Tiziana
Regine
Insonnia
genere
Esistenziale
1
racconto da 5 (massimo 7) fermate
Prefazione
di Giuseppe Culicchia
"Insonnia",
di Tiziana Regine, è un racconto horror. Però non
di genere horror. Nessun Hannibal The Cannibal a spasso per Firenze
nella sua storia, nessun ghigno alla Freddy Krueger, e nessuna
Linda Blair alle prese con un qualche esorcista venti o trent'anni
dopo. Nelle sue pagine il sangue non scorre a fiumi, e non ci
si imbatte neppure davanti a due gemelle che nel corridoio di
un albergo di montagna isolato dal resto del mondo si tengono
per mano fissando immobili lo spettatore. E tuttavia l'orrore
di "Insonnia" è un orrore molto più inquietante,
perché è l'orrore delle nostre esistenze quotidiane
fatte di pensieri automatici, gesti abitudinari, legami (dati
per) scontati. Salvo che la realtà delle cose, quella che
giorno dopo giorno ci sforziamo in ogni modo di non vedere, è
proprio tutta un'altra. Quando per puro caso in un determinato
momento ce ne rendiamo conto, l'abisso si spalanca sotto i nostri
piedi. E a un tratto, inaspettatamente, ci ritroviamo a precipitare
nel vuoto. Senza più letteralmente nulla a cui aggrapparci.
Per raccontare l'abisso senza fondo del nostro orrore quotidiano
Tiziana Regine non usa troppe parole. Anzi. A partire dal titolo
prende a prestito dal vocabolario giusto quelle che le servono,
risparmiandoci le altre, che sarebbero di troppo. Così
la sua storia scorre via essenziale, ma allo stesso tempo si insinua
riga dopo riga e spazio bianco dopo spazio bianco dentro il lettore,
scavando un buco che poco per volta si allarga sempre più.
Da questo punto di vista, "Insonnia" si presta benissimo
a una lettura sotterranea. E una volta che l'avrete letto, fateci
caso: l'odore e il sapore della terra masticata nel finale del
racconto dalla sua protagonista li sentirete distintamente anche
voi.
Carlo
è partito.
Dopo vent'anni, ma che dico vent'anni, di più, insomma,
dopo tutto questo tempo, è la prima volta che dormo da
sola.
Sara è a Verona.
Certo, potrei chiamarla.
"Ciao bimba, come stai? Lo studio procede? Mi raccomando
non fare tardi la sera e mangia che ogni volta che ti vedo sei
sempre più magra. A proposito, che ne diresti di tornare
a casa per due settimane, giusto il tempo che tuo padre non c'è.
E' a Bergamo, per lavoro. Beh, potremmo chiacchierare come due
amiche. Avremmo la casa tutta per noi, e
"
Ma a chi la racconto?
Lei ha ventidue anni e la vita davanti.
Io cinquantatre, la vita alle spalle e un discreto istinto di
conservazione.
Carlo
con lei riesce meglio di me.
Non sente il confronto, la competizione.
Le vuole bene e basta.
Io, invece, la amo con gelosia.
Quando torna a casa mi sembra sempre più grande, bella,
magra, in gamba.
Una donna.
Senza la condanna dell'invecchiamento, solo con le lusinghe della
crescita.
Io, a differenza sua, ho smesso di crescere a diciannove anni,
dopo il matrimonio.
Sono passata dall'adolescenza alla vecchiaia.
Ma non mi posso lamentare.
Ho un marito che mi ama.
Sara
condanna il mio stile di vita.
Dice che le ricordo le donne mussulmane, ma senza il burka.
Sono schiava del maschio perché non ho un lavoro.
Una donna moderna non può dipendere economicamente dal
marito, dice.
La definisce una condizione castrante.
Penso che la vita universitaria la stia trasformando in una ribelle.
Quando ne parlo con Carlo scuote la testa e sbuffando ripete che
si tratta di una fase della crescita e che passerà.
Sì, passerà!
Il
mestiere della mamma io lo so fare.
Come mia madre prima di me, preferisco immaginare piuttosto che
conoscere.
Ma
sì, sono solo due settimane.
Devo passare in tintoria giovedì, andare dalla manicure.
Controllare la filippina quando passa l'aspirapolvere; non l'ho
mai vista spostare il divano in sala. Gliel'ho già detto
un milione di volte. Ma niente. Mi guarda e sorride.
Sorride sempre.
Prima o poi glielo stampo sul divano quel sorriso ebete.
Duecentoquaranta euro di contributi per dieci fetide ore settimanali.
E non stira neppure.
Ah,
ecco, leggerò il libro della Mazzantini.
E' da Natale che ce l'ho. Ma sì, di cose da fare ce ne
sono, e poi due settimane passano in fretta.
Devo sentire la portinaia per quella raccomandata.
E per l'acqua che cola dal balcone della signora Pirola.
In
tintoria ci passo nel pomeriggio, così la mattina leggo.
Salto il pranzo e vado in centro.
A fare un giro.
Ho
sentito Sara.
E' euforica per la manifestazione.
"Eravamo in tanti. Sei mai stata a un corteo, mamma?"
Parla di ideali e la sua voce tradisce una passione che non ho
mai provato.
"Stai attenta" balbetto, ma ha smesso di ascoltarmi
da anni.
Ascolta solo sé stessa o i suoi coetanei.
"Sono in centro a fare un giro aspettando che riaprano i
negozi, sai devo ritirare il completo grigio di papà."
"Sei da sola?" dice stupita.
Le rispondo di sì.
Scoppia a ridere e mi saluta.
Alle
quattro sono davanti alla porta del 'Lavasecco rapido'.
Entro e tintinna il campanello.
La signora Lucia mi conosce.
"Le feste sono andate bene. Quest'anno abbiamo chiuso per
tre settimane, signora bella. I giovani pensano a divertirsi e
i vecchi a riposarsi. Comunque questo duemilaetre mi sembra uguale
al duemilaedue."
Io sorrido, annuisco, ammicco.
Penso, in verità, a Sara. Lei ride di me. Forse anche la
signora Lucia ride di me, mentre invecchia all'insaputa del tempo.
Cappotti, giacche, camicie, piumoni.
Alle sue spalle un enorme oblò macina stoffe e tessuti.
A secco.
Come i miei occhi.
La gente per strada cammina senza dare peso a niente, penso.
Ritiro il completo, pago. Mi dà la ricevuta e un sacchetto
trasparente.
"Questo stava nelle tasche. Meno male che ci guardo!"
"Grazie, devo scappare."
E'
stata una giornata intensa.
Apro
la porta, la filippina spegne l'aspirapolvere.
Entro senza far rumore e la vedo intenta a spostare l'enorme divano
dalla parete. Si sforza, la faccia si contrae. Appoggio la busta
della tintoria sulla poltrona e le do una mano.
Il divano pesa e in due a stento riusciamo a spostarlo di un millimetro.
La guardo.
Sorride inebetita.
"Non fa niente, lascia stare il divano. Metti a posto il
completo del signore nell'armadio."
Mi
siedo poggiando i piedi sul tavolino.
Erano anni che non camminavo tanto.
Lo stomaco fa rumore.
Succhi gastrici ribollono nella mia pancia vuota.
Vado
in cucina, preparo il caffè.
Una sigaretta, un bicchiere d'acqua.
La filippina mi guarda dal corridoio.
Non mi giro.
Passa in un'altra stanza, accende l'aspirapolvere.
Il caffè esce.
Sono
le sei. La casa è vuota. Il telefonino è spento.
Mi
faccio un bagno.
Che
pace.
Nel
bagno sento un rumore di passi provenire dal piano di sopra.
La signora Pirola starà innaffiando le sue luride piante.
Abita in una risaia!
Prima o poi la troveranno morta annegata.
O divorata dai topi.
O sepolta nelle sue feci.
Che
pensieri!
Esco
dal bagno infreddolita, ma rilassata.
Accendo il telefonino. Immediatamente squilla.
"Ciao, Carlo
sì, era spento. Non me n' ero accorta.
Sono stata in giro. Fino alle cinque. Ho ritirato il completo
in tintoria. Ora ceno. Come, sono le otto passate?
Ho fatto
un bagno. A te tutto bene? Sono contenta. Salutami Gianpiero,
un bacione caro, ciao."
La
televisione trasmette cose atroci.
La spengo. Il silenzio è esasperante. La riaccendo lasciando
il volume basso.
Prendo un pacchetto nuovo di sigarette dalla borsa e trovo il
sacchetto di plastica della tintoria.
Lo apro.
Un fazzoletto, un accendino e la ricevuta di un fioraio - 'Merc.
11, 35 euro, consegna dom.'
La scrittura è tondeggiante.
"Se mi ammazzi adesso, te ne pentirai", sussurra il
televisore.
Rileggo - 'Merc. 11, 35 euro, consegna dom.'
La
dottoressa Imbersago è omeopata.
Il suo studio è in via Mecenate 33.
Ho preso appuntamento per le 15.30.
Arrivo in anticipo. Non ho mangiato, neanche oggi.
Il tailleur nero aderisce ai miei fianchi famelici.
La voce che mi risponde al citofono è giovanile, ma la
figura che mi accoglie è quella di una donna di mezz'età.
Capelli rossicci, tinti, unghie smaltate e lunghe. Nell'insieme
è armoniosa.
Il motivo della mia visita è una presunta insonnia.
Le domande che mi rivolge sono secche e di routine.
"Crede nell'omeopatia?"
"Non lo so."
"Bisogna crederci. La natura può venire in nostro
soccorso con i suoi rimedi solo se noi siamo ben disposti e aperti
a riceverne le cure."
Per un attimo penso che Sara potrebbe interessarsi a questa donna.
A quello che dice, a come lo dice.
Osservo il suo studio.
Ampio e luminoso.
Una grande finestra ad arco affaccia su un cortile interno.
Sulla mensola ci sono svariate piante, con foglie di diverse dimensioni.
Verdi, lucide, finte.
"Le
piacciono le piante?" dice.
"Sì, soprattutto le sue."
"E perché soprattutto le mie?" ripete marcando
la voce su 'mie'.
Penso alla signora Pirola, alla risaia, ai topi. Penso a Sara,
all'oblò della tintoria.
Al fioraio che si è lasciato spillare l'informazione per
pochi euro di mancia.
All'orchidea che sta in mezzo a quelle piante del cazzo, con tutta
la maestosità della sua consegna a domicilio.
Non le rispondo.
Mi guarda le mani. I capelli. La borsa.
Pensa di me che sono una donna ricca, lo sento.
"Da quanto non dorme?"
"Da un po'."
"E cosa fa di notte?"
"Leggo, di solito."
"Le prescrivo delle gocce di Lanoral, un estratto di ginepro
e malva. Ne versi dieci gocce in un bicchiere d'acqua calda, anche
tiepida se preferisce, prima di cena."
"A proposito, potrei avere un po' d'acqua?"
"Ma certo."
Si alza, esce dallo studio.
Io mi accosto all'orchidea.
Emana un profumo viziato.
Con la mano destra afferro una manciata di terra dal vaso e la
nascondo nella tasca della giacca.
La dottoressa ritorna con il bicchiere d'acqua.
Vedendomi in piedi fa una smorfia con gli angoli della bocca.
"Quanto le devo per la visita?"
"E l'acqua, non la vuole?"
"No, grazie, non ho più sete."
Per
strada ho un conato.
Vomito saliva.
Prendo il tram.
In casa mi butto sul divano. Ho un nodo alla gola.
Mi viene in mente la frase: grazie per la stupenda serata, o qualcosa
del genere.
Tocco la terra che ho in tasca.
E' umida.
Me ne porto un po' all'altezza delle narici.
L'odore è intenso.
Apro la bocca e incomincio a masticarla.
I denti, il palato, la saliva, si mescolano al sapore e all'odore
della terra.
E' davvero schifoso tutto questo, penso, mentre continuo a mangiare.
Tiziana
Regine
E' nata a Napoli il 7/04/1975
Sono
cresciuta a Forio, un comune dell'isola di Ischia, in mezzo al
mar Tirreno. A diciotto anni mi sono trasferita a Milano dove
attualmente lavoro e risiedo. Sono impiegata presso una casa editrice;
il mio sogno è scrivere. Più precisamente il mio
sogno è guadagnare scrivendo, senza timbrare cartellini.
Mi piace il teatro, il cinema, l'arte, il mare e la montagna.
Subway,
I Juke-box letterari
Organizzato e promosso dal Settore Giovani del Comune di Milano,
in collaborazione con l'Associazione Laboratorio E-20, con la
partnership di ATM S.p.A. e LIMONTA SPORT S.p.A.
Curatori:
Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Insonnia
© Tiziana Regine 2003
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani
|