| Un’ora più tardi |
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di Vincenzo Mascolo Genere: Noir per caso
“La fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo”. Quando sento questa frase in bocca agli sconosciuti mi viene il voltastomaco. Odio i luoghi comuni, odio chi li ripete come un pappagallo. Ma proprio una frase del genere, manco a dirlo, potrebbe fare al caso mio. Sentite cosa mi accadde una sera come le altre.
Vivevo un periodo strano della mia vita, non avevo progetti e non mi ponevo obiettivi. Non me la passavo male. Non avevo un entusiasmo che mi facesse cominciare la giornata in allegria, ma nemmeno uno di quei problemi che ti fanno stare in pena tutto il giorno. Mi trascinavo senza meta, con la tipica indolenza dello studente fuoricorso, in attesa di un segno o di non so cosa. Non ve la faccio lunga, se no vi annoiate. Eravamo usciti di corsa dal locale. Era sabato sera e per fortuna il metrò andava quasi fino alle due di notte, un’ora più tardi rispetto al solito. Ci eravamo precipitati fuori dal pub, ubriachi ma non troppo, con l’allegra baldanza di chi è riuscito comunque a risolvere la pratica “sabato sera” senza incupirsi nella vuota solitudine di una serata a casa. Anche questa era andata, senza pensieri, senza tante complicazioni. Pensavo già al letto caldo, dove avrei dormito di gusto fino al pomeriggio del giorno dopo. Ci sono delle pisciate che arrivano improvvise, senza preavviso, senza che tu riesca nemmeno a preoccuparti di come e dove poterla fare. Un attimo prima era una sensazione latente, dopo diventa un peso insopportabile che ti fa precipitare in un’agonia da cui non vedi l’ora di tirarti fuori. Soprattutto se hai bevuto 4 medie e nel locale non hai ricevuto dalla vescica alcun segnale di allarme. Insomma dicevo, correndo, siamo riusciti a prendere l’ultimo metrò: ore 1.45 da Moscova. Ero assieme a Ste e Marco, i miei compagni di bevute. Appena ci siamo seduti, mi sono sentito oppresso dal bisogno di pisciare. Era una di quelle sensazioni che ti prende di petto, ti alza il bavero della giacca, ti sbatte contro il muro e con voce minacciosa: “Hai capito che non devi pensare ad altro?”. E tu cerchi di conversare per distrarti, ma non ce n’è. La compassione dei miei due compagni di viaggio, che di solito è paragonabile a quella di un serial killer, in quel frangente era esaltata dalla mia evidente pena e dall’alcol nel sangue: non trovavano di meglio da fare che prendermi per il culo, con versi e roba da scuola elementare. Mi invitavano a farla in un angolo del vagone, al riparo da sguardi indiscreti. Ma quella notte tutti avevano avuto la brillante idea di prolungare di un’ora il loro divertimento, abboccando in pieno alla pubblicità che avevo visto sui cartelloni dell’ATM. Il vagone, nonostante fosse tardi, era quasi pieno. Lo so che non è da persone civili prendere in considerazione un’ipotesi del genere, ma chi si è trovato in condizioni simili sa di cosa sto parlando e forse riesce pure a capirmi. Le fermate passavano lente. In preda all’istinto avevo pensato di scendere, ma poi avrei dovuto per forza chiamare un taxi, per giunta non avevo nemmeno i soldi per pagarlo, così come i miei due sfigati soci per prestarmeli. Quindi cercavo di resistere: cosa vuoi che sia una pisciata? Mi dicevo. Al riparo da sguardi indiscreti davo una strizzata al pacco sperando di generare qualche cambiamento nelle sensazioni che ne provenivano. Ma niente. Mi contorcevo sul seggiolino, sotto cui il calore del riscaldamento smollava e dilatava quello che io speravo rimanesse contratto e chiuso. Quando arrivammo in Porta Genova, a tre fermate dall’arrivo, gettai la spugna: sarei sceso. Mentre stavo per uscire dal vagone i miei due amici mi bloccarono ridendo come pazzi. Non ebbi nemmeno la forza di mandarli a quel paese, sarei sceso alla successiva. Per fortuna, arrivò subito, li salutai, quei bastardi, che mi lasciarono andare da solo, costipato e imbarazzato. “Svuotare la vescica gonfia è una delle grandi gioie umane”, disse una volta Henry Miller. Appena uscito dalla stazione di Romolo, mi appartai un attimo e mi abbandonai al piacere. Liberarsi da quel senso di oppressione fu una sensazione divina. A contatto con l’aria gelida della notte, dall’urina si levava una nuvola di fumo, ridicola e inappropriata. Chiamai per un Taxi e la ragazza disse che sarebbe arrivato in 5 minuti il 4416. Quando arrivò gli diedi il mio indirizzo, invitandolo a passare per la banca perché dovevo prelevare. Il display indicava già 6 euro e rotti. Se ne sarebbe andato un bel 20 euro azzurro, pensai, da inguaribile ottimista quale sono. Sentivo puzza di sudore lì dentro, aprii leggermente il finestrino nonostante facesse molto freddo. Durante il tragitto mi misi ad osservare il tassista. Era taciturno, non uno di quelli che comincia a maledire il suo lavoro e a bestemmiare contro le macchine che incrocia cercando approvazione e complicità nello specchietto retrovisore. Rallentava al momento giusto per beccarsi il rosso e, per arrivare alla banca che gli avevo indicato, aveva preso la strada più lunga. Tutto secondo copione, sapevo che il prezzo sarebbe salito rispetto alle mie previsioni. Arrivammo vicino alla banca, scesi pregandolo di aspettare. E chi lo muoveva da lì! Arrivai al bancomat, tirai fuori la carta e mentre la stavo per inserire nella fessura, alla mia sinistra vidi blocchetti di banconote verdi e gialle che spuntavano dalla cassa continua. Un malloppo mai visto. Mi bloccai, non sapendo bene cosa fare. Mi guardai intorno, e in alto, alla mia destra, vidi la videocamera. Avevo un cappellino calato in testa che mi copriva parte del viso, lo tirai giù portandolo ancora più in basso. Non inserii il bancomat, guardai verso il tassista: si era distratto. Con un movimento rapido diedi le spalle alla telecamera, feci leva sulle banconote sporgenti per aprire ulteriormente la cassa, dentro c’erano altri due mazzetti verdi e uno giallo. I primi due li misi in tasca, gli altri li infilai in borsa. Prima di entrare in macchina, dal mazzetto dei 50 tirai fuori un biglietto per il taxi. Quando entrai lo vidi che mi squadrava stranamente. Ero teso e nervoso. La scena che vi ho descritto poco fa dà l’idea di una persona scaltra, ma chi mi avesse osservato bene avrebbe visto quanto ero agitato e nel panico. Ripartì senza chiedermi nulla. Non eravamo lontani da casa, mi pentii di avergli dato il mio indirizzo, ma ormai per non destare sospetti avrei dovuto far finta di niente. Arrivammo a casa con il tassametro che segnava la bellezza di 27 euro. Gli diedi il 50 e dissi di darmi solo 20 euro di resto, non volevo aspettare che cercasse le monete. Lui protestò e mi volle dare gli altri 3 euro. Salutai. Rispose. Tutto ok, ero a casa, con un malloppo enorme. Non vedevo l’ora di contarli. Quando entrai in casa avevo il cuore che pompava come in soglia. Prima cosa: contare i soldi. Era sabato notte, ero solo a casa, il mio coinquilino era partito per il week end. Tirai fuori i mazzetti di banconote e contai prima i 50 euro. I due mazzi contenevano 100 banconote l’uno, totale 10.000 euro. In ogni blocchetto da 100 euro avevo contato 100 pezzi. Se la matematica non mi ingannava, avevo tra le mani 40.000 euro. Una bella sommetta, non trovate? Nella mente dopo il calcolo diedi spazio alla fantasia con l’immaginazione a manetta. Aprire un agriturismo in Toscana, il mio originale sogno del cassetto, poteva rimanere chiuso lì: al massimo ci avrei comprato la stalla e a stento ci avrei messo una mucca dentro. Niente da fare. Dovevo solo pensare a godermi un po’ di più la vita. Viaggi: Europa, Thailandia, Brasile. Un bell’annetto sabbatico non me lo toglieva nessuno. Perché sabbatico? Tu non lavori, a stento quest’anno hai dato un esame, quindi non studi nemmeno, da cosa ti devi staccare per un anno? Questa che sentite in sottofondo è “the voice”, la voce stronza che ogni tanto mi torturava con cose senza senso. Un anno sabbatico, vuol dire che per un anno smetto anche di far finta di studiare, zero pensieri, obiettivo: cambiare modo di vedere le cose. Viaggi, esperienze, in una parola, “vita”, e se ci metti pure l’aggettivo vicino, “vita vera”. Ero sul divano, cominciavo a rilassarmi e diventavo quasi euforico. Pensavo a un’ora prima in metrò, quando ero seduto e in ansia. Non c’è niente da fare, nulla nella vita capita a caso. Era scritto, doveva succedere. Un sorriso grosso così cominciava a farsi largo dentro di me. Ma in uno che è sempre stato ansioso e preoccupato, in uno che difficilmente riusciva a godersi le cose senza trovarci una controindicazione, secondo voi, quanto tempo poteva durare quello stato d’animo? Poco, pochissimo. L’istinto di conservazione cominciava a farsi spazio dentro, con ammonimenti vari. E se ti scoprono e ti mettono in galera, in fondo hai rubato questi soldi? Innanzitutto li ho trovati, ma poi come fanno a scoprirmi? Non credo che riusciranno a risalire a me, c’era buio e poi avevo il cappellino calato in testa. Dovrebbero analizzare le foto di tutti i clienti della banca e confrontarle con quella sagoma scura nella telecamera. Il tassista? E come può venirlo a sapere? Non si tratta di una cifra enorme non credo che chi li ha persi ci tenga a fare molta pubblicità, chissà come li ha guadagnati. E che sveglione deve essere per lasciare così i soldi in giro! Insomma stavolta la voce aveva torto, non c’era alcun motivo per non tenersi quei soldi. Avrei viaggiato per mezzo mondo a spese altrui. Ogni tanto qualcuno lassù vede e provvede. Ha visto che periodo di merda ho passato e ha deciso di ricompensarmi, in fondo, eccetto a me stesso, non ho mai fatto male a nessuno. Queste sono cose da raccontare, ma a chi? A quei due bastardi che non mi hanno nemmeno accompagnato? Niente da fare, poi non starebbero zitti un attimo anche se gli allungassi qualche bigliettone. Dopo aver nascosto per bene il malloppo, passai la notte steso sul letto. “The voice” ogni tanto faceva capolino. Ma ti sembra giusto? Perché non vai a restituirli? Ma poi pensavo: non sono mica il primo a cui è capitata una cosa del genere? Non molto tempo fa una signora sarda ha restituito una cifra molto più alta della mia. L’ha portata ai carabinieri e il giorno dopo tutti i giornali sono andati ad intervistarla. Lei ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità, ma cosa glien’è tornato in tasca? Quelli che avevano fatto la fesseria non l’hanno nemmeno chiamata subito per ringraziarla. Anche a me capitò più o meno una cosa simile da ragazzo. Trovai un portafoglio con 120 mila lire, un’enormità a quei tempi. C’era anche il documento di chi lo aveva perso. Era una ragazza, la conoscevo. Decisi di portarglielo fino a casa. Rimase stupita per quel gesto tanto spinto, forse esagerato. Cosa volevo per fare una cosa del genere? Ebbi in cambio un “grazie” nemmeno troppo entusiasta, la madre non mi offrì nemmeno il caffè. Lo restituii perché sapevo che con 120 mila lire non mi sarei mai potuto comprare tutta la riconoscenza che quella ragazza avrebbe avuto nei miei confronti. Sì, sono un inguaribile narcisista. Fu tutto meno gratificante del previsto, mentre tornavo a casa ero già pentito di quello che avevo fatto, e per giunta ero al verde. Bisogna imparare dalla vita, no? E allora stavolta li tengo. Passai la notte fantasticando di paesi esotici dove mi sarei rilassato per bene, un attimo dopo manette mi luccicavano ai polsi. Mi addormentai con le luci dell’alba e mi svegliai di sera, non sapevo se avevo sognato o mi era accaduto davvero. Andai a verificare se c’era il malloppo. Era tutto lì. Ero di cattivo umore, come ad uno che gli è capitato una cosa spiacevole e ora deve affrontarla. La cosa turbava il vuoto dei miei giorni, un ordine ben stabilito fatto di niente e noia, nel quale mi trovavo bene e col quale convivevo ormai da un anno. Svegliarsi di sera, di domenica sera per giunta, è come precipitare direttamente all’inferno. Odio la domenica sera, da sempre, e quella sera la odiavo di più. Sarà stato Leopardi e la sua sera del dì di festa, non lo so. Ora sono d’accordo con la voce, che ci faccio con questi soldi? Non mi risolvono la vita e magari qualche poveraccio passerà un guaio per questa cosa. Succede sempre così, ci andrà di sotto qualcuno più sfigato di me. Non voglio pesi sulla coscienza. Domani vado a consegnarli alla polizia, spero capiscano. Accesi la televisione per vedere se qualche telegiornale aveva riportato la notizia, ma non dissero niente. Andai a letto tardissimo. Il giorno dopo mi svegliai a orario di pranzo, mangiai e feci una doccia. Pensai di nuovo al da farsi e non ebbi ripensamenti. Saranno state le 19 quando presi i soldi, li misi in borsa e uscii. Decisi di andare al commissariato di via Tabacchi, il più vicino a casa mia. Aprii il cancello e mi incamminai. Una macchina mi si affiancò e chi c’era dentro? Il tassista. “Entra in macchina”, mi disse. “Perché?”. “Ti faccio vedere una cosa”. “Perché dovrei?” Prese il giornale che aveva sul sediolino davanti e me lo mostrò indicando un articolo al piede della pagina. “Come ho buttato 40.000 euro”. Sottotitolo: “sbaglia il deposito alla cassa continua”. Entrai in macchina e lessi l’articolo. Parlava proprio della banca dove avevo trovato i soldi. Era un ragioniere che aveva sbagliato il deposito per un supermercato. Era convinto di aver concluso l’operazione, ma qualcosa non aveva funzionato e lui non se ne era accorto. Chiedeva a chi le avesse presi di restituirli. Avrebbe avuto un decimo della somma come ricompensa. L’articolo diceva che non c’erano indizi su chi avesse potuto prenderli. “Tanto sto andando a restituirli”. “Bravo, ci andiamo insieme”. “Perché?”. “Perché mi sento tuo complice e voglio esserci anch’io quando arriverà il proprietario. Mi avresti coinvolto in una vicenda molto scomoda, meno male che hai preso questa decisione”. Era strano sentirlo parlare così a lungo dopo i singulti di due sere avanti. “Sto andando al commissariato di via Tabacchi”. “Ma no, avevo già detto ad un mio amico poliziotto che mi sarei rivolto a lui se avessi saputo qualcosa in più. Lavora al commissariato di Piazza Udine. Ti accompagno io, sali”. “Ma perché andare così lontano?”. “Stai a sentire me, è più tranquillo trovare uno che può capire meglio la situazione. Gli diremo tutto quello che è successo e ti giustificherai con più tranquillità per questo giorno di ritardo nella riconsegna dei soldi”. “Ok, va bene”, il suo ragionamento mi sembrava filare e andava ad incidere su un aspetto che anch’io avevo considerato. Mentre stavamo arrivando a Udine, chiamò il suo amico, che disse di raggiungerlo al vicino Parco Lambro, dove avremmo parlato con calma prima di andare al commissariato. Svoltò nella stradina che costeggia il Parco e dopo due-trecento metri fermò la macchina. “Lo aspettiamo qui”, disse. “Scendi, fumiamoci una sigaretta”. “Grazie”, accettai la sigaretta, mi fece accendere, aspirai avidamente, mettendo una mano sulla borsa a lato per sentire i soldi. “Come hai capito che potevo essere stato io?”. “I 3 euro che non volevi di resto. La banca era quella e coincideva pure l’orario, perché il tizio dice che ha depositato i soldi poco prima”. Eravamo appoggiati al cofano. Squillò il suo telefono in macchina, andò a rispondere. “Ok, arriviamo”. Disse. Non so se avvertii prima lo sparo e poi il lancinante dolore dietro la schiena, a sinistra. Caddi in avanti, con la faccia a terra. Sentii diversi colpi a vuoto, come se la pistola fosse inceppata. “Porca puttana” urlò. Venne vicino, cominciò a prendermi a calci nello stomaco, poi passò alla testa: si fece buio. Se sono qui a raccontarvi questa storia, vuol dire che non sono morto. Mi trovò in fin di vita una coppia che poco dopo si era appartata in quella strada. Chiamò un’ambulanza, arrivarono e riuscirono a salvarmi. La pallottola aveva sfiorato il cuore, il calcio in testa non me l’aveva spaccata. Raccontai tutto alla polizia, ricordai il numero di taxi, risalirono al tassista. Lo trovarono che giocava al videopoker in un bar vicino casa. Aveva già buttato via buona parte dei soldi. Si difese dicendo che aveva dei debiti, confermò la mia versione. Ora è in galera, dovrà restituire tutti i soldi. Un giorno, mentre ero a casa a studiare, squillò il cellulare, un numero sconosciuto: “Pronto?”. “Pronto è il signor Guidoni?”. “Sì, sono io”. “Sono il proprietario del Supermercato, come sta, si è ripreso? “Va meglio”. “Volevo ringraziarla per quello che ha fatto”. “Ma si figuri”. “Che ne direbbe di fare quattro chiacchiere?”. “Riguardo a cosa?”. “Sarebbe interessato a lavorare con noi?”. “No, non mi interessa lavorare, mi devo laureare, faccia come se avessi accettato”. Dopo averlo salutato, mi affacciai alla finestra di casa, mi accesi una sigaretta e assaporai con gioia il mio respiro: ero vivo e lì fuori c’era un albero che avevo guardato migliaia di volte senza mai vederlo.
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