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Paolo Cognetti
Fare ordine

genere Storia d'amore

1 racconto da 5 fermate

Prefazione
di Oliviero Ponte di Pino

Paolo Cognetti ha mandato a "Subway" un racconto che sembra impaginato a caso. Poi capisci: pieghi i fogli a meta' e il librino e' pronto per finire nei "Juke-box letterari", con il titolo, il genere, le fermate sulla copertina e poi tutte le pagine numerate. Per Paolo anche la vita dev'essere cosi': un grande caos pieno di dettagli interessanti, dove pero' le cose importanti a prima vista non si capiscono - e forse neppure dopo.

Per esempio e' difficile capire l'amore quando s'intrecciano l'affetto e il desiderio, il sentimento e la voglia, la rabbia e la tenerezza. Cosi', se vogliamo provare a fare un po' d'ordine, scrivere (e leggere, aggiungo io) diventa un esercizio fondamentale. Perche' in una pagina si possono infilare, come in una collana, tutti quei dettagli rubati alla confusione del mondo che diventano pensieri, quei segni della realta' che ci aiutano a vedere le cose che contano davvero nelle nostre vite scombinate.

Non so mai a cosa pensi quando fai così, ti dice. Davvero. Certe volte mi sembra di stare con un estraneo.
Poi si accende una sigaretta e non aspetta nessuna risposta.
Niente forbici per il caffè, così prendi coraggio e decidi di rompere il bordo del pacchetto coi denti. Ti volti verso il muro per farlo: in bocca, la plastica non ha sapore. Stringi. Riflessa nella finestra di fronte puoi vedere Sara, seduta al tavolo, mentre sfoglia le pagine dell'ultimo numero di Caccia Grossa bagnandosi ogni tanto il dito. La sua immagine nei vetri è nitida per via del buio fuori. Neanche le pagine fanno rumore, docili come ogni cosa nelle sue mani.
Sara invece fa la distratta, ha lasciato cadere la frase come un'osservazione normale e anche quella parola, estraneo, e adesso non presta attenzione né alle foto né a te, e sei sicuro che lo sa bene quello che pensi, quando fai così. Prima di andare a letto ha apparecchiato come per cena, con una tovaglietta di vimini, un piatto pulito, le posate e il bicchiere. Queste cose sono ancora lì sul tavolo. Di fronte, dov'è seduta lei, c'è una pila di arretrati di quelle sue riviste e un portacenere che andrebbe svuotato. Il resto della cucina puoi descriverlo anche a occhi chiusi. La dispensa decorata da Sara, le piantine grasse sul davanzale, la mensola delle spezie. Le due ciotole del cane in un angolo e il lampadario di carta cinese che scende in mezzo alla stanza. La consistenza delle cose e i colori creano un buon equilibrio nell'ambiente. Ci vuole la capacità di farli stare insieme, pensi: se si chiama gusto, allora Sara ha gusto. Come con le foto.
Stasera tutto ti appare lampante, anche quello che deve accadere. Eppure all'ultimo momento ti chiedi se è una scenata che andavi cercando. Ti sorprendi, strappi l'angolo del pacchetto con troppa forza, provochi un lungo taglio trasversale che ti manda all'aria tutto il lavoro. Della polvere di caffè va a finire sul davanzale. Guardi via: fuori ha appena smesso di piovere. Sono le due o le tre e il cielo sembra un livido enorme. Due piani sotto un tram diretto in deposito si ferma davanti a una Peugeot lasciata di traverso sul marciapiede. Il tram non ha spazio per passare. È vuoto. Perciò credi che stia tornando in deposito. Dentro, il cane bianco di Sara è accucciato sotto la sua sedia e dorme. Almeno, se ne sta lì per terra con gli occhi chiusi e un respiro così lento. Però non si sa mai coi cani.
Non hai fame, chiede Sara, con lo stesso tono di prima, come se per lei fosse uguale. Ti avevo lasciato qualcosa, però fai come vuoi, puoi buttare via tutto, dice. Giù in strada anche il tram comincia a farsi sentire. Din din din din. Sembra la campana della stazione. Non è il suono che dovrebbe fare un clacson. Ti chiedi se Monica dorme. No, dici. Non dorme.
Prendi due tazze. Ti giri per chiedere a Sara quanto zucchero vuole. Lei è stretta sulla sedia con le gambe al petto: porta soltanto un paio di boxer di cotone, quelli blu che le hai lasciato per dormire. Sta lì con il suo bel corpo nudo e bianco e la faccia asciutta, la pelle d'oca e l'aria di una che non sa niente di niente. Del resto, come tante altre donne non piange quando sarebbe la cosa più logica da fare. Anzi, adesso ci pensa un po' su, al caffè credo, e ride.
Dice: Sai, avevo un discorso da farti. Me l'hai mandato per aria. Adesso mi tocca improvvisare, dice, e poi sorride da sola. Ha un piccolo spazio tra gli incisivi davanti. Una fessura che basta a rendere il suo sorriso diverso da qualunque sorriso tu abbia mai visto. Non è questo il momento di pensare ai denti di Monica tutti ben allineati e dritti come soldatini di smalto. Il bambino con le lentiggini della pubblicità del Colgate si affaccia nella tua testa altrettanto fragile, meno espressivo.
Sara tossisce. Si versa dell'acqua nel tuo bicchiere sul tavolo. Ho fumato troppo, dice. E non ho dormito. In tangenziale per poco non mi perdo lo svincolo, pioveva, poi torno per parlare con te, e tu alle due di notte arrivi e non sai fare altro che startene lì in piedi, col tuo cazzo di caffè, senza un motivo.
È dura vederti così, dice. Ce li hanno tutti i problemi, cosa credi.
Tu non ti spieghi perché proprio adesso ti venga in mente il telegiornale. L'ultimo notiziario della notte, quello della rassegna stampa. Da bambino lo accendevi per il terrore del buio: abbracciato a un orso e con la coperta tirata fino al naso. L'annunciatrice muoveva la bocca e le sopracciglia e nient'altro, e la sua faccia sembrava una ninna nanna.
Sono qui, dici a Sara. Bevi il caffè. Dici: Sono tutt'orecchi.
È la rivista, dice lei. Credo proprio che abbiano deciso di rinunciare al photo-editor, ecco cosa c'è, c'è che sono a piedi. Ormai non si vende più una copia, e per mettere giù due foto sai cosa ci vuole, basta uno schiacciabottoni.
Si accarezza un braccio, dietro, sotto la spalla. È la cosa che fa quando deve pensare. Non lo sai come ha cominciato. Sai che Monica ne fa un'altra molto infantile che è mordersi una ciocca di capelli. Se li rovina tutti durante i compiti in classe.
Quest'inverno il calo era normale, dice Sara. Un po' più del solito ma normale. Adesso invece la stagione è finita, la gente dovrebbe aver smesso di andare a caccia e ricominciato a leggere, non va un cazzo bene.
Quello dove sta seduta è il posto in cui si mette la sera a sfogliare le sue riviste. Se sei a casa comincia a spiegarti i trucchi dell'impaginazione, perché una foto va in basso a destra e non chissà dove. Le esigenze particolari dei lettori di Caccia Grossa, gente che sa quello che vuole. I riquadri in cui è divisa una pagina, e quanto può essere alto un titolo, quanto costa una stampa a colori e altre cose che non ti ricordi.
Din din din din, fa il tram. Sembra la campanella della scuola. Associ posti senza legame come la cucina di Sara, il tuo ufficio nella segreteria didattica dell'Istituto Magistrale Marie Curie, la casa da ricchi della madre divorziata a cui Monica tiene il bambino. Lavi la tazza e il getto del rubinetto rimbalza sul cucchiaino fino alle maniche della tua camicia.
Sono due anni che sto lì e non so neanche perché, dice Sara. Se non sono fucili sono conigli morti, e se non sono fucili o conigli sono teste di camoscio o di cinghiale. Il direttore poi. A tornare indietro non mi vedrebbero proprio. Me e la mia sensibilità femminile del cavolo.
Chiude gli occhi e si stropiccia le palpebre con due dita.
Dovrei avere solo un po' più di coraggio, dice. Andrea e Vittorio se ne sono già andati da soli. Tu capisci di colpo il cane di Sara e tutti i buoni motivi che lo spingono a leccarti le dita. Cerchi di ricordarti i capelli di Monica e il profumo di tè verde che hanno. Ti annusi una mano che ormai sa soltanto di cane.
Hai in testa l'arrivo di Andrea e Vittorio in redazione: entrata trionfale, barba sfatta e gilet pieni di rullini. Vittorio offre a Sara una Marlboro mentre Andrea seleziona per lei il molto dolce. Tutt'e due aspettano la pausa pranzo. Sara mescola lo zucchero, pensa al lavoro che le rimane da fare, controlla le nuove foto e si sforza di non accorgersi del resto.
Non te ne frega niente, vero, dice Sara. Non te ne frega niente. Butta sul tavolo la rivista che ha in mano e si allunga per prendere l'accendino. Ti accorgi che ha un bel modo di accendersi la sigaretta, incrociando un po' gli occhi. Sa tenerla nelle dita, proprio sulla punta delle dita, e qualsiasi gesto le esce anche più morbido del solito. Sa aspirare facendosi venire quelle fossette nelle guance.
Le dici che non è vero. Non è vero che non te ne frega niente.
Lascia perdere, dice lei.
Da dove sei puoi vedere il seno di Sara, nascosto tra le sue braccia e così bianco, i capezzoli induriti dal freddo. Le dici che sei contento che Andrea e Vittorio se ne siano andati. Che è brava nel suo mestiere, e che ci sono altri giornali.
Sara ride. Poi si mette a giocare con la calamita da frigo a forma di volpe che Monica ti ha regalato. Pensi alla lettera che lei sta scrivendo prima di spegnere la luce, una lettera piena di storie incredibili sul piccolo principe, la tecnica dell'addomesticamento, elefanti nel cappello e campi di grano; niente su un uomo intento a raccogliere i capelli che ha perso nel letto della madre di un neonato, dopo aver fatto l'amore con la sua baby-sitter e prima di tornare da una donna che sta toccando il fondo. Ecco il tuo piccolo principe: è come avere due televisori sempre accesi su due canali diversi. E tu non sei uno che può reggere una roba del genere.
Non te ne frega niente, ripete Sara. E io stronza qui ad aspettarti. Ma se non parlo con te con chi devo parlare.
Din din din din, fa il tram. Sara si mette una mano sulla fronte. Ma che cosa ci vuole a chiamare un carro attrezzi, dice.
Guardi giù. Il tram e la cabina di guida. Due cose bianche appoggiate alla leva di comando che sembrano mani. Poi prendi il respiro e dici a Sara col tono più fermo che hai che dev'esserci il modo di mettere a posto le cose.
Ah già, dice lei. Tu sei quello convinto che le cose vanno a posto da sole, dice. Poi dà un colpo con il braccio alle riviste sul tavolo. Colpisce la pila di arretrati alla base come un castello di carte. Il cane di Sara abbaia. Le riviste cadono per terra sparpagliandosi nel miglior modo possibile. Una cosa che a te non sarebbe mai riuscita: ventisei numeri di Caccia Grossa, aperti uno sull'altro sul pavimento, conigli e camosci e cinghiali e altre teste impagliate di animali che guardano in su, con gli occhi spalancati verso il soffitto. Animali da ogni parte.
Poi Monica mentre apre la porta e dice: Ciao amore. Poi la foto del piccolo Giacomo sul tavolino d'ingresso. Sara tossisce. Cristo, dice. Da domani sono di nuovo a colloqui. Pensavo di essermele buttate alle spalle queste stronzate.
Din din din din, fa il tram. A questo punto alla televisione c'è sempre qualcuno in canottiera che si affaccia alla finestra e grida Qui c'è gente che dorme. Forse dovresti essere tu. Però non ce l'hai la canottiera. E lì non c'è nessuno che dorme. Tu non dormi. Sara non dorme. E sei sicuro che neanche Monica dorme. È sdraiata su un fianco verso il muro: scrive la sua lettera con addosso la camicia che si mette per la notte. Un'altra cosa che non hai mai visto. Con quella non sembra affatto una ragazzina.
Sara si alza. Spegne la sigaretta che non ha finito. Per un momento è in piedi di fronte a te, ti guarda dritto in faccia, e tu non trovi di meglio che dire: Magari porto giù il cane. Il cane di Sara tira fuori la testa da sotto la dispensa. Lei gli dà un'occhiata, poi attraversa la stanza calpestando con i piedi nudi quelle sue riviste piene di animali morti. Si ferma davanti alla porta, con la faccia di una che sta per dire: Mi manchi. Invece dice: Se fai il giro lungo, prendimi le sigarette. Buonanotte.
Fuori c'è odore di pioggia e asfalto. Non fa freddo, e da qui al distributore automatico senti di avere lo spazio sufficiente per una buona idea. Fai un passo: la campana del tram batte di nuovo, cinque colpi a ripetizione. Din din din din din. Ti spacca le orecchie. Il tranviere non si è accorto di te. Attraversi la strada, raggiungi il tram, guardi in su. Il tranviere avrà sessant'anni e la faccia di uno che non dorme da tre giorni. Ha pochi capelli grigi pettinati all'indietro, due guance molli e niente mento, cosa che lo fa vagamente assomigliare a un pesce. Ti osserva senza dire niente, e quando è chiaro che dovrai parlare per primo gli chiedi se non ha pensato a chiamare un carro attrezzi. Il tranviere non risponde: però, appena fai un altro passo, muove un dito e chiude la porta davanti. Si è chiuso dentro al tram. Ti guarda dall'alto e per quello che ne sai potrebbe mettersi a fare le bolle. Così gli gridi se non ha voglia di tornarsene a casa.
Faccia di pesce contrae un muscolo della tempia e poi: din, dà una scampanellata. Il cane di Sara abbaia. Faccia di pesce sorride: ricomincia a scampanellare, din din din din, e il cane di Sara abbaia di nuovo. Mette su un giochino di questo tipo. Lui suona la campana e il cane abbaia.
Tu lasci cadere il guinzaglio. Ti giri. Studi per un secondo la distanza tra te e quella Peugeot parcheggiata di traverso. Poi ti avvicini allo spor-tello davanti e dai un calcio secco, con il tacco, al centro del finestrino. Il vetro va in frantumi come ghiaccio da bar. Le schegge di vetro brillano sull'asfalto bagnato. In un secondo ce ne sono dappertutto. Tu ti allunghi dentro l'abitacolo e metti il cambio in folle, e poi cominci a spingere con tutta la forza che hai.


Paolo Cognetti

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Autore di cinema indipendente, insieme a Giorgio Carella ha realizzato: Vietato Scappare, Isbam, Box, Tango, Cameracar, La Notte del Leone.
Scrive racconti.

Subway, I Juke-box letterari
Organizzato e promosso dal Settore Giovani del Comune di Milano,
in collaborazione con l'Associazione Laboratorio E-20, con la partnership di ATM S.p.A. e LIMONTA SPORT S.p.A.

Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino

Fare ordine
© Paolo Cognetti 2003
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani

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