Giovanna Adinolfi
...c'era nell'aria un profumo...
genere
Racconto del ricordo
1
racconto da 9 fermate
Prefazione
di Franz Krauspenhaar
Milano, 1947. Lanziano professore riguarda i vecchi dagherrotipi di famiglia. Come madeleines proustiane, le antiche foto riportano alla memoria un passato rivisto e dunque rivissuto: protagonista iniziale la madre amatissima che conosceva larte del raccontare. E da qui che prende lavvìo uno struggente srotolarsi a ritroso che poi è il racconto in unatmosfera di composto, ovattato e delicato lirismo. Riaffiora la storia damore ottecentesco tra il professore bambino e questa sensibile madre che trasmette al futuro studioso di letteratura, imbevendola damore materno, larte del raccontare fino alla prematura perdita della madre stessa; e poi unaltra perdita, quella dellamata, giovane moglie; e lincontro inaspettato con Maria, nuova, inaspettata possibilità sentimentale quando lanima del professore ormai non più giovane era colma soprattutto della nostalgia per quello che non ha fatto in tempo ad essere. Ecco la chiave, secondo me, del raffinato racconto un chiarissimo omaggio a Proust- che la Adinolfi, come narrando direttamente dal lontano passato, ci serve su di un intarsiato vassoio dargento, tenendoci per mano tra profumi evocatori che risvegliano meglio dogni altra cosa i palpiti mai sopiti duna vita intera; e per giunta riservandoci un bellissimo finale a sorpresa che chiude il cerchio del tempo che, evidentemente, non sempre passa sperperandosi invano.
...quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo.
(dalla Recherche di Marcel Proust)
Milano, 1947
...c'era nell'aria un profumo... anni dopo, nel nuovo secolo, leggendo Proust, il professore avrebbe capito cosa lo scrittore francese intendesse quando parlava dell'infanzia e della sua madeleine.
Il professore era nato in un piccolo borgo nella pianura padana, e quando guardava i dagherrotipi dei genitori o rovistava nella scatola da lavoro di sua madre, gli sembrava di sentire l'odore del paese natio, un odore di nebbia e di prati, di terra umida e di pane fragrante appena sfornato da Pinin, che aveva forno e bottega di fronte alla loro casa.
La sua infanzia era stata un insieme di profumi.
Da che era in pensione, al professore piaceva crogiolarsi nel passato, gli piaceva esaminare le fotografie su carta sottile e gli oggetti accatastati nello studiolo, tutta roba portata lì anni prima, quando aveva venduto la casa avita. Gli piaceva soprattutto frugare tra i ricordi, perché negli angoli della memoria si ritrovava bambino, sulle ginocchia della madre, che gli narrava di quando Marco se l'era andata a prendere a Milano per portarla nella valle, come ella chiamava il borgo. Era lei, con le sue storie, che l'aveva iniziato alla passione per i libri e la letteratura, lei che gli aveva insegnato a pensare in poesia, non in rima, ma con frasi che si accordavano l'una all'altra, si legavano come note su uno spartito. Conosceva, sua madre, l'arte di raccontare...
Nel 1864 Marco Rogi, proprietario terriero, aveva visto Maria a teatro e in tre giorni l'aveva chiesta, ed ottenuta, in moglie. Al professore pareva di udire la voce della madre che raccontava, una voce dolce, che strascicava le parole e terminava in un mormorio, mentre gli occhi si facevano sognanti e, se possibile, più fondi nel rammentare le nozze. Era l'epoca delle crinoline e dei capelli spartiti sulla fronte, appena profumati dalla pomata alla rosa o dall'essenza del sa-di-buono. I capelli di Maria erano castano ramati, color delle foglie d'autunno; la stessa tonalità l'aveva avuta la folta chioma del professore bambino.
Seduto nella poltrona felpata, il professore chiuse gli occhi e si abbandonò con nostalgia ai ricordi, assaporando con dolcezza la sua madeleine.
La casa dipinta di giallo era a due piani, con l'edera che s'arrampicava sul davanti e incorniciava la porta a due battenti. Era stata Maria a volere l'edera affinché desse alla costruzione un'apparenza meno severa e più sognante, e sempre lei aveva curato il giardino in modo da conferirgli un aspetto falsamente trasandato, quasi selvaggio. Non le davano disturbo le lucertole che facevano dell'edera un nascondiglio, né i nidi degli uccelli che trillavano fin nell'ingresso, dove ancor si sentiva il sentore del verde del giardino. Maria e il suo bambino lo aspiravano con un piacere intenso che era voluttà di tutti i sensi, non solo dell'olfatto, sorridendosi. Gli odori della casa e di quanto la circondava erano per loro la sicurezza del nido intatto a cui tornare.
Nella camera dei Rogi, sul canterano, c'erano i libri di preghiere di Maria, ch'ella stessa foderava in bianco, di seta, merletto o damasco con gli scampoli delle sue vesti. Avevano un odore di carta spessa e di inchiostro, e al professore bambino piaceva aprirli e fiutarli a occhi chiusi. Cos'altro si sentiva? La freschezza dei fiori ogni giorno rinnovati e il vinaigre da toilette, il cedro delle stecche del ventaglio dipinto di Maria e la cipria alla vaniglia che lui rovesciava per tracciare nella polvere piccoli sentieri e una larga strada. "La strada per Milano," diceva a Maria che lo rimproverava con poca convinzione, perché non era possibile sgridare un figlio così intelligente e fantasioso che di sicuro nella vita l'avrebbe resa orgogliosa.
Ad ogni inizio di stagione, si andava a Milano: Maria voleva rivedere i parenti, Marco aveva affari da trattare, eppure il piccolo sapeva che quel viaggio si faceva per lui: perché vedesse la città ove avrebbe proseguito gli studi e "da grande avrebbe vissuto e lavorato," diceva Maria. Ella amava la sua città. Non l'amava per i negozi, la società, il teatro, né perché vi stava la famiglia d'origine. Non avrebbe saputo spiegare quell'amore. Era un qualcosa di connaturato alla sua persona, un qualcosa che era tutt'uno con lei, coi suoi vestiti di mussola a fiori rosati, col suo profumo di gelsomino, con lo sguardo luminoso degli occhi castani in cui avvolgeva coloro che le erano cari. Il professore bambino aveva molto amato sua madre e aveva intuito il mistero che era in lei e che aveva fatto innamorare Marco: il fascino del silenzio che le aleggiava intorno. Parlava poco, ma a parlare per lei erano i pensieri che il suo bambino poteva quasi afferrare mentre le volteggiavano attorno. Non parlava ma cantava Maria, e nei mattini d'estate, muovendosi leggera con l'abito celato da un grembiule bianco, spolverava i ninnoli in salotto e d'un tratto, facendogli segno, lo invitava a prender posto accanto a lei sullo sgabello, e suonava il pianoforte scuro. Il piumino, dimenticato, giaceva in un angolo e la polvere, in controluce, velava i mobili, dando alla stanza l'aspetto d'un salone disabitato. Il professore rivedeva la levità con cui le dita della donna sfioravano i tasti, e lui incantato guardava ora quelle mani, ora il viso dalla carnagione chiara e rosata, e pareva vivere del canto di lei, della musica che ella suonava, persino del respiro lieve che usciva dalla bocca dalle labbra piene, quasi fossero non due persone distinte ma un essere solo, come quando lei l'aveva portato in grembo.
A nove anni era stato messo in collegio a Milano per volere di Marco. Maria aveva pianto, ma il ragazzo no: vi andava per studiare, per imparare, per diventare un uomo importante: per lei. Tornava a casa per le vacanze e subito correva nella sua piccola camera per ritrovare quanto gli apparteneva: il catino a fiori blu, il modellino della nave da guerra, i libri. "Non ho mutato posto a nulla," lo rassicurava la mamma, mentre lui toglieva la divisa da collegiale e indossava i calzoni di tela. "Lo so, mi fido di te, mamma," rispondeva il bambino col sorriso negli occhi ancor prima che sulle labbra.
Uscivano nella calura pomeridiana. L'erba alternava sterpaglie secche a macchie di verde; i grilli, invisibili, frinivano. Maria si interessava a Milano, voleva sapere se era cambiata, se stavano costruendo edifici, se si era inaugurato qualche nuovo teatro che desse spettacoli per famiglie, "così avrò una scusa per rubarti al collegio per una sera". Il figlio raccontava sommessamente del convitto, gli piaceva, s'era fatto degli amici. Maria gli domandava quale preferisse e lui l'abbracciava. "Preferisco te!".
Tornavano al tramonto. In giardino Lisa aveva preparato una brocca di limonata fresca sul tavolino di ferro battuto. Sedevano e ancora parlavano, e i moscerini della sera annegavano nei bicchieri e Lisa borbottava e buttava via tutto, ma si vedeva che ammirava la giovane padrona venuta dalla città e il suo bambino. Li guardava dalla soglia della porta a vetri, che dal salotto dava in giardino, col servizio da rinfresco sul vassoio d'argento, e le pareva fossero chiusi in un cerchio magico, invalicabile per quanti li osservassero dal di fuori.
Era presto per la cena; Maria e il figlio andavano in camera di lei. Alla finestra, vaporose tende di merletto écru si muovevano leggere al soffio della brezza serale. Il professore bambino osservava sulla poltrona foderata di felpa, la stessa che ora era nel suo studio, le pigotte di Maria. "Avresti voluto una figlia?", le domandava, indicandogliele, quasi disposto a manovrare le pupattole di stoffa dai capelli di lana gialla, se lei avesse avuto piacere. Allora Maria, in apparenza così fragile e sottile, lo prendeva sotto le ascelle e gli faceva fare, i piedi per aria, un giro di valzer. "Io non voglio che te," era la sua dichiarazione d'amore assoluto.
In ottobre Marco conduceva il piccolo a Milano. "Salutami la città!", gridava Maria, mentre svoltavano l'angolo. Il professore bambino portava con sé quell'immagine di lei, avvolta nello scialle grigio con le frange che sfioravano le ginocchia, il sorriso forzato e la mano levata. Gli sembrava che tutto divenisse color cenere come lo scialle, il volto della mamma, la casa sullo sfondo, il paesaggio intorno. "L'autunno dà questa tinta alle cose," diceva Marco bonario. "Non intendo l'autunno, ma la lontananza, la nostalgia," cercava di spiegare il figlio. Rogi rideva e lo scherniva: "Poeta!" Il professore bambino pensava con affetto misto a compatimento che il babbo non riusciva a sentire come lui e Maria.
All'epoca del secondo anno di collegio risaliva l'oblio del suo nome perché, per la bravura e la diligenza, gli insegnanti con riverenza e gli altri allievi con ironia l'avevano soprannominato il professore. Allora il bambino aveva deciso che professore lo sarebbe divenuto davvero. E così era stato. Aveva vissuto di lettere e adesso che era anziano e non lavorava più, viveva di quelle e di ricordi. Alla morte non pensava, soltanto gli accadeva di volgerle un fuggevole pensiero quando le mani grandi, ferme e dolci, com'era lui, scorrevano sull'argento del servizio da toilette di Maria: spazzola, pettine, specchio a mano e ferro da arricciare, in bell'ordine sul suo comò, benché non avesse né moglie né amanti che potessero usarli. Associava quegli oggetti alla morte perché mentre vestivano sua madre per adagiarla nella bara, lui s'era messo a esaminare e a rivoltare il ferro e la spazzola. Il pettine non l'aveva toccato perché fra i denti fitti erano rimasti dei capelli di Maria, e lo specchio l'aveva poggiato col cristallo rovesciato sul piano del cassettone perché la vecchia Lisa aveva detto che l'anima della defunta poteva restare imprigionata e non volare in paradiso. Il bimbo aveva undici anni e non credeva né alle superstizioni né al paradiso, ma aveva obbedito perché sapeva che Maria aveva creduto. Da fanciullo, prima di coricarsi, la madre lo faceva pregare con lei: l'orazione della sera e Pater, Ave e De profundis. Maria socchiudeva le palpebre dalle ciglia nere e fitte e muoveva le labbra quel tanto per farne uscire la mite voce. Era stata, la sua, una religione fatta da immagini di santi dipinte a tenui colori, coi bordi di merletto di carta, da preghiere mormorate a fior di labbro, dall'adorazione silenziosa e assorta del quadro della Vergine, appeso a capo del letto, e soprattutto da un'illimitata fiducia in Dio, la stessa che l'aveva portata ad addormentarsi per sempre senza temere per il suo bambino, che ancora aveva bisogno di una madre che l'amasse e lo guidasse.
Le mani del professore si strinsero ai braccioli della poltrona e la gola si contrasse come in quel giorno di settant'anni prima, quando Maria se n'era andata, e con lei il loro mondo intimo di sensazioni e impressioni, di odori e sapori, di musica e poesia, "e Parisina di Byron, e Cosette, Marius e Valjean, e le romanze che cantavamo, e gli acquerelli che le portavo dal collegio". Il professore si alzò e si avvicinò alla scrivania. In un angolo c'erano tre pile pericolanti di calendari, lunari, almanacchi dal 1876 al 1946. Oltre mezzo secolo di vita. Il professore pescò il calendario del '95. Luisina.
Egli aveva trent'anni e insegnava al liceo. Il padre era morto, la casa disabitata ammuffiva nelle nebbie, e il giovane viveva per la sua professione. Risiedeva a Milano, come aveva pronosticato estatica Maria, sognando l'avvenire del figlio. Era deciso a divenire docente universitario, il liceo non gli bastava più, e non lo scoraggiavano le voci invidiose dei colleghi che gli consigliavano di desistere. In tanto lottare e tanto correre, c'era stata una luce: Luisa. Non fu per calcolo né per carriera, ma per amore, che le si dichiarò. L'aveva conosciuta durante una visita al suo anziano maestro, ora Preside della Facoltà di Lettere, e questi, immerso nel fumo della pipa, aveva lasciato che fosse la figlia a intrattenere il promettente discepolo e a servirlo di tè all'arancia. Il professore era ritornato e il Preside l'aveva lasciato fare: moglie non l'aveva più, e accettando il pretendente evitava la fatica di condurre la figliola in società per trovarle marito.
Appena era libero, il professore correva dall'innamorata. Luisina governava la casa; aveva due cameriere, ma le piaceva mischiarsi alle loro faccende. Il professore, nell'angusto cucinino, mentre la domestica preparava un budino alla vaniglia - ma l'ultimo tocco lo dava Luisa con un po' di cannella - guardava estatico la fidanzata che stirava lenzuola ricamate, di lino e tela, così dure che per piegarle doveva darle una mano. Lei sapeva d'amido e biancheria pulita, con una lieve traccia d'incenso e fiori dolciastri, proveniente dal rosario di lapislazzuli e madreperla che portava appeso alla gola e che aveva assorbito gli odori del Duomo, dove ascoltava la messa delle sette. Luisa avrebbe dovuto portare al collo pure la catena d'oro delle lenti, perché era miope, ma, diceva al professore, "non metto gli occhiali, preferisco vedere i contorni sfumati, i colori più chiari; tutto è meno definito, ed è più bello". Il professore pensava che una donna più adatta non l'avrebbe trovata se si fosse messo a cercarla, e invece la vita generosa gliel'aveva fatta incontrare per caso.
La dote di Luisina consisteva in diecimila lire, in due bauli di tovaglie di Fiandra e due di lenzuola rigide; in porcellane di Capodimonte e in biancheria personale con le iniziali ricamate, realizzata dalle migliori ricamatrici e merlettaie lombarde. Dai bauli usciva un odore di lavanda, lo stesso che fiutò su Luisa la prima notte di nozze e che, mentre la possedeva, gliela rese subito teneramente familiare perché da bambino l'aveva aspirato dalle ceste di vimini e dalle casse di legno di ciliegio ove sua madre aveva serbato il proprio corredo.
Durante il viaggio di nozze, Luisa aveva un mazzolino di violette appuntato sul manicotto e gli occhi azzurri, grandi, sognanti, ricordarono al professore quelli di Maria, d'un altro colore, eppure simili. La gioia dell'amare era la medesima che traboccava dalle pupille di sua madre. "Pochi anni..." pensò adesso. Così pochi, se pensavano di avere dinanzi la vita intera. Bambini non ne erano venuti e quando, dopo sette anni, se n'era annunciato uno in arrivo, Luisina aveva detto: "Io non credo a tanta felicità, non può durare," e il professore l'aveva baciata e aveva riso. Aveva riso.
Mentre Maddalena vestiva la signora con l'abito da sposa di seta, il professore giocava col servizio da toilette posto sul canterano. Come tanto tempo prima, non voleva violare l'intimità della morta, che mani fedeli preparavano per l'ultimo viaggio. Il bambino, morto, non l'aveva voluto vedere.
Il professore non s'era più risposato; eppure una volta era stato sul punto di farlo. Fu nel 1913, poco prima che la Grande Guerra dissolvesse quella che sarebbe stata detta l'età dell'innocenza, perché ultima vestigia d'un mondo prossimo a scomparire.
Docente di lettere all'università, era rimasto turbato da una giovane donna, sorella d'un collega. Li aveva visti scendere la scala principale a braccetto e li aveva creduti marito e moglie; ma Piero gli era venuto vicino e gli aveva presentato la sorella, Maria. Già quel nome aveva lasciato il professore muto, impietrito. Benché sapesse che al mondo dovessero esservi altre donne così chiamate, l'incontro con la sconosciuta bruna, dai capelli tanto ricci e folti da poter essere a malapena raccolti, l'aveva sgomentato e intimidito. Ella, che portava un vezzoso cappellino con aigrettes e due volpi sulle spalle, gli parlò della gioia di risiedere a Milano: veniva pure lei dalla campagna.
Il professore si stimava anziano, aveva compiuto quarantotto anni e non vedeva l'ora di rifugiarsi nella vecchiaia; pensava che la vita era davvero una cosa strana, una beffa della natura, che prima ti serve una felicità talmente piena da farla traboccare dal cuore, e dopo ti avvelena col fiele delle delusioni e con la scomparsa delle persone amate; e dopo ancora con la nostalgia per ciò che è stato e soprattutto per quello che non ha fatto in tempo ad essere, una nostalgia così atroce da sopportare nelle solitarie sere d'inverno, che lui strappava coi denti il velluto dei cuscini di Maria, mentre le lacrime gli rigavano le guance e cadevano sul manoscritto Intorno a Leopardi, pronto per la lezione dell'indomani.
Un pomeriggio che l'aveva accompagnata a scegliere il taffettà per un cappello da primavera, il professore si accorse che Maria odorava di polvere di riso, un aroma da giovinetta e da bebè, mentre lei aveva già ventisei anni: quasi una zitella. "Ma non mi sposerò mai se non con chi amerò," affermò la giovane. E lo guardava, incuriosita da quell'uomo di mezz'età, di cui Piero le diceva assai bene.
Si rividero spesso. Il professore parlò del suo matrimonio, la ragazza d'un fidanzamento mandato a monte, "e i miei genitori mi hanno spedita in città finché scandalo e vergogna non saranno passati". Come fossero arrivati a parlare dei loro legami sentimentali, non lo sapevano. Ridendo, cercarono di ricordarselo più volte, nel salottino giallo del professore, seduti accanto alla stufa panciuta che riscaldava il piccolo ambiente, intensificando gli odori. Vestita di grossa lana color di pesco, con una veletta chiara voltata all'insù, Maria pareva un piumino da cipria, satura d'un odore dolce e inebriante. Ella rise quando se lo sentì dire, ma il professore non si offese: la risata era stata indulgente e affettuosa, accompagnata da un lieve scuotere del capo bruno. E subito Maria distolse lo sguardo dagli occhi innamorati del professore e gli domandò cosa fosse l'ippocrasso.
Mai si permisero una qualche intimità: il professore per rispetto, Maria per timidezza. Si davano del voi, una via di mezzo fra il lei freddo ed il tu inammissibile. Il gesto di maggior confidenza, fra loro, era il veloce togliersi il cappello di Maria ed il lanciarlo su un pouf; quello del professore, il porgerglielo quando lei s'alzava per andarsene. Le loro mani si sfioravano appena. Una volta sola, prima che Maria partisse per una visita di quattro giorni ai suoi, - "per vedere se alla famiglia è passata la vergogna," disse maliziosa -, il professore osò prenderle il polso e portarsi alle labbra, senza toccarla, la mano inguantata della giovane donna. Lei arrossì, ma fu contenta. Era certa che al ritorno l'avrebbe chiesta in moglie. Avrebbe avuto lui, che aveva aspettato per anni.
Non ci fu né fidanzamento né promessa nuziale. Maria non tornò più, e un mese più tardi, rosso fino alle orecchie, Piero disse al professore che l'avevano forzata a maritarsi. Gli spiaceva per il collega, ma sua sorella era giovane e l'aspirante aveva trent'anni, erano ben assortiti per età e fortuna. Il professore non indagò, né scrisse a Maria, né volle interrogarsi per non soffrire. Maria gli aveva regalato una stagione dolce come il suo profumo; era quanto voleva ricordare. Del resto, per indole, era incapace di rancore, come lo sono gli uomini veramente forti, e indulgenti con le debolezze altrui. Solo alla sera, verso le sei - l'ora in cui Maria soleva fargli visita -, il professore ripensava con struggimento a quando una volta ella, arrossendo, aveva citato una frase dei Miserabili, a proposito delle loro solitudini: "due disgrazie insieme formano una felicità". Era parsa ad entrambi la dichiarazione che lui non aveva ancora avuto il coraggio di farle, foriera d'una nuova vita.
Dopo essere andato in pensione, il professore aveva smesso di frequentare i rari amici che aveva; certuni pensavano addirittura fosse tornato al paese natio. Alla domestica, che lo rimproverava preoccupata per la sua salute e lo spronava a fare qualche passeggiata, rispondeva con un sorriso enigmatico. La poveretta finì per considerarlo mezzo matto e stimò che la malinconia gli venisse dall'abbandono della professione. Invece di essere felice di non dover più lavorare! Non sapeva che le sorrideva perché la trovava somigliante alla vecchia Lisa della sua infanzia.
Il professore si alzò dalla poltrona, ordinò i calendari e se ne andò a dormire.
L'indomani fu svegliato dallo scampanio di Tommasina. Infilò la veste da camera, le aprì, e ancor prima di poterle dare il buongiorno, si trovò in mano una busta azzurra odorosa d'inchiostro alla violetta. "Me l'ha data il portinaio. Ma voi, caro professore, seppur non scendete a passeggiare, due rampe di scale potreste farle per prendere la vostra posta!", lo investì la vecchietta, quasi il professore fosse stato un ragazzetto pigro e non un signore più anziano di lei di due lustri. Ammutolito, il professore fissava il nome del mittente. Tornò in camera e aprì le persiane. Era giorno fatto. Una bellissima giornata di sole. Da quanti anni non pensava che un mattino luminoso fosse una vera meraviglia?
Maria scriveva:
Caro Ambrogio,
mio marito non è più da undici anni, e Piero, come saprai, dal '38.
Non so perché non ti ho scritto prima. Forse pensavo fossimo troppo vecchi per riprendere il filo là dove l'avevamo lasciato. Di te sapevo che non ti eri più sposato, ma non m'illudevo che pensassi ancora a me. Ti ho cercato al tuo paese, mi hanno detto che non vi sei più tornato, quindi deduco che stai a Milano.
Giovedì scorso, nella credenza, ho trovato una bottiglia di ippocrasso. Giaceva lì da anni, ma era ancora buono. È ridicolo, ma questo episodio mi ha fatto pensare a te e mi son detta, come il nostro buon Hugo: "Noi tutti abbiamo nel nostro ricordo una soffitta azzurra". Apriamone la porta. "Caro professore, domenica prossima vengo a Milano, a sentire la Messa Grande in Duomo. Vieni anche tu. In fin dei conti hai passato gli ottanta, non ti sembra il momento di riconciliarti con Dio?
Maria" .
Il professore era turbato. Maria non l'aveva dimenticato, anzi, a testimonianza di quanto si fosse approfondita la confidenza fra loro in quegli anni di silenzio, gli scriveva dandogli del tu e chiamandolo per la prima volta per nome. Anch'ella, infatti, ai tempi lontani della loro amicizia, l'aveva sempre chiamato professore.
E lui? No, non aveva mai smesso di pensare a lei. Ma Maria, come faceva a sapere che era ancora vivo? Certo se l'era sentito.
"Io ho la mia madeleine, lei la sua soffitta azzurra: i ricordi di una vita. Alla mia età, penso sia abbastanza per vivere felice quel poco che mi resta. E penso basti anche a Maria."
Tommasina entrò in camera col caffè e il professore le disse: "Prepara la camera in fondo al corridoio. Fra tre giorni una vecchia amica verrà a trovarmi e penso che vorrà stare qui".
"Oh, misericordia!", esclamò la donna stupitissima.
Il professore già immaginava l'aroma particolare aleggiante nella camera di Maria: un miscuglio di vaniglia e veloutine, di polvere di vetusti libri di preghiere rilegati in damasco, e di antichi centri inamidati: gli odori del ricordo.
Sorrise a Tommasina d'un sorriso nuovo e aggiunse: "Metterai sul letto le due pigotte vestite di bianco; andranno bene anche se le hanno quasi mangiate le tarme... E sul cassettone, un vaso di rose bianche, e il servizio da toilette di mia madre. Ah, Tommasina, vedi di pulirne bene l'argento".
"Sì, professore, ma è roba vecchia, non so se verrà lucente."
"Essere vecchi non è sempre un male," disse il professore. "La vecchiaia ha una ricchezza di esperienze e di ricordi che la giovinezza non ha."
Tommasina non poté che convenire.
Giovanna Adinolfi
E' nata a Napoli il 21 dicembre 1975.
Laureata in Lingue e Letterature straniere presso lIstituto Universitario Orientale di Napoli, si occupa di traduzioni dallungherese e dal romeno e scrive romanzi, racconti e poesie. Con il racconto "Pozzuoli 1952" è stata fra i 35 finalisti delledizione 2003 del concorso Subway Letteratura.
Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dellAssociazione Laboratorio E-20, realizzata con i Patrocini e i contributi del Settore Giovani del Comune di Milano e del Consorzio Nazionale COMIECO; con i Patrocini del Comune di Napoli e dellAssessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma.
In collaborazione con ATM S.p.A., Metronapoli S.p.A. e Gas S.p.A.
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