Confessione d’amore PDF Stampa E-mail
mercoledì 23 settembre 2009

 

di Rossano Musca

Premio Speciale città di Palermo

Introduzione di Giovanni Puglisi

GENERE: rosa siciliano - 5 FERMATE

COPERTINA al TRATTO di Marco Bertucci

 
 
ImageLa strada era appena illuminata da un sole polveroso: la via che portava al convento era alberata e fresca, ma il maggio siciliano preannunciava già il gran caldo estivo. Lungo il sentiero, solitamente desolato, camminavano due donne.
La più anziana teneva gli occhi fissi davanti a sé: il suo sguardo sembrava afflitto e preoccupato, ma in realtà dissimulava un’irremovibile determinazione. L’altra, una giovane donna sulla trentina, le camminava a fianco con un’espressione compunta, seguendo il suo passo, con la testa leggermente reclinata di lato, le mani congiunte in grembo, gli occhi sulle pietre della strada.
Alle loro spalle il paese era diventato piccolo, un mosaico di tegole grigie dal quale emergeva il prospetto della chiesa madre e il lungo campanile dalla cima appuntita. Era un paesino dell’entroterra dalle tradizioni antiche, in cui si coltivavano ancora le abitudini e le usanze di una volta, e il progresso dei tempi non aveva ancora intaccato i vecchi valori, che resistevano come ultime sentinelle barricate in una fortezza isolata. Un paesino fatto di gente semplice, che lavorava da lunedì a sabato, e magari la domenica, ma che non mancava di sciamare proprio la domenica prima in chiesa per la messa, poi in piazza per il chiacchierio. Un paese di persone semplici, che in fondo si accontentavano di piccole gioie quotidiane, che conducevano la propria esistenza lungo vie rette e ordinate.  
Così erano anche le due donne: la madre, da buona credente, aveva impartito alla figlia tutti i precetti che lei  aveva ricevuto da sua madre; e la figlia, a sua volta, crescendo aveva dimostrato di aver compreso e assimilato. Questo per l’anziana donna costituiva motivo di vanto, tanto che a volte le comari si stancavano di sentirla declamare le lodi e le virtù della figlia.
Ma c’era una cosa che la povera donna non diceva alle amiche, una cosa che non poteva confessare. Certo la confessione era fuori di dubbio uno dei sacramenti più importanti e andava praticato con costanza, ma che si avesse bisogno di confessarsi ogni giorno senza che ne saltasse uno poteva lasciare adito a vaghe supposizioni. Chissà quali nefandezze avrebbero attribuito alla figlia, se avessero saputo: quando le capitava di pensarci le salivano i brividi su per la schiena. Si sa che in un paese è difficile tenere a freno le lingue. Lei però non era di lunga immaginazione come le comari, e non si curava più di tanto del fatto che la figlia esprimesse il desiderio di confessarsi così spesso. D’altronde, qualche pensierino cattivo – poi immediatamente ammesso in confessionale – l’aveva fatto pure lei, e aveva cominciato a osservare da lontano la figlia: ma nulla aveva scoperto. La giovane donna stava per lo più in casa, andava in chiesa la domenica e passeggiava lungo il corso con le amiche, ogni tanto, quando era libera.
C’era stato un periodo in cui la madre era arrivata persino a controllarne segretamente tutti gli spostamenti, lasciandole più libertà del consueto, ma la figlia si era dimostrata un esempio di integrità morale, non rivelando stravaganze né alcuna strana frenesia. Dunque, aveva concluso la madre, il fatto che la figlia si confessasse ogni giorno non poteva che rappresentare un ulteriore segno tangibile di quella inalterabile virtù che albergava nella sua anima pia.
Rimaneva soltanto un aspetto che la turbava lievemente, come un piccolo bagliore clandestino appena intravisto sotto grigi stati di cenere: vero era che alla fine aveva finito per accettare quella retta abitudine della figlia, vero era che aveva accertato la buona fede delle sue richieste, eppure non sarebbe mai riuscita a capire quale fosse il motivo di quelle improvvise contrizioni di dolore, la causa di quei repentini impulsi di penitenza che talvolta coglievano la ragazza di colpo, portandola a chiedere intensamente e con urgenza il sacramento della confessione.
L’aspetto più fastidioso della faccenda era che il parroco della chiesa madre mancava spesso dal paese per affari, così che, per assecondare l’impellente bisogno di purificazione della figlia, la madre si trovava costretta ad accompagnarla fino al convento dei cappuccini: non distava dal paese che dieci minuti a piedi, ma percorrere quel cammino assiderata dai geli invernali o collassata dalla calura estiva per l’anziana signora non era certo piacevole né tantomeno salutare.
Ed era proprio lì, al convento, che adesso erano dirette: la figlia aveva avuto uno dei suoi malesseri, manifestando d’un tratto il desiderio di confessarsi, e la madre come sempre l’aveva assecondata, consolandosi della bella giornata primaverile.
Tirava un leggero respiro di vento, che gonfiava le vesti delle due donne, alzando le loro gonne poco oltre il limite impudico del ginocchio. La donna più anziana teneva il vestito basso e cercava di non farsi scompigliare i capelli, raccolti rigidamente in un chignon alla sommità della testa, riportando con le dita le esili ciocche ribelli al proprio posto. La ragazza invece lasciava che il vento la abbracciasse, aderendole al corpo e rivelando sensuali rotondità prima nascoste dalle pieghe della veste profumata, e sembrava non badare all’ubriacatura dei sensi che emanava dalle imminenti fioriture che esplodevano attorno. Davanti a loro si stendeva un accavallarsi di pendii, macchiato da tappeti di viti che tra qualche mese avrebbero prodotto dolci vini, e la strada che portava al convento sembrava delineare orizzonti immaginari. A destra e a sinistra crescevano antichi ulivi, assopiti in contorsioni frondose mentre, poco sopra le loro radici, scorrerie di colore ondeggiavano al lieve vento di campagna.
La donna più anziana fece un gran respiro, aspirando tutti gli odori della sua gioventù. I profumi stimolarono la sua memoria, eco di antiche avventure: la donna sentì una linea calda attraversarle per un attimo il corpo, e si domandò se la figlia fosse così tanto presa dal proprio turbamento da restare insensibile a quei richiami.
Ma non ebbe tempo di rispondersi, perché appena oltre un’ultima cunetta si prospettò davanti ai loro occhi il profilo obliquo del convento.
L’intera costruzione era realizzata con pesanti blocchi di pietra, che la sera si accendevano di una luce languida e rosa. Disposta di taglio, un’alta torre annunciava ai viandanti l’arrivo, sembrando quasi invitarli a entrare. Madre e figlia percorsero l’ultimo tratto di strada, fermandosi proprio di fronte all’ingresso.  
Da dietro il pesante portone di legno si sentì un bussare insistente: dai tuppi tuppi ripetuti, il frate che andò ad aprire capì subito di chi si trattava. Ma ugualmente ripeté la frase con la quale accoglieva indistintamente i visitatori del convento: “Chi è là, a chi cercate?”, disse e parve che un angolo della bocca gli si sollevasse nel pronunciare l’ultima parola.
La donna più anziana, che aveva bussato, rispose al solito modo: “Il cappuccino, per la carità”.
Immediatamente, si sentì uno scorrere di ferro e il pesante portone si aprì. Al frate apparvero le due donne: l’una lo guardava dritto negli occhi con uno sguardo serio e addolorato, l’altra compunta teneva gli occhi bassi e stava un passo indietro. Il frate, un uomo sulla quarantina dalla barba nera e ispida, con due occhi scuri e grandi come caffè, le fissava tenendo le braccia unite dietro l’ampia schiena.
“Prego, entrate”, disse, invitando le due donne a entrare. Il portone si richiuse alle loro spalle. Il frate fece strada e le condusse, attraverso un lungo corridoio all’aperto, all’interno del convento, in una grande stanza nella quale l’ultimo sole pomeridiano filtrava attraverso una schiera di bifore. Una volta dentro, con tono pigro il frate si rivolse alla donna più anziana e le chiese: “Cosa vi affligge, sorella?”.
“Frate cappuccino, lassatimi stari – rispose la donna, all’improvviso agitata – Lasciatemi stare, che ho la figlia mia che mi sta male. Mi si stringe il cuore, ogni volta. Sempre lo stesso dispiacere, sempre lo stesso dispiacere. Vede questa figlia mia? Oramai la conosce. Ecco, è lei il mio cruccio: ogni giorno che il Signore manda sulla terra, mi dà pena e pensiero”.
“E come mai?”, chiese l’uomo, incuriosito dalla ripetizione di quel rituale che sapeva a memoria.
“Non si può spiegare: un momento prima sembra che sta bene, che è in pace con Dio e con gli angeli, poi subito mi chiama: mamma corri!, mi dice che non sta bene, che si sente un groviglio dentro la pancia, che sta male e ha bisogno di… di liberarsi”, concluse con esasperazione la donna.
La figlia intanto non aveva ancora alzato gli occhi da terra: da quando era arrivata, non aveva fatto che tenere la testa bassa e guardare le linee morbide dei suoi piedi.
“Ha bisogno di liberarsi?”, chiese il frate e, se non fosse rimasto impassibile, si sarebbe detto che avesse sorriso.
“Sì, mi ha capito – gli rispose la donna con affanno – Di liberarsi dal male che la fa soffrire. Ogni tanto la piglia un fortissimo bisogno, ma così all’improvviso, così all’improvviso che alle volte persino mi spavento, mi inginocchio e comincio a pregare i santi che…”.
“Oh, ma non c’è bisogno”, la interruppe il frate, che per un attimo sembrò scacciare dalla mente strane immaginazioni.
“Come non c’è bisogno? – fece stupita l’anziana signora, arrivando finalmente al punto – E se sta male, cosa devo fare?”.
“E se sta male, – disse allora il frate, con voce suadente – facitila cunfissari. Sì, fatela confessare, – ripeté – che io assolverò i suoi peccati. Solo così potrà liberarsi del rimorso che la turba e finalmente rasserenarsi. Dunque, figliola, desideri aprirmi il tuo cuore?”.
Il frate si era rivolto direttamente alla giovane donna: la sua voce aveva perso quel tono sfumato diventando d’un tratto dolce come una carezza.
Finalmente, la ragazza sollevò lo sguardo dal pavimento: i suoi occhi azzurri si incontrarono con quelli neri del frate. Un’emozione incontrollata emerse, corse fino in alto e le fece brillare le pupille, facendole luccicare come stelle; tra le ciglia affiorò il fremito di una passione che non poteva essere nascosta oltre.
Ma fu solo un attimo. Appena uno spiraglio d’amore, perché subito dopo la ragazza tornava a guardare in basso come aveva fatto fino a quel momento. Forse fu per la brevità dell’intesa che la madre sembrò non cogliere il fugace scambio di sguardi. Il frate in ogni caso risolse la situazione.
“Bene – disse, rompendo quel filo di silenzio che aveva avuto il tempo di insinuarsi – È ora di andare. Devo tornare dai miei confratelli, tra poco sarà ora della compieta. Prego, figliola…”, e con un gesto della mano invitò la giovane donna a entrare in una piccola stanza. Lei obbedì timidamente, entrò e rimase sotto la luce sbilenca che proveniva dall’unica finestra. Il balcone, che si apriva sulla tranquillità oziosa di un cortile interno, si offriva al romantico sipario del tramonto. La sonnolenza del sole lanciava raggi sempre più fievoli, che entravano nella piccola stanza languidi e furtivi, quasi si adagiassero in una calma voluttà, attendendo il richiamo del crepuscolo. La giovane donna si accese di ombre e luci, mostrando una bellezza insospettata.     
Il frate entrò dietro di lei, ma restò a un passo dalla soglia, come stesse meditando qualcosa.
Chiuriti sta finestra, – disse poi d’un tratto – chiudete questo balcone. Chiudete tutto, figliola, che non si senta la confessione. Le parole pronunciate al proprio confessore devono restare segrete e non raggiungere nessun altro al di fuori di lui”.
Queste furono le ultime parole che la madre riuscì a sentire, prima che la spessa porta di legno le si chiudesse di fronte e una chiave tintinnasse debolmente dietro.
Rimasta sola, l’anziana donna si sistemò senza bisogno i capelli, si aggiustò sulla sedia, portò le mani sulle gambe. Poi, dopo essersi lasciata sfuggire un sospiro, fece scorrere lo sguardo attorno, sulle nude pareti della sala. Notò che l’atmosfera del convento era addormentata, intorpidita dagli anni. Guardò in alto, poi di nuovo intorno. Si sentì sola. E per una ragione imprecisata che non seppe individuare, provò un battito al centro del petto.  
Forse era semplicemente preoccupata per la figlia: la vedeva sempre così accorata, sempre così mortificata dalle proprie vergogne, così affranta dai propri aneliti di pentimento. Però un pensiero la sollevò: l’anziana donna si immaginò la figlia sciogliersi tra le braccia paterne del proprio confessore, liberarsi ammettendo finalmente le proprie colpe e così ritornare serenamente in pace con se stessa. Un senso di sollievo riuscì quasi a strapparle un sorriso. Ma come una minuscola spina ancora turbava maliziosamente la sua quiete e continuava a pungerla, impedendole di raggiungere il tanto desiderato torpore materno. Era qualcosa di indefinito, che aleggiava vago tra le sue sensazioni più istintive.
Ah! D’un tratto ricordò. Ecco cos’altro la insospettiva: le lunghe e interminabili attese. Cosa mai avrà avuto la figlia da confidare in un confessionale? Quali peccati poteva aver commesso? E per giunta così spesso. Certo, pensò, con il pensiero si può correre molto lontano. E anche il suo corse, anzi galoppò. Ebbe un brivido. Chissà cosa avrebbero detto le sue comari se avessero saputo! Che spavento! Era il suo terrore più grande.
La donna sentì crescerle dentro una forte stretta che le avvolse le viscere, un timore, forse una certezza. Entrò in uno stato di tensione. L’apprensione per la figlia le indusse strani pensieri, i muscoli si irrigidirono, un nodo le si aggrovigliò nello stomaco, la mente si divertì nuovamente a volteggiare.
Non resistette. Fu più forte di lei: capitolò, infine cedette alla tensione e si mise a piangere.
E così, la madre nella sala, la matri ca chiancia, la figlia con il monaco, ca ballava e ca ridia.          


Zu zuchiti Zu, zuchiti Zu Zu Zu!

 

 

Introduzione

di Giovanni Puglisi

La saggezza popolare ha, spesso, tradotto in canzoni antiche leggende e storie che si narravano da bocca a orecchio, da padre in figlio, delle quali si parlava a bassa voce nelle piazze dei paesi, un tempo gremite di gente. I momenti prescelti erano la domenica, all’uscita dalla messa o nelle ore pomeridiane, con centinaia di uomini e donne che, indossato il vestito “buono”, passeggiavano e condividevano il proprio destino e lo scorrere del tempo.
Confessione d’amore di Rossano Musca è la traduzione in un racconto breve de L’amanti cunfissuri, una canzone popolare, dalla quale è possibile intuire l’anima stessa della Sicilia e dei siciliani, la cui essenza mediterranea può riuscire a rendere lieve e divertente anche un pettegolezzo, scongiurando, in questo modo, che la diceria si trasformi in volgarità o in denigrazione, ma sublimandola in una dimensione narrativa condivisa. Laddove anche una relazione clandestina può diventare lecita, perché supportata da una smorfia del viso e da un complice “sorrisino” che ne affievolisce la gravità.
Chi si accosta a questo racconto può aprirsi a un universo in cui l’identità di una terra la si può leggere anche solamente da sensazioni, ricordi, volti di anziani, di frati e di madri addolorate, il cui solco di un tempo indefinito richiama a tante ferite rimarginate o ancora aperte lungo una storia millenaria, dove l’amaro e il dolce si mescolano e si sono mescolati da sempre. Nel bene e nel male.
La liaison tra Subway-Letteratura e Palermo si rinnova, così, per il terzo anno, grazie alla collaborazione della Fondazione Banco di Sicilia che, promuovendo ancora una volta il Premio Speciale città di Palermo, conferma di percorrere la strada della valorizzazione di quei tanti giovani siciliani che possono raccontare la propria terra, esprimere un sentimento, una visione o anche soltanto una suggestione, sapendo che c’è chi è pronto ad ascoltare la loro voce. Un’attenzione confermata anche dai crescenti risultati registrati da Subway nel capoluogo siciliano, in cui ogni anno vengono diffusi centinaia di migliaia di libretti nei principali luoghi di aggregazione giovanile e in trentasei scuole superiori.


 

Commenti
Cerca RSS
Gaetano Zizzo  - Parallellismi   |87.17.162.xxx |2009-10-26 22:43:35
Una delle grandi fonti di ispirazione di Fabrizio De André è sempre stata la
cultura popolare. I miti, gli aneddoti, la poesia, le tradizioni sono state da
lui trasformate in strofe musicate, consacrate dalla sua voce matura, restituite
alle generazioni future (e a quella attuale).
Rossano Musca fa qualcosa di
simile e nel contempo inverso. Confessioni D'Amore si ispira ad una vecchia
canzone popolare oggi non più nota come un tempo. Rossano col suo breve racconto
ripesca dal limbo quella canzone, liberandola dalle catene della tradizione per
farla diventare un aneddoto alla portata delle nuove generazioni. Ed in questo
caso le strofe diventano prosa ed il cadenzato incedere della canzone si tramuta
in una marcia di una madre e di una figlia verso un finale ironico nel quale
l'espiazione dei peccati nasconde la sua stessa ragione di esistere e, nel
quale, alla gioia di una figlia fa da contraltare l'amara presa di coscienza ed
il dolore di una madre ignara complice. Lo stesso tipo di irriverente e tragica
contraddizione amata anche dal grande Fabrizio e magistralmente resa come
rivelazione finale (di fatto mai rivelata) dal promettente Rossano.
rossano   |147.163.12.xxx |2009-10-27 10:41:05
è davvero un onore essere anche soltanto avvicinato in un parallelismo a
Fabrizio De Andrè...grazie
Solo gli utenti registrati possono inviare commenti!

3.23 Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved."

 
< Prec.

La Manifestazione

I Juke-Box Letterari
Rassegna Stampa
Autori di Subway
Illustratori di Subway

 


  Subway su Facebook:

  Subway su Facebook


  Subway su Wikipedia:

  Subway su Wikipedia


 Subway su Google:
  Subway su Google


 Subway su Bing:
  Subway su Bing


  IMA Festival


  Solaris Comunicazione