Alessandro
Sottile
Penso ai cani
genere
Minimalista
1
racconto da 2 fermate
Prefazione
di Luca Doninelli
L'incipit
splendido di questo racconto c'introduce in una realtà
di scrittura vera. Lo scrittore vero non presta la lingua a sogni,
ricordi, fantasie. Questi sono gli scriventi, non gli scrittori.
Lo scrittore vero fa accadere la sua lingua, la sua lingua è
in qualche modo l'oggetto stesso, è la cosa. In questo
modo i fatti raccontati - siano essi fantastici o storici, sia
il racconto d'invenzione o una cronaca - devono stare immediatamente,
non appena la penna li evoca, in rapporto con la realtà
della scrittura, alla sua altezza. La credibilità di un
fatto letterario è questa, il realismo letterario è
questo, non l'aderenza o meno con quello che crediamo succeda
nella vita di tutti i giorni.
Nel racconto di Alessandro Sottile c'è questa forza di
scrittura, che ordina gli eventi secondo una successione naturale,
ossia logica ma mai astratta. L'episodio è, poi, bellissimo.
Lo sguardo del narratore è tutto rivolto al basso - si
parla più volte di scarpe, le scarpe sono un vero personaggio
del racconto - perché è un giorno di lutto, è
morto lo zio Valentino. La scrittura s'immette naturalmente in
una tradizione, in una consuetudine, si lega naturalmente alle
cose della vita. Quando muore qualcuno si guarda in basso, perciò
anche la scrittura guarda lì. E lì trova la bellissima
storia evocata, di una notte in cui un rispetto profondo, inculcato
dalla fede attraverso i secoli, impedisce lo sbocciare di una
storia d'amore (e, forse, di perdizione) che le circostanze sembravano
favorire.
Se quella storia non è nata e la morte dello zio sancisce
quella non-nascita, ci pensa lo scrittore a farcela rivedere,
a farci risentire il fuoco di quella storia inesistita eppure
così reale. Lo zio Valentino allevava cani. I cani sono
il racconto muto di una vita non detta. Sono i testimoni senza
parole di storie alle quali abbiamo rinunciato, per fatalità
o per viltà. Sono l'altro volto della scrittura, il suo
rovescio inevitabile, il cieco specchio della sua mestizia, del
suo lutto esatto.
Da
qualche mese niente per me è più faticoso del risveglio.
Mia madre mi chiede cos'ho da fare questa mattina.
Dico che non ho niente di urgente da sbrigare.
Sono uno scrittore, quindi dovrei scrivere, tutto il giorno, e
dovrei leggere, tutto il giorno, e forse dovrei anche ascoltare
e osservare le persone, tutto il giorno e anche tutta la notte.
Dovrei.
Ma per l'anagrafe del lavoro sono un disoccupato e per i vicini
di casa sono uno scansafatiche, un bravo ragazzo viziato che si
crede artista, uno dei tanti, e quindi da disoccupato ho molto
tempo libero.
Mia madre dice: "dovresti accompagnarmi ad Aprigliano, ieri
sera è morto zio Valentino".
La notizia non mi turba più di tanto. Non mi capitava di
vedere spesso zio Valentino, neanche quando stava ancora in salute.
Riesco a dire soltanto: "uh poveretto! zio Valentino di Aprigliano".
Mentre lavo i denti e sputo i pezzi di tarallo all'uovo che mi
si sono sciolti fra le gengive penso che un po' mi dà noia
prendere la macchina e raggiungere Aprigliano, ma mi lascio convincere
dal fatto che si tratta di pochi chilometri e che in fondo l'idea
di andare ad un funerale non mi dispiace affatto.
Metto per l'occasione una giacca nera di velluto a coste larghe
e una maglietta verde oliva di sotto. Poi infilo un paio di jeans
e le scarpe da ginnastica e vado a prendere la macchina.
Accendo l'autoradio sul primo canale Rai, c'è un programma
sulle quotazioni di borsa. C'è un ascoltatore di Frosinone
che parla in diretta, una mezza sega che chiede delucidazioni
ad un economista sugli investimenti in titoli hi-tech. Non è
che me ne freghi molto del denaro e dei titoli finanziari. Spengo
subito lo stereo e fermo la Citroën sotto casa.
Trovo mia madre in attesa, sul marciapiede, un po' scossa, come
se l'alta marea avesse portato nel suo sguardo dei pezzi di vita
che aveva sepolto tanto tempo fa.
La giornata è particolarmente bella e mi godo la guida
dell'auto per le strade di collina. Prendo le curve carezzando
lo sterzo col motore leggermente in tiro.
Arriviamo ad Aprigliano dopo venti minuti di macchina. Parcheggio
di fronte alla casa di zio Valentino, sotto un abete, davanti
ad una vecchia Fiat 128 bianca, con il radiatore coperto da un
telo rosso.
Com'è consuetudine, all'entrata è stato collocato
un leggìo con un libro a righe per raccogliere le firme
dei presenti. Il pianerottolo è zeppo di crisantemi e di
bigliettini di lutto, quelli con la bordatura nera. Stanno attaccati
con i fermagli metallici alle buste di cellophan.
Saliamo la prima rampa di scale e troviamo la porta di casa spalancata.
Il feretro si trova nel salone e una tenda a soffietto con la
stampa di padre Pio è stata collocata dietro la bara, funge
da arredo funebre e attutisce la luce che proviene dalle finestre.
Infine, sei grossi candelabri d'ottone fiancheggiano la bara da
ambo i lati, con le lampadine intermittenti che imitano il tremolio
della fiamma delle candele.
Con la mano poso un bacio sulla base del feretro, vicino ai piedi
di zio.
Noto le suole delle scarpe che spuntano verticalmente rispetto
al corpo disteso. Sono di vero cuoio e tra la pianta del piede
e il tacco c'è inciso il marchio della ditta che le ha
prodotte. Raffigura due grifoni che tengono uno scudo avvolto
da una ghirlanda. Ad occhio e croce penso che siano taglia 45.
Zio Valentino è davvero elegantissimo: la moglie e le figlie
lo hanno vestito con un impeccabile doppiopetto nero che sottoterra
si logorerà poco alla volta. La bocca di zio è coperta
da cotone idrofilo, si vedono solo gli occhi serrati.
Mia madre prima si avvicina, gli tocca con affetto le mani che
danno il senso del duro e del freddo, dell'immobile, della carne
priva di vita, morta appunto.
Affonda il viso sulle mani e scoppia a piangere, un pianto irrefrenabile,
a singhiozzi.
Qualche volta mi capita di svegliarmi con un braccio addormentato
perché durante il sonno l'ho tenuto in una posizione scomoda,
col sangue che non defluisce bene, così per avvertire meglio
il senso di immobilità lo afferro con l'altra mano: è
come se il braccio addormentato appartenesse ad un altro io, morto.
Dopo qualche secondo sento un forte formicolìo sulla punta
delle dita: è il sangue che riprende a circolare con forza,
come un fiume in piena.
Questa è la vita, credo.
Faccio un giro per la casa e dò le condoglianze ai figli
di zio Valentino: a Roberta, a Onorina, a Francesco e alla loro
mamma.
Mi avvicino a Francesco e chiedo subito dei cani.
E' la prima cosa che mi viene in mente. Zio Valentino era un allevatore
di setter irlandesi e credo che lo ricorderò per i suoi
cani da caccia. Aveva decine di setter, tutti di ottimo sangue.
Appena sposato comprò del terreno sotto casa, dove costruì
uno spazioso recinto per i suoi setter.
L'ultima volta che sono venuto a trovarlo è stato tanto
tempo fa, aveva appena preso da un allevamento di Brescia due
bellissimi cuccioli col mantello rosso mogano, dorato e brillante.
Giocai con i cagnetti per tutto il pomeriggio.
"Che fine faranno i cani?", chiedo a Francesco.
Sono ansioso di sapere chi si sarebbe interessato di quelle povere
bestie.
Francesco resta un po' sbigottito dalla domanda, guarda il pavimento
di marmo e fissa le sue scarpe di camoscio.
Poi mi guarda e dice: "me ne occuperò io, almeno credo.
Certo che diciotto cani sono tanti. Per papà erano tutto.
Forse se non ci fossero stati loro papà sarebbe morto prima.
Nonostante il tumore peggiorasse in modo devastante lui aveva
fisso in testa il pensiero dei cani; ci ricordava le date dei
vaccini e delle visite veterinarie, i grammi del riso e il cambio
della dieta a seconda delle stagioni. Quando ieri sera è
spirato i cani hanno iniziato ad abbaiare con insistenza. Hanno
abbaiato come matti per tutta la notte. Oggi non abbaiano più.
Senti forse qualcosa? Da questa mattina all'alba sono in silenzio;
gli ho portato da mangiare ed erano tristi. Avevano come una forte
tristezza negli occhi".
Lo guardo e quasi non credo alle sue parole.
Francesco si asciuga le lacrime con un tovagliolo di carta, soffia
il naso, poi riprende a parlare sottovoce: "c'era Aria, una
delle nove femmine a cui papà teneva molto, che non guaiva
come gli altri, ma era quella più triste. Stava dentro
la cuccia in silenzio e guardava la ciotola ancora piena del riso
e verdura. Non ha toccato cibo".
Poi Francesco ha riabbassato la testa e ha ripreso a guardarsi
le scarpe.
Mi sono alzato e ho detto a mia madre che forse era il caso di
salutare i parenti e di avviarci verso casa.
In macchina mi ha detto: "Valentino. Quanti ricordi".
Io ho detto: "facciamo una brutta fine: dentro un feretro
di legno senza capire più nulla. Chissà com'è
questo riposo. Chissà se è come dormire profondamente.
Voglio dire, pensa un po' al cervello e al cuore che si bloccano
per sempre, che non funzionano più, agli occhi privi di
luce, al sangue che ti si gela dentro, che smette di scorrere,
e ai polmoni che non pretendono aria e non ne regalano più".
"Quanti ricordi", ripete mia madre con lo sguardo rivolto
alla campagna.
Forse non vuol sentire le mie frasi ciniche, non ha intenzione
di ascoltarmi, persa nei suoi ricordi di gioventù.
"Una volta venni a dormire qui ad Aprigliano", mi dice,
"avevo 13 anni e la madre di Valentino mi invitò a
trascorrere qualche giorno da loro. In realtà fu una scusa
per farmi allontanare da casa perché mia nonna stava per
morire.
Quella di Valentino era una famiglia numerosa, abitavano in uno
spazio ristretto: c'era la cucina, il bagno e due camere da letto,
quella dei genitori e quella dei quattro figli. Io e Valentino
avremmo dovuto dormire insieme: testa contro piedi.
Mia nonna lo minacciò: 'guai a te se tocchi Clara, anche
solo con un dito'. Valentino mi offrì completamente il
suo letto e lui si sistemò su una seggiola a dondolo in
un angolo della stanza. Imbarazzata feci finta di dormire e anche
lui fece lo stesso.
Al mattino andai in bagno e sentii Valentino che disse alla madre:
"sono stato tutta la notte sveglio a guardare Clara: mammamia
quanto è bella!"
Io ho detto: "Francesco non ha ancora deciso per i cani,
ma crede di occuparsene lui. Mi è sembrato di capire che
non se ne intenda molto di cani, non è un bravo cinofilo
come il padre".
Ripenso a quello che mi ha raccontato stamani Francesco, ai poveri
setter che hanno guaito tutta la notte e alla cagna che se ne
stava zitta dentro la cuccia senza toccare cibo.
Avranno sentito l'odore del padrone morto, ho pensato. Hanno pianto
il loro padrone.
Mia madre dice: "a quell'epoca, con la mentalità degli
uomini, doveva essere un evento straordinario quello di dormire
con una ragazza senza essere sposati e senza fare nulla; eppure
il rispetto di certe regole fu più forte della tentazione".
Imbocco la strada statale che ci riporta a casa e penso ai cani,
a quei diciotto setter irlandesi che nulla sanno del loro destino.
Come noi.
Alessandro
Sottile
E' nato a Cosenza l'8/10/1975
Mi
sono laureato in DAMS all'Università della Calabria con
una tesi sul disegno e la narrazione in Andrea Pazienza.
Mi occupo di fumetto d'autore, di musica rock e di controculture.
Nel 2000 sono stato vincitore del concorso letterario "Scrivilamusica",
organizzato dal Comune di Genova, dal Club Luigi Tenco e dal settimanale
Musica! con il racconto Quadretto domenicale, poi pubblicato da
Stampa Alternativa.
L'aspirazione è quella di scrivere un romanzo e di aprire
un locale dove si possa ascoltare della musica, leggere un buon
libro e bere qualcosa da soli o in compagnia.
Subway,
I Juke-box letterari
Organizzato e promosso dal Settore Giovani del Comune di Milano,
in collaborazione con l'Associazione Laboratorio E-20, con la
partnership di ATM S.p.A. e LIMONTA SPORT S.p.A.
Curatori:
Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Penso
ai cani
© Alessandro Sottile 2003
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani
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