il Juke-Box Letterario 2003
Juke-Box Letterario 2007

Juke-Box Letterario 2006
Juke-Box Letterario 2005
Juke-Box Letterario 2004
Juke-Box Letterario 2003
Juke-Box Letterario 2002
Recensisci i racconti
Invia il tuo racconto
Bando di concorso del 2004
Chi siamo
Contatti
News
Tiziana Regine
Insonnia

genere Esistenziale

1 racconto da 5 (massimo 7) fermate

Prefazione
di Giuseppe Culicchia

"Insonnia", di Tiziana Regine, è un racconto horror. Però non di genere horror. Nessun Hannibal The Cannibal a spasso per Firenze nella sua storia, nessun ghigno alla Freddy Krueger, e nessuna Linda Blair alle prese con un qualche esorcista venti o trent'anni dopo. Nelle sue pagine il sangue non scorre a fiumi, e non ci si imbatte neppure davanti a due gemelle che nel corridoio di un albergo di montagna isolato dal resto del mondo si tengono per mano fissando immobili lo spettatore. E tuttavia l'orrore di "Insonnia" è un orrore molto più inquietante, perché è l'orrore delle nostre esistenze quotidiane fatte di pensieri automatici, gesti abitudinari, legami (dati per) scontati. Salvo che la realtà delle cose, quella che giorno dopo giorno ci sforziamo in ogni modo di non vedere, è proprio tutta un'altra. Quando per puro caso in un determinato momento ce ne rendiamo conto, l'abisso si spalanca sotto i nostri piedi. E a un tratto, inaspettatamente, ci ritroviamo a precipitare nel vuoto. Senza più letteralmente nulla a cui aggrapparci. Per raccontare l'abisso senza fondo del nostro orrore quotidiano Tiziana Regine non usa troppe parole. Anzi. A partire dal titolo prende a prestito dal vocabolario giusto quelle che le servono, risparmiandoci le altre, che sarebbero di troppo. Così la sua storia scorre via essenziale, ma allo stesso tempo si insinua riga dopo riga e spazio bianco dopo spazio bianco dentro il lettore, scavando un buco che poco per volta si allarga sempre più. Da questo punto di vista, "Insonnia" si presta benissimo a una lettura sotterranea. E una volta che l'avrete letto, fateci caso: l'odore e il sapore della terra masticata nel finale del racconto dalla sua protagonista li sentirete distintamente anche voi.

Carlo è partito.
Dopo vent'anni, ma che dico vent'anni, di più, insomma, dopo tutto questo tempo, è la prima volta che dormo da sola.
Sara è a Verona.
Certo, potrei chiamarla.
"Ciao bimba, come stai? Lo studio procede? Mi raccomando non fare tardi la sera e mangia che ogni volta che ti vedo sei sempre più magra. A proposito, che ne diresti di tornare a casa per due settimane, giusto il tempo che tuo padre non c'è. E' a Bergamo, per lavoro. Beh, potremmo chiacchierare come due amiche. Avremmo la casa tutta per noi, e…"
Ma a chi la racconto?
Lei ha ventidue anni e la vita davanti.
Io cinquantatre, la vita alle spalle e un discreto istinto di conservazione.

Carlo con lei riesce meglio di me.
Non sente il confronto, la competizione.
Le vuole bene e basta.
Io, invece, la amo con gelosia.
Quando torna a casa mi sembra sempre più grande, bella, magra, in gamba.
Una donna.
Senza la condanna dell'invecchiamento, solo con le lusinghe della crescita.
Io, a differenza sua, ho smesso di crescere a diciannove anni, dopo il matrimonio.
Sono passata dall'adolescenza alla vecchiaia.
Ma non mi posso lamentare.
Ho un marito che mi ama.

Sara condanna il mio stile di vita.
Dice che le ricordo le donne mussulmane, ma senza il burka.
Sono schiava del maschio perché non ho un lavoro.
Una donna moderna non può dipendere economicamente dal marito, dice.
La definisce una condizione castrante.
Penso che la vita universitaria la stia trasformando in una ribelle.
Quando ne parlo con Carlo scuote la testa e sbuffando ripete che si tratta di una fase della crescita e che passerà.
Sì, passerà!

Il mestiere della mamma io lo so fare.
Come mia madre prima di me, preferisco immaginare piuttosto che conoscere.

Ma sì, sono solo due settimane.
Devo passare in tintoria giovedì, andare dalla manicure.
Controllare la filippina quando passa l'aspirapolvere; non l'ho mai vista spostare il divano in sala. Gliel'ho già detto un milione di volte. Ma niente. Mi guarda e sorride.
Sorride sempre.
Prima o poi glielo stampo sul divano quel sorriso ebete.
Duecentoquaranta euro di contributi per dieci fetide ore settimanali.
E non stira neppure.

Ah, ecco, leggerò il libro della Mazzantini.
E' da Natale che ce l'ho. Ma sì, di cose da fare ce ne sono, e poi due settimane passano in fretta.
Devo sentire la portinaia per quella raccomandata.
E per l'acqua che cola dal balcone della signora Pirola.

In tintoria ci passo nel pomeriggio, così la mattina leggo.
Salto il pranzo e vado in centro.
A fare un giro.

Ho sentito Sara.
E' euforica per la manifestazione.
"Eravamo in tanti. Sei mai stata a un corteo, mamma?"
Parla di ideali e la sua voce tradisce una passione che non ho mai provato.
"Stai attenta" balbetto, ma ha smesso di ascoltarmi da anni.
Ascolta solo sé stessa o i suoi coetanei.
"Sono in centro a fare un giro aspettando che riaprano i negozi, sai devo ritirare il completo grigio di papà."
"Sei da sola?" dice stupita.
Le rispondo di sì.
Scoppia a ridere e mi saluta.

Alle quattro sono davanti alla porta del 'Lavasecco rapido'.
Entro e tintinna il campanello.
La signora Lucia mi conosce.
"Le feste sono andate bene. Quest'anno abbiamo chiuso per tre settimane, signora bella. I giovani pensano a divertirsi e i vecchi a riposarsi. Comunque questo duemilaetre mi sembra uguale al duemilaedue."
Io sorrido, annuisco, ammicco.
Penso, in verità, a Sara. Lei ride di me. Forse anche la signora Lucia ride di me, mentre invecchia all'insaputa del tempo.
Cappotti, giacche, camicie, piumoni.
Alle sue spalle un enorme oblò macina stoffe e tessuti.
A secco.
Come i miei occhi.
La gente per strada cammina senza dare peso a niente, penso.
Ritiro il completo, pago. Mi dà la ricevuta e un sacchetto trasparente.
"Questo stava nelle tasche. Meno male che ci guardo!"
"Grazie, devo scappare."

E' stata una giornata intensa.

Apro la porta, la filippina spegne l'aspirapolvere.
Entro senza far rumore e la vedo intenta a spostare l'enorme divano dalla parete. Si sforza, la faccia si contrae. Appoggio la busta della tintoria sulla poltrona e le do una mano.
Il divano pesa e in due a stento riusciamo a spostarlo di un millimetro. La guardo.
Sorride inebetita.
"Non fa niente, lascia stare il divano. Metti a posto il completo del signore nell'armadio."

Mi siedo poggiando i piedi sul tavolino.
Erano anni che non camminavo tanto.
Lo stomaco fa rumore.
Succhi gastrici ribollono nella mia pancia vuota.

Vado in cucina, preparo il caffè.
Una sigaretta, un bicchiere d'acqua.
La filippina mi guarda dal corridoio.
Non mi giro.
Passa in un'altra stanza, accende l'aspirapolvere.
Il caffè esce.

Sono le sei. La casa è vuota. Il telefonino è spento.

Mi faccio un bagno.

Che pace.

Nel bagno sento un rumore di passi provenire dal piano di sopra.
La signora Pirola starà innaffiando le sue luride piante.
Abita in una risaia!
Prima o poi la troveranno morta annegata.
O divorata dai topi.
O sepolta nelle sue feci.

Che pensieri!

Esco dal bagno infreddolita, ma rilassata.
Accendo il telefonino. Immediatamente squilla.
"Ciao, Carlo… sì, era spento. Non me n' ero accorta. Sono stata in giro. Fino alle cinque. Ho ritirato il completo in tintoria. Ora ceno. Come, sono le otto passate?… Ho fatto un bagno. A te tutto bene? Sono contenta. Salutami Gianpiero, un bacione caro, ciao."

La televisione trasmette cose atroci.
La spengo. Il silenzio è esasperante. La riaccendo lasciando il volume basso.
Prendo un pacchetto nuovo di sigarette dalla borsa e trovo il sacchetto di plastica della tintoria.
Lo apro.
Un fazzoletto, un accendino e la ricevuta di un fioraio - 'Merc. 11, 35 euro, consegna dom.'
La scrittura è tondeggiante.
"Se mi ammazzi adesso, te ne pentirai", sussurra il televisore.
Rileggo - 'Merc. 11, 35 euro, consegna dom.'

La dottoressa Imbersago è omeopata.
Il suo studio è in via Mecenate 33.
Ho preso appuntamento per le 15.30.
Arrivo in anticipo. Non ho mangiato, neanche oggi.
Il tailleur nero aderisce ai miei fianchi famelici.
La voce che mi risponde al citofono è giovanile, ma la figura che mi accoglie è quella di una donna di mezz'età.
Capelli rossicci, tinti, unghie smaltate e lunghe. Nell'insieme è armoniosa.
Il motivo della mia visita è una presunta insonnia.
Le domande che mi rivolge sono secche e di routine.
"Crede nell'omeopatia?"
"Non lo so."
"Bisogna crederci. La natura può venire in nostro soccorso con i suoi rimedi solo se noi siamo ben disposti e aperti a riceverne le cure."
Per un attimo penso che Sara potrebbe interessarsi a questa donna. A quello che dice, a come lo dice.
Osservo il suo studio.
Ampio e luminoso.
Una grande finestra ad arco affaccia su un cortile interno.
Sulla mensola ci sono svariate piante, con foglie di diverse dimensioni. Verdi, lucide, finte.

"Le piacciono le piante?" dice.
"Sì, soprattutto le sue."
"E perché soprattutto le mie?" ripete marcando la voce su 'mie'.
Penso alla signora Pirola, alla risaia, ai topi. Penso a Sara, all'oblò della tintoria.
Al fioraio che si è lasciato spillare l'informazione per pochi euro di mancia.
All'orchidea che sta in mezzo a quelle piante del cazzo, con tutta la maestosità della sua consegna a domicilio.
Non le rispondo.
Mi guarda le mani. I capelli. La borsa.
Pensa di me che sono una donna ricca, lo sento.
"Da quanto non dorme?"
"Da un po'."
"E cosa fa di notte?"
"Leggo, di solito."
"Le prescrivo delle gocce di Lanoral, un estratto di ginepro e malva. Ne versi dieci gocce in un bicchiere d'acqua calda, anche tiepida se preferisce, prima di cena."
"A proposito, potrei avere un po' d'acqua?"
"Ma certo."
Si alza, esce dallo studio.
Io mi accosto all'orchidea.
Emana un profumo viziato.
Con la mano destra afferro una manciata di terra dal vaso e la nascondo nella tasca della giacca.
La dottoressa ritorna con il bicchiere d'acqua.
Vedendomi in piedi fa una smorfia con gli angoli della bocca.
"Quanto le devo per la visita?"
"E l'acqua, non la vuole?"
"No, grazie, non ho più sete."

Per strada ho un conato.
Vomito saliva.
Prendo il tram.
In casa mi butto sul divano. Ho un nodo alla gola.
Mi viene in mente la frase: grazie per la stupenda serata, o qualcosa del genere.
Tocco la terra che ho in tasca.
E' umida.
Me ne porto un po' all'altezza delle narici.
L'odore è intenso.
Apro la bocca e incomincio a masticarla.
I denti, il palato, la saliva, si mescolano al sapore e all'odore della terra.
E' davvero schifoso tutto questo, penso, mentre continuo a mangiare.


Tiziana Regine
E' nata a Napoli il 7/04/1975

Sono cresciuta a Forio, un comune dell'isola di Ischia, in mezzo al mar Tirreno. A diciotto anni mi sono trasferita a Milano dove attualmente lavoro e risiedo. Sono impiegata presso una casa editrice; il mio sogno è scrivere. Più precisamente il mio sogno è guadagnare scrivendo, senza timbrare cartellini. Mi piace il teatro, il cinema, l'arte, il mare e la montagna.

Subway, I Juke-box letterari
Organizzato e promosso dal Settore Giovani del Comune di Milano,
in collaborazione con l'Associazione Laboratorio E-20, con la partnership di ATM S.p.A. e LIMONTA SPORT S.p.A.

Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino

Insonnia
© Tiziana Regine 2003
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani

‹— Racconto precedente / Racconto successivo —›
HOME / IL JUKE-BOX LETTERARIO / INVIA E RECENSISCI I RACCONTI / FORUM / IL BANDO DI CONCORSO / CHI SIAMO / CONTATTI