Carmelo
Modica
Il cònsolo
genere
Racconto popolare
1
racconto da 7 fermate
Prefazione
di Alessandra Casella
Dev'esserci
qualcosa nell'aria di Sicilia che porta la penna degli scrittori
verso un cadenzato ritmare la vita secondo melodie più
lente, composte sull'aria della memoria. E la memoria è
quella di un'isola che conserva, quella di un passato che si rivive,
si rimpasta e si distende, lasciando nella sua materia gonfia
la possibilità di ingredienti nuovi, da amalgamare a sapori
più antichi. Carmelo Modica ha portato quest'impasto di
colori forti ed ombre scure nella monotona uggiosità di
Milano, e non ha dimenticato. Così il suo racconto entra
in punta di penna in un salotto siciliano ammantato a lutto, e
noi ci sentiamo subito circondati dal lindore rigoroso di pavimenti
tirati a lucido, di comò col piano di marmo, di laghetti
di pizzo su cui navigano piccoli pescatori di porcellana
E' il giorno del cònsolo, l'antica abitudine - che ormai
sopravvive solo nei paesini della Sicilia profonda - di alleviare
le pene dei rimasti, consolarli, appunto, con visite e cibarie.
Nel cònsolo di Carmelo Modica sono solo donne le vestali
del lutto: le due sorelle della defunta, le amiche, la moglie
del dottore, che arriva guidata dal suo fiuto per le verità
nascoste e si apposta tra le porte socchiuse e i pianti per far
uscire le tracce taciute di una morte misteriosa. Perché
una morte senza onore in un piccolo paese è vergogna perenne
per i familiari e ricotta salata per i maccheroni degli altri,
quelli per cui anche un lutto è occasione per fare "curtigghio",
cortile, e dare sfogo a scandali soffiati e occhiate cariche di
sottintesi. Il racconto di Modica corre sulla paura - quella piccola
dello scandalo, quella grande della verità che neppure
le sorelle riescono a dirsi. Perché quella verità
ucciderebbe insieme a Mimma anche i loro sogni più intimi,
condannerebbe anche loro, le zitelle "un po' sbiadite, ma
non brutte", imprigionandole per sempre. Occorre inventare
una nuova morte, evitando gli occhi di falco della marescialla,
e tramite lei il mondo, e cercando di non pensare che forse ormai
il danno è già fatto, la porta si è già
chiusa per sempre. Carmelo Modica conduce il suo racconto con
grande abilità, e nella sua scrittura tersa, bella, densa
e pulita al tempo stesso c'è tutta la sapienza di un'isola
che sa cantare le sue storie, tutta l'ironia sottile di chi conosce
per diritto di nascita come vanno le cose in questo mondo, ma
sa anche che il modo migliore per dar loro un senso è quello
di raccontarle. Nella scia dei più grandi scrittori siciliani,
che piegano all'italiano gli umori ricchi del dialetto lasciandone
intatto ritmo e colori, ecco una nuova voce, che ci fa sperare
nella vitalità di una letteratura che non dimentica che
scrivere è un'arte difficile, ma sa bene che dietro ad
ogni parola c'è un lettore, con cui dividere il piacere
profondo del racconto.
L'orologio
a pendolo faceva sgocciolare il tempo in un immoto silenzio. Solo
i lenti respiri della stanza riuscivano a scuoterlo. Ogni tanto
rompeva l'aria una vibrante soffiata come il tocco di un marranzano
ma era solo un sospiro che si perdeva lontano lungo un pensiero
fantasma. Solenne e maestosa la morte aveva sequestrato anche
la memoria.
Girolama Incardone si era spenta una mattina di ottobre. Le visite
si avvicendavano una dietro l'altra e ognuna annunciata dal sibilo
della porta che solo in queste occasioni rimane socchiusa. Trisina,
più giovane di un anno rispetto alla sorella defunta, si
chiedeva che senso avesse ancora il cònsolo: questo andare
e venire di gente che lasciava una busta con il cibo originariamente
destinato a quanti presenziavano alla veglia che sarebbe dovuta
durare tre giorni secondo la tradizione. In città non lo
faceva più nessuno; possibile che a Palmisano dovesse sopravvivere
proprio tutto? Non si poteva certo negare che ne aveva fatti passi
da gigante quella briciola di paese: per quanto si portasse da
mangiare al consolo, la gente non si tratteneva più a lungo
come una volta.
Su un tavolo coperto di un drappo di seta nera di fronte al catafalco
si assiepavano pasta, pane, frutta, zucchero. Lidduzza Incardone,
la minore di tutte, preferiva pensare che tutto quel ben di Dio
componeva una specie di presepe che celebrava un'altra vita.
Le persiane erano chiuse, invisibili dietro le gramaglie del lutto
fissate sulla cornice della finestra, e tuttavia l'abbaiare di
un cane oltrepassò i muri e ferì come una scossa.
Le sorelle Incardone si guardarono entrambe come a cercarsi negli
occhi un senso o una ragione, qualcosa comunque che lo potesse
giustificare. Era stato un verso che non avrebbe dovuto destare
nessuna preoccupazione e non lo si poteva certo dire colpevole
di impertinenza nei confronti del dolore. Era stato anzi un abbaio
giocoso che avrebbe dovuto generare tenerezza. Qualcuno ne approfittò
per riprendere padronanza del proprio sguardo e stirare le labbra
in un moto di rassegnazione.
Le sorelle Incardone si erano di nuovo cercate con gli occhi,
la bocca serrata in una smorfia che impediva loro di parlare,
come incollata da un segreto piuttosto che dal liquido senso di
smarrimento imposto dalla perdita. Con occhi di gufo si misero
a osservare gli altri, come a indagare chi fosse stato disturbato
dal verso dell'animale. Durò qualche minuto quello spiare,
poi finalmente ne furono distratte.
"Come fu? Come fu?"
Era arrivata prima la voce in una eco lontana poi Santina Prestigiacomo
era fiondata dentro, tutta trafelata, come mossa da una folata
di vento. Abbandonò sul tavolo un cellophane che conteneva
dei biscotti. L'equilibrio precario rischiava di far cadere anche
gli altri pacchi. Si aggiustò lo scialle fatto a uncinetto
e ripeté a Trisina più soffusamente: "Come
fu?"
Trisina la guardò di storto, alla stregua di una madre
che lancia uno sguardo severo al figlio che ha appena compiuto
una marachella in casa altrui. Fu un lungo istante che si riempì
delle improvvise lacrime di Lidduzza Incardone.
"Una caduta fu". Il verbo alla fine della frase suonò
come un avvertimento piuttosto che il risultato di un tipico uso
del dialetto; un candore sorprendente l'accompagnò.
"E come cadde?" insisté ancora Donna Santina
tutta avvolta allo scialle e continuava a stringerselo addosso
per trovarne un conforto.
Lidduzza sciorinò un'altra sequela di lamentele agitandosi
tutta, il sangue le era montato in testa, gli occhi due fessure
dalle quali scorreva una nutrita scia di lacrime.
"Basta , Lidduzza. Calmati!" Donna Santina fece per
abbracciarla ma Lidduzza si sciolse sul suo petto prima ancora
che l'amica allargasse le braccia per accoglierla. E così
anche Donna Santina si abbandonò al pianto, singhiozzando
insieme alla più giovane delle Incardone e dandosi bracciate
intorno alle spalle dell'una e dell'altra.
Trisina sbirciò entrambe e fece una smorfia. Spiò
la marescialla, come tutti chiamavano Rosalia Cicero, col timore
che in lei si accendesse anche stavolta il fuoco della curiosità.
Trisina sapeva che prima o poi si sarebbe data da fare
La
marescialla ricambiò lo sguardo della padrona di casa che
per un attimo sembrò leggere il suo pensiero:
Troppo contegnosa è
Trisina cercò, quindi, di ammorbidirsi un po' anche se
era più che agitata. La notte non aveva dormito per inventarsi
qualcosa e riuscire a nascondere la ragione della morte di Mimma.
Morire in quel modo
; Gesù, che vergogna.
Donna Santina continuava a fare no con la testa e stringeva al
petto Lidduzza , tremolante come un bianco mangiare appena servito
e, abbarbicata come era al collo dell'amica, per riflesso anche
questa finì per seguire il ritmo dei singhiozzi di Lidduzza.
Rosalia sfidò l'occhiata di Trisina perché Santina
Prestigiacomo non aveva ancora avuto risposta.
"Caduta? E come?"
Fuori il cane abbaiò di nuovo.
*
* *
La
marescialla, ovvero Rosalia Cicero, moglie del dottor Passalacqua
noto in tutto il paese per le sue reticenze a prescrivere medicine
preferendo le alternative di antichi rimedi che si perdevano nella
storia, trasalì all'abbaiare del cane. Le urla divertite
di un bambino la tranquillizzarono. Attraversò la stanza
e sbirciò fuori scostando appena il drappo a mo' di tenda:
in cortile il figlio della 'ngrasciata, cioè la sporca,
si era messo di nuovo a giocare col randagio che bazzicava nel
cortile.
Anche lei, la marescialla, era venuta come tutti gli altri ad
esprimere solidarietà alle sorelle Incardone, a fare loro
le condoglianze e a presenziare al consolo. Chi la conosceva -anche
solo per sentito dire - sapeva che in realtà era la sua
petulanza che la portava a farsi coinvolgere negli eventi più
importanti del paese. Una volta in chiesa durante la funzione
del matrimonio di sua cugina Letizia si era alzata quando il sacerdote
era arrivato alla formula "parli adesso o taccia per sempre".
Tutti l'avevano guardata. Lei aveva fatto 'nz', il tipico schiocco
della lingua che si risucchia dai denti per dire no. Non aveva
detto niente ma aveva rovinato un matrimonio perché da
allora tutti cominciarono a chiedersi cosa sapeva la marescialla;
era forse qualcosa di troppo grave per arrivare al punto di non
averlo detto? E se la marescialla non rivelava niente voleva dire
che cosa grossa era
Gli sposi in seguito avevano contribuito
per la maggiore alla rovina del proprio matrimonio perché
un qualche sospetto aveva preso a roderli entrambi in una lenta
epidemia della testa.
La marescialla non intratteneva nessuna relazione con le Incardone,
né tanto meno con la morta. Ma sapeva che meritavano attenzione,
non fosse altro perché tutte e tre erano ancora zitelle
e Rosalia si chiedeva come mai considerando che non erano brutte.
Forse un po' sbiadite, ma non brutte.
Tornò a sedersi proprio di fronte alla finestra. Al centro
la bara faceva bella mostra dei suoi decori barocchi, delle volute
vertiginose che ne delimitavano gli angoli, lucidi come se trasudassero
una condensa misteriosa e tristi come un inverno grigio in cui
ululasse un vento proveniente dall'altra parte del mondo. Mimma
Incardone giaceva ieratica con un rosario di onice ravvoltolato
tra le mani giunte, marmoree. Il suo vestito era di fattura semplice
ma non povero, nero e opaco. La faccia tumefatta, chiazzata dalle
ecchimosi. Un'acconciatura apparentemente fatta senza cura, quasi
approntata di fretta. Solo Trisina sapeva quanto c'era voluto
a farla a bella posta per nascondere le zone senza capelli dove
la pelle si era tutta stracciata.
Rosalia guardò Trisina.
Trisina guardò Rosalia. L'una con la faccia livida, da
film western; l'altra perfettamente a suo agio in trono sul proprio
fiero piedistallo.
Il cane abbaiò di nuovo; stavolta si era allontanato. Lidduzza
raddoppiò i singhiozzi e Donna Santina si fece ancora più
piccola attorno alle spalle della Incardone.
*
* *
Ora,
tutto stava a salvare le apparenze.
Rosalia era troppo curiosa, lo sapevano tutti e la sua guardata
non piaceva a Trisina. Lidduzza non era in grado di reggere e
se Rosalia solo le rivolgeva la parola probabilmente Lidduzza
avrebbe ceduto sebbene fosse stata istruita. Ora che Mimma è
morta, Trisina doveva prendere le redini della situazione. Si
alzò, le spalle come un mobile antico, la testa in mille
pezzi sparsi tra il rimpianto e l'ansia, la faccia di gesso. Cercò
di staccare Lidduzza dal petto di Santina che era tutto bagnato
di lacrime, anche lo scialle ne era intriso.
"Gio', tu stai male. Vai in camera tua."
"Era sua sorella, è normale che faccia così"
osservò Rosalia.
"Ha capito, ha capito!" urlò Lidduzza agitandosi
e sbracciandosi in direzione di Rosalia.
"Non c'è niente da capire. Stai calma, sei fuori di
te."
C'è da dire che qualunque cosa dicesse Rosalia veniva caricata
di sfumature che possibilmente non era sua intenzione dare per
cui secondo gli altri qualunque cosa dicesse nascondeva un fine
più subdolo. Spesso in verità era così. Ma
non sempre. Non questa volta.
Rosalia se lo sentì addosso il ghigno di sfida lanciatole
da Trisina. Ora bisognava essere cauti, e non dire nulla; lo sguardo
della Incardone le dava conferma che c'era qualcosa da sapere.
Era certa che sarebbe arrivato il momento in cui avrebbe saputo.
"Santina, io accompagno Lidduzza in camera sua. Tu gentilmente
fai gli onori di casa fino a quando non arrivo".
Scomparvero lungo il corridoio, come due ombre della notte, nell'oscurità
che non apparteneva solo al lutto, nel silenzio di echi già
sepolti nella casa.
*
* *
La
storia doveva essere questa: la mattina prima Girolama Incardone
si era alzata prestissimo per andare a lavorare a servizio. Come
ogni giorno aveva preparato la colazione alle sorelle ingobbita
dentro il plaid di lana che usava anche come vestaglia. Poi, reclusa
di nuovo nella sua stanza, recitò le sue preghiere. Raggiunse
le sorelle in cucina. Bevve come al solito un solo caffè,
amaro perché - diceva - la svegliava di più. Poi
si chiuse in bagno a prepararsi. Anche stavolta non impiegò
più di venti minuti.
Prese la corriera in Piazza Municipio. Viaggiò i suoi soliti
40 minuti fino in città leggendo le riviste che le dava
la signora, sempre con un sorriso beato e avida del silenzio di
villa Moncada dove echeggiava anche solo il respiro.
Poi aveva fatto la spesa al mercato di via Cavour. Si era intrattenuta
come di consueto con il fruttivendolo. Pochi minuti in verità;
anche questa volta si era posta lo scrupolo che non poteva esagerare,
che la signora Moncada le stava col fiato addosso e controllava
se mancava più del dovuto, perché lei, Mimma, avrebbe
voluto soffermarsi ancora con Lucino e mentre sceglieva la frutta
per il marito della signora lo guardava di sottecchi e indugiava
sui baffi imbruniti dalla nicotina, e intuiva come lui la scrutava
sulle mani, sul collo, sul seno come a cercare un qualche segreto
o semplicemente per accarezzarla con gli occhi con l'impeto trattenuto
da un doveroso e signorile pudore.
Era tornata a Villa Moncada con il cuore in sussulto, un moto
dell'animo che la illanguidiva e che la faceva sospirare e che
si portava a casa quando raccontava alle sorelle che oggi Lucino
l'aveva guardata di più e che era troppo timido
però
era contenta e questo le bastava. E Lidduzza che le diceva che
non poteva farselo bastare, che aveva una certa età e che
doveva maritarsi e che di questo passo sarebbe arrivata ai quarant'anni
senza averla mai 'assaggiata'. Allora Trisina mostrava alla sorella
minore il giallino dei suoi canini: non si era mai detto che una
Incardone usasse quel linguaggio.
Sì, le cose erano andate proprio in questa maniera
Trisina se ne faceva sempre più convinta.
Di pomeriggio si era avviata giù in fondo al viale a prendere
la corriera di ritorno. Per fortuna che il tratto di strada era
breve: il pavé le rendeva la camminata difficile e quelle
buche ogni tanto le facevano perdere l'equilibrio. A volte poi
era carica di sacchi (o la spesa che portava in paese per sé
e le sorelle o i giornali che le dava la signora Moncada o quant'altro
).
Spesso a casa si lamentava che le dolevano i piedi ma non per
la stanchezza (Mimma non era mai stanca) ma per la scomodità
del pavé stradale, un mosaico di dossi e dunette sui quali
si inciampava anche senza tacchi.
Sì, era andata proprio così
Forse se la strada fosse stata asfaltata poteva riuscire a scappare,
magari infilandosi da qualche parte o chiedendo aiuto
No,
invece quello col motorino
anzi, erano in due, sì
due, proprio così
quei tipi le avevano strappato
la borsa e lei che vi si teneva aggrappata fino all'ultimo e loro
che l'avevano trascinata per 100, 200 no 300 metri. Forse di più.
Sì, era andata proprio così. Sì, ma com'è
che i due ladri non erano caduti nel tafferuglio? Ci avrebbe pensato
dopo
L'avevano trovata in un lenzuolo di sangue e di polvere, le calze
ravvoltolate alle caviglie, il cappotto strappato, le mani che
premevano sulla sua stessa pelle lacerata, avvolta in sé
come la linguina di metallo di un cibo in scatola, la faccia una
maschera ammaccata. Qualcuno si era fermato ma non era riuscito
a chiedere aiuto e poi era scappato
Disgraziati!
Sì, così poteva essere. Doveva essere così.
Era andata proprio così. Nessuno doveva sapere la reale
versione dei fatti. E Lidduzza doveva tenere la bocca chiusa.
*
* *
Mentre
Trisina accompagnava Lidduzza nella sua stanza, Santina ebbe la
pensata di fare ordine al tavolo, di risistemare le gramaglie
della stanza, di spostare i fiori, di staccare e riattaccare i
cordini sperando di sfuggire agli occhi di Rosalia. Tornava al
tavolo, si abbassava a riprendere una busta e si piegavano insieme
a lei gli occhi di Rosalia. E mentre si sentiva ribollire tutta
si spostò oltre il catafalco, dove c'era la persiana coperta
dal drappo nero, fece per aprire uno spiraglio ma si sentiva sempre
più nuda. Poi fulminea si girò. Uno scatto. La puntò
dritta negli occhi - per un attimo ebbe l'impressione che un bagliore
elettrico si fosse condensato quando aveva incrociato lo sguardo
di Rosalia - e le urlò in faccia quasi sputandoglielo:
"Da me non saprai niente perché niente so".
L'aria aspra di quell'agone divenne più frizzante come
se stesse fermentando e perdesse vapori che erano di tensione,
imbarazzo, rabbia.
Rosalia alzò un sopracciglio come un'antennina che la faceva
sempre più convinta che quella situazione era prodiga di
certe notiziole. Era sempre stata del parere che c'era qualcosa
da sapere.
"Lo so" - rispose lapidaria Rosalia. Santina rabbrividì:
il fatto che Rosalia fosse consapevole che Santina non sapeva
nulla la inquietò più di quanto sarebbe accaduto
se al contrario fosse a conoscenza di qualcosa. Cadde ancora il
silenzio come un lenzuolo bagnato. Entrambe guardarono la morta.
Santina si soffermò sulle volute di seta candida che sembrava
ammorbidire il rigore del corpo di Mimma; Rosalia invece era sempre
più persuasa che la morta avesse portato con sé
un segreto terribile, forse qualcosa di cui vergognarsi, forse
qualcosa che non le aveva dato tempo di vergognarsi. Per questo
la guardava sul volto, nella testa per scoprire se quelle linee,
quelle zone di chiaroscuro potessero rivelare qualcosa.
Il cane abbaiò di nuovo e Santina ne fu grata.
* * *
Il
corridoio di casa Incardone non era lungo e quindi i pensieri
di Trisina non potevano essere contenuti lungo il suo passaggio
tanto erano gravi e intensi.
Quel modo aveva sottratto alla morte la sua dignità! Si
figurava ora come sarebbe stata la loro vita a inventare una nuova
morte per Mimma. Non si poteva dire che Girolama Incardone era
scivolata. Sì, scivolata sulla cacca di un cane. Quale
pungente fastidio provava al solo pensiero che gli altri potessero
dire "e meno male che pestare la merda porta fortuna!"
Mimma aveva sbattuto violentemente la testa trascinandosi lungo
il pavé. L'avevano portata al reparto di neurochirurgia
ma non c'era stato nulla da fare. Quando Trisina e Lidduzza erano
corse all'ospedale era già sera. Un'emozione sospesa sulla
corriera che le aveva portate in città.
I vestiti di Mimma erano stati ammucchiati su una sedia di metallo
vicino a un letto. Erano entrate nella stanza che una smorfia
di disgusto le aveva accolte. Una vecchia sdentata aveva chiesto
loro se potevano portare da un'altra parte quegli abiti zuppi
del cattivo odore. E là era cominciata la vergogna.
Morire per una merda di cane non raccolta
Aveva organizzato tutto in città. Aveva chiesto poi al
titolare delle pompe funebri se si poteva portare il corpo a casa.
Almeno il cònsolo doveva essere rispettato. Quantomeno
per non destare sospetti. Poi aveva parlato con le donne che avrebbero
dovuto piangere e lamentarsi durante il funerale; era riuscita
a mercanteggiare sul compenso e alla fine si era presa le mani
a morsi perché se avesse insistito forse poteva pagare
anche meno.
Erano quasi arrivati nella stanza di Lidduzza.
"Tu ora ti dai una calmata. Ti distendi. Appena ti senti
meglio scendi, ti sistemi vicino al tavolo che da lì ti
si vede appena e tieni la lingua in mezzo ai denti e quando senti
che stai per cedere, tiri un morso. Capito?"
"A te non ti dispiace che Mimma sia morta" disse Lidduzza.
"Ma che dici?"
"Ti infastidisce come è morta."
Uno schiaffo risuonò nel corridoio ma non lo aveva udito
nessuno, neppure Lidduzza. Si girò : la porta della stanza
era stata già chiusa dietro di lei.
*
* *
Santina
ringraziò il Signore lanciando gli occhi al cielo e stringendosi
le mani in grembo quando sentì che qualcuno scostò
la porta di ingresso.
"C'è permesso?"
Era la 'ngrasciata, la sporca, come era intesa donna Sebastiana
Marchese e il perché non è necessario spiegarlo.
"Dov'è Trisina? E Lidduzza?" chiese preoccupata
nel non vederle.
"Arrivano" rispose Rosalia con l'aria di chi aspetta
notizie e non le padrone di casa.
La 'ngrasciata posò anche lei il suo sacco del cònsolo:
conteneva latte e formaggio.
A Santina echeggiarono in testa le ultime parole di Rosalia: lo
so
lo so. Suonavano come una minaccia; il fatto che Rosalia
sapesse di quanto poco informata fosse le incuteva timore perché
intuiva che la marescialla si sarebbe messa a indagare come un
segugio; ne era certa perché lei stessa si chiedeva cosa
voleva dire Lidduzza quando aveva urlato che Rosalia aveva capito
tutto.
Santina spiegò a Sebastiana che Lidduzza aveva avuto un
mancamento ed era stato necessario accompagnarla nella sua stanza.
Ora erano tutte e tre attorno al catafalco. Qualcuno se ne era
già andato. Per un attimo forse anche Rosalia aveva pensato
che c'è rimedio a tutto tranne che alla morte, forse anche
lei si era lasciata condurre attraverso il silenzio verso riflessioni
esistenziali. Intanto la 'ngrasciata non faceva altro che ripetere
sempre "che disgrazia!" in una litania soffusa e bisbigliata
che però tranquillizzava Santina dalla presenza inquietante
di Rosalia Passalacqua.
L'aria era diventata pesante; arrivò Trisina che per un
attimo si fermò sul ciglio della porta, un odore terribile
l'allarmò e le procurò una paura che la fece sudare
come se fosse bastato quello a far scoprire agli abitanti di Palmisano
che Mimma Incardone era morta per una cacca di cane. Si rincuorò
quando una parte della sua coscienza sfuggita allo scampolo di
panico realizzò che era solo l'esalazione della 'ngrasciata;
poi il suo orecchio teso ai rumori dell'esterno non avvertì
più il cane e questo le permise di riprendere il suo contegno
di sempre. A Rosalia non sfuggì quell'attimo di trasecolamento
di Trisina. E dal canto suo Rosalia intuiva che quella agitazione
addomesticata non poteva imputarsi alla puzza della 'ngrasciata
ché quella ormai non stupiva più nessuno.
Sebastiana Marchese corse incontro a Trisina urlandole piangente
Che disgrazia. Trisina dovette sforzarsi a ricevere il suo abbraccio
e a farsi comprendere dalla sua aureola di stalla.
Adesso erano tutte sedute attorno al cadavere di Girolama Incardone,
come pronte a celebrare un rito. Rosalia alzò lo sguardo
che incontrò subito quello di Trisina. Bene, entrambe sapevano
che era giunto il momento; Trisina lo aveva temuto fin dall'inizio.
* * *
"Ahi,
Signore Dio . Che morte
" lamentò Rosalia.
"Ora è in grazia di Dio."
"Che persona , tua sorella Mimma. Un pezzo di zucchero."
"Già."
"Quando uno meno se lo aspetta, tàcchete, e tocca
a te"
"Siamo tutti nelle mani del Signore."
"Ma come si fa
una caduta, morire per una caduta
"
"Non mi ci fare pensare, per carità, che mi verrebbe
di mangiarmi tutta per la rabbia!"
"Certo però che è strano
"
"Cosa?"
"Che all'ospedale non hanno potuto fare niente. Che ti hanno
detto i dottori?"
"Troppo forte fu il colpo."
"Mah!"
" E che c'è da fare, bisogna solo convincersi che
l'ha voluto Dio."
"Certe volte però è troppo esigente. Voglio
dire : una cosa è morire per un infarto, un male incurabile,
un ictus. Ma per una caduta, fatemi il favore
fosse stata
una caduta dalle scale, allora
"
"Volontà di Dio."
"E' vero che quel pavé crea mille problemi; che ci
aspetta il sindaco di Catalfano ad asfaltare quella strada come
si deve. Voglio dire, una città grande come Catalfano
"
"Gli manderò una lettera, sai. E ti pare che è
finita qua?"
"No, ma non si scherza con queste cose. Certo che non deve
finire qua!"
"Mimma non si merita una morte così."
"Gran donna tua sorella."
"Infatti."
"Ancora manco si era maritata
morire in quel modo."
"Mmm."
"Ma come ci si può ridurre per una caduta! Non voglio
immaginare come si era ridotta. Mamma mia!"
"Ci hanno aiutato gli infermieri."
"Cadere e ridursi in quel modo
"
"L'abbiamo pulita, vestita e sistemata
"
"Mi viene di non crederci
"
"Già
quelli che l'hanno rapinata, spero che non
la passino liscia."
"Cosa? Uno scippo fu?"
*
* *
Sembrava
che Lidduzza si fosse ripresa. Però era tornata pallida,
spenta come se la sua pelle si trattenesse a fatica sulle ossa.
Si stringeva alle spalle le mani che rimuginavano attorno a un
fazzoletto bagnato. Santina le sorrise e le fece cenno con la
mano di sedersi al posto accanto al suo. Le prese la faccia con
entrambe le mani e la baciò sulle guance. Altre lacrime
sopravvissute al salasso delle emozioni le inumidirono gli occhi
ma non arrivarono a scenderle lungo il viso che già aveva
il fazzoletto sugli occhi. Un freddo strano la percorse in un
brivido elettrico.
Trisina e Rosalia stavano parlando:
quelli che l'hanno rapinata, spero che non la passino liscia
cosa? Uno scippo fu?
ah, non mi fare parlare
"Rosalia, è tardi. Non credi che sarebbe ora che te
ne andassi?"
Le parole risuonarono fredde come la lama di un coltello, precise
come se avessero disegnato la sua volontà con un compasso.
Rosalia la guardò stupita e nello stesso tempo come se
le avessero privato la ragione. Non si aspettava che proprio Lidduzza,
la fragile Lidduzza, le si potesse rivolgere in quel modo.
Le si era messa davanti, le mani in fibrillazione sul fazzoletto
ridotto a uno straccio. Era piccolina Lidduzza, lattea e spigolosa,
ma messa così davanti a Rosalia, assumeva un aspetto di
suprema imponenza, quasi una regalità degna di sussiego.
Rosalia non disse nulla; si alzò e con un sorriso che era
solo una contrazione muscolare scomparve nel corridoio. Il cigolìo
della porta che ruota sulle cerniere arrugginite, la maniglia
che sbatte lievemente sul muro. La voce di qualcuno sulle scale
che la saluta
*
* *
Girolama
Incardone fu portata al cimitero e tumulata nella tomba di famiglia.
Quel giorno stranamente il sole era caldo e l'amarognolo degli
oleandri esauriva l'aria.
Il corteo era stato un fremito lungo le strade, dentro i vicoli,
lento e più cadenzato man mano che scorreva lungo le siepi
di bosso, scandito come una marcia col passo tipico di chi si
trascina con fatica sulla strada percorsa dalla morte.
Le sorelle Incardone non riuscirono a evitare il bisbiglio che
alimentava il corteo, soprattutto Trisina che aveva un orecchio
per quello e uno per il vocero, perché non perdesse il
suo querulo andantino, perché si convincesse che dopotutto
era valsa la pena pagare un tantino di più.
"Giustamente Rosalia dice come si fa a morire per una caduta,
qui cosa c'è
"
"Ah, povira fimmina."
"E poi Lidduzza, te lo immagini, le dice di andarsene. E
con quale tono
! Quelle due nascondono qualcosa
"
"Aaah, chi fini ca fici."
"Trisina parla di una rapina. Mmm, io ci credo poco
"
"Signuri beddu, fatta 'a vulunta' to'".
Un prete con la faccia di chi fosse stato disturbato il suo giorno
libero proseguiva a capo del corteo col breviario sotto l'ascella.
Trisina non degnò di uno sguardo la bara, ma teneva d'occhio
Rosalia Cicero e col braccio stringeva a sé Lidduzza come
a tenerla a freno qualora scoppiasse in un pianto rivelatore.
Pregava perché non fosse quello il momento di sfogo che
Lidduzza evidentemente cercava.
*
* *
Trisina
chiuse le imposte; la fiammella del lumino davanti alla fotografia
di Mimma aveva ballato un poco e poi si era ricomposta sul suo
stoppino. Era una giornata meravigliosa ma il lutto imponeva un
certo tipo di clausura che a Trisina non dispiaceva. Temeva tuttavia
che non dovesse dispiacerle mai. Non avrebbe voluto ritrovarsi
nella circostanza di dover parlare di Mimma e della sua morte.
In una minuscola parte della sua testa, però, riecheggiava
una domanda, una molla che rimbalzava su una tesa spirale che
scriveva con inchiostro nero quanto tempo sarebbe riuscita a resistere
a raccontare la storia dello scippo che di volta in volta si riempiva
di particolari inediti come solo le menzogne richiedono. E sulla
pergamena delle sue intenzioni tamponava l'inchiostro con la sabbia,
come faceva sua madre o sua nonna quando scrivevano le lettere
ai mariti lontani, con la forza di chi sarebbe stata forte e avrebbe
resistito e non si sarebbe lasciata piegare dal dolore. Che importanza
poteva avere il dolore
*
* *
Chiusa
nella sua stanza, Lidduzza dal canto suo si faceva lisciare il
viso dal vento; la finestra aperta. A lei non interessava la legge
del lutto. La sua mente vagava nel ricordo di Mimma, dei suoi
occhi che vibravano quando tornava da Villa Moncada e parlava
solo di Lucino. Lucino di qua, Lucino di là
L'avevano
visto Lucino, al funerale, con un fazzoletto di stoffa sempre
incollato agli occhi che Lidduzza temeva di non poterlo riconoscere
se le fosse capitato di incrociarlo per strada.
Il figlio della 'ngrasciata era sceso di nuovo a giocare col randagio
al quale tirava un ramo strappato e che poi esortava a portarlo
indietro. Ma il cane tutte le volte lo guardava come a chiedergli
che strano gioco era quello, e Lidduzza per un attimo entrò
nella testa di quel cane senza nome e con un sorriso sottratto
al ricordo di Mimma pensò: Che strana razza gli uomini!
Carmelo
Modica
E' nato a Palermo l' 8/01/1972
Laureato
in interpretariato e traduzione inglese e francese.
Autore di narrativa e poesia; prediletto il racconto piuttosto
che il romanzo.
Ultimo lavoro: altre storie - 8 raconti.
Subway,
I Juke-box letterari
Organizzato e promosso dal Settore Giovani del Comune di Milano,
in collaborazione con l'Associazione Laboratorio E-20, con la
partnership di ATM S.p.A. e LIMONTA SPORT S.p.A.
Curatori:
Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Il
cònsolo
© Carmelo Modica 2003
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani
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