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Davide Musso
Un giorno speciale

genere Storie minime

1 racconto da 10 fermate

Prefazione
di Alessandro Zaccuri

Peggio del buonismo c'è soltanto il cattivismo. Sembrava impossibile, ma è andata proprio così: molti libri italiani degli ultimi anni si sono fatti forti di un'esibizione compiaciuta e gratuita degli aspetti più negativi della nostra società. Senza vere pretese di denuncia, senza altro coraggio che non fosse quello di usare un po' di brutte parole per scandalizzare i soliti borghesi. I quali, a questo punto, non si scandalizzano più di niente. Il disagio giovanile, la criminalità, il mondo del carcere sono diventati lo scenario - spesso ripetitivo - per vicende di maniera, nel contesto di un paradossale cannibalismo vegetariano praticato da scrittori che giocano a fare i "cattivissimi". E così, tra una moda e una tendenza, sono finite in secondo piano narrazioni più serie e profonde, nelle quali il tentativo di capire aveva la meglio sul desiderio di stupire. Penso a un libro come "Maggio selvaggio" di Edoardo Albinati, resoconto di un anno di insegnamento nel carcere romano di Rebibbia, ma anche ai romanzi che Davide Pinardi ha pubblicato negli anni Ottanta e Novanta, attingendo alla propria esperienza di educatore carcerario. "Un giorno speciale", il racconto che state per leggere, è parente stretto dei lavori di Albinati e Pinardi. Non dipende da essi, sia chiaro, ma ne condivide l'onestà e la semplicità, virtù difficili per chi scrive, ma sempre apprezzate da chi legge. Per raccontare la storia piccola di Antonio, detenuto in semilibertà, Davide Musso ha scelto una lingua quotidiana come i piccoli fatti che si intrecciano in queste pagine. Non ha posato a fare il cattivo, ma non ha neppure calcato il pedale sulla commozione facile. Antonio è Antonio, cattivo e buono, come in fondo siamo un po' tutti, fuori e dentro il carcere. Per questo, forse, la sua storia ci riguarda.

DAntonio ha il bicchiere in mano e il braccio teso verso la lampadina, guarda il vino chiaro, la luce di traverso. Hanno chiuso tardi, questa sera, per via che è l'ultimo giorno dell'anno, per festeggiare, nonostante tutto, anche qui.
La prossima volta prendo la mira, pensa Antonio. Abbassa il braccio, avvicina il bicchiere di plastica alle labbra, beve un sorso. Dice: "Quando lo trovo". Pensa che alla fine di un anno nuovo, in questi momenti che gocciolano tra le fessure dei muri, la tradizione reclama un proposito. "Gli sparo in faccia, la prossima volta".
Il suo compagno se ne sta sulla branda, immobile, lascia cadere il libro sul petto, volta la testa, dice: "Il vino ti fa male". Dice: "certe cose, qui dentro, è meglio non pensarle neanche".
I questurini hanno distribuito i bicchieri di plastica bianchi con lo spumante del supermercato. Hanno brindato anche loro, gli sbirri, insieme con tutti gli altri, hanno riempito il secondo giro e se ne sono andati. I detenuti hanno passeggiato un po' per il corridoio su cui si aprono le celle, poi sono tornati dentro quasi subito. Le guardie sono tornate trenta minuti prima di mezzanotte, hanno detto buon anno, serrato le porte, lasciando aperta la finestrella rettangolare per la ronda, spento le luci.
Antonio sta in piedi. Pensa sempre alla stessa cosa, rimasticata tante volte e, ormai, senza sapore. Un'altra festa dentro per colpa di un bastardo (lo dice, bastardo, a mezza voce, ma non si rende conto) che invece è fuori, da qualche parte.
Ha freddo, un brivido al centro della schiena. Il suo compagno che ha posato il libro per terra, sotto il letto, vicino agli occhiali con la montatura sottile, si è tirato la coperta sopra la testa e si è girato verso il muro.
Antonio domani mattina potrà alzarsi tardi, come gli altri, e non fare niente per tutto il giorno perché è festa. I giorni così Antonio non li sopporta, perché i libri non gli piacciono e la tv, dopo un po', lo rincoglionisce. Così, quando è festa, Antonio resta in branda, a guardare il soffitto.
I pensieri diventano grumi neri e appiccicosi, si bloccano più o meno all'altezza del petto. Se lo trovo, pensa, lo ammazzo con le mie mani. Gli viene quasi voglia di vomitare e forse è colpa del vino. Allora si siede sul materasso, Antonio, si toglie i pantaloni, il maglione scuro e la camicia, si infila sotto le lenzuola e trema appena, perché sono fredde.
L'hanno arrestato tre anni fa, pensa mentre scivola lento nel sonno, che ancora dormiva vicino al corpo caldo della sua fidanzata. Servizio a domicilio. Si ricorda ogni secondo di quel giorno, ogni movimento dei due uomini che hanno bussato alla porta, detto deve seguirci, ci spiace. Sa che fanno così - ti svegliano nel cuore della notte senza darti il tempo, quasi, di raccogliere i vestiti, ti caricano in auto con poche parole - per i pezzi grossi, per i criminali veri.
Lui non credeva (non aveva mai creduto) di essere una persona importante.
Antonio è in semilibertà da quasi un anno. Significa che può stare fuori dal carcere durante il giorno, dalle sette del mattino fino alle sette di sera, ma poi, la notte, deve tornare dentro. Quando rientra nel suo albergo a cinque stelle, lo chiama lui, mangia in cella, senza dire una parola, e si infila a letto. Cerca di addormentarsi in fretta, senza pensare a niente, perché quando dorme non si accorge di stare in galera e quando si sveglia è di nuovo ora di uscire.
Il cappellano gli ha trovato lavoro nella carrozzeria di un'associazione che aiuta i detenuti. Lui questo lavoro non lo ha mai fatto, ma quelli dell'associazione gli spiegano ogni volta, con pazienza, che cosa deve fare. Antonio non può muoversi da lì, perché gli sbirri devono sapere sempre dove sta. Gli unici momenti in cui riesce a sentirsi davvero solo, l'unico posto in cui, se volesse, potrebbe anche pensare di scappare, è sull'autobus che lo porta al lavoro. Basterebbe sbagliare fermata, scendere con chi scende, trovare una strada e seguirla. Un giorno, uno dei primi giorni da semilibero, aveva deciso. A metà del percorso, quando il carcere è già lontano, ha premuto il pulsante rosso che segnala all'autista che qualcuno deve scendere, ha sentito il suono del campanellino e visto la scritta "fermata prenotata", accesa. Dopo poco l'autobus si è fermato, le porte si sono aperte con un soffio, Antonio è rimasto fermo, inchiodato al suo posto con una tonnellata di piombo sullo stomaco. L'autista ha aspettato qualche secondo, ha guardato nello specchio retrovisore che gli permette di vedere tutti quelli che stanno dentro l'autobus, poi, dato che nessuno scendeva, ha detto qualcosa che Antonio non è riuscito a capire e ha richiuso le porte.
La carrozzeria durante le feste è ferma e per questo Antonio non può uscire. Può solo aspettare che il tempo passi anche se sembra, in questi momenti, pensa Antonio, che non passi proprio mai. A volte si immagina che forse le lancette dell'orologio appeso al muro si siano incollate e, per questo, non si muovano più.

Quando Antonio è pronto per andare a lavorare, due giorni dopo, viene accompagnato dai questurini fino al primo portone di ferro pesante. Viene perquisito e gli vengono consegnati il documento d'identità e un tesserino con il nome scritto sopra e, a fianco, il nome del carcere. Poi il portone viene aperto e Antonio può percorrere da solo l'atrio fino al cancello blindato. Per arrivarci passa davanti alla portineria, dove stanno seduti due agenti che lo guardano mentre si avvicina all'uscita e, solo quando è proprio di fronte, fanno scattare la serratura.
L'aria è ancora buia, e fredda, perché è mattino presto. Antonio infila le mani nelle tasche del giubbotto e alza il colletto foderato di pelo bianco. Per arrivare alla fermata del suo autobus deve camminare per alcuni minuti, percorrendo il perimetro del carcere su tre lati. Quando arriva alla fermata ci sono già alcune persone ad aspettare. Un signore con un cappotto blu lungo legge il giornale, che tiene con una mano sola mentre con l'altra regge una valigetta di pelle scura, e ogni poco alza lo sguardo, controlla la strada. Quando lo fa, stringe gli occhi a fessura, per vedere meglio, crede Antonio. Una ragazza bisbiglia dentro un telefono cellulare, senza fermarsi quasi mai, come se, in realtà, parlasse da sola.
Il primo a vedere i fari dell'autobus è il piccolo cane bianco (ha il pelo riccio e muove veloce la coda corta) che appartiene alla signora seduta sotto la pensilina. Il cane abbaia e smette solo quando l'autobus si ferma con un rumore di freni che ad Antonio ricorda il suono lungo e pieno di un corno, come nei concerti di musica classica che a suo padre piaceva ascoltare, quando ancora vivevano insieme, nei giorni di festa.
Il viaggio fino alla carrozzeria è molto lungo, perché la sede dell'associazione sta in periferia, proprio pochi metri prima del grande raccordo autostradale che stringe la città come un anello. O un cappio, pensa Antonio, mentre davanti agli occhi le vie del centro diventano i viali larghi che costeggiano il fiume. La casa dell'associazione, gli hanno raccontato, è una villa antica che i proprietari hanno lasciato in eredità all'associazione. Un tempo, intorno, era solo campagna aperta, prima ancora che il raccordo venisse progettato. La carrozzeria è un capannone che sorge a una ventina di metri dalla villa, vicino a un grande campo di terra scura, dove di solito vengono piantati ortaggi, e al pollaio.
Oggi Antonio è contento in modo particolare perché, oltre a uscire dal carcere, è un giorno speciale. L'associazione ha invitato un gruppo di volontari (ragazzi e ragazze giovani) a passare alcuni giorni dentro la casa, insieme con gli ospiti, facendo dei lavoretti. Gli ospiti della casa sono gente come Antonio. Cioè detenuti in semilibertà oppure agli arresti domiciliari, e in questo caso vivono lì dentro tutto il tempo e la cosa, pensa Antonio, non sembra così diversa dalla galera, ma qui c'è il giardino e ci si può muovere in spazi più ampi di quelli di una cella e far finta di vivere una vita normale.
Antonio è arrivato alla sua fermata (è passata quasi un'ora da quando ha lasciato il carcere), si è alzato in piedi e si è spostato vicino all'uscita. Non ha dovuto premere il tasto rosso del campanellino, perché lo ha già fatto qualcun altro. Vicino alle porte dell'autobus Antonio vede un ragazzo giovane vestito con una giacca a vento pesante nera e una sciarpa a strisce colorate, di lana, intorno al collo. Ha pochi capelli tagliati cortissimi, degli occhiali piccoli con le lenti molto spesse e un orecchino d'argento al lobo sinistro. Anche Antonio ha un orecchino, ma il suo è simile a un minuscolo punto luminoso ficcato dentro l'orecchio, in alto, dove inizia la cartilagine. Sembra un piccolo diamante, ma è solo un pezzo di vetro che Antonio si è fatto comprare da un amico. (Antonio, quando è in galera, non può mettere l'orecchino, perché un'estremità, quella che entra dentro la carne, è molto appuntita e potrebbe usarlo come arma per ferirsi o per ferire le guardie o qualche altro detenuto. Allora Antonio tiene in tasca il suo orecchino, avvolto dentro un pezzo di carta che ha strappato da un quaderno, e lo mette solo quando esce dal carcere).
Il ragazzo guarda dal finestrino. Si volta verso Antonio, gli chiede il nome della fermata. Antonio dice: se devi andare all'associazione ci vado anche io, segui me. Il ragazzo sorride, ringrazia.
Quando l'autobus arriva, Antonio e il ragazzo scendono. La fermata è un palo di metallo infilato nel terreno di fianco alla strada. Le auto corrono veloci e bisogna stare attenti quando si cammina, perché non c'è il marciapiede e si rischia di essere investiti. La strada tra la fermata dell'autobus e l'associazione è breve. Antonio e il ragazzo svoltano su un vialetto di ghiaia e passano il cancello di ferro della villa, che è aperto. La villa è una casa brutta (ad Antonio non piace) alta due piani, bianca ma con la vernice scrostata perché è vecchia e l'associazione non ha tutti i soldi che servirebbero per pagare gli imbianchini.
Antonio accompagna il ragazzo fino dentro la villa e vede che per terra, sul pavimento dell'atrio, ci sono altri zaini colorati come quello del ragazzo e capisce che altri volontari sono già arrivati. Poi saluta il ragazzo e se ne va in carrozzeria, a fare il suo lavoro. Ad Antonio piace questa cosa dei volontari perché per lui è la prima volta, da quando è qui.

I volontari sono undici in tutto, e solo tre sono italiani. Sette sono ragazze. Questo crea molta emozione tra gli ospiti della villa, che sono tutti uomini a cui piacciono le donne e che, da quando i volontari sono arrivati, hanno iniziato a fare gli spacconi. Anche quelli più anziani, che magari hanno passato i sessanta o anche, qualcuno, i settanta anni, si danno da fare, cercano l'attenzione delle ragazze, offrono sigarette, vorrebbero parlare tutto il tempo.
Alcuni tra gli ospiti, i più giovani, riescono a legare con le volontarie e cercano tutti i modi per stare con loro, in quasi ogni momento della giornata. Una ragazza in particolare (è tedesca, molto magra, bionda e con gli occhi di un azzurro pallido) attira l'attenzione del colombiano, che sta qui ai domiciliari per due chili di cocaina che cercava di far entrare in Italia, sciolta dentro una bottiglia di shampoo alla pesca. La ragazza tedesca è molto giovane (ha diciannove anni e porta appesa al collo una piccola croce di legno), il colombiano meno perché ne ha quasi quaranta, quest'anno. Ma è bello, con i capelli scuri appena brizzolati, gli occhi neri e le labbra carnose. Ha modi di fare eleganti e si capisce da quello che dice che è intelligente e colto. Con la ragazza tedesca è sempre molto gentile. Parla bene italiano (strascica appena un poco alcune parole) perché suo padre veniva dal Veneto. Anche la ragazza tedesca parla italiano. Lo studia a scuola, all'università che ha da pochi mesi iniziato a frequentare, e usa questi viaggi in Italia, dove deve pagare solo il treno perché il vitto e l'alloggio li fornisce l'associazione, per esercitarsi.
La ragazza tedesca e il colombiano passeggiano spesso insieme nel giardino intorno alla villa, anche se fa molto freddo, oppure se ne stanno dentro la sala tv, a parlare. La ragazza tedesca ride con gli occhi, quando sta con lui. Per questo qualcuno (i volontari o qualche altro ospite) pensa che la ragazza si stia innamorando del colombiano e che questo le farà molto male, quando dovrà ripartire, mentre il colombiano resterà qui.

Antonio i primi giorni non frequenta molto i volontari, anche se è contento che siano alla villa, perché non sa cosa dire e non ha voglia di raccontare molto di sé. Non vuole creare dei legami che potrebbero lasciare, poi, dei segni dolorosi, come una ferita o una bruciatura sulla pelle.
Sta tutto il tempo in carrozzeria a verniciare le portiere di un'auto e a ribattere le ammaccature. Alla villa ci va solo per mangiare e per bere il caffè, a metà mattina.
Inizia a parlare anche lui con una delle ragazze, quando lei gli chiede da fumare. Ha visto la sigaretta che Antonio tiene accesa tra le dita (ogni tanto tira una boccata, ma cerca di respirare solo una parte del fumo, perché così, pensa Antonio, gli farà meno male) e gliene ha chiesta una. Antonio ha tirato il pacchetto fuori dalla tasca le ha dato la sigaretta e l'accendino di plastica.
Da dove vieni, chiede Antonio alla ragazza, ma lei non parla italiano e allora Antonio (cerca tra i pensieri che ha in testa, i ricordi) traduce in inglese. Lei sorride, dice Danimarca. Chiede: "Parli inglese?". Antonio scuote la testa, sorride anche lui, dice tedesco, vivevo in Germania. Bene, dice lei, il tedesco va bene.
Lei continua a guardarlo, non dritto negli occhi, ma sulla punta del naso o i capelli, le labbra mentre dice il suo nome. La ragazza della Danimarca si chiama Rebecca, che è un nome bello perché, secondo Antonio, ha un bel suono. Lei gli chiede perché sta dentro, che cosa ha fatto.
"Troppo presto - dice Antonio in tedesco e, intanto, continua a sorridere - non ci conosciamo neanche". Dimmi tu chi sei.
"Non vale", dice la ragazza della Danimarca mentre gli soffia il fumo leggero in faccia.
Antonio e Rebecca passano molto tempo insieme, se Antonio non lavora. Questo succede in particolare durante il pranzo. I volontari e gli ospiti della villa mangiano tutti seduti allo stesso tavolo, che è molto lungo, nella sala da pranzo. Per raggiungerla, dall'atrio della villa bisogna entrare nella prima stanza, a destra, e superare la sala tv. I pranzi e le cene sono momenti molto allegri e il piatto forte è la pasta, cucinata sempre con molto aglio, che gli stranieri apprezzano, ogni volta, ad alta voce.
Antonio cerca di sedersi vicino a Rebecca, quando riesce, oppure di stare di fronte a lei. Sta attento però a non dare troppo nell'occhio, a parlare anche con gli altri, perché non vuole, Antonio, che nessuno creda che si sta innamorando di lei, come la ragazza tedesca con il colombiano. Non vuole che qualcuno parli di loro due, che gli dica: che stupido che sei.
Rebecca e Antonio giocano a scacchi, a volte, durante il pomeriggio. Antonio lascia la carrozzeria sporco di vernici e sudato, si butta fuori nel freddo con il giaccone appoggiato appena sulle spalle, senza chiuderlo, e raggiunge la villa. Entra, corre in bagno a lavarsi come può, veloce (il colore è difficile da togliere dalle mani, ci vorrebbe troppo tempo che lui, adesso, non ha) e raggiunge la sala tv. Qui dentro ci sono dei tavoli e poltroncine di velluto marrone, basse e allineate in tre file davanti allo schermo. Antonio chiama Rebecca che quando lo vede strizza gli occhi, le dice "ti va?".
Rebecca è lenta a muovere i pezzi sulla scacchiera, riflette anche diversi minuti, come se quello che fa (spostare un pedone o il cavallo) fosse una cosa molto importante. Antonio usa questo tempo per guardarla oppure, a volte, la interrompe con delle domande. Rebecca non è molto bella, crede Antonio, anche se ha dei capelli biondi chiari, gli occhi verdi, la pelle chiara che Antonio non ha mai avuto. Rebecca ricorda ad Antonio il personaggio di un programma per bambini che guardava molti anni fa, quando era piccolo, e che ha poi rivisto in Germania, durante una replica. Era un programma con degli animali che erano in realtà dei burattini mossi dalle mani di un uomo (che se ne stava nascosto, senza farsi inquadrare) infilate dentro i vestiti. Antonio crede che Rebecca assomigli, tra i personaggi di quel programma per bambini, alla rana. Non glielo ha mai detto perché pensa che non le farebbe piacere, ma Antonio non lo ritiene un insulto, perché quella rana lo ha sempre fatto ridere. Con Rebecca sta bene, riesce a parlare di molte cose, ma preferisce ascoltarla. Una volta ha pensato di baciarle, chinandosi verso di lei, le labbra sottili.
Quando finiscono di giocare a scacchi e lui sta per tornare in carrozzeria oppure, a sera, in carcere, lei quasi sempre lo prende da parte, gli dice: domani però mi racconti. Lui sorride, dice forse.

Alla fine fuori c'è il sole. Antonio ha chiesto di non lavorare in carrozzeria, perché i volontari domani se ne vanno via e lui non li vedrà più. Sembrano tutti tristi, per questo, anche se dopo cena ci sarà una festa con i dolci e il vino e un ospite, il più anziano, ha comprato dei braccialetti di cuoio e fili intrecciati da regalare ai volontari. Antonio vede la ragazza tedesca, seduta da sola al tavolo da pranzo, scrivere una lettera che poi darà, crede Antonio, al colombiano prima di partire. La ragazza stringe forte la penna tra le dita, ogni tanto si ferma, solleva la testa e si vedono, allora, gli occhi rossi di chi ha pianto da poco.
Antonio entra nella sala tv, chiama Rebecca che guarda un programma e ripete, ogni tanto, le parole italiane che cerca di ricordare. La chiama, le dice vieni. Escono, Rebecca gli chiede: dove mi porti. "Ti mostro dove lavoro", dice lui e, intanto, vorrebbe prenderla per mano.
Dentro la carrozzeria c'è una macchina blu senza le portiere, che stanno appoggiate contro il muro. Alle pareti sono appesi degli attrezzi e sul bancone, in fondo, delle mascherine di carta bianca per non respirare le vernici durante il lavoro.
Antonio e Rebecca si siedono dentro la macchina, Antonio al volante come se dovessero andare da qualche parte, ma non possono perché la saracinesca della carrozzeria è chiusa.
Fumano molto, Antonio tira fuori dalla tasca del giaccone una piccola bottiglia di un liquore forte, ambrato. Bevono e usano il tappo bordò come bicchiere. Non parlano fino a quando non è Antonio a parlare. Dice: cinque anni, massimo della pena, rapina a mano armata dentro a un supermercato. Antonio viveva in Germania con i suoi, che avevano una pizzeria. Un emigrante da fumetti, dice e cerca di sorridere: "Pizza e mandolino". Che vita del cazzo, dice anche.
Antonio misura le parole, non spiega i dettagli. Dice: ero d'accordo, per il colpo, con amici italiani. E in Italia era tornato a vivere, anche, mesi prima. Nel supermercato (che stava in un centro commerciale grande come il paese dove suo padre era nato, al Sud) era entrato tre o quattro volte, per capire come funzionava. Per non attirare l'attenzione, si aggirava tra le merci di qualsiasi tipo, negli orari più affollati. Comprava sempre qualcosa. Si metteva in fila, alla cassa rapida, pagava in contanti e sorrideva alle cassiere, che erano un piccolo esercito, schierate, in fila, con la divisa bianca e rossa.
I capi del supermercato hanno giacca e cravatta blu, camicia chiara, pantaloni grigi. Ogni ora depositano una parte degli incassi dentro una specie di cassaforte nel muro oltre la barriera delle casse. La cassaforte ha un'altra apertura all'esterno dell'edificio, dove i portavalori, ogni sera, dopo la chiusura, passano a prelevare il denaro.
Antonio e la sua banda, una sera, dopo la chiusura, aspettano i portavalori. Sono in quattro, in sella a due moto, hanno il volto coperto con un passamontagna. E' tutto molto veloce e quando i portavalori, (che sono in due e hanno appena prelevato i sacchi di tela bianca spessa con dentro i soldi) vedono le pistole, non dicono niente, alzano le mani. Antonio prende i sacchi e, insieme con uno dei suoi, li infila dentro dei grossi zaini che si caricano, poi, sulle spalle. Saltano in moto, corrono via. Troppo facile.
"Sembra un film", dice Rebecca. Proprio un film, dice Antonio.
Dopo la rapina è tornato a casa in Germania, a fare la vita di tutti i giorni, nella pizzeria del padre. Ad aspettare che le acque si calmassero, per ritrovarsi poi, con gli altri, e dividere. Le cose sono andate come non dovevano andare, uno dei quattro è stato preso, per una storia solo sua. Ha venduto gli altri della banda agli sbirri, ha venduto Antonio e il posto dove avevano nascosto i soldi. Antonio è stato processato e condannato in Italia, mentre se ne stava in Germania, senza sapere. Guarda il cruscotto davanti a sé, dice: ecco perché mi hanno dato il massimo.
Sta zitto e anche Rebecca non parla. Antonio versa ancora liquore fino a quando non è finito, poi escono dalla macchina. Camminano sulla strada di ghiaia verso la villa, il sole è tramontato e si vede poco, adesso, intorno. Quando arrivano alla villa Antonio le dice buon viaggio, domani partite presto. Lei gli sfiora la guancia con le labbra e sta ferma, come se lo vedesse per la prima volta.

Antonio alla fermata dell'autobus infila le mani in tasca, sente il rumore delle auto che passano veloci a pochi centimetri da lui, l'aria fredda che spostano. Quando l'autobus arriva è pieno di persone che tornano a casa dal lavoro. Alla prima fermata sale una donna che avrà cinquant'anni. Ha una giacca rossa e sbiadita, delle scarpe sformate ai piedi. Chiede permesso per passare tra le persone, che però non riescono a muoversi, perché non c'è spazio. La donna aspetta qualche fermata, che la gente sia scesa, e si sposta verso la parte anteriore dell'autobus, di fianco all'autista. Quando gli passa vicino, Antonio vede che la donna tiene, nella mano destra, un fazzoletto di carta bianco che usa per reggersi ai sostegni dell'autobus, per non toccarli con le mani.


Davide Musso

Ha 29 anni, vive e lavora a Milano. Come redattore della rivista "Altreconomia".
Le sue grandi passioni (non necessariamente in quest'ordine) sono la lettura, la musica, le sue piante e una donna che ha appena sposato.
Da quando lavora (passando gran parte della giornata in redazione), ma soprattutto da quando vive da solo imitando le persone adulte, si ritrova con molto meno tempo libero. Risucchiato da lavatrici, piatti sporchi e carrelli del supermercato.
Il recente matrimonio pare non contribuirà a migliorare la sua nuova condizione di massaia.

Subway, I Juke-box letterari
Organizzato e promosso dal Settore Giovani del Comune di Milano,
in collaborazione con l'Associazione Laboratorio E-20, con la partnership di ATM S.p.A. e LIMONTA SPORT S.p.A.

Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino

Un giorno speciale
© Davide Musso 2003
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani

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