Lorenzo
Moretto
Cane che fuma
genere
Racconto di confine
1
racconto da 8 fermate
Prefazione
di Raul Montanari
Impressionante.
E' la prima parola che mi è venuta in mente leggendo questo
racconto, e tutto sommato non mi sento di cancellarla.
E' così generica ed evocativa che ci sta dentro tutto quello
che sta nel racconto: il mare fra Monfalcone e Trieste, che ha
una voce più bella quando spira la bora; due fratelli che
ogni mese si sfidano per guidare il gippone del padre; un padre
che faceva il barbiere e ora è costretto in casa dalla
vecchiaia e dal grasso che si porta addosso e da un'inerzia assassina;
due soldati di una guerra invisibile che escono dal nulla e nel
nulla rientrano dopo avere sparso per qualche pagina un'insensatezza
gelida e allarmante, che mi ha fatto pensare al terribile dialogo
iniziale del racconto di Hemingway "The Killers"; una
mountain bike che rischia di essere costretta a un amplesso spaventoso
con una vecchia bici; un uomo che per venticinque anni smette
di fumare e poi ricomincia; il figlio di quest'uomo che comincia
a fumare per fare compagnia al padre.
Leggendo un racconto come questo viene da pensare una banalità:
che nella prosa, forse, la scrittura è tutto. Che per uno
scrittore la scrittura non è un mezzo per raccontare una
storia: è la storia. Come diceva McLuhan, il mezzo è
in realtà il messaggio.
La scrittura di Lorenzo Moretto è di una maturità
sbalorditiva: spietata, precisa, antisentimentale. Al tempo stesso
piena di tensione verso il bello e il buono, verso una dolcezza
sconosciuta che freme al di là dell'orizzonte, del bosco,
degli sguardi. La sua voce è una voce perentoria, che non
vuole sedurre il lettore: si accontenta di metterlo spalle al
muro e chiamarlo per nome, infallibilmente.
E'
così che si diventa grandi:
con il corpo inclinato in avanti e tutto il peso che si scarica
sui pedali, vicino alla soglia del sublime, quando le ruote scalano
l'asfalto e la catena è impostata su un rapporto lungo
e scivola sulle corone dentate. Alle mie spalle, prima della salita,
dove s'intravede il mare in lontananza, una lunga fila di prefabbricati
colorati: bianco, rosa, ancora bianco, grigio-topo, giallo, bianco,
rosso, e tutti i colori di una delle strada che unisce Trieste
a Monfalcone, lungo la costa rocciosa che si tuffa nel mare. Il
vento arriva dal golfo e muove i rami degli alberi come artigli
pronti a graffiare per difendere il territorio. L'aria odora di
salsedine e di polvere d'amianto.
Mio fratello Carlo Alberto e la sua bici da corsa si stanno ormai
avvicinando quando il ronzio di un'ape attira la mia attenzione,
proprio nel momento in cui mi sono alzato sui pedali e la mia
bike oscilla come un metronomo. La pendenza favorisce Carlo Alberto
che mi raggiunge e prova lo scatto in avanti, sprigionando la
forza che ha nelle gambe e aumentando il numero di giri, ma io
rimango lì e allora incominciamo a pedalare fianco a fianco
fino a urtarci di spalla, emettendo grugniti soffocati. Le biciclette
sibilano una contro l'altra. La strada è isolata, ma del
resto chi altri puoi trovare sulle strade secondarie del Carso
alle sette di mattina, quando i grilli non sono ancora in grado
di bombardarti con il loro cicalio e il mare, invisibile, lontano,
incomincia la sua opera di corteggiamento?
Dopo una cinquantina di metri mio fratello cede: non credo per
assenza di fiato né per mancanza di gambe, ma per il granchio
al cervello - ti viene quando ti rendi conto che la cosa che ti
brucia dentro e che ti spinge a cibarti delle sfide, quella fiamma
azzurra che consuma ossigeno e sogni e produce idrogeno e sogni,
l'ambizione, molla la sua preda. Come una tenaglia che ti accarezza,
ti corteggia e ti rapisce dalle situazioni, ti fagocita, stringe
la sua presa e poi la allenta per giocare. E lui ce l'ha, questa
tenaglia. Carlo Alberto e la sua bici si bloccano sul ciglio della
strada, vicino a un muretto di pietre su un prato verde corallo
e rocce calcaree sparse qua e là, mentre io continuo a
pedalare con il fondoschiena schiacciato al sellino. Riesco a
girarmi per vedere il telaio della sua bici splendente e obliquo,
sul muretto, con la ruota anteriore che sembra svincolarsi dalle
forcelle e i raggi pronti a girare. Un mezzo sorriso distorto
di Carlo Alberto mi emoziona.
Riprendo a darci dentro sui pedali e la maschera di sudore spalmata
sulla mia faccia si raccoglie in lacrime salate che gocciolano
dal mento. Le api sentono l'odore della paura.
Quando raggiungo la fine della salita e la strada diventa pianeggiante,
mi torna in mente una frase di mio padre pronunciata qualche giorno
fa, alla soglia dei sessantacinque anni e dei centodieci chili,
durante uno di quei momenti in cui i vuoti di memoria galoppano
nella sua testa:
"Sto cercando il mio equilibrio."
Cercare un equilibrio. La parola equilibrio mi fa venire in mente
questa cosa: distribuzione del peso. Distribuzione e peso. La
distribuzione ha a che fare con lo spazio, il peso con la forza
che ci attrae al centro della Terra. Spazio, forza, centro. L'equilibrio,
allora, è la forza che impieghiamo per rimanere al centro
dello spazio dove ci troviamo? Ma il punto è: perché
è così importante stare al centro di uno spazio
da dover esercitare la nostra forza? Forse perché il centro
ci offre la possibilità di vedere quello che ci circonda,
da noi alla periferia del nostro impero e dalla periferia del
nostro impero a noi? Ora che sto pedalando su una strada deserta,
alla ricerca del mio equilibrio, e prendo confidenza con il territorio,
mi sento solo. Penso alle distanze da percorrere. Penso alla fatica
che mi spezza il fiato e mi svuota gambe e torace. Penso al fatto
che non ce la farò. Penso che forse sono passati trenta
secondi da quando la parola equilibrio si è trasformata
in qualcosa che si avvicina alla solitudine. Penso che mio fratello
sia un coglione. Penso che trenta secondi siano una buona approssimazione
del tempo trascorso a pensare a queste cose. Magari è un
minuto. Una volta pensavo che mio padre fosse Dio. "Potente"
era la parola che più gli calzava. Aveva forza, senso dell'umorismo,
neanche novanta chili e non si vergognava di baciare la fronte
e le guance dei suoi figli in pubblico. Ora una peluria ispida
gli riveste la pelle del viso e i suoi occhi sono diventati liquidi,
sfuggenti. La poltrona ha preso la sua forma e il suo odore e
quando non impugna il telecomando un fremito, minaccioso, attraversa
la sua mano destra.
La voce di mio fratello mi richiama alla strada.
"C'è una parte di me," dice "che vorrebbe
semplicemente darti un calcio nel culo, farti cadere e lasciarti
agonizzante su questa strada."
Venti secondi di silenzio.
"E allora dammi questo calcio," dico.
"Guarda che lo faccio, pezzo di merda, giuro che lo faccio."
"E allora dammi questo calcio," ripeto.
"Lo faccio, eh? Sei pronto?"
Aumento il numero di pedalate al minuto e la mia bike ha uno strappo
in avanti, su una breve salita che ha poca pendenza. Il suo grugnito
e la sua imprecazione rimangono inchiodati al posto, ma dopo un
po' il suo ansimare mi raggiunge. E puntuale arriva il calcio.
Io e la mia bike voliamo sul bordo della strada e atterriamo sull'erba
e sulla terra rossa, in un groviglio di braccia che si lacerano,
manubrio, cavi dei freni che si staccano, telaio, cerchioni che
s'incrinano, gambe che si bruciano sull'asfalto e fianco esposto
al sellino.
Carlo Alberto esulta mentre si arrampica verso un altopiano. Ha
il braccio destro teso verso l'alto e la mano racchiusa in un
pugno. L'ultima cosa che sento uscire dalla sua bocca è:
"Il Gorilla è mio!"
E poi i raggi del sole incominciano ad ammorbidire la strada e
la vegetazione e a rendere il suo corpo e la bicicletta su cui
viaggia un'unica sagoma di gelatina che si deforma, in lontananza,
fra le pietre e i cespugli di rovi e le pinete, fino a dissolversi.
Così rimango solo, circondato da farfalle pensanti e animali
invisibili.
C'è qualcosa di stonato in me, fermo su una strada del
Carso, alle sette del mattino, con alcune sbucciature e tagli
sul corpo, abbracciato a una mountain bike ammaccata. Mi sembra
di essere un furgone dei gelati posteggiato in una strada dove
il sole scioglie l'asfalto
Aspetto. Ascolto il leggero tum
tum che mi riempie la cassa toracica e mi faccio accarezzare dalla
brezza che arriva dal mare, un movimento dell'aria morbido e tiepido,
niente a che vedere con quella cazzutissima bora che ogni tanto
ti sbatte sul muso i suoi cento e passa chilometri orari, e rende
impossibile pedalare ma meravigliosa la voce del mare.
Il mare cambia. Lo guardi ogni giorno, dalla stessa scogliera,
e vedi forme e sfumature diverse. Si gonfia, s'increspa, si alza
e si abbassa, diventa piatto, mentre i colori si confondono con
le sue mutazioni. E se cambiasse il suo volume oltre alla forma?
Una volta, avrò avuto 4 o 5 anni, ho chiesto a mio fratello
cosa fosse il mare, da dove venisse. Lui mi rispose:
"Il mare è dove uno fa il bagno."
Qualche anno dopo gli feci di nuovo la stessa domanda, credo più
per provocarlo che per altro, e lui disse:
"Il mare è una cosa bagnata e salata."
Probabilmente, se glielo chiedessi oggi, mi direbbe qualcosa tipo:
"Il mare è una figa."
Adesso il sole si arrampica nel cielo, ma s'intravede qualche
nuvola qua e là. Mi incammino con i miei acciacchi verso
l'altopiano dove è scomparso Carlo Alberto, portandomi
la bike sulle spalle. Una ruota non gira più come dovrebbe
perché un cerchione è andato a farsi friggere. Ma
il vero problema è che non mi ricordo bene qual è
la strada più breve per arrivare a casa.
Dopo una buona mezzora di cammino mi sento tutte le gambe indolenzite
e ho già esaurito l'acqua della borraccia agganciata alla
bike. Non credo che finirò mai di descrivere gli effetti
che provoca la tensione di un polpaccio contratto sull'intero
piede, sulla gamba, sui fianchi, fino a raggiungere la zona cervicale
Un fruscio alla mia destra, proveniente da un cespuglio mobile
che aggredisce una lastra di pietra, ai bordi della pineta, richiama
la mia attenzione e dopo alcuni secondi mi ritrovo di fronte due
individui, uno alto e uno molto basso, sbucati fuori dalla vegetazione
sinistra. Indossano un'uniforme mimetica, gli anfibi e un berretto
di tela verde scuro. Il viso è imbrattato di fango e lucido
da scarpe nero. L'odore del lucido da scarpe mi arriva dritto
al naso. Il problema, però, non è questo abbigliamento:
entrambi imbracciano un fucile (fucile?) e, allacciato attorno
alla vita, un pugnale. Si avvicinano tenendo gli occhi puntati
sui miei.
"Chi sei?" mi chiede il piccoletto.
"Perché ti sei conciato in quel modo?"
"Dove ci troviamo?"
Cominciamo bene. Nei paraggi non c'è anima viva e la stanchezza
non è più così pesante. Si scambiano qualche
battuta che io non colgo ma che giurerei essere espressa in sloveno
o croato, e poi, con un cenno militaresco, mi indicano la pineta,
invitandomi a precederli. Già, e la mia bike?
"Quella puoi lasciarla lì," mi dice il tipo più
alto, quasi ad anticipare le mie proteste.
Il suolo è tappezzato di aghi di pino, muschio rampicante,
pietra calcarea e terra rossa e i rumori vengono attutiti. Quello
più piccolo, che chiamerò Basso perché è
proprio basso - non riesco a decidermi se è un nano mancato
- ha una faccia perennemente imbronciata e tiene la sigaretta
dritta fra le labbra che si stringono sul tubo di carta e tabacco.
Alto, invece, ha un viso ossuto e sporco, gli occhi sono quelli
di un fuggiasco. Una spruzzata di peli da adolescente conferisce
alle sue guance una sfumatura nera. I loro vestiti, quasi stracciati,
quasi rattoppati, raccontano di convulsi inseguimenti nel cuore
scuro del bosco, dove la vegetazione cresce indisturbata, lontana
dal cielo.
"Dove siamo? Che succede qui?" incalza Basso.
"Qui?"
"Si, qui."
"Be', niente, me ne stavo andando a fare un giro con la mia
bike assieme a mio fratello quando ho avuto un incidente e
"
"Fratello? Hai detto 'fratello'? Ma allora non sei scompagnato?
Hai sentito, che ti avevo detto? Qui c'è un odore estravagante
e anche se non è zona di guerra è qui che si rifugiano
gli impuri."
"Guerra? Ragazzi, forse state facendo quel gioco che si chiama
qualcosa come 'arte della guerra', o 'arte del combattimento'?
Nulla in contrario, ma il tempo sta cambiando e io sarei a piedi,
per cui, se non vi dispiace, io adesso me ne andrei." E così
dicendo, mi giro e faccio un paio di passi per allontanarmi, ma
il rumore di un fucile caricato automaticamente e pronto a sparare
(verso di me!) mi blocca.
"Fermo lì. Ci sono piccole probabilità che
io sbagli, mentre ci sono elevate probabilità che io ti
procuri cavità nel corpo." Questo è Alto.
Mi giro e mi blocco con le mani lungo i fianchi e mantengo, adesso
sì, l'equilibrio.
Piccoli grumi di terra si sono conficcati sotto le unghie della
mano di Alto, che mi punta decisa: "Noi crediamo che tu viaggi
solitario, ma dobbiamo sapere dove siamo e se qui c'è la
guerra."
Però. "Non sono sicurissimo del nome del paese più
vicino, ma vi posso dire che ci troviamo fra Monfalcone e Trieste
e che qui l'unica guerra che abbiamo è quella per trovare
un parcheggio in città. Quelli sono fucili
veri?"
"Trieste? Allora siamo lontani da Dubrovnik. Cosa ti avevo
detto, Kristijan Pavlek? Dobbiamo avviarci verso est. Qui non
ci sono gli impuri e questa zona non è stata segnata dall'emigrazione
dei carri armati."
"Ma, Oblak, abbiamo seguito l'odore dell'aria. Questo odore
non dice menzogne."
"Se ti riferisci all'odore che senti, è la polvere
d'amianto che proviene dal cantiere navale qui vicino."
Basso non mi guarda neanche, ma le nocche della mano che impugna
il fucile sbiancano: "Se non stai zitto, ti procuro cavità
nel corpo, hai capito?"
Ho capito. Rimane il fatto che non ho visto nessuna guerra qua
in giro, né nei bar, nei negozi, negli uffici, nelle scuole,
sugli schermi dei centri commerciali dove sono andato a fare la
spesa, o in tutti gli appartamenti dove sono stato invitato, ma
vedo bene di non dire niente, adesso.
"La nostra missione è individuare i posti dove si
nascondono gli impuri. Un giorno questa guerra maligna finirà
e allora le anime dei nostri fratelli caduti per i loro ideali
potranno trovare riposo. Sono elevati anni che ci nascondiamo
nei boschi e ci cibiamo di quello che ci offre la natura, lontani
dalle nostre famiglie. Quello che ci serve, però, sono
le sigarette. Ho visto che tu non possiedi sigarette. Dove possiamo
trovare il fumo?"
Alto mi guarda immobile, in attesa. Io rispondo a loro che qualche
chilometro più avanti c'è un paese, vicino al confine
con la Slovenia, e che lì c'è sicuramente una tabaccheria.
Lui fa un cenno di assenso con la testa. Poi si gira verso Basso
e attaccano a parlare in una lingua che non conosco per qualche
minuto. Io mi concentro sui rumori del bosco, ma ogni tanto mi
cade l'occhio sui fucili. Poi Basso si gira, mi guarda, e torna
a guardare Alto.
"Dimmi una cosa," chiede Basso.
"Sì."
"E io penso che mi dirai la verità."
"Allora so cosa vuoi postulare," e così dicendo
Alto fa un numero niente male, si produce in un ghigno che gli
attraversa la faccia da orecchio a orecchio.
"La risposta qual è?" fa Basso.
"La risposta è sì."
"Ma perché lo vuoi lasciar andare così?"
"Perché mi sembra uno inerme, come un cane che procura
compagnia, e perché è una cosa che mi va. In quanto
a te," volgendo lo sguardo nella mia direzione ma tenendo
gli occhi fissi sulla bike mezza distrutta, " non so se devi
essere più felice perché ti lasciamo andare o più
spaventato per il fatto che c'è una guerra in atto e non
lo sapevi.
"Comunque, vedi di stare all'erta: la prossima volta potresti
incontrare altri guerrieri e avere meno fortuna. Dobro? Dobro.
Ora fila."
Basso ha un'espressione lievemente contrariata, ma Alto non ammette
repliche. I due mi congedano con un breve cenno della testa, oscillando
in su il mento, e si dirigono verso la parte più profonda
della pineta. Ecco il loro saluto, bang, fatto. Spariscono nella
vegetazione, calpestando un terreno ricoperto da aghi di pino
e terra rossa e spostando con le braccia e i fucili alcuni rami
troppo bassi degli alberi. E così raccolgo le macerie del
mio corpo e m'incammino verso la giornata che mi porta a tutto
il resto, anche alla mia casa. E questa volta sono io a portare
la mia bike verso l'arrivo. Nel cielo, adesso, ci sono le nuvole,
nuvole come centinaia di palloni aerostatici che si gonfiano e
fluttuano nell'aria.
Quando raggiungo casa la faccia contratta in un sorriso a labbra
chiuse di Carlo Alberto mi accoglie.
"Dimentica il Gorilla: è mio. Non te lo impresto.
E tempo zero per togliere tutti i tuoi cd dal vano portaoggetti.
La vita è una grande festa!"
Il Gorilla è un Cherokee 8.9 Limited, colore blu metallizzato,
automatica, full optional. Un jeeppone che mio padre ha portato
a casa al termine della sua attività di barbiere durata
qualcosa come quarantacinque anni. Teneva ferme le ciocche da
tagliare con l'indice e il medio della mano e poi via, un centimetro
alla volta, un centimetro di vita attaccata da sostanze clinicamente
testate, di soluzioni future che non possono più nascere,
un centimetro come misura inutile dell'essere un maschio. Capelli
biondi, scuri, bianchi, rossi, blu, lisci, ricci o semplicemente
ondulati, cadevano a centinaia e formavano batuffoli disordinati
che poi mio padre spazzava via con la grazia di un orso. Io e
il mio fratellone ce lo giochiamo spesso, visto che mio padre
non molla la poltrona se non per il cesso e il letto e mia madre
non ha mai guidato in vita sua. Il possesso dell'auto dura un
mese e il vinto può sfidare il vincitore il mese successivo,
se lo vuole, scegliendo l'arma da combattimento. Carlo Alberto
mi frega con la sua bici da corsa, io, di solito, me la cavo con
le geometrie del tennis. In ogni caso, sono sfide sporche, con
poche regole e molto agonismo.
E così me ne vado in soggiorno a fare compagnia ai 110
Kg di mio padre. I suoi occhi liquidi fissano lo schermo dove
un tipo impazzito è in piena trance da televendita.
"Niente Gorilla, eh?" mi chiede senza spostare la testa.
"Già. Il problema è anche niente bici, cazzo.
È andata e non so quanto mi viene ripararla."
"Pensa finanziario" dice.
"Scusa?" faccio io.
"Pensa finanziario. Abbiamo la mia bicicletta giù
in garage che nessuno usa. Prendi i pezzi che ti servono e montali
sulla tua bicicletta. Pensa finanziario."
La sua bicicletta è un vecchio rottame di metallo e ruggine,
ancora funzionante se guardi i cerchioni e la catena, ma completamente
privo di freni e di pedali. Gli innesti che dovrei fare sulla
mia bike Columbus al titanio, 15 rapporti e azione frenante massima,
causerebbero il suo decesso definitivo. Protesi di duro alluminio
che si fondono con il dolce amianto, in un amalgama che assomiglia
più a uno stupro che a un orgasmo.
La sua bicicletta racchiude storie da raccontare ma quella che
lui amava ripetere di più durante le cene di famiglia era
quella del carro e del cavallo cieco. Mio padre e suo fratello
se ne andavano spesso a scuola, da ragazzini, in due sulla stessa
bicicletta, uno a pedalare, l'altro sul tubo a gestire il manubrio.
Abitavano in campagna e le strade che dovevano percorrere facevano
schifo. Quando era evidente che usare la bicicletta, quella bicicletta,
era impossibile, nelle giornate infestate dalla pioggia e dalla
bora, usavano una carrozza e un cavallo cieco che li portava dritti
a scuola. L'unico problema era che quel vecchio cavallo cieco
tendeva ad andare a destra e bisognava usare bene le redini per
evitare di finire nel fosso che costeggiava il sentiero. Gli unici
due ragazzini al mondo che arrivavano a scuola a bordo di un'astronave
antica... Cristo, avrò sentito quella storia centinaia
di volte e vorrei proprio averlo visto quel cavallo cieco. Chissà
cosa pensava, quella bestia. La bicicletta è sopravvissuta
a tutto, al cavallo cieco e alla guerra combattuta lungo il confine,
come agli anni della Vespa Piaggio e dell'Alfetta bianca che traghettava
la nostra famiglia verso tutte le destinazioni.
"Ci penserò, papà" è quello che
riesco a dire.
Lui accenna a un sì con la testa, un solo movimento calibrato
che gestisce alla perfezione. Poi prende una sigaretta e se l'accende
senza togliere gli occhi dalla televendita. Il fatto che abbia
ripreso a fumare dopo venticinque anni di astinenza è una
cosa spaziale. Non so perché, ma mi ha reso felice. Che
cazzo ha da perdere?, mi sono detto.
Alla tele c'è questo tipo a torso nudo che tiene in mano
dei cavi elettrici collegati a una scatola piena di lancette e
numeri digitali. I cavi terminano in piccole placche o ventose.
Il tipo li chiama elettrodi.
"L'elettrostimolatore Personal Gym Pacific è l'ultima
possibilità che abbiamo per sconfiggere il tempo. Provate
a pensare a un mondo di lampadine, di lavatrici, di televisori,
di frullatori, di lettori cd, di telefoni, di condizionatori d'aria,
di tecnologia satellitare, un mondo dove tutti, ma proprio tutti,
sono collegati alla fonte primordiale della vita con dei cavi,
una fonte inesauribile perché si autoalimenta per azioni
e reazioni di agenti chimici che sono alla base del nostro universo.
E voi sempre in prima linea con il vostro elettrostimolatore Gym
Pacific. Voi, conduttori di elettricità viventi. Allora
il tempo non potrebbe intaccare il vostro vigore, la vostra salute,
la vita. Padroni del tempo. Cosa aspettate? Telefonate, gente,
telefonate!"
Già, cosa aspettiamo? Mi ci vedo in un momento di scambio
di effusioni con una ragazza, io con gli elettrodi appiccicati
al culo e la manopola della scatola dell'elettrostimolatore sul
livello di voltaggio massimo, e al momento dell'orgasmo sparare
uno schizzo di energia liquida nel corpo della mia amata per donarle
l'amplesso più forte e indimenticabile della sua vita.
Dove li trovo i soldi per questo aggeggio? Intanto la tele dice
qualcosa sulla garanzia al momento dell'acquisto, ma mio padre
cambia canale e prima di finire la sigaretta ne tira fuori un'altra
e l'appoggia sopra il tavolino al suo fianco, vicino all'accendino
e al paio di forbici che lo seguono dovunque. Alla tele, adesso,
c'è un film di guerra.
Qualche settimana fa ho deciso di incominciare a fumare. Mi era
sembrata la scelta migliore della mia vita. Non era vero, naturalmente,
ma ho deciso, comunque, che era una mossa da provare. Fumare.
Fumare con mio padre, in silenzio, assaporando il piacere di dipendere
da qualcosa di così leggero al tatto, legati da un rituale
che è vecchio come il mondo ma nuovo per me, nuovo per
noi, ma che nasce all'ombra del suo corpo sempre più grande.
Ci entro, mi aggrappo con la punta delle dita, se mi appare in
bianco e nero lo rendo colorato e definito come un'immagine su
una Tv a schermo piatto e a cristalli liquidi, ma non riesco a
vederlo nella sua completezza. Però adesso rimango qui,
ho tutto il tempo che voglio.
Quando osservo mio padre che se ne sta davanti alla Tv, inerme,
penso che abbia sbagliato molte cose nella vita. Ho smesso da
un po' di credere che lui sia Dio, ma ho imparato a guardarlo
come prima non facevo. Una pellicola di muffa quasi trasparente
gli scorre sulla pelle e non so che dire, non so trovare le parole
per fargli le domande che vorrei. Poi lui si accende una sigaretta.
E allora fumo anch'io, e mi faccio un paio di sigarette al giorno,
tiro su boccate piene di schifo e di amore e ascolto il silenzio
e il respiro affannato di un uomo che ha tante storie da raccontare
e che non si possono contenere nei centodieci chili che compongono
il suo corpo. E penso che questo sia il suo modo di parlarne,
il suo modo di fare qualcosa di diverso dal semplice sopravvivere,
dall'essere una delle tante cavallette appesantite che saltano
senza un motivo da un posto all'altro. E poi penso che ci fumeremo
tutto il fumabile e fumeremo sempre, di giorno e di notte, non
dormiremo e conteremo in silenzio le cicche di sigaretta che si
accumulano in ogni posacenere o piatto o water della casa, e sembreremo
stanchi, e risponderemo a mia madre, sempre indaffarata con il
bilancio casalingo e con i quotidiani da leggere, a mio fratello,
sempre teso verso gli spazi chiusi, risponderemo a tutti con brevi
frasi gentili e intelligenti e terremo nelle credenze scorte di
nicotina, tisane, liquirizia e vaniglia.
E se avremo voglia, andremo a vedere il mare. Forse ci basterà
immaginarlo.
Lorenzo
Moretto
E' nato a Monfalcone il 13/06/1971, abita a Milano
Subway,
I Juke-box letterari
Organizzato e promosso dal Settore Giovani del Comune di Milano,
in collaborazione con l'Associazione Laboratorio E-20, con la
partnership di ATM S.p.A. e LIMONTA SPORT S.p.A.
Curatori:
Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Cane
che fuma
© Lorenzo Moretto 2002
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani
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