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Federica Cavallo
Lucia nelle tasche della città

genere Piccolo racconto milanese

1 racconto da 6 fermate

Prefazione
di Caterina Bonvicini

Subito, leggendo, sono rimasta affascinata dal tocco leggero con cui Federica Cavallo racconta le nevrosi metropolitane (quel "circo di disadattati, storditi, nevrotici, psicotici e maniaco-depressivi che nelle lunghe serate d'inverno frequentano la libreria Bonardi in Galleria") perché è una leggerezza che riguarda solo la forma, mentre l'occhio - che è un occhio da scrittrice - va più a fondo. Dietro alla grazia con cui descrive la pazza clientela della libreria s'intravede un grande talento umano. La sua capacità d'osservazione, sottile, dà spessore al racconto. Perché Federica Cavallo - ed è stato questo a entusiasmarmi - si guarda intorno con amore e con crudeltà, non c'è l'ombra di un giudizio nei suoi ritratti, c'è piuttosto una curiosità lucida e appassionata, una volontà fortissima di trattenere il dettaglio (la letteratura si costruisce sul particolare e lei lo sa) e, sullo sfondo, un grande amore per la vita, per quello che è.
Di questo amore fa parte anche la malinconia che resta a libro chiuso o a turno finito, quando la cassiera della libreria viaggia verso casa e l'autobus si ferma al deposito. E' un notturno, il racconto della Cavallo (Lucia "attacca alle 18 e stacca alle 23"), e la scelta del genere è indovinata, risaltano ancora di più le ombre e tutte le ambiguità. Anche nel titolo si legge una consapevolezza, contiene un'intenzione: "Lucia nelle tasche della città", ed è proprio uno scavare nelle pieghe di Milano, fra i tic dei suoi abitanti, nelle solitudini di ciascuno. Dall'attenzione che la protagonista (o l'autrice) riserva a ogni cliente, ricostruendo le manie e la storia di ognuno attraverso il loro rapporto con i libri, s'individua la finalità del racconto: è un modo per restituire individualità a chi si perde nella confusione spersonalizzante di una metropoli, sia pure tramite un catalogo di follie, ciascuno viene restituita la sua singolare qualità.

Eccolo, arriva, è lui che dà inizio alle danze, che conduce la carovana, che apre il sipario sul circo di disadattati, storditi, nevrotici, psicotici e maniaco-depressivi che nelle lunghe serate d'inverno frequentano la libreria Bonardi in Galleria. È puntuale, come sempre e come sempre guarda l'orologio ogni 25 secondi per poi mordersi le labbra con plateale impazienza. Arraffa nervoso il secondo o il terzo best seller della settimana (sarà che il primo gli sembra banale o magari condivide con la responsabile della narrativa l'avversione per Ken Follett?). Si avvicina alla fila per la cassa cincischiando il volume che gli si fa sudaticcio tra le mani. Poi, coreografia perfetta, gesti sincroni: un accenno a lei, allungando il collo verso il registratore di cassa rosso fiammante (il rosso è sempre fiammante), uno al polso facendo segno che no, maledizione, si è fatto troppo tardi. A questo punto, il balletto si sfilaccia o, forse, è il momento del tocco d'improvvisazione, che solo i mattatori si concedono prima di lasciare il sipario.
Esce imprecando o correndo, a volte salutando sarcastico e molla il libro sul primo scaffale che gli capita. Bisognerà che Stefania, paziente di trent'anni di lavoro in libreria, lo vada a riprendere e lo rimetta in cima alla pila dei suoi omologhi, dopo averlo asciugato alla meno peggio.
La prima sera Lucia ha pensato d'esser stata troppo lenta e "Signore, mi scusi" e ha sperato non fosse uno di quelli che il Direttore chiama clienti affezionati (i clienti affezionati sono spesso tirannici e pericolosi). Poi ha capito e ha offerto il braccio per il giro di valzer. Così: tra l'indulgente e il divertito, perché a dare corda agli strambi ci si permette di impazzire un pochino anche noialtri normali, che poi da vicino nessuno è normale.
Lei si chiama Lucia, come dice il cartellino appuntato sul gilet della divisa ed è la cassiera della notte: attacca alle 18.30 e stacca alle 23.00 dal martedì al sabato, più una domenica ogni tre; niente buoni pasto perché fa meno di cinque ore di fila, quindi non fa pause e quindi non mangia; gli straordinari scattano solo se supera la mezz'ora rispetto all'orario previsto. I clienti che si attardano all'ora di chiusura, fanno sì che Lucia debba restare regolarmente venti o venticinque minuti in più tutte le sere. Gratis. È assunta a tempo determinato nell'ottica del grande progetto-nostalgia di ridare vita al salotto di Milano, quello del caffè Zucca, delle risse tra aitanti giovanotti sulla tela di Boccioni, delle signore impellicciate che schioccano i tacchi dirette alle prime della Scala, che però adesso è una specie di voragine, un cratere lunare, una ferita slabbrata nella carne di Milano.
Comunque, il progetto nostalgia è partito e Lucia fa la sua parte con il fido serraglio di fuori di testa. Indossa il gilet verde con su scritto Bonardi perché così i clienti riconoscono il personale e non succede più che qualcuno chieda un libro ad un altro cliente, che se ne resta lì, tra l'offeso e l'imbarazzato e neppure succede che il libraio svogliato si camuffi da cliente per evitare di essere importunato. Ma, tanto, lei la riconoscerebbero comunque perché sta sempre dietro la cassa e lì i clienti non ci vanno, salvo quelli che rubano o tentano di rubare, ma, a quel punto, non si sa più se sia tecnicamente corretto definirli clienti. Sul gilet verde il cartellino con il nome, che Cesare, il responsabile della saggistica, vorrebbe ci fosse scritto su Anna, Sara o Maria o qualsiasi altro nome che non fosse il suo vero. Perché gli fa male che i clienti la chiamino con quella familiarità bavosa con cui si appellano le servette e lo irrita sapere che risponde al telefono come le forzate dei call-center "Pronto Bonardi, sono Lucia, posso aiutarla?" (c'è da dire che Lu è una piena di risorse e una volta ha risposto squillante "Pronto, Feltrinelli", che invece era l'editore del libro di cui stava battendo il prezzo con la mano sinistra, mentre con la destra faceva un pacchetto regalo - l'ha tolto il prezzo, Signorina? - e teneva il telefono tra la spalla e l'orecchio. All'altro capo del filo c'era il Direttore).
Cesare pensa che Lucia sia un nome perfetto per una napoletana a Milano, per di più con quella luce negli occhi, che guizza solo a sprazzi inattesi, proprio come l'accento tonico sulla i… gran peccato che tutte quelle bocche lo succhino e lo sputino senza ritegno.
Alla corte di Lucia c'è una dama agghindata di tutto punto sempre con lo stesso cappotto di cincillà consunto da sembrare depilato, il cappello di feltro con la tesa bucherellata da minuscole tarme e un trucco pesante, che la fa sembrare una bambola grottesca, percorsa da crepe che sono rughe in cui si accumula un impasto di cerone e sporcizia. La signora non ha mai comprato nulla, ragion per cui è incerta la sua appartenenza alla categoria dei clienti, ma confida a quella signorina tanto carina che gli uomini sono dei maningordi (Lucia non sta a sottilizzare, anzi annuisce apprezzando il neologismo), che dopo averti sbattuto di dietro e davanti per quarant'anni ti lasciano in mezzo alla strada. Davanti agli occhi di Lucia, la pupattola di pannolenci si trasforma in una specie di cicciobello indiavolato che vomita un crescendo di insulti, prima di ricomporsi e venire a più pacati consigli: quello è il suo modo di vedere, ma, si sa, le opinioni sono sempre opiniabili.
Il disprezzo della signora per il genere maschile è forse paragonabile solo a quello che un altro cliente, nero vestito e sormontato da un crestone punk, asserisce caparbiamente di provare nei confronti delle donne che preferiscono praticare del sesso tra loro, invece che con i maningordi di cui sopra. Una sera, di fronte a due ragazze che sono entrate in libreria tenendosi per mano, il punk omofobo ha avuto uno scoppio così violento, che Lucia ha dovuto chiamare su Cesare e scusarsi con le malcapitate. Quelle, avevano capito sì e no, perché, oltre a tenersi per mano ascoltavano Kylie Minogue da un auricolare a testa. Una delle due ha chiesto a Lucia se avevano "Il Piccolo Principe". L'altra, per completezza, ha aggiunto "di Machiavelli". A detta di entrambe, quella di italiano aveva detto di leggerlo.
Alla corte di Lucia c'è un cinese che si chiama Liang Ching, ma ha anche un nome per gli italiani (Marco) e un soprannome (007 o James Bond): lui risponde in tutti e tre i casi. È un tipo allegro, Marco, sempre pronto a sbellicarsi come un fumetto manga quando Cesare racconta i suoi aneddoti da libraio di lungo corso, anche se è assai improbabile che ne colga il senso, visto che con l'italiano non fa poi molti progressi. Una volta, racconta Cesare, il sistema antitaccheggio ha suonato mentre passava una signora con la carrozzina: aveva rubato il Nuovo Bambino di Marcello Bernardi, infilandolo ben bene sotto il pupo.
Marco in Cina allenava una squadra femminile di ping-pong; adesso lavora pure lui alla cassa, non di una libreria, ma di un negozio di alimentari asiatici vicino alla Centrale, ha una moglie senza permesso di soggiorno e una bambina che è rimasta a Shanghai con i nonni. La piccola si chiama Guo Jing o Silvia, altrimenti detta Cry Baby, perché al telefono piange sempre.
Molti dei bislacchi alla corte di Lucia sono fotografi, di professione o per hobby, tanto che lei comincia a sospettare che vi sia una qualche relazione tra le due condizioni: tuttavia, non sa ancora se è la stranezza che predispone alla fotografia o viceversa. Uno è completamente sordo e scatta tutto concentrato; la sera dopo, ricompare con dei fotomontaggi dove Lucia ha i tentacoli di un polipo oppure un occhio solo o campeggia in un inedito mix con la commessa del negozio di fronte. Un altro vorrebbe fotografare le pagine dei libri illustrati una per una, affidandole il delicato compito di tenerle ben ferme e a favore di macchina.
Ma Lucia ha un debole per un russo logorroico, che faceva l'ingegnere elettronico e ha lasciato tutto per fotografare il mondo. Non è che gli sia andata molto bene e adesso lavora come magazziniere al Super di viale Zara (che lui chiama affettuosamente il suo gulag) e vive in una stanzetta minuscola dove si incastonano al millimetro un letto e un banco di scuola; uno di quelli vecchi con il ripiano di formica verde e il buco per il calamaio. Su quel banchetto lui e Lucia hanno mangiato la pasta con le melanzane, italici vegetali di cui Gena ignorava gli usi e le potenzialità.
Gennadi è senz'altro la traduzione russa di Gennaro, ragion per cui Lucia ha deciso di iniziarlo alla dieta mediterranea.
Di questo è capace Milano.
Alla corte di Lucia, c'è anche un ometto schivo, che è affetto dalla fobia di toccare altre persone. Lo disturba anche il solo pensiero di entrare in contatto con un libro che è stato toccato da altri. Dunque, agisce igienicamente così: si presenta regolarmente con le mani coperte da spessi guanti, sceglie il libro che vuole acquistare, lo porta alla cassa tenendolo con la punta delle dita della destra inguantata e quando Lucia fa per prendere il libro balbetta in falsetto isterico "no, no" e allunga lui stesso cautamente il volume perché lei possa passare il lettore sul codice a barre. Ogni altro scambio di denaro, scontrino o sacchetto avviene con mano inguantata, estate o inverno che sia. Sergio, il ragazzo del magazzino, fa spesso il gesto crudele di tendergli la mano, salutandolo calorosamente e il poveretto si ritrae pallido, terrorizzato da quel contatto foriero di contaminazioni per l'anima e il corpo.
Così passano le serate della cassiera della notte, che, prima o poi, dovrà tornare all'università e dovrà scrivere di questo campionario di varia umanità in ordine sparso. Se lo farà, racconterà anche del vigile urbano part-time perché per l'altra metà tempo fa l'attore; dei senegalesi che vendono i giornali per strada e vengono a scaldarsi e a cambiare le monete; di quel ragazzo che legge in sei lingue e suona il pianoforte, ma non sa guardare qualcuno negli occhi; di chi riporta i libri indietro perché non gli sono piaciuti e rivuole i soldi; di chi i libri li compra al metro o in base al colore del dorso; di chi vorrebbe cumulare gli sconti perché, essendo iscritto all'università della terza età, è sia studente sia pensionato; di chi si indigna perché "tenete i libri del Cavaliere" e di chi si indigna "perché non tenete i libri del Cavaliere". Come se avesse mai scritto libri, poi.
E viene l'ora dell'annuncio al microfono: "Gentili clienti, la libreria chiude". Lucia congeda, dolcemente ma fermamente, tutta la sua corte dei miracoli, chiude le porte, conta l'incasso, lascia il gilet nell'armadietto e percorre una retta precisa: Galleria-piazza Duomo-piazza Diaz. Solo l'eco dei suoi passi (i passi ce l'hanno sempre un'eco), gli ultimi schiamazzi dei peruviani gonfi di birra e nostalgia e il rumore delle spazzole dei trabiccoli dell'Amsa, intorno ai quali si affaccendano uomini bardati di arancione e strisce catarifrangenti: un altro lavoro, un'altra divisa.
A volte l'autobus è già lì, caldo e illuminato che le viene voglia di sorridere, altre volte tocca aspettarlo al freddo e i compagni d'attesa sono inquietanti e derelitti: sono come la corte della cassiera della notte, pensa Lucia, ma non c'è il registratore di cassa a delimitare i territori di ciascuno, non c'è il gilet Bonardi a fare da corazza; le stesse persone che solo poco prima avrebbero suscitato tenerezza e ilarità, adesso mettono paura.
Anche di questo è capace Milano.
L'odore di un autobus a fine giornata è qualcosa di presente tale e quale un passeggero in più. Lucia sale e lui si toglie il cappello, come un vecchio signore cortese e la saluta con una zaffata: sa di sudori e di naftalina, di profumi dozzinali (i profumi sono sempre dozzinali; quelli d'autobus senza dubbio), di lacche e gas di scarico, di aliti e di pelle; chi ha il naso fino coglie note residue di caffè e di bevande alcoliche, a volte il ritorno pungente dell'urina. Voilà, eau de bus.
Per Lucia va bene così: l'autobus è caldo, c'è posto a sedere in abbondanza e il ragazzo in blu con la sciarpa amaranto (altra divisa, altro mestiere) è un cavaliere premuroso che la riporterà fin davanti a casa anche stasera. Un giorno forse potrebbe fare come nel film di Ken Loach e deviare dal percorso previsto dall'ATM per la linea 54 per portarla a vedere l'alba fuori città: solo loro due e l'autobus…
Cesare sostiene che tutte le donne siano attratte dai camionisti e dagli autisti del bus: vede un legame psicanaliticamente lampante tra il grosso volante e una simbologia fallica da manuale. La verità è che Lucia vorrebbe portarsela via lui.
Un minuto di attesa, uno scrocchiare e sbuffare sotto i piedi e poi si parte. Lucia un po' si guarda nel finestrino, un po' guarda dal finestrino, ma anche se non guardasse il percorso lo conosce a memoria.
Non è come in metropolitana che vedi solo sfrecciare pareti grigie, anche se ci si può sempre mettere nell'ultima carrozza, dove c'è uno spiraglio azzurrato da cui si vedono le curve dei binari che si snodano via velocissimi e sembra un po' un videogame surreale ambientato nell'intestino della città con le fisarmoniche gitane a fare da colonna sonora.
Non è neanche come sul tram, pigro e monocolo, che ti sembra di tornare indietro nel tempo con quelle panche di legno e i buchetti lasciati dalle viti a tener su gli avvisi che invitavano i signori passeggeri a non sputazzare allegramente in vettura.
L'autobus è meno metropolitano della metropolitana, meno retrò del tramvai, ma va bene così; nessun tranviere e nessun manovratore di metropolitana potrebbe mai portarla a vedere l'alba, neppure se volesse.
Lucia sale in piazza Diaz e scende alla stazione di Lambrate; il giorno dopo sale alla stazione di Lambrate e scende in piazza Diaz. La sua vita si snocciola da capolinea a capolinea: il suo destino è la 54, come dicono i milanesi che fanno gli autobus femmina.
Il percorso è sempre lo stesso, salvo intoppi o manifestazioni, ma è sempre diverso perché Milano si somiglia ogni giorno un po' meno. Eppure c'è della poesia.
Lucia l'ha letto su un libro di Bukowski, di nascosto dietro la cassa: "una poesia è una città piena di strade e tombini piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi, piena di banalità e di roba da bere, piena di pioggia e di tuono e di periodi di siccità".
Una poesia è una città e una città è una poesia. Napoli è una poesia; Milano è un'altra poesia. Affatica e fa fatica, ma è pur sempre una poesia.
La stanchezza le si arrampica su per le gambe e il finestrino riflette un faccino sonnolento. Piazza Diaz, via Baracchini, via Larga, Verziere, largo Augusto.
Vicolo corto e vicolo stretto, compro tre case e due alberghi, l'università, San Bernardino con le pareti di teschi, il centro deserto.
Via Durini, via Borgogna, via Mascagni, via Donizetti, corso Monforte, piazza Tricolore, corso Concordia.
Palazzi eleganti, il conservatorio, la patria e la bandiera, l'Opera San Francesco, la statua del poverello, il lupo di Gubbio, gli uccellini, fratello sole e sorella luna e tutta l'allegra brigata (frate vento, frate foco e sorella morte), i prefabbricati, il passante, neanche un passante.
Piazzale Dateo, corso Plebisciti, piazzale Susa, viale Argonne.
Corone per i martiri della resistenza rinsecchite da un 25 aprile fa, le case che si fanno popolari, palazzoni squallidi, blocchi disadorni, bandiere della pace alle finestre, la bocciofila nel giardino spelacchiato al centro del viale, un'enorme chiesa di mattoni.
Via Pannonia, largo Sereni, via San Martino, via Marescalchi.
Cavalcavia dell'Ortica, il Mario in bicicletta, il treno che passa.
Via Amadeo, via Ortica, via Cima.
L'Osteria del Gatto Nero, Edgar Allan Poe, narrativa terzo scaffale a destra, un ponte viola, la scuola elementare con il muso contro la massicciata della ferrovia.
Via Pitteri, via Saccrado, via Console Flaminio.
La fermata Pitteri-Trentacoste: Pentecoste moltiplicato sei, volumi metafisici, area militare limite invalicabile, i martinitt, camerate e ciotole e mani di bambini, il Super, il gulag di Gena, le divise delle cassiere, palazzi in costruzione: "Nuovo Parco", ma quale parco?
Piazzale Rimembranze di Lambrate.
Silvia rimembri ancor…, giostra di tram fermi ad aspettare, sottopasso, contrappasso e mi sovvien l'eterno e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei.
Via Viotti, piazza Bottini.
Lucia si scuote dal torpore, scende e saluta l'autista che ricambia dal bel mezzo di uno sbadiglio sgangherato.
Pochi passi e sarà a casa perché ha fatto la sua parte ed è tempo di riposare.
L'autobus ripercorrerà il suo tragitto ancora per una o due volte e poi filerà veloce al deposito, perché ha fatto la sua parte ed è ora che riposi pure lui.
Lucia pensa che i depositi dell'ATM siano un po' le tasche della città.


Federica Cavallo
E' nata a Milano il 10/02/1973

Subway, I Juke-box letterari
Organizzato e promosso dal Settore Giovani del Comune di Milano,
in collaborazione con l'Associazione Laboratorio E-20, con la partnership di ATM S.p.A. e LIMONTA SPORT S.p.A.

Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino

Lucia nelle tasche della città
© Federica Letizia Cavallo 2003
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani

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