido dietro le colline artificiali delle cave attorno al Bois du Cazier. Le due grandi torri di ferro che servivano da traini si ergevano minacciose e cigolanti. I primi minatori del turno della mattina già entravano nelle gabbie e scendevano, il tragitto in ascensore durava tre, quattro minuti, ma alcuni di loro per raggiungere le gallerie avrebbero dovuto strisciare per quasi un’ora. Quando risalivano, gli ascensori portavano alla luce coloro che avevano fatto la notte, quelli che avevano raccolto il carbone. Nino e Giuseppe s’imbucarono nell’ascensore del pozzo uno, poco dopo le sette insieme con quattro mineurs belgi e due francesi. “La prima volta mi ha fatto impressione. Mi ricordo che era inverno e c’era la neve. Sopra tutto era bianco come da noi, sulla Sila”, disse Nino in vena di romanticherie, mentre il cancello della gabbia si chiudeva e l’ascensore veniva inghiottito, “poi siamo andati giù e tutto era nero”. Giuseppe osservò il viso del minatore francese che gli stava di fronte: gli occhi chiusi e le guance che gli tremavano. Anche a lui era rimasta la paura per quel viaggio dentro le viscere della terra. Trecento metri, cinquecento, settecento, novecento... li depositarono all’ultimo livello, quota meno mille e trentacinque. Laggiù le ventole pompavano l’aria dal basso verso l’alto per creare un po’ di corrente nei pozzi uno e due. “Benveniù all’infer”, provò a dire Giuseppe ai suoi compagni di viaggio scendendo dall’ascensore. Nessuno di loro gli diede retta. “Lo vedi?”, disse Nino che non perdeva occasione per umiliarlo. “Non ti considerano”. Si avviarono verso i cunicoli che gli avevano assegnato prima di scendere, ognuno s’imbavagliò, prese il martello pneumatico, si distese sul fianco. Poco dopo sentirono le esplosioni, le prime di quella mattina, la terra tremò appena: dal lato opposto scavavano altre gallerie. Giuseppe avrebbe preferito lavorare in un gruppo così: in fondo dovevi fare un buco nella roccia, infilarci la dinamite e nasconderti dietro l’angolo. L’unica cosa a cui bisognava stare attenti era che non uscisse il grisù a impestare la cava, ma per quello c’erano le lampade che segnalavano la presenza di gas. “Altro che fresco”, pensò Giuseppe iniziando a trivellare, “dovrebbe venirci Charlotte quaggiù. Ci saranno quaranta gradi”. Sua cognata gli piaceva, aveva carne ai punti giusti e dei bei capelli biondi e a volte lo guardava come solo certe femmine sanno fare. Lui comunque mai e poi mai l’avrebbe sfiorata per rispetto di suo fratello. In quella nuvola di polvere Giuseppe ogni tanto tossiva. Sentiva i contraccolpi del metallo sulla spalla: scosse che scendevano giù al corpo e alle gambe e su per il viso, sino alle labbra, alle mascelle. Tutto vibrava, persino le ossa. Si ricordò delle promesse di ricchezza che gli aveva fatto Nino anni fa: l’unica cosa che con il tempo avrebbe guadagnato lì sotto sarebbe stata la silicosi. Lui non aveva conosciuto il dramma della guerra, se la ricordava appena, da bambino. Aveva tutta la vita davanti a sé e non pensava di trascorrerla recluso sotto terra come un sorcio. Ad esempio sarebbe potuto tornare in Calabria o avrebbe sposato una riccona belga, forse un po’ più anziana di lui, con i fianchi larghi. Per andare a tradirla con ragazzine, ancora più giovani e belle di Charlotte. Nino lo diceva sempre che le femmine belghe uscivano pazze per gli italiani. “Quelle heure est-il?”, sentì dire da uno dei colleghi. “Huit heures et dix”, rispose l’altro. Le otto e dieci: era contento di averlo capito nonostante il trambusto dello scavo. Calcolò quando mancava alla fine del turno: “Ancora le otto e dieci?”, pensò. Poi sentì un’altra esplosione. Stavolta però gli sembrò diversa da tutte le altre. Le otto e dieci... Centocinquanta metri più in alto, sempre in corrispondenza del pozzo uno, un operaio italiano si lamentava con un compagno che i cavalli fossero presi più considerazione degli uomini dentro la miniera. Moriva un cavallo, l’ingegnere capo gli organizzava quasi il funerale; moriva un minatore, era una scocciatura. “Che poi ‘sti cavalli so’ furbi”, continuò l’operaio, “gli attacchi un carrello in più dei soliti otto, non te li trasportano... capisci? Stanno là fermi”. Detto questo, fece un verso alla bestia e spinse i carrelli. Sistemò il primo della serie sulla gabbia e chiamò a livello zero. Nel suo francese tartagliato disse che potevano tirare su. Il macchinario si mosse e sollevò il carrello. Soltanto allora l’operaio si rese conto che non aveva inserito i freni. “Troppo tardi”, si disse e sperò che tutto andasse bene. Il carrello scivolò pochi centimetri in avanti. “Forse non se ne accorgono”, pensò l’operaio. Il carrello invece avanzò ulteriormente, si sporse dalla gabbia e andò a sbattere contro una trave del soffitto a livello meno novecentosettantacinque. “Se ne accorgeranno”, pensò l’operaio e bestemmiò la Madonna. Se ne accorsero sì. La trave si spezzò, cadde sui cavi elettrici e li tranciò insieme ai tubi dell’olio e dell’aria compressa: una scintilla, una vampata e l’incendio volò verso l’alto. Si sviluppò nel giro di pochi minuti. I trecento metri superiori furono invasi da fuoco e fumo, le fiamme mangiavano il legno. Alle otto e venticinque un operaio raggiunse finalmente la superficie e diede l’allarme. Giuseppe sentì confusione, gli sembrò che urlassero in alto. Posò il martello, strisciò fuori dal suo loculo e andò verso il corridoio di smistamento alle gallerie. Si erano raggruppati in una quindicina vicino all’ascensore. Quattro di loro erano italiani. Osservò gli altri minatori parlare francese, non capì una sola parola di quello che dicevano, ma il fatto che si agitassero vicino all’ascensore non gli piacque. “Le gabbie non funzionano più”, gli disse uno degli italiani, “e lassù, per la Madonna, deve essere successo qualcosa”. Si sentì tremare le gambe. Si voltò e corse verso il punto dove scavava Nino, ignorando le urla alle sue spalle che lo richiamavano: “Guagliò”. Nino non doveva essersi accorto di nulla, era ancora lì disteso, trapanava con la solita rabbia. Giuseppe lo chiamò, niente, non lo sentiva, fu costretto chinarsi, strisciare sino a lui e a scrollarlo per la spalla. Nino spense il martello e si girò: “Prega Dio. Moriremo tutti”. Quindici giorni dopo I soccorritori non trovavano che corpi carbonizzati di uomini e di cavalli oppure gonfi come palloni, pronti a scoppiare. In alcuni casi le teste o le gambe si erano staccate dal corpo. Jules ci aveva fatto quasi l’abitudine. Anche l’orrore può creare assuefazione. A conti fatti dovevano esserci più di trecento persone là sotto. Inciampò sulla tavola di legno per caso, ispezionando una galleria dove erano già stati il giorno prima, l’illuminò con la lampada, la sollevò e lesse la scritta. Chiamò gli altri soccorritori immediatamente a raccolta. Nous sommes cinquante, allons à la 26 PO. Un messaggio d’aiuto, erano in cinquanta e si erano diretti verso la 26 PO, una delle poche vene che non avevano ancora ispezionato. Jules corse davanti a tutti, la zona sembrava essersi preservata, era buia, non vide cadaveri. Trovò la porta di legno chiusa davanti a sé, ben conservata. Si fece coraggio prima di aprirla. Dietro di lui, gli altri uomini spingevano. La socchiuse, entrò. Non c’era spazio neppure per poggiare i piedi. Jules rimase immobile. La luce della lampada sfiorò i visi di ciascuno degli operai. Si soffermò sui due in fondo, abbracciati. “Si somigliano”, pensò Jules. Fece entrare altri tre soccorritori, controllarono uno per uno: dopo pochi minuti sapeva ufficialmente che erano davvero morti tutti. Quello che non avrebbe mai saputo sarebbero state le scene di follia, di lotta dentro quel buco, la mancanza dell’acqua, il continuo bere la propria urina, il vedere gli altri spegnersi uno a uno. Non avrebbe mai saputo che Giuseppe era morto fra le braccia del fratello maggiore e che Nino era rimasto vivo soltanto con un belga a qualche metro da lui. Privi di forze non erano neppure riusciti ad avvicinarsi. Si erano parlati ognuno nella propria lingua senza capirsi, con poca saliva in bocca. Jules scosse la testa, diede l’ordine di tornare su. Charlotte lo vide uscire dall’ascensore e lo sentì dire in un italiano balbuziente: “Tutti cadaveri”. La donna accanto a lei si gettò a terra strappandosi i capelli. Lei invece guardò per l’ultima volta le torri di ferro della miniera di Marcinelle, si voltò e tornò a casa.
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