il Juke-Box Letterario 2004
Juke-Box Letterario 2007

Juke-Box Letterario 2006
Juke-Box Letterario 2005
Juke-Box Letterario 2004
Juke-Box Letterario 2003
Juke-Box Letterario 2002
Recensisci i racconti
Invia il tuo racconto
Bando di concorso del 2004
Chi siamo
Contatti
News
Francesco Lucioli
(Pre)Testi

genere Storia di amicizia

1 racconto da 10 fermate

Prefazione
di Davide Franzini

Una consegna a domicilio, un vecchio libro, l’amore per la poesia, Leopardi, la percezione dell’infinito e la cognizione del dolore, segnano il (re)incontro di un ragazzo e di una anziana professoressa.
Francesco Lucioli è bravo ad esprimere, senza retorica ne compiacimenti, sentimenti profondi e situazioni dolenti. Le vicende umane dei suoi due protagosnisti sono intense, vere e ci coinvolgono in un piccolo infinito di ricordi, confessioni e antichi sogni sopiti.
(Pre)Testi è soprattutto una storia di amicizia che mi piace, in questo momento, pensare in libera circolazione tra i vagoni delle metropolitane di Napoli, Milano e Roma.
Buona lettura e buon viaggio!

1. "Alessandro alzati o farai tardi anche stamattina." Mi sveglio di soprassalto. Altro che se farò tardi!
"Non puoi continuare con questa vita" ripete per l’ennesima mattina mia madre: "Che ora hai fatto?"
Ingoio un pezzo di cornetto, le do un bacio e fuggendo col caffè ancora in mano bisbiglio: "Le tre." Sono già in sella al motorino che la vedo urlarmi dietro la solita frase scontata: "Smettila di studiare fino a tardi. La notte è fatta per dormire." Magari. Purtroppo non è più così.
Faccio zig zag fra le macchine cercando di pensare a Leopardi: le Operette Morali… le Operette Morali… Niente. Mi distraggo a guardare i bambini che vanno a scuola: c’è chi cammina lentamente sperando forse di scampare ad un’interrogazione, chi si ferma a chiacchierare con i compagni, chi corre a perdi fiato per non arrivare nuovamente in ritardo.
"Sei in ritardo anche oggi. Vai a prendere le consegne e parti immediatamente."
Sono tutti molto simpatici nella mia agenzia di pony express.
"Allora, sei ancora qui?"
"Sì, sì ora vado. Volevo vedere soltanto dove ho la prima consegna."
"Via di Valletta."
"Valletta, Valletta, l’ho già sentita."
"Meglio così, vuol dire che farai prima."
Esco pensieroso. Prima di mettere il casco decido di dare un’occhiata al destinatario: Prof.ssa Carlini, Via di Valletta 9. E’ lei.
Chi l’avrebbe mai detto? Da studente a fattorino! Quanto tempo è che non la vedo? Sono tanto preso dai miei pensieri che quando finalmente riesco ad arrivare è tardissimo. Suono una volta. Niente. Suono ancora. Ancora niente. Salgo le scale ma anche sul pianerottolo non riesco a trovare nessuno.
Mentre sto per andarmene la porta di fronte si apre e una signora di una certa età mi guarda incerta.
"Salve, dovrei consegnare un pacchetto alla professoressa Carlini."
"Non c’è, può lasciare a me."
"No, sa, sono un suo ex alunno e mi faceva piacere incontrala. Posso tornare nel pomeriggio?"
"Non ci sarà neanche nel pomeriggio: è ricoverata in ospedale."
"In ospedale? Nulla di grave, spero?"
"Diciamo, un controllino"
"Pensa che se l'andassi a trovare..."
"Certamente! Ospedale Sant'Andrea, chirurgia femminile, terzo piano, stanza 10."
Mi sento un po’ fuori luogo. L’ ospedale mi fa sempre la stessa triste impressione. Lo penso ritrovandomi ancora una volta a camminare su un pavimento lucido a piastrellone bianche e nere.
Stanza 10, sono arrivato. Mi fermo sulla porta: ma siamo sicuri sia la cosa giusta? E sono già pronto a tornare indietro quando mi accorgo del pacchetto che ho fra le mani. Sono o non sono un fattorino?
La stanza è in penombra. Nel letto bianco e ferro c’è una donnina magra nascosta sotto le pieghe delle lenzuola; mi guarda da dietro gli occhiali con aria sorpresa e un po’ smarrita. Mi avvicino:
"Professoressa Carlini? Forse lei non si ricorderà di me. Sono…"
"Alessandro, classe III C. Come posso non ricordarmi? Quanto tempo è passato?"
"Troppo, sempre troppo. Ma lei, che mi combina?"
"Che ci vuoi fare? È l’età. Una settimana e mi rimandano a casa. Ma tu che ci fai da queste parti?"
"In realtà è stato un caso. A proposito…" e le do il pacchetto che ho ancora in mano.
"Grazie, ma non dovevi disturbarti."
"No, no, che ha capito? Io sono soltanto il fattorino."
Mi guarda perplessa: "Fattorino?" domanda poi dopo un silenzio che mi sembra infinito: "Non che abbia qualcosa contro i fattorini, però da te non me lo sarei aspettato. Eri così bravo. E l’università?"
"Ho dovuto abbandonare. E’ una lunga storia, diciamo che è stata una necessità."
La professoressa capisce di avermi messo in imbarazzo e cerca subito di rimediare:
"In fondo, che problema c’è? Basta che tu sia felice."
Già, basta che io sia felice. Ma io sono felice?

2.
"E' permesso?"
Nel vedermi un sorriso complice le compare sul viso e capisco che lei è contenta quanto me. Mi sono domandato tutto il giorno se le mie visite le potessero far piacere o le fossero soltanto di disturbo. Poi l’ospedale mi è apparso improvvisamente con la sua sagoma scura. Guardandolo mi è sembrato di sentire una voce lontana. Davanti a me c’era un bivio: a sinistra per andare a casa, a destra per l’ospedale. Non ci ho pensato su due volte: ho messo la freccia e ho girato a destra.
"Sa" dico sedendomi tanto per cominciare un discorso: "Sto preparando un esame su Leopardi."
"Ma allora non hai lasciato l’università!" dice con gli occhi che iniziano a scintillare.
"Non totalmente: cerco sempre di dare qualche esame. Ma con Leopardi proprio non ci capisco niente."
"Questa poi non me l’aspettavo. Come si fa a non apprezzare la poesia di Leopardi? E' così affascinante, sembra contenga tutti i misteri della vita, tutti i dubbi degli uomini. In qualunque momento c’è una poesia che fa al caso tuo."
"Detto così sembra semplice."
"Io avrei un’idea…"
Cercando il "volume grigio con la copertina verde" come mi ha detto, continuo a chiedermi come ho fatto a farmi convincere. Lezioni serali su Leopardi. In ospedale. Dopo una giornata di lavoro. Ho cercato di dirle di non disturbarsi, che non era poi così importante passare quell’esame. Ma lei no, cocciuta: "Se ti posso essere utile per me è un piacere."
E così non solo mi tocca fare le solite consegne, ma anche cercare questo libro dei Canti. "Sai" mi ha detto: "E’ un libro a cui tengo molto; mi piacerebbe tanto poterlo rileggere mentre sono qui. Se fossi così gentile da andarmelo a prendere. Suona alla mia vicina, lei ha le chiavi."
Mentre guardo nella libreria la mia attenzione cade su una cornice d’argento in un angolo. E' una foto, una nostra foto, della nostra classe in gita scolastica. Siamo tutti piccoli, tutti sorridenti; di molti non ricordavo neanche l’esistenza. Continuerei volentieri a perdermi nei ricordi, ma un gatto bianco mi salta in braccio. Un gatto?
"Lulù! Lulù torna qui!" Arriva di corsa la vicina: "Che gattaccio: non appena sente rumori in casa si fionda subito dentro. Sai, è della professoressa: lo tengo finché lei è in ospedale; ma se torna a casa..."
"Se?" domando fissandola sorpreso.
La vicina mi guarda imbarazzata; poi siede sul divano con un sospiro:
"Mi aveva detto di non dirlo a nessuno, ma in questo caso credo di poter fare un'eccezione. Siediti."
"La verità è che la professoressa sta male, molto male. Si è ricoverata per farsi operare: è l'ultima possibilità. Le ha già provate tutte: cure, medicine, terapie. Niente che abbia fatto effetto."
"Ma l'operazione può andare bene."
"In realtà le possibilità di riuscita sono piuttosto scarse."
"Ma non c'è nessuno che si occupi di lei, non so, amici, parenti?"
"Sembrerà strano, ma è proprio sola: vive per la scuola, per i ragazzi, neanche fossero tutti figli suoi. E quella mattina che non è più riuscita ad alzarsi dal letto la malattia non ha fatto che peggiorare."
"Pensa che si possa fare qualcosa?"
"Tu qualcosa lo stai già facendo. Non sai quanto è felice che tu la vada a trovare." A quelle parole rimango in silenzio ad accarezzare il gatto, con gli occhi fissi a quella foto nella cornice, a quel piccolo me stesso. Poi mi alzo: "Volume grigio, copertina verde: I Canti di Leopardi."
La sera in ospedale sono ancora più imbarazzato del solito. Ho passato tutta la giornata correndo da una parte all'altra con il vento che mi urlava in faccia ciò che non volevo sentire. Non volevo credere che fosse vero, non volevo credere di trovarmi ancora in una situazione del genere.
Mi sono fermato in un parco: avevo paura, paura di affrontare nuovamente la malattia, la morte, una realtà che non sono in grado di controllare. E' vero: ero pronto a lasciare tutto. Però in quello stesso parco ho capito che era troppo facile tornare a fuggire. "Se non vuoi farlo per te, fallo almeno per lei." E così mi ritrovo nuovamente in ospedale, nuovamente spaventato. Avevo pensato di entrare, guardarla negli occhi e dirle tutto, ma poi il suo sguardo luminoso mi ha fatto cambiare idea.
"Iniziamo a leggere subito?" mi domanda tutta contenta.
"In realtà ho avuto una giornataccia. Iniziamo domani."

3. Quando entro nella stanza 10 la professoressa mi sorride: si capisce subito che ha aspettato questo momento per tutto il giorno. A vederla così mi fa tornare in mente una di quelle giornate di fine primavera, con il sole che entra dalle finestre della classe e la lavagna ricoperta da mucchi di parole.
"Allora, da dove vuoi iniziare?"
La sua voce mi riporta alla realtà: da quattordici a vent'anni in meno di due secondi.
"Ah già, Leopardi." Prendo il libro e lo guardo tra il sospettoso e l'indeciso. In realtà mi vergogno a fare una domanda tanto stupida. Poi la guardo, così desiderosa di poter tornare ad insegnare; prendo coraggio e con un filo di voce sussurro: "Io in realtà non ho capito L'infinito."
Mi fissa senza dire niente; poi sorride, chiude il libro e si toglie gli occhiali:
"Vediamo cosa si può fare."
"Guarda quella finestra" dice indicando alla mia sinistra. "Bene: alzati e dimmi che cosa vedi."
"Vedo le macchine, due pini, il palazzo di fronte, la gente che passeggia. C'è anche un aereo in cielo."
"Questo è quello che vedi. Adesso siediti." Mi siedo. "Ti ripeto la domanda: cosa vedi?"
"Niente: la finestra è troppo alta."
"Già, è troppo alta. Questa finestra è come la siepe di Leopardi: mi impedisce di vedere. Stando qui sono costretta ad immaginare: è come se questa finestra fosse murata; il mio obiettivo è superarla, ma non potendo farlo devo utilizzare la fantasia. Va alla finestra e dimmi: che cos'è che non vedi?"
"Mbè, tutto il resto."
"Giusto, non puoi andare al di là di quello che vedi. Non puoi vedere che cosa fanno le famiglie nel palazzo, quanti passeggeri ci sono sull'aereo, gli animali sugli alberi e un'infinità di altre cose."
"L'infinito."
"Già, è proprio l'infinito quello che non puoi cogliere con gli occhi che hai sopra il naso. Vedi, per capire una poesia non basta leggere, bisogna andare oltre, bisogna metterci il cuore."
"Ha proprio ragione. Avrei un'idea…"
Mi chiedo ancora se ho fatto bene a farla affacciare da quella finestra. Magari si è stancata troppo.
Eppure lì davanti era felice: aveva gli occhi illuminati dalla gioia e dalla luce della luna; era serena come quando mi spiegava la poesia. In fin dei conti, almeno adesso ha un'idea più precisa di ciò che la circonda e la sua fantasia può vagare ancor più liberamente.
Quando entro in casa mamma è seduta in salone a guardare la televisione. Mi avvicino deciso a raccontarle quanto è successo oggi, ma lei mi liquida con un: "La cena è in forno" tutta attratta com'è dalle immagini sullo schermo. Le do un bacio e mi siedo a mangiare un pezzo di pollo.
D'un tratto guardo fuori dalla finestra: per un momento ho pensato all'infinito; poi mi è passata davanti agli occhi quella donnina stanca sdraiata nel letto tutta intenta a leggere il libro per una nuova lezione.

4. Quando arrivo lei è già seduta con il libro fra le mani.
"Oggi è stata una giornataccia." dico mettendomi a sedere: "Non sono riuscito neanche a pranzare."
"Credo di avere ancora un pacchetto di biscotti, che ne dici?"
Fra un morso e l’altro penso ad alta voce: "Mi sembra di fare ricreazione a scuola."
"Già, la scuola." I suoi occhi si velano di malinconia e mi accorgo con stupore di quanto sia pallida e stanca. Un attacco di tosse le blocca il respiro. Le passo un bicchiere d'acqua e azzardo un:
"Se vuole, stasera possiamo lasciar perdere."
Ma lei risoluta: "Ci mancherebbe. Dimmi invece: come va con lo studio?"
"Sono ancora indietro con i Canti: avrei qualche problema con A Silvia."
"O sul fallimento delle speranze giovanili. La mia poesia."
"Leopardi prende la morte prematura di una ragazza come pretesto per parlare del rapporto fra realtà e illusione. Da ragazzi i desideri spingono ad andare avanti; poi si cresce e ci si accorge di aver fallito."
"Se la può consolare è quello che provo anch’io tutte le mattine."
"Ma tu hai vent'anni, tante possibilità, occasioni, sbagli da commettere e modi per rimediare. Io…"
"Io cosa? Lei almeno ha avuto la possibilità di scegliere. Io da un momento all’altro mi sono trovato senza niente, senza neanche la possibilità di fare ciò che desideravo."
"Perché dici così?"
"Perché quando ti ritrovi improvvisamente senza un padre, con una casa e una madre da mantenere e con la necessità di trovare un lavoro, ti accorgi che i sogni sono solo belle illusioni. Lei non sa che cosa significa tornare a casa e ritrovarsi un’ambulanza che è venuta a portarti via il padre; non sa che vuol dire guardarlo dietro un respiratore; e non può neanche immaginare che cosa si prova a rendersi conto di aver perso con un padre anche la vita e la libertà."
"Mi spiace, però non tutto è perduto. Hai ancora tanta strada davanti a te."
"Avrò anche tutta la vita davanti, ma è da un bel pezzo che ho smesso di sperare." Torno a casa pieno di rabbia e di umiliazione: ce l'ho con me stesso e con il mondo; per aver detto quelle cose, o forse per non aver avuto il coraggio di dirle prima. Non avevo più parlato di mio padre dal giorno del suo funerale. Il discorso di stasera mi ha fatto ritornare alla memoria tutto quel passato che avevo cercato di cancellare, che avevo voluto, inutilmente, mettere da parte. Adesso vorrei sfogarmi, parlare, ricordare, ma capisco che è tardi, troppo tardi.
Mia madre è come al solito addormentata davanti alla televisione accesa: mi avvicino, le metto una coperta sulle spalle e le do un bacio sulla fronte. Ho pensato di svegliarla, ma a che servirebbe?
Vado in camera sperando di addormentarmi, ma mi giro nel letto pieno di tristezza. Inizio a camminare su e giù senza pensare a nulla, con la testa vuota e un nodo in gola. Decido di aprire un album di fotografie. E' solo allora, ritrovando il volto sereno di mio padre, che mi rendo conto di ciò che mi manca, di quello che ho perduto, di tutto quello che ho voluto cancellare dalla mia vita. E allora scoppio a piangere.

5. "Mi deve scusare." Sono entrato in camera senza nemmeno bussare.
"Sono io a doverti chiedere scusa: non dovevo insistere, dovevo capire che non ti andava di parlarne."
"Stanotte ci ho pensato su e ho capito che mi ha fatto bene sfogarmi."
Sorrido. Lei mi fissa attentamente, poi tristemente mi dice:
"La verità è che odio quella poesia: mi riporta alla mente troppi brutti ricordi. Devi sapere..." ma un colpo di tosse le impedisce di finire la frase e la costringe a sdraiarsi.
"Non si affatichi" la rassicuro: "Si riposi, io rimango qui."
Stasera mi sembra in condizioni peggiori del solito: respira a fatica e parla lentamente quasi non riuscisse ad articolare le parole. D'un tratto si addormenta.
Mi ritornano alla mente le lunghe serate passate accanto a mio padre, alla ricerca di un po’ di speranza; guardandola mi rimbombano nel cervello le parole che mia madre mi aveva detto poco prima che morisse: "Io continuo a sperare." Anche lei era stanca: mi sembra ancora di vederla con le occhiaie profonde e le mani scheletriche. Ma lei non ha mai smesso di stargli accanto. Io invece mi sono arreso prima, prima di quanto dovessi.
"Alessandro." La sua voce stanca mi fa voltare di scatto; capisco che vuole solo che la stia ad ascoltare. "Devi sapere che da giovane avevo anche io mille sogni da realizzare. Correvo da una parte all'altra, non facevo altro che studiare. Ho fatto il concorso per insegnante: fare la professoressa non era il massimo, ma credevo che col tempo tutto sarebbe migliorato. Poi un giorno mi sono accorta che il tempo era passato ed io non ero più giovane e non potevo più esserlo; in quel momento mi sono accorta di essere sola e di non aver fatto niente di quello che desideravo: mi sono accorta di aver fallito."
"Ma come fallito?" intervengo: "Non pensa a quanti ragazzi sono cresciuti grazie a lei?"
"Lo sarebbero ugualmente. La verità è che io non ho mai saputo vivere davvero la mia vita."
Gli occhi le si riempiono di lacrime, ma si trattiene perché non vuole che io la veda piangere: "Ho sperato che le cose potessero cambiare e invece?" Avrebbe voluto finire la frase, ma si ritrova senza fiato e riesce appena a sussurrare: "Alessandro, ricordati: vent'anni vengono una volta sola."
"Vent’anni vengono una volta sola." La frase mi ronza nelle orecchie, mi urla nella testa. Non riesco a mandarla via, non riesco ad addormentarmi. Penso a quello che è successo, alla velocità con cui tutto è cambiato, mutato, per me, nella mia vita. È bastata una settimana, una sola settimana per far cadere tutti i muri dietro cui la paura mi aveva fatto barricare. Credo che fossero le cinque di mattina: mi sono alzato e mi sono messo a studiare con quell'entusiasmo, quella passione che avevo da tempo perduto. È stato come tornare indietro: in quelle pagine sono riuscito a ritrovare quel me stesso che avevo smarrito, quel me stesso che era stato costretto a nascondersi, che avevo voluto mettere a tacere per non pensare, per non soffrire.
Ma poi, fermo a guardare il sole sorgere dietro le persiane, ho capito che anche quello non era che un modo come un altro per non pensare a lei, alla sua delusione nei confronti della vita; era un modo come un altro per non cercare una soluzione. E se domani non ce la facesse? Il giorno dell’operazione che mi sembrava tanto lontano, che avevo voluto pensare fosse tanto lontano, è ormai imminente. In bocca ritrovo quello stesso amaro che avevo provato poco dopo la morte di mio padre. Anche allora non ero riuscito a fare niente. "Ma stavolta non permetterò che accada."

6. "Alessandro, non ti aspettavo così presto." Mi dice stanca vedendomi arrivare: "Vuoi anticipare la lezione?"
Sorrido: "No, oggi sono qui per un altro motivo." Mi avvicino al letto e le do il pacchetto che nascondo dietro la schiena. "Sono o non sono un fattorino?"
Scarta lentamente l’involucro e mi guarda con occhi illuminati quando vede la cornice d’argento.
"Che bella classe che eravate. Chissà come si sono fatti tutti quanti."
Dalla porta scoppia un fragoroso: "Sorpresa!" e un gruppo di ventenni inizia ad entrare nella camera. La professoressa li guarda dapprima sorpresa, poi mi sorride con complicità.
Esco in corridoio mentre i miei compagni continuano ad entrare, ad abbracciarla, a chiacchierare e a farsi trasportare dai ricordi. Quando tutti vanno via, torno a salutarla.
"Passo stasera per la lezione. L’ultima… l’ultima prima dell’esame."
Quando torno la trovo attaccata al respiratore. Vederla così pallida, lenta nel suo respirare meccanico, mi fa tornare alla mente la stanca figura di mio padre.
"E’ colpa mia" le dico avvicinandomi al letto: "L’ho fatta stancare troppo. Volevo solo che sapesse che c’è ancora chi si ricorda di lei e le vuole bene. La sua vita ha avuto un senso: è riuscita a dare senso alla vita di tanti."
La sento sussurrare: "La lezione…" ma la interrompo prima che possa aggiungere altro:
"Stasera la lezione la faccio io. Questa settimana sono riuscito a ritrovare me stesso, a ritrovare la fiducia che avevo perso, il coraggio di andare avanti. Adesso è lei che non si deve arrendere, è lei che deve continuare a lottare."
Vorrebbe continuare ad insegnarmi centinaia di cose, ma entrambi sappiamo che studiare la sera prima di un esame non serve a niente. Mi stringe forte la mano: capisco che è ora di lasciarla.
Quando arrivo a casa trovo mia madre seduta sul divano. Le racconto ogni cosa. Lei mi abbraccia e dice: "Adesso va a dormire: domani sarà una lunga giornata."
Mamma mi sveglia presto: "Stavolta non vorrai arrivare in ritardo."
Mentre cerco di mangiare qualcosa vedo la professoressa alle prese con i medici con tutta la voglia che ho io di fuggire. Per un attimo penso di andarla a trovare ma mia mamma mi legge nel pensiero:
"Stamattina vado io in ospedale."
Mentre aspetto il verde al semaforo, un’ambulanza attraversa l’incrocio e la figurina della professoressa sulla barella mi passa davanti agli occhi. Riparto sperando che l’aria fredda si porti via quel pensiero.
Fuori dall’aula mi sorprendo a pensare alla camera operatoria, con la luce meccanica e un gruppo di medici con la mascherina. Quando attraverso la soglia vedo un infermiere farle l’anestesia e la professoressa che si addormenta non appena mi siedo di fronte alla commissione d’esame.
"Parliamo dell’Infinito."
Sorrido. Guardo alla mia sinistra, poi inizio: "Vede quella finestra?"
Trenta e lode, ma neanche il tempo di pensarci. In ospedale trovo mia madre ancora in attesa di notizie.
Inizio a camminare nervosamente. Come per caso arrivo in fondo al corridoio. Stanza 10.
Apro piano la porta, quasi avessi paura di svegliare qualcuno. Con il cuore che mi sobbalza nel petto mi siedo accanto al letto come ho fatto in tutte queste sere. Sul tavolino vedo il libro dei Canti, il suo libro. Sulla prima pagina con mano incerta è scritto: "Per Alessandro. Per non dimenticare." C’è un segnalibro posto alla conclusione di una poesia.

Godi fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

Sulla soglia della porta compare mia madre: non servono le parole. Mi abbraccia forte mentre piango.


Francesco Lucioli
E' nato il 20 maggio 1983 a Roma.

Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica con i massimo dei voti, si è iscritto alla Facoltà di Lettere all’Università La Sapienza di Roma, dove ora frequenta il secondo anno.Francesco è redattore per il sito Internet www.cinemavvenire.it, collabora con "Incontro", mensile dell’Associazione SS Pietro e Paolo-Città del Vaticanoe ha partecipato alla scuola di Drammaturgia del Teatro Gioia, diretta da Daia Maraini. Ha partecipato a diversi premi letterari, tra cui il Premio ULI, il Premio Campiello Giovani (due volte finalista).

Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20, realizzata con i Patrocini e i contributi del Settore Giovani del Comune di Milano e del Consorzio Nazionale COMIECO; con i Patrocini del Comune di Napoli e dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma.
In collaborazione con ATM S.p.A., Metronapoli S.p.A. e Gas S.p.A.

‹— Racconto precedente / Racconto successivo —›
HOME / IL JUKE-BOX LETTERARIO / INVIA E RECENSISCI I RACCONTI / FORUM / IL BANDO DI CONCORSO / CHI SIAMO / CONTATTI