Davide
Musso
Un giorno speciale
genere
Storie minime
1
racconto da 10 fermate
Prefazione
di Alessandro Zaccuri
Peggio
del buonismo c'è soltanto il cattivismo. Sembrava impossibile,
ma è andata proprio così: molti libri italiani degli
ultimi anni si sono fatti forti di un'esibizione compiaciuta e
gratuita degli aspetti più negativi della nostra società.
Senza vere pretese di denuncia, senza altro coraggio che non fosse
quello di usare un po' di brutte parole per scandalizzare i soliti
borghesi. I quali, a questo punto, non si scandalizzano più
di niente. Il disagio giovanile, la criminalità, il mondo
del carcere sono diventati lo scenario - spesso ripetitivo - per
vicende di maniera, nel contesto di un paradossale cannibalismo
vegetariano praticato da scrittori che giocano a fare i "cattivissimi".
E così, tra una moda e una tendenza, sono finite in secondo
piano narrazioni più serie e profonde, nelle quali il tentativo
di capire aveva la meglio sul desiderio di stupire. Penso a un
libro come "Maggio selvaggio" di Edoardo Albinati, resoconto
di un anno di insegnamento nel carcere romano di Rebibbia, ma
anche ai romanzi che Davide Pinardi ha pubblicato negli anni Ottanta
e Novanta, attingendo alla propria esperienza di educatore carcerario.
"Un giorno speciale", il racconto che state per leggere,
è parente stretto dei lavori di Albinati e Pinardi. Non
dipende da essi, sia chiaro, ma ne condivide l'onestà e
la semplicità, virtù difficili per chi scrive, ma
sempre apprezzate da chi legge. Per raccontare la storia piccola
di Antonio, detenuto in semilibertà, Davide Musso ha scelto
una lingua quotidiana come i piccoli fatti che si intrecciano
in queste pagine. Non ha posato a fare il cattivo, ma non ha neppure
calcato il pedale sulla commozione facile. Antonio è Antonio,
cattivo e buono, come in fondo siamo un po' tutti, fuori e dentro
il carcere. Per questo, forse, la sua storia ci riguarda.
DAntonio
ha il bicchiere in mano e il braccio teso verso la lampadina,
guarda il vino chiaro, la luce di traverso. Hanno chiuso tardi,
questa sera, per via che è l'ultimo giorno dell'anno, per
festeggiare, nonostante tutto, anche qui.
La prossima volta prendo la mira, pensa Antonio. Abbassa il braccio,
avvicina il bicchiere di plastica alle labbra, beve un sorso.
Dice: "Quando lo trovo". Pensa che alla fine di un anno
nuovo, in questi momenti che gocciolano tra le fessure dei muri,
la tradizione reclama un proposito. "Gli sparo in faccia,
la prossima volta".
Il suo compagno se ne sta sulla branda, immobile, lascia cadere
il libro sul petto, volta la testa, dice: "Il vino ti fa
male". Dice: "certe cose, qui dentro, è meglio
non pensarle neanche".
I questurini hanno distribuito i bicchieri di plastica bianchi
con lo spumante del supermercato. Hanno brindato anche loro, gli
sbirri, insieme con tutti gli altri, hanno riempito il secondo
giro e se ne sono andati. I detenuti hanno passeggiato un po'
per il corridoio su cui si aprono le celle, poi sono tornati dentro
quasi subito. Le guardie sono tornate trenta minuti prima di mezzanotte,
hanno detto buon anno, serrato le porte, lasciando aperta la finestrella
rettangolare per la ronda, spento le luci.
Antonio sta in piedi. Pensa sempre alla stessa cosa, rimasticata
tante volte e, ormai, senza sapore. Un'altra festa dentro per
colpa di un bastardo (lo dice, bastardo, a mezza voce, ma non
si rende conto) che invece è fuori, da qualche parte.
Ha freddo, un brivido al centro della schiena. Il suo compagno
che ha posato il libro per terra, sotto il letto, vicino agli
occhiali con la montatura sottile, si è tirato la coperta
sopra la testa e si è girato verso il muro.
Antonio domani mattina potrà alzarsi tardi, come gli altri,
e non fare niente per tutto il giorno perché è festa.
I giorni così Antonio non li sopporta, perché i
libri non gli piacciono e la tv, dopo un po', lo rincoglionisce.
Così, quando è festa, Antonio resta in branda, a
guardare il soffitto.
I pensieri diventano grumi neri e appiccicosi, si bloccano più
o meno all'altezza del petto. Se lo trovo, pensa, lo ammazzo con
le mie mani. Gli viene quasi voglia di vomitare e forse è
colpa del vino. Allora si siede sul materasso, Antonio, si toglie
i pantaloni, il maglione scuro e la camicia, si infila sotto le
lenzuola e trema appena, perché sono fredde.
L'hanno arrestato tre anni fa, pensa mentre scivola lento nel
sonno, che ancora dormiva vicino al corpo caldo della sua fidanzata.
Servizio a domicilio. Si ricorda ogni secondo di quel giorno,
ogni movimento dei due uomini che hanno bussato alla porta, detto
deve seguirci, ci spiace. Sa che fanno così - ti svegliano
nel cuore della notte senza darti il tempo, quasi, di raccogliere
i vestiti, ti caricano in auto con poche parole - per i pezzi
grossi, per i criminali veri.
Lui non credeva (non aveva mai creduto) di essere una persona
importante.
Antonio è in semilibertà da quasi un anno. Significa
che può stare fuori dal carcere durante il giorno, dalle
sette del mattino fino alle sette di sera, ma poi, la notte, deve
tornare dentro. Quando rientra nel suo albergo a cinque stelle,
lo chiama lui, mangia in cella, senza dire una parola, e si infila
a letto. Cerca di addormentarsi in fretta, senza pensare a niente,
perché quando dorme non si accorge di stare in galera e
quando si sveglia è di nuovo ora di uscire.
Il cappellano gli ha trovato lavoro nella carrozzeria di un'associazione
che aiuta i detenuti. Lui questo lavoro non lo ha mai fatto, ma
quelli dell'associazione gli spiegano ogni volta, con pazienza,
che cosa deve fare. Antonio non può muoversi da lì,
perché gli sbirri devono sapere sempre dove sta. Gli unici
momenti in cui riesce a sentirsi davvero solo, l'unico posto in
cui, se volesse, potrebbe anche pensare di scappare, è
sull'autobus che lo porta al lavoro. Basterebbe sbagliare fermata,
scendere con chi scende, trovare una strada e seguirla. Un giorno,
uno dei primi giorni da semilibero, aveva deciso. A metà
del percorso, quando il carcere è già lontano, ha
premuto il pulsante rosso che segnala all'autista che qualcuno
deve scendere, ha sentito il suono del campanellino e visto la
scritta "fermata prenotata", accesa. Dopo poco l'autobus
si è fermato, le porte si sono aperte con un soffio, Antonio
è rimasto fermo, inchiodato al suo posto con una tonnellata
di piombo sullo stomaco. L'autista ha aspettato qualche secondo,
ha guardato nello specchio retrovisore che gli permette di vedere
tutti quelli che stanno dentro l'autobus, poi, dato che nessuno
scendeva, ha detto qualcosa che Antonio non è riuscito
a capire e ha richiuso le porte.
La carrozzeria durante le feste è ferma e per questo Antonio
non può uscire. Può solo aspettare che il tempo
passi anche se sembra, in questi momenti, pensa Antonio, che non
passi proprio mai. A volte si immagina che forse le lancette dell'orologio
appeso al muro si siano incollate e, per questo, non si muovano
più.
Quando
Antonio è pronto per andare a lavorare, due giorni dopo,
viene accompagnato dai questurini fino al primo portone di ferro
pesante. Viene perquisito e gli vengono consegnati il documento
d'identità e un tesserino con il nome scritto sopra e,
a fianco, il nome del carcere. Poi il portone viene aperto e Antonio
può percorrere da solo l'atrio fino al cancello blindato.
Per arrivarci passa davanti alla portineria, dove stanno seduti
due agenti che lo guardano mentre si avvicina all'uscita e, solo
quando è proprio di fronte, fanno scattare la serratura.
L'aria è ancora buia, e fredda, perché è
mattino presto. Antonio infila le mani nelle tasche del giubbotto
e alza il colletto foderato di pelo bianco. Per arrivare alla
fermata del suo autobus deve camminare per alcuni minuti, percorrendo
il perimetro del carcere su tre lati. Quando arriva alla fermata
ci sono già alcune persone ad aspettare. Un signore con
un cappotto blu lungo legge il giornale, che tiene con una mano
sola mentre con l'altra regge una valigetta di pelle scura, e
ogni poco alza lo sguardo, controlla la strada. Quando lo fa,
stringe gli occhi a fessura, per vedere meglio, crede Antonio.
Una ragazza bisbiglia dentro un telefono cellulare, senza fermarsi
quasi mai, come se, in realtà, parlasse da sola.
Il primo a vedere i fari dell'autobus è il piccolo cane
bianco (ha il pelo riccio e muove veloce la coda corta) che appartiene
alla signora seduta sotto la pensilina. Il cane abbaia e smette
solo quando l'autobus si ferma con un rumore di freni che ad Antonio
ricorda il suono lungo e pieno di un corno, come nei concerti
di musica classica che a suo padre piaceva ascoltare, quando ancora
vivevano insieme, nei giorni di festa.
Il viaggio fino alla carrozzeria è molto lungo, perché
la sede dell'associazione sta in periferia, proprio pochi metri
prima del grande raccordo autostradale che stringe la città
come un anello. O un cappio, pensa Antonio, mentre davanti agli
occhi le vie del centro diventano i viali larghi che costeggiano
il fiume. La casa dell'associazione, gli hanno raccontato, è
una villa antica che i proprietari hanno lasciato in eredità
all'associazione. Un tempo, intorno, era solo campagna aperta,
prima ancora che il raccordo venisse progettato. La carrozzeria
è un capannone che sorge a una ventina di metri dalla villa,
vicino a un grande campo di terra scura, dove di solito vengono
piantati ortaggi, e al pollaio.
Oggi Antonio è contento in modo particolare perché,
oltre a uscire dal carcere, è un giorno speciale. L'associazione
ha invitato un gruppo di volontari (ragazzi e ragazze giovani)
a passare alcuni giorni dentro la casa, insieme con gli ospiti,
facendo dei lavoretti. Gli ospiti della casa sono gente come Antonio.
Cioè detenuti in semilibertà oppure agli arresti
domiciliari, e in questo caso vivono lì dentro tutto il
tempo e la cosa, pensa Antonio, non sembra così diversa
dalla galera, ma qui c'è il giardino e ci si può
muovere in spazi più ampi di quelli di una cella e far
finta di vivere una vita normale.
Antonio è arrivato alla sua fermata (è passata quasi
un'ora da quando ha lasciato il carcere), si è alzato in
piedi e si è spostato vicino all'uscita. Non ha dovuto
premere il tasto rosso del campanellino, perché lo ha già
fatto qualcun altro. Vicino alle porte dell'autobus Antonio vede
un ragazzo giovane vestito con una giacca a vento pesante nera
e una sciarpa a strisce colorate, di lana, intorno al collo. Ha
pochi capelli tagliati cortissimi, degli occhiali piccoli con
le lenti molto spesse e un orecchino d'argento al lobo sinistro.
Anche Antonio ha un orecchino, ma il suo è simile a un
minuscolo punto luminoso ficcato dentro l'orecchio, in alto, dove
inizia la cartilagine. Sembra un piccolo diamante, ma è
solo un pezzo di vetro che Antonio si è fatto comprare
da un amico. (Antonio, quando è in galera, non può
mettere l'orecchino, perché un'estremità, quella
che entra dentro la carne, è molto appuntita e potrebbe
usarlo come arma per ferirsi o per ferire le guardie o qualche
altro detenuto. Allora Antonio tiene in tasca il suo orecchino,
avvolto dentro un pezzo di carta che ha strappato da un quaderno,
e lo mette solo quando esce dal carcere).
Il ragazzo guarda dal finestrino. Si volta verso Antonio, gli
chiede il nome della fermata. Antonio dice: se devi andare all'associazione
ci vado anche io, segui me. Il ragazzo sorride, ringrazia.
Quando l'autobus arriva, Antonio e il ragazzo scendono. La fermata
è un palo di metallo infilato nel terreno di fianco alla
strada. Le auto corrono veloci e bisogna stare attenti quando
si cammina, perché non c'è il marciapiede e si rischia
di essere investiti. La strada tra la fermata dell'autobus e l'associazione
è breve. Antonio e il ragazzo svoltano su un vialetto di
ghiaia e passano il cancello di ferro della villa, che è
aperto. La villa è una casa brutta (ad Antonio non piace)
alta due piani, bianca ma con la vernice scrostata perché
è vecchia e l'associazione non ha tutti i soldi che servirebbero
per pagare gli imbianchini.
Antonio accompagna il ragazzo fino dentro la villa e vede che
per terra, sul pavimento dell'atrio, ci sono altri zaini colorati
come quello del ragazzo e capisce che altri volontari sono già
arrivati. Poi saluta il ragazzo e se ne va in carrozzeria, a fare
il suo lavoro. Ad Antonio piace questa cosa dei volontari perché
per lui è la prima volta, da quando è qui.
I
volontari sono undici in tutto, e solo tre sono italiani. Sette
sono ragazze. Questo crea molta emozione tra gli ospiti della
villa, che sono tutti uomini a cui piacciono le donne e che, da
quando i volontari sono arrivati, hanno iniziato a fare gli spacconi.
Anche quelli più anziani, che magari hanno passato i sessanta
o anche, qualcuno, i settanta anni, si danno da fare, cercano
l'attenzione delle ragazze, offrono sigarette, vorrebbero parlare
tutto il tempo.
Alcuni tra gli ospiti, i più giovani, riescono a legare
con le volontarie e cercano tutti i modi per stare con loro, in
quasi ogni momento della giornata. Una ragazza in particolare
(è tedesca, molto magra, bionda e con gli occhi di un azzurro
pallido) attira l'attenzione del colombiano, che sta qui ai domiciliari
per due chili di cocaina che cercava di far entrare in Italia,
sciolta dentro una bottiglia di shampoo alla pesca. La ragazza
tedesca è molto giovane (ha diciannove anni e porta appesa
al collo una piccola croce di legno), il colombiano meno perché
ne ha quasi quaranta, quest'anno. Ma è bello, con i capelli
scuri appena brizzolati, gli occhi neri e le labbra carnose. Ha
modi di fare eleganti e si capisce da quello che dice che è
intelligente e colto. Con la ragazza tedesca è sempre molto
gentile. Parla bene italiano (strascica appena un poco alcune
parole) perché suo padre veniva dal Veneto. Anche la ragazza
tedesca parla italiano. Lo studia a scuola, all'università
che ha da pochi mesi iniziato a frequentare, e usa questi viaggi
in Italia, dove deve pagare solo il treno perché il vitto
e l'alloggio li fornisce l'associazione, per esercitarsi.
La ragazza tedesca e il colombiano passeggiano spesso insieme
nel giardino intorno alla villa, anche se fa molto freddo, oppure
se ne stanno dentro la sala tv, a parlare. La ragazza tedesca
ride con gli occhi, quando sta con lui. Per questo qualcuno (i
volontari o qualche altro ospite) pensa che la ragazza si stia
innamorando del colombiano e che questo le farà molto male,
quando dovrà ripartire, mentre il colombiano resterà
qui.
Antonio
i primi giorni non frequenta molto i volontari, anche se è
contento che siano alla villa, perché non sa cosa dire
e non ha voglia di raccontare molto di sé. Non vuole creare
dei legami che potrebbero lasciare, poi, dei segni dolorosi, come
una ferita o una bruciatura sulla pelle.
Sta tutto il tempo in carrozzeria a verniciare le portiere di
un'auto e a ribattere le ammaccature. Alla villa ci va solo per
mangiare e per bere il caffè, a metà mattina.
Inizia a parlare anche lui con una delle ragazze, quando lei gli
chiede da fumare. Ha visto la sigaretta che Antonio tiene accesa
tra le dita (ogni tanto tira una boccata, ma cerca di respirare
solo una parte del fumo, perché così, pensa Antonio,
gli farà meno male) e gliene ha chiesta una. Antonio ha
tirato il pacchetto fuori dalla tasca le ha dato la sigaretta
e l'accendino di plastica.
Da dove vieni, chiede Antonio alla ragazza, ma lei non parla italiano
e allora Antonio (cerca tra i pensieri che ha in testa, i ricordi)
traduce in inglese. Lei sorride, dice Danimarca. Chiede: "Parli
inglese?". Antonio scuote la testa, sorride anche lui, dice
tedesco, vivevo in Germania. Bene, dice lei, il tedesco va bene.
Lei continua a guardarlo, non dritto negli occhi, ma sulla punta
del naso o i capelli, le labbra mentre dice il suo nome. La ragazza
della Danimarca si chiama Rebecca, che è un nome bello
perché, secondo Antonio, ha un bel suono. Lei gli chiede
perché sta dentro, che cosa ha fatto.
"Troppo presto - dice Antonio in tedesco e, intanto, continua
a sorridere - non ci conosciamo neanche". Dimmi tu chi sei.
"Non vale", dice la ragazza della Danimarca mentre gli
soffia il fumo leggero in faccia.
Antonio e Rebecca passano molto tempo insieme, se Antonio non
lavora. Questo succede in particolare durante il pranzo. I volontari
e gli ospiti della villa mangiano tutti seduti allo stesso tavolo,
che è molto lungo, nella sala da pranzo. Per raggiungerla,
dall'atrio della villa bisogna entrare nella prima stanza, a destra,
e superare la sala tv. I pranzi e le cene sono momenti molto allegri
e il piatto forte è la pasta, cucinata sempre con molto
aglio, che gli stranieri apprezzano, ogni volta, ad alta voce.
Antonio cerca di sedersi vicino a Rebecca, quando riesce, oppure
di stare di fronte a lei. Sta attento però a non dare troppo
nell'occhio, a parlare anche con gli altri, perché non
vuole, Antonio, che nessuno creda che si sta innamorando di lei,
come la ragazza tedesca con il colombiano. Non vuole che qualcuno
parli di loro due, che gli dica: che stupido che sei.
Rebecca e Antonio giocano a scacchi, a volte, durante il pomeriggio.
Antonio lascia la carrozzeria sporco di vernici e sudato, si butta
fuori nel freddo con il giaccone appoggiato appena sulle spalle,
senza chiuderlo, e raggiunge la villa. Entra, corre in bagno a
lavarsi come può, veloce (il colore è difficile
da togliere dalle mani, ci vorrebbe troppo tempo che lui, adesso,
non ha) e raggiunge la sala tv. Qui dentro ci sono dei tavoli
e poltroncine di velluto marrone, basse e allineate in tre file
davanti allo schermo. Antonio chiama Rebecca che quando lo vede
strizza gli occhi, le dice "ti va?".
Rebecca è lenta a muovere i pezzi sulla scacchiera, riflette
anche diversi minuti, come se quello che fa (spostare un pedone
o il cavallo) fosse una cosa molto importante. Antonio usa questo
tempo per guardarla oppure, a volte, la interrompe con delle domande.
Rebecca non è molto bella, crede Antonio, anche se ha dei
capelli biondi chiari, gli occhi verdi, la pelle chiara che Antonio
non ha mai avuto. Rebecca ricorda ad Antonio il personaggio di
un programma per bambini che guardava molti anni fa, quando era
piccolo, e che ha poi rivisto in Germania, durante una replica.
Era un programma con degli animali che erano in realtà
dei burattini mossi dalle mani di un uomo (che se ne stava nascosto,
senza farsi inquadrare) infilate dentro i vestiti. Antonio crede
che Rebecca assomigli, tra i personaggi di quel programma per
bambini, alla rana. Non glielo ha mai detto perché pensa
che non le farebbe piacere, ma Antonio non lo ritiene un insulto,
perché quella rana lo ha sempre fatto ridere. Con Rebecca
sta bene, riesce a parlare di molte cose, ma preferisce ascoltarla.
Una volta ha pensato di baciarle, chinandosi verso di lei, le
labbra sottili.
Quando finiscono di giocare a scacchi e lui sta per tornare in
carrozzeria oppure, a sera, in carcere, lei quasi sempre lo prende
da parte, gli dice: domani però mi racconti. Lui sorride,
dice forse.
Alla
fine fuori c'è il sole. Antonio ha chiesto di non lavorare
in carrozzeria, perché i volontari domani se ne vanno via
e lui non li vedrà più. Sembrano tutti tristi, per
questo, anche se dopo cena ci sarà una festa con i dolci
e il vino e un ospite, il più anziano, ha comprato dei
braccialetti di cuoio e fili intrecciati da regalare ai volontari.
Antonio vede la ragazza tedesca, seduta da sola al tavolo da pranzo,
scrivere una lettera che poi darà, crede Antonio, al colombiano
prima di partire. La ragazza stringe forte la penna tra le dita,
ogni tanto si ferma, solleva la testa e si vedono, allora, gli
occhi rossi di chi ha pianto da poco.
Antonio entra nella sala tv, chiama Rebecca che guarda un programma
e ripete, ogni tanto, le parole italiane che cerca di ricordare.
La chiama, le dice vieni. Escono, Rebecca gli chiede: dove mi
porti. "Ti mostro dove lavoro", dice lui e, intanto,
vorrebbe prenderla per mano.
Dentro la carrozzeria c'è una macchina blu senza le portiere,
che stanno appoggiate contro il muro. Alle pareti sono appesi
degli attrezzi e sul bancone, in fondo, delle mascherine di carta
bianca per non respirare le vernici durante il lavoro.
Antonio e Rebecca si siedono dentro la macchina, Antonio al volante
come se dovessero andare da qualche parte, ma non possono perché
la saracinesca della carrozzeria è chiusa.
Fumano molto, Antonio tira fuori dalla tasca del giaccone una
piccola bottiglia di un liquore forte, ambrato. Bevono e usano
il tappo bordò come bicchiere. Non parlano fino a quando
non è Antonio a parlare. Dice: cinque anni, massimo della
pena, rapina a mano armata dentro a un supermercato. Antonio viveva
in Germania con i suoi, che avevano una pizzeria. Un emigrante
da fumetti, dice e cerca di sorridere: "Pizza e mandolino".
Che vita del cazzo, dice anche.
Antonio misura le parole, non spiega i dettagli. Dice: ero d'accordo,
per il colpo, con amici italiani. E in Italia era tornato a vivere,
anche, mesi prima. Nel supermercato (che stava in un centro commerciale
grande come il paese dove suo padre era nato, al Sud) era entrato
tre o quattro volte, per capire come funzionava. Per non attirare
l'attenzione, si aggirava tra le merci di qualsiasi tipo, negli
orari più affollati. Comprava sempre qualcosa. Si metteva
in fila, alla cassa rapida, pagava in contanti e sorrideva alle
cassiere, che erano un piccolo esercito, schierate, in fila, con
la divisa bianca e rossa.
I capi del supermercato hanno giacca e cravatta blu, camicia chiara,
pantaloni grigi. Ogni ora depositano una parte degli incassi dentro
una specie di cassaforte nel muro oltre la barriera delle casse.
La cassaforte ha un'altra apertura all'esterno dell'edificio,
dove i portavalori, ogni sera, dopo la chiusura, passano a prelevare
il denaro.
Antonio e la sua banda, una sera, dopo la chiusura, aspettano
i portavalori. Sono in quattro, in sella a due moto, hanno il
volto coperto con un passamontagna. E' tutto molto veloce e quando
i portavalori, (che sono in due e hanno appena prelevato i sacchi
di tela bianca spessa con dentro i soldi) vedono le pistole, non
dicono niente, alzano le mani. Antonio prende i sacchi e, insieme
con uno dei suoi, li infila dentro dei grossi zaini che si caricano,
poi, sulle spalle. Saltano in moto, corrono via. Troppo facile.
"Sembra un film", dice Rebecca. Proprio un film, dice
Antonio.
Dopo la rapina è tornato a casa in Germania, a fare la
vita di tutti i giorni, nella pizzeria del padre. Ad aspettare
che le acque si calmassero, per ritrovarsi poi, con gli altri,
e dividere. Le cose sono andate come non dovevano andare, uno
dei quattro è stato preso, per una storia solo sua. Ha
venduto gli altri della banda agli sbirri, ha venduto Antonio
e il posto dove avevano nascosto i soldi. Antonio è stato
processato e condannato in Italia, mentre se ne stava in Germania,
senza sapere. Guarda il cruscotto davanti a sé, dice: ecco
perché mi hanno dato il massimo.
Sta zitto e anche Rebecca non parla. Antonio versa ancora liquore
fino a quando non è finito, poi escono dalla macchina.
Camminano sulla strada di ghiaia verso la villa, il sole è
tramontato e si vede poco, adesso, intorno. Quando arrivano alla
villa Antonio le dice buon viaggio, domani partite presto. Lei
gli sfiora la guancia con le labbra e sta ferma, come se lo vedesse
per la prima volta.
Antonio
alla fermata dell'autobus infila le mani in tasca, sente il rumore
delle auto che passano veloci a pochi centimetri da lui, l'aria
fredda che spostano. Quando l'autobus arriva è pieno di
persone che tornano a casa dal lavoro. Alla prima fermata sale
una donna che avrà cinquant'anni. Ha una giacca rossa e
sbiadita, delle scarpe sformate ai piedi. Chiede permesso per
passare tra le persone, che però non riescono a muoversi,
perché non c'è spazio. La donna aspetta qualche
fermata, che la gente sia scesa, e si sposta verso la parte anteriore
dell'autobus, di fianco all'autista. Quando gli passa vicino,
Antonio vede che la donna tiene, nella mano destra, un fazzoletto
di carta bianco che usa per reggersi ai sostegni dell'autobus,
per non toccarli con le mani.
Davide
Musso
Ha
29 anni, vive e lavora a Milano. Come redattore della rivista
"Altreconomia".
Le sue grandi passioni (non necessariamente in quest'ordine) sono
la lettura, la musica, le sue piante e una donna che ha appena
sposato.
Da quando lavora (passando gran parte della giornata in redazione),
ma soprattutto da quando vive da solo imitando le persone adulte,
si ritrova con molto meno tempo libero. Risucchiato da lavatrici,
piatti sporchi e carrelli del supermercato.
Il recente matrimonio pare non contribuirà a migliorare
la sua nuova condizione di massaia.
Subway,
I Juke-box letterari
Organizzato e promosso dal Settore Giovani del Comune di Milano,
in collaborazione con l'Associazione Laboratorio E-20, con la
partnership di ATM S.p.A. e LIMONTA SPORT S.p.A.
Curatori:
Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Un
giorno speciale
© Davide Musso 2003
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani
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