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Laila Bonazzi
"Non sono ancora stanca"

genere Biografico probabile

1 racconto da 4 fermate

Prefazione
di Andrea G. Pinketts

Contrariamente alle oceaniche folle che si precipiteranno a leggere, rigorosamente in metrò, i racconti di questa nuova edizione di Subway, io'viaggio' al bar. E' il punto di partenza e di ritorno per tutte le piccole grandi bugie che vengono raccontate. La tradizione è squisitamente orale. Il mondo viene a trovarmi. Il minimo che possa fare per sdebitarmi è offrirgli da bere. A volte scrivendo, leggendo, vivendo al 'Trottoir' mi sento un uomo da marcapiede. Le happy hour diventano happy days. Nessuno ferma il tempo. Eppure Laila Bonazzi è riuscita a trattenere il mio regalandomi un racconto vibrante e relegandomi in un limbo senza stagioni. Eppure in "Non sono ancora stanca" il tempo è scandito tra il gennaio del 2003 e il cinque settembre del 2021. Ma nella culla del kaos in cui canto le ninna nanne all'Ora dell'aperitivo, la nascita di una 'nuova' scrittrice ha cristallizzato un segmento di anima che nel mio caso è posizionato proprio sopra al fegato. Le domande di ventenne dell'autrice hanno un'intensità, un suono, un profumo. La lettera diario di Laila alla sua amica che è morta è, per citare Orwell, sospesa tra sdegno e passione. La fine di una giovane vita è l'inizio di un viaggio in punta di piedi che allontana il lettore da ogni gabbia retorica. Se Woody Allen può permettersi il respiro della battuta "cosa c'è nell'idea della morte che mi agita tanto? Forse l'ora", l'ora che ho speso leggendo e rileggendo il racconto è un dono vitale, nonostante la dolorosa incombenza del vuoto.

3 gennaio 2003

Se vogliono pensare che sei diventata un angelo, lo pensino pure, sappiamo entrambe che non è così. Tutto puoi essere diventata ma non ti ci vedo proprio con le ali e il corredo al completo. C'è un enorme errore in questa storia e mi sembra impossibile che nessuno riesca a vederlo, così grande ed evidente. Lo vedo solo io? Possibile?
Perché cinque giorni? Sono tanti. Ho bisogno di vederti per smetterla di pensare ad una soluzione, perché cazzo lo so che non c'è. Oggi cercavo disperatamente le tue foto, ho un bisogno fisico di vedere la tua faccia. Non è per te, è per me. Non è un ultimo saluto, non mi rassegnerò così presto a salutarti.
Quanti se ne saranno andati il tuo stesso giorno? E probabilmente tutti i loro cari pensano che non fosse il loro turno, proprio come faccio io. Ebbene non me ne frega niente. Adesso vengo io, prima di tutti gli altri.
Ho spesso immaginato come sarebbe stato, senza crederci veramente, più per immaginare le reazioni di tutti che per il fatto in sé, insomma non ti ho mai augurato niente. E' stato uno sbaglio, adesso mi sento in una mia costruzione mentale, in un universo parallelo dal quale vedo la paranoia e il rimpianto di tutti da una lastra di vetro. Come dalla teca di un museo. Finché non ti vedo non ho il coraggio di prendere in mano un sasso e rompere il vetro, ho bisogno di un'emozione che mi svegli da questo mondo dal quale non voglio uscire per vedere la realtà.
Quando succederà toglierò il tuo indirizzo dalla rubrica, il tuo numero dal cellulare, la tua mail dalla mailing list.
Perché ci hai fatto questo? Non siamo capaci di accettarlo, non lo vedi? Non potevi resistere ancora un po'? Devo sapere come è successo. Se quegli incompetenti hanno fatto davvero di tutto, se sapevano la catena di reazioni che innestavano.

Eppure la notte insegue ancora il giorno,
l'acqua scroscia pesante durante il temporale,
livide guance di ciechi scorgo d'intorno
e sorge attonito questo ridicolo fiore del male.

Nessuno s'adombra del nero sudario che tutto avvolge,
troppo presi da quel profumo d'orgoglio,
nessuno s'accorge
del mio mero cordoglio.

4 gennaio 2003

Tua madre dice che è meglio non vederti. Ma come faccio? Cosa devo fare? Non posso rischiare di rimanere nella teca ancora per molto, ma non posso rischiare di essere perseguitata dalla tua immagine sorridente. So che è stata un travaglio, credo che tu abbia sofferto moltissimo e oggi mi pareva di sentirti. E' tutto il giorno che sono nella tua stanza d'ospedale, so che non dormirò, so che sentirò ancora le grida. Aiutami a svegliarmi da quest'incubo, sento la tua forza e il tuo abbandono finale. Dev'essere stato terribile, speravo oggi mi dicessero che è stato un infarto e non hai sentito niente. Spero solo non fossi cosciente.
Inizi a diventare una di quelle scene da film con la musica di sottofondo, al rallentatore con i contorni sfumati che fai le cose quotidiane: che passeggi con me in centro alla ricerca di un regalo, ti alzi dalla sedia per consegnare il compito in classe, sposti il tubo della flebo con le tue mani magre.
Martedì non ci sarà neanche la cerimonia ma non ho capito bene perché o a quando è stata rimandata, ho sempre pensato che il funerale, la tomba e tutto il resto fossero solo per i vivi e a questo punto penso sia un dovere dei morti lasciare che questi si facciano. Mi servono. E penso anche agli altri. E invece tu verrai cremata e non ci saranno i funerali per tua espressa volontà. Perché? Quel corpo che ti ha fatto tanto penare verrà bruciato come sterpi secchi al sole, a cosa serve un corpo malato e debole quando l'anima ha le ali per volare? Il tuo nemico di una vita ti ha portata via e ora è il momento che venga distrutto per tutto ciò che ha fatto.
Lunedì ti possiamo vedere, non so se seguirò il consiglio di tua madre.

5 gennaio 2003

Oggi non ho ancora sentito nessuno. Non avevamo così tanti contatti dalla maturità. E oggi non ho ancora chiamato nessuno. Fondamentalmente perché non c'è niente da dire. Non si sa niente, né un giorno, un'ora. Allora domani che faccio?
"Dev'esserci, lo sento, in terra o in cielo, un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto", io non perdono.
Cosa avrei fatto il 21 dicembre se avessi saputo che era l'ultima volta che sentivo la tua voce? Tutti si stanno facendo queste domande, ognuno a modo suo, ma tutti se le stanno facendo. "Se avessi fatto…", "sarebbe stato meglio se…" e tutta un'altra serie di rimpianti su tante, troppe, maledettissime occasioni perse. Non sarei partita quel sabato, sarei venuta a trovarti, avremmo fatto due chiacchiere sugli esami, sui prof, sulla mia patente ancora da prendere, sui dieci giorni che ti mancavano da passare in questo posto.
Non ci credo molto, ma se la donazione degli organi fosse davvero efficiente nel nostro Bel Paese, magari eri a casa da un pezzo e non un numerino su una lista interminabile. Tu e tutte le altre persone che domani faranno questa fine. E visto che non riescono a far funzionare questo, potrebbero almeno lasciarti il diritto di scelta sulla tua vita e che ognuno se la veda col suo dio poi per conto suo.
Neanche io ho la tessera per la donazione degli organi, come molti altri.

Non potrò vedere i tuoi occhi chiusi. L'ho saputo stasera, ti hanno adagiata oggi e non domani come doveva essere, forse eri troppo straziata da tanto dolore. E io? Che faccio con la teca? Magari sarei arrivata domattina nel freddo dell'inverno milanese delle sei e mezza davanti all'ospedale e non sarei entrata da brava cuor di leone. Non lo so. E a questo punto non lo saprò mai. Ti ricorderò al meglio: appena tornati dalle vacanze estive, un po' abbronzata con i tuoi enormi occhi scuri, te li ho sempre invidiati tanto con le loro ciglia folte. Non mi sento vittima di una profonda ingiustizia, anzi, forse solo la tua famiglia aveva il diritto di vederti e noi ce lo stavamo arrogando tutti senza pensarci. Ma tanto ormai non c'è molto da discutere, no?
A cosa pensa una ragazza di vent'anni nemmeno? A cosa sarebbe giusto che pensasse? Alle uscite, i vestiti, cosa fare da grande? Potevi farlo tu? Potrò farlo allo stesso modo io dopo questo?

6 gennaio 2003

Ho visto un film. Uno dei più orribili prodotti della recente industria cinematografica tra l'altro, quindi non guardarlo. Era una ballerina che scopriva di avere un tumore e sì, moriva. Posso solo immaginare cosa ti è successo quando hai smesso di ballare. Mi ossessiona questo pensiero, ogni cosa che vedo, faccio, sento mi fa tornare a questo. Io non sono diversa da te, ero quello che eri tu e sarò quello che sei ora. Come tutti.
Ora: la ballerina a un certo punto smetteva la chemioterapia perché si accorgeva che era diventata solo un palliativo e tutti attorno le stavano dicendo solo un mucchio di stronzate sul fatto che sarebbe guarita. Hai avuto anche tu questo momento, quello in cui hai fatto sedere tua madre e le hai detto che sapevi quello che sarebbe successo, che volevi essere cremata, niente fiori, nessun funerale, di dire a noi di fare una donazione alla ricerca? Sapevi anche dello strazio e dello spasmo finale per il quale era meglio che non ti vedessimo e che ci ricordassimo i tuoi enormi occhi da cerbiatto incastonati nel tuo viso ambrato? Nessun dio può fare una cosa del genere.
Hai presente la scena del film "Il corvo" in cui lui fa sentire agli assassini della sua fidanzata tutto il dolore di lei in quel momento. Io ti sento, che affanni, che cerchi di aggrapparti al lenzuolo con le mani, che spasmi. Ti sento. Non posso sopportarlo oltre. Smettila. E' macabro ma vedo quando ti tirano fuori dalla cella per adagiarti, e sei blu e magra.
Ti auguro di non essere sola.
Tutti dobbiamo ritornare, tu forse hai solo dovuto farlo un po' prima degli altri. Va beh, so che hai capito che non ci credo neanche io.

Notte tra 7 e 8 gennaio 2003

Non riesco a dormire. I pensieri mi affollano la mente. Come cambierò dopo tutto quello che è successo? Cosa mi ricorderò tra cinquant'anni? Conoscendomi solo il mio dolore e il tuo viso sarà una macchia dai contorni sfumati, però ora ricordo le tue mani perfettamente. Non voglio che succeda, non meriti di essere dimenticata, anche da un'egoista come me che pensa al suo dolore. Il tuo dev'essere stato troppo grande, come posso io sopportarlo? Vigliacca e paurosa come sono. Mi dispiace.
Chissà che ore sono. Faceva molto freddo stasera, magari domani nevica. Che odio la neve a Milano.

9 gennaio 2003

Milano era freddissima questo pomeriggio, non nevicava, ma il freddo penetrava la pelle e gelava le lacrime sulle guance.
So che sei arrabbiata, perché c'eri e hai visto tutto, va bene era un funerale, ma è stato molto personale, con la tua poesia, la lettera, l'altra poesia letta da tuo padre, le rose blu.
Sono passata dalla rabbia incontenibile, a una triste malinconia, a una serenità pacifica, è strano, non è rassegnazione, sono solo calma ora. Non ho pianto sai? Il perché esatto non lo so, ai funerali non piango, l'ho constatato e poi mi dicevo di tenere duro perché ho letto io la lettera e non potevo andare singhiozzando, già tremavo. Dopotutto il prete è stato bravo.
Quanto mi sentivo lontana da te! Il mio rapporto personale con te si perdeva nella chiesa colma di gente, mi sentivo piccola e presuntuosa per il mio dolore, in fondo ci saranno state persone che erano molto più legate a te di me. Ma non importa. E' con il destino umano in generale che rifletterò ora, sul tuo credo di essere quasi giunta alla fine.
Che odio vedere gli adulti piangere non trovi? Quando ho trovato la tua poesia sulla panca pensavo di non farcela, rivedere la tua scrittura così piccola e ingarbugliata mi ha fatto tornare in mente la scuola, i passaggi di appunti, i libri, i commenti sui prof, i compiti copiati, per fortuna ora so che nessuno me li toglierà questi ricordi. Forse però ce ne sono stati altri altrettanto belli. Ti ho sempre trovato una persona estremamente divertente, nel vero senso della parola: ironica, sarcastica, forte. Per questo mi piaci. E per questo avrei voluto una cerimonia un po' più allegra, se mi concedi questo termine. Hanno pianto moltissimo le altre, sembravano perse e io lo ero altrettanto ma era come se dialogassi con te dentro di me. E credo che per un po' continuerò a farlo, finché ti sentirò rispondere.
Che succederà adesso? Con oggi sento di aver concluso la faccenda. Ti verrò a trovare, certo, ma con oggi è finito il ciclo formale che questa strana tribù riserva ai suoi defunti.
Voglio sincronizzare il mio respiro con il tuo battito vitale, sarò forte e bella, ti vedrò in tutte le cose che mi accadranno. Tienimi per mano.

5 settembre 2021

Oggi sono riuscita a far sì che il grande meccanismo che ti portò via tanti anni fa riparasse al suo errore. Ho portato a casa una splendida bambina, il suo nome sarà il tuo. Saprò farle da madre e da amica, come tu lo sei stata per me. Attendo sempre che qualcuno mi faccia sapere le risposte alle mie domande di ventenne.


Laila Bonazzi
E' nata a Milano il 5/11/1983

Diplomata di recente e matricolina all'Università degli Studi di Milano. Ama gli amici di una vita e a una persona molto speciale che sarebbe potuta diventarlo dedica questo insieme di parole. E di biograficamente notevole non c'è altro.
Il mio racconto sarebbe un poco riuscito esercizio di stile, se non inserissi in queste righe che mi sono concesse un appello a tutti per l'aiuto alla ricerca scientifica. Grazie .

Subway, I Juke-box letterari
Organizzato e promosso dal Settore Giovani del Comune di Milano,
in collaborazione con l'Associazione Laboratorio E-20, con la partnership di ATM S.p.A. e LIMONTA SPORT S.p.A.

Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino

"Non sono ancora stanca"
© Laila Bonazzi 2003
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani

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