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Alessandra Movilia
R.D.M. - Resti di me

genere Forse autobiografico

1 racconto da 6 fermate

Prefazione
di Erica Berla

Chi ha avuto occasione di trascorrere le vacanze nello stesso luogo, anno dopo anno, durante l’infanzia e l’adolescenza, rivive e riconosce nel racconto di Alessandra Movilia, come una casa in campagna, un paese di montagna o un luogo di villeggiatura al mare diventino facilmente depositari di emozioni e ricordi, e di come li si possa amare intensamente, e si trasformino in parte fondamentale della nostra identità.
Attraverso i ricordi di estati trascorse dai 7 anni in poi a Petrinzi, paese natale del padre, in Calabria, la narratrice svela nel suo racconto le emozioni e le scoperte, le sofferenze e le delusioni che spesso il “diventare grandi” comportano.
La protagonista non ha fretta di crescere e partecipare al mondo degli adulti: quando Titti, sua sorella maggiore le confessa di avere usato il materasso per fare l’amore con il fidanzato - e non come le aveva fatto credere per fare dormire il cane - lei non si sente né lusingata né complice, ma profondamente tradita.
Due tempi narrativi si intrecciano nel racconto, e sono il presente che corrisponde all’accadere degli avvenimenti raccontati, e il “senno del poi”, ovvero la rilettura degli avvenimenti dell’infanzia attraverso la conoscenza di fatti appresi più tardi quali la separazione dei genitori, la promiscuità del padre, la consapevolezza del fascino della madre come donna – conoscenze che via via cancellano la spensieratezza dell’infanzia.
Tuttavia, e fortunatamente, anche per l’autrice di questo racconto il crescere e diventare adulti comportano grandi arricchimenti: l’indipendenza forzata in un paese così diverso dal suo regala alla protagonista, oltre che nuovi sapori, quella libertà di crearsi dei rapporti completamente suoi con persone che le dimostrano poi lealtà e affetto: le cugine del padre, Toto, Franco il Pizzaiolo e da ultimo il fidanzato Santo.
Riuscire a rendere, in poche pagine, la complessità e l’intensità dei cambiamenti dell’adolescenza, è impresa non facile, ma Alessandra Movilia ci riesce proprio nella genuinità del suo racconto, trasposto in uno stile semplice ma molto incisivo.

1981: io ho 7 anni, capelli lisci, occhi grandi. Mia sorella ne ha 16, capelli ricci, li tiene corti, così la gente non si accorge troppo che assomiglia a mia madre, 40 anni, molto bella, lentiggini e capelli fulvi. Che in Calabria vuol dire essere osservati di continuo. Noi siamo strani: milanesi, turisti alla ricerca delle nostre radici. Mio padre ha ancora dei parenti in paese, alla stazione ci hanno fatto sapere che i Rubilia sono pochi, ma ci sono. Mia sorella sbuffa, si è stufata di seguire a ruota le peregrinazioni di papà e mamma. Io gioco con papà a colori mentre la mamma guida. La mamma ferma l’auto, siamo arrivati davanti ad una casa vecchia, di pietra, ad un solo piano. Papà non parla più. Dice che se la ricorda, è la casa di sua nonna, dove sentiva i gechi che camminavano sul tetto e facevano cri cri cri con le zampette.
Rosetta è la cugina di mio padre, figlia del figlio del fratello di mio nonno, pare che sia la nostra parente più prossima. Ci accoglie stupita e sospettosa nella sua casa a due piani, molto kitsch, tutta bamboline e ninnoli. Ha paura che mio padre voglia in qualche modo reclamare la sua parte di eredità che, ovviamente, si è dimenticato di avere, insieme ad un paio di figli ed una moglie persa nel percorso. Tutte queste cose io ancora non le so perché sono piccola. Titti, mia sorella, le sa.

Ci presentano i nostri cugini: Nata, Domenico e Nino. Per fortuna sono simpatici, anche se hanno quasi l’età di mia sorella ed io sono sempre la più piccola e mi fanno gli scherzi.
Siamo al bar Fava, in fondo al paese, gestito da due vecchi genitori e dalla loro figlia, handicappata. Dentro, la più grande collezione di microbottigliette che abbia mai visto. Fuori, sotto un pergolato, sei tavoli ed un juke box. La mamma mette una canzone, sempre quella "Ain’t nobody " di Rufus e Chaka Khan. Titti è seduta sulla sedia, gelato davanti, faccia incazzata. Io ballo con la mamma. E’ lei che ci chiede sempre di ballare, perché siamo una famiglia felice, dice. In realtà lei vuole ballare e si vergogna a farlo da sola. Ad un tavolo è seduto Antonio Banderas ante litteram che guarda la mamma con aria da macho. Io penso che stia guardando me perché sono una bambina che balla molto bene.
Il sole a Petrinzi è sempre più caldo. In acqua sembra di ribollire. All’orizzonte c’è la spiaggia. La casa diroccata sulla sabbia, la stazione, qualche ombrellone. Dal largo il paese sembra enorme, se penso di nuotare da un capo all’altro mi sembra impossibile, mentre a piedi lo faccio ogni giorno. Titti mi fa fare i suoi esercizi ginnici nell’acqua, ha deciso che fanno bene, io li eseguo perché me lo dice mia sorella. Quest’anno al mare siamo da sole, il papà e la mamma sono rimasti a Milano. Così possono litigare liberamente e decidere di lasciarsi senza sentirsi in colpa per noi due. Ma a noi in questo momento non interessa. Siamo le animatrici di un gruppo di ragazzini che scorazza per le strade tutto il giorno, ogni sera mi sbuccio le ginocchia e Rosetta non sa più che cerotti mettermi. La nostra preoccupazione è trovare un nuovo scherzo da fare ai cugini. Ci fermiamo solo dopo aver avvelenato una ragazzina con il guttalax. Colonna sonora dell’estate "Enola gay", l’aereo che gettò la bomba atomica su Hiroshima. Ed, infatti, una "bomba" è in arrivo. E’ ora di cena. La mamma telefona tutta agitata. Vuole parlare solo con Tiziana. Ha deciso che l’incombenza di spiegare a me che i miei genitori si vorranno sempre bene ma non vivranno più sotto lo stesso tetto, tocca a lei, ormai ha 17 anni, è una donna. Io, che sono ancora una bambina, me la prendo, anche con lei.
Ieri notte stavo dormendo, Titti entra in camera, mi fa alzare, dice che ha bisogno del materasso per Buba, il nostro cagnolino, che vuole dormire sul morbido. Io le credo. Questa mattina mi sono svegliata, Titti ha lo sguardo diverso, continua a fare risolini. Sta lavando delle lenzuola, parla a bassa voce con la mamma. Sono molto complici. Io le chiedo se Buba ha dormito bene sul materasso, ridono entrambe. Non capisco. Poi Titti si siede accanto a me e mi confessa che era tutto una bugia, mi aveva mentito, le serviva il materasso per fare l’amore con Giovanni, il suo fidanzato. Non capisco più nulla, com’è possibile che abbia fatto una cosa così orrenda come mentirmi? E poi, adesso è così distaccata con me. Non la riconosco più. La mamma è tutta contenta, dice, le mie piccole ormai stanno crescendo, tu tra poco compirai 10 anni, un’età importante, le prime due cifre! Io mi sento già abbastanza grande così. Non capisco tutto questo entusiasmo…
A Milano la casa sembra vuota, ma l’inverno è solo una pausa necessaria.
L’estate arriva presto. Ai primi di giugno la mamma è ben contenta di spedirmi giù. Così io faccio i bagni che mi fa bene e lei ha un po’ di respiro. Quest’anno, ho la bici, una Graziella rosa. Corro per tutto il paese. Il mio problema è tornare a casa, affrontare quell’incredibile salita che separa via Cordova dal resto del paese. Ho trovato un giro lungo che evita la salita. Bisogna passare attraverso i terreni dei Sajo, dove inizia il pascolo delle capre.
Una sera torniamo a casa io e Donatella, capelli biondi occhi gialli calabro-normanna, sono le nove circa, le ombre lunghe si sono sciolte nel buio e le nostre chiacchiere ci hanno fatto tardare per cena, ma tanto a me non m’aspetta nessuno, mi farò una bruschetta, e lei è una ribelle, lo sanno tutti. Una jeep ci segue, mi giro, meno male, penso, sono i Carabinieri. Si fermano, ci fermano, ci dicono che siamo belle. Donatella si sa difendere, li manda a quel paese con molta classe, io ho paura, vogliono farci salire, ma loro avranno circa 25 anni, neanche sommate noi facciamo quell’età. Alla fine ci lasciano andare perchè Donatella fa presente di essere figlia di suo padre, camionista molto conosciuto in paese. Io non sono figlia di nessuno ma me ne posso andare lo stesso.
Lo Scirocco è un vento umido e caldo che arriva dal mare pieno di sabbia del deserto dell’Africa, che poi non è tanto lontana da qui. Non si riesce a camminare, sembra che si sia mangiato tutto l’ossigeno che c’era. L’atmosfera da forno spesso dà alla testa. L’altro giorno un matto ha incendiato suo padre e sua madre in casa. Aveva finito le sigarette. Il funerale ha avuto dei ritardi perché il prete, Don Mimmo, è scappato con una giovane del paese. Dicevano tutti guarda che brava figghia… E’ incinta. Partorirà a Torino due gemelli. In questi giorni dormono tutti nudi sul balcone, gli asciugamani per coprirsi e il ghiaccio a portata di mano. Sento un rumore venire da fuori. E’ Katia, con i sassolini mi chiama, non vuole svegliare il palazzo. E’ scappata dalla finestra per venire da me, andiamo in spiaggia a vedere che succede. Il fuoco di un falò sembra ballare con le mani rosse tese verso il cielo, allo stesso ritmo di una ragazza che oscilla sinuosa illuminata dalla sua luce. Gli altri sono seduti, parlano, bevono da una bottiglia di vino, fumano. Una piccola radio diffonde una musica, reggae, Bob Marley, "Redemption song". Un ragazzo la accenna con la chitarra. Ci guardano arrivare, sono stupiti, siamo delle bambine, noi ci sentiamo grandi. Quella donna che balla, vorrei essere io. E’ bella. I suoi capelli ricci scuri, il suo vestito indiano. Avrà circa 30 anni, suo figlio, un bambino, le corre in braccio. La invidio. Forse perché non è più adolescente, io non lo sono ancora.
Quest’estate ho imparato a cucinare la pasta con la mollica di pane. Si fa il soffritto con l’aglio, l’olio, poi si mette il pangrattato e si grattugia il pecorino sulla pasta condita. Mi faccio sempre questa, oppure le friselle con i pomodori o la ‘nduja con il pane. La ‘nduja è una salsa piccantissima composta da carne di maiale macerata nel peperoncino. Ogni tanto, Wanda, l’altra cugina di papà che è buona come il pane anche a cucinare, mi porta delle fette di lasagne o le cotolette con l’aglio e il prezzemolo nell’impanatura. Poi, qui c’è la bella abitudine di regalare i prodotti del campo abbondanti. Tanti fichi, che poi si guastano, mi vengono regalati dai vicini. Insomma, non muoio certo di fame. La mamma ogni settimana mi spedisce il vaglia. Io lo vado a ritirare in posta e faccio la spesa, cucino e non devo rendere conto a nessuno.
Il giorno di Pasquetta si va a fare la scampagnata in montagna, sull’Aspromonte a Gambarie. E’ tradizione. Mentre salivamo per la strada asfaltata con le macchine abbiamo visto un pastore in lontananza con le sue pecore. Era piegato, i pantaloni calati, la pecora davanti a lui. Tonino, alla guida, ha inchiodato, si sono messi tutti a ridere, hanno abbassato il finestrino ò pecoraro! Guarda! Guarda! Leti ha preso la sua macchinetta e gli ha scattato una foto. Io non ho riso. Per niente.
Non mi so tuffare. Ho paura. Tutti riescono a buttarsi giù dal panettone. Io no. L’altro giorno c’ho provato. Sono salita velocemente sulla roccia nonostante la sua viscosità, mi sono goduta il panorama dall’alto. Il mare infinito, l’Etna con il suo cappellino infuocato, le lingue di terra che seducono il mare. I ragazzini che giocano a riva, si spingono, urlano. Mi stanno chiamando. Tuffati! Qualche anno fa dicevano che c’era una murena gigante sotto la roccia. Ma io non ci credo. Il sole è caldo, magari mi abbronzo di più a stare qui. Non ho voglia di scendere subito. Gli altri hanno già fatto il giro tre volte. Ogni volta fanno finta di volermi buttare giù. Ma io sto ancora qui. Sulla roccia l’odore di mare si sente tantissimo. Il sole mi dà alla testa. Vedo tutto in bianco e nero. I ragazzi urlano, mi prendono in giro, sono una fifona, il sole è caldissimo, il mare è mosso, mia sorella sulla spiaggia non c’è, la pelle mi brucia, la roccia mi sembra più scivolosa, non vorrei cadere, la murena gigante, dicono che ha ucciso un pescatore, i ragazzini non urlano più. Non ci sono più.
Un uomo sta salendo sulla roccia. Viene verso me. Mi prende. Si tuffa. Anch’io.
L’aria che viene dal mare è fresca e frizzante, il cielo è dipinto di tutti i colori dal grigio al nero, un tronco marcio abbandonato, un sacchetto nero a riva si muove incessantemente finchè non riuscirà a svincolarsi, l’acqua della doccia cade goccia a goccia, non l’aggiusteranno mai. Totò sta piegando le sue reti ordinatamente, ha un grosso maglione blu. Io, seduta su un bidone girato lo guardo lavorare. Non parliamo, è da un’ora che sono qui ma non sento l’assenza delle parole. Ogni tanto mi chiede di passargli il coltellino o di dirgli che ore sono. Mi considera un’amica, non permetterebbe a molte persone di sedersi nella veranda di casa sua, la baracca sulla spiaggia. Arriva Santo, suo cugino. E’ più giovane di Totò. Mi chiama sempre Haschisch, io, all’inizio non sapevo neanche cos’era. Mi dice che ho i capelli colore del granoturco e gli occhi colore della terra, pelle come gelsomino. Lui suona la chitarra. Io lo ascolto. Totò ha pescato poco, non è stagione, per questo è un po’ triste.

Oggi stavo camminando per la Nazionale, erano le due circa, faceva un caldo che si squagliava, non c’era ombra da nessuna parte. Un chilometro davanti e dietro deserto. Vicino alla Villa comunale si è avvicinata la Renault 4 di Santo e Michele, con loro c’era anche mia cugina Nata. Suonano il clacson "Haschisch!". Mi sono girata, incazzata. "Non mi dovete più chiamare così" "Perché?". Io non sapevo cosa dire, ma c’era mia cugina e volevo fare bella figura, mi scocciava. Mi hanno chiesto se volevo un passaggio. Sono salita in macchina e mi sono dimenticata dove volevo andare. Abbiamo fatto il bagno a Marinella. Abbiamo riso tantissimo. In spiaggia non c’era nessuno. Nata è innamorata di Michele. Anche lui sta bene con lei ma non so se è innamorato.
Oggi ho sentito la mamma al telefono. Sono andata al bar 2000, vicino alla fiumara dove ci sono le cabine Sip a scatti. Vado sempre lì a chiamarla. Siamo d’accordo che la chiamo una sera sì ed una no alle 20.30. Dopo il tiggì 1. La mamma mi ha raccontato del suo lavoro e mi ha chiesto se andava tutto bene. Le ho detto che avevo conosciuto gente più simpatica ma non le ho detto che siamo andati al mare a Marinella. Dicono che lì è pericoloso perché ci sono i mulinelli e quindi non è balneabile. Ma non è vero, secondo me c’è la casa di qualcuno che non vuole essere disturbato. Finito di telefonare, ho parlato un po’ con Manuel che è il figlio del proprietario del bar 2000, che io chiamo la tartaruga perché non mi fa mai gli sconti quando vado a pagare le telefonate. Mi dice: "550 lire" e aspetta le 50! Manuel, invece, è simpatico. Lui, poverino, è omosessuale. Dico poverino perché qui a Petrinzi lo prendono tutti in giro. Poi magari ce n’è anche altri ma non lo dicono e si sposano. Lui, invece, l’ha detto e si mette sempre le magliette rosa e tutti lo trattano male. Infatti mi diceva che vuole venire a Milano, mi ha chiesto se conosco qualche locale dove hanno bisogno di camerieri. Ma io a Milano non conosco nessuno e la sera ancora non esco.
Sono andata al bar dei fratelli Battiato sulla piazza principale. Appena entrata, Mario, da dietro al bancone, inizia a scherzare, mi chiama, mi offre una tonica, mi chiede se voglio un Calippo, io so che suo fratello Pino è stato portato ancora in carcere, ma non gli dico niente. Omertà: è sempre meglio fare finta di non sapere quello che tutti sanno, lasciando intuire che però lo sai. Bevo un sorso di acqua freddissima, le bollicine non le ho mai sopportate, fuori c’è un caldo che vien voglia d’ammazzarsi. Devo vomitare, lo so con certezza, ma non posso farlo qui davanti a tutti sul bancone del bar più centrale del paese. Corro in bagno, Mario non s’accorge della mia fretta. Arrivo nell’altra stanza, i soliti ragazzini stanno giocando alle macchinette, salgo i tre scalini che mi separano dall’agognata porta, ma mi rendo conto che non ce la farò mai a varcarla. Mi giro, uno scatolone pieno di scorte di tovagliolini di carta attira la mia attenzione, ci vomito dentro. Cazzo, quanto! Per fortuna una tenda con i pendagli di pelo marrone mi separa dall’altra stanza dove ci sono i ragazzini, non mi hanno vista… Dopo essermi lavata, scendo i famigerati scalini e mi unisco agli altri. Si apre un varco, mi fanno passare avanti nella coda per giocare ai videogiochi, io sfrutto i miei privilegi di donna, non ringrazio neanche. Scelgo la "rana frogger". Inizio a giocare, mi sto finalmente rilassando, quando Valerio si appoggia alla mia macchinetta ed inizia a fissarmi con insistenza. Lo odio! Qualche sera fa, con la scusa di accompagnarmi a casa, ha cercato di saltarmi addosso, io sono dovuta scappare a gambe levate. Ma la cosa che mi fa più incazzare è che io, ovviamente, l’ho detto a Stefania che è la sua fidanzata ed è pure mia amica e lui mi ha detto che ho fatto molto male. Da allora non solo non gli rivolgo più la parola, ma l’ho anche sputtanato con tutto il paese e gli ho intimato di non mettere piede dove ci sono io. Così, finisco rapidamente la partita alla "rana frogger", che sfiga, quando vuoi fare presto… mi ha regalato tre vite e le sto buttando via solo per colpa di questo coglione di Valerio. Lo guardo con odio negli occhi. Esco nel giardinetto, Mario è seduto sull’altalena, m’ invita a sedermi. Gli dico no! finché c’è questo verme di Valerio. Mario gli dice Valerio vai a casa. Valerio se ne va con passo lento, si gira più volte a guardarmi male. Mi siedo sull’altalena con Mario, gli do un bacio. Se lo merita.

Suona il citofono, sono le 21.30. So chi è, non ho bisogno di andare a controllare. Solo lei è così puntuale: Donatella. Scendi? Vieni da me sul terrazzo, così vediamo tutto. Donatella è innamorata da sempre di Carlo Pezzittaro, milanese, figlio del boss dei boss della zona, per inciso, attualmente eletto nelle file di un noto partito a Milano. Carlo è odioso, ricchissimo e viziato. Per questo, Donatella è innamorata di lui. Ogni estate Carlo arriva con un mezzo di trasporto più grosso e più potente. Quest’anno ha la moto Yamaha. Donatella ogni anno sogna di essere portata su quel mezzo e di essere baciata e amata con il tramonto alle spalle o anche senza tramonto, è uguale. Dal terrazzo di casa di Donatella si vede quasi mezzo paese ed è abbastanza facile individuare dall’alto Carlo e la sua moto. Così da questa postazione pratichiamo un attento controllo a distanza, mentre io le parlo male di Carlo dicendole che è un pezzo di merda, ma lei non mi ascolta.

Prendo la bici, corro controvento, è l’unico modo di respirare in questo mese d’agosto, con la calura che c’è. L’aria così non si appiccica, scorre via. Io corro. Mi butto in discesa senza pensare alla risalita.
Mio cugino Davide esce dall’acqua con un polipo inforcato sul fucile, come al solito gioca a buttarmelo addosso, ma a me non fa schifo e poi ho capito che se non reagisco, dopo un po’ si stufa e trova un’altra vittima. Questa volta, invece, si sdraia di fianco a me. Butta il polipo nella sabbia. Mi guarda negli occhi. Mi hanno detto che esci con i drogati… Mi alzo, vado a casa. Ma è mai possibile che a 15 anni, quindici anni, dico, devo ancora rendere conto a qualcuno?!
Sono seduta sulla sdraio sotto la capanna di Totò sulla spiaggia. Santo mi guarda, non osa fare il primo passo. Pensa che io sia piccola. Allora sono io a farlo. Ormai vado al liceo. Anche se lui ne ha già 22, la differenza non si sente, gli dico. Lo bacio. Non mi ricordo come, siamo finiti al suo laboratorio. Mi fa vedere come funziona un saldatore, un libro che inneggia all’Anarchia degli anni ‘70 e i suoi ultimi disegni. Lo bacio. Mi bacia. Tira giù il letto dal muro. Ci sdraiamo. Mi tocca. Ecco, stiamo facendo l’amore. O forse lo sta facendo lui. Io non lo so. Mi sembra strano che sia così, comunque ormai ci sono. Lui mi dice è facile innamorarsi di te, ma tu perché sei innamorata di me?
Fare le vacanze di tre mesi costa tanto, allora adesso che sono grande mi sono trovata un lavoretto, alla pizzeria di Franco, faccio la cassa. Vado da Franco verso le sei e mezza, lui ci prepara dei manicaretti fantastici, poi apre la porta sull’orto, sul retro, ha tre belle piantine di maria piantate tra basilico e pomodori, tira su una canna e poi iniziamo a lavorare…Babaa, il ragazzo cingalese che fa l’aiuto cuoco propone di fare la pizza con al posto dell’origano un po’ d’erba. Quando c’è un cliente straniero, Franco mi strizza l’occhio e mi dice "tasto tedeschi", che vuol dire che devo aggiungere al conto 5.000 lire così, senza ragione. Non se ne accorge mai nessuno.
Amo i Pink Floyd, The Wall, Money, Hey You, c’è stato il concerto allo Stadio di Monza ed io ci sono andata. Me lo ricorderò sempre, è il primo concerto che ho visto da sola. Adesso proiettano la serata del concerto di Venezia sul mega schermo in piazza, è stata un’idea di Nino l’attore, che quest’anno è consigliere comunale. L’avrei votato anch’io solo per questo.
Questa sera c’è il concerto in piazza, inizia alle nove ed io lavoro. Titti è arrivata ieri, starà due settimane. Io vado in pizzeria, guardo l’orologio, le otto. Ci sono molti clienti, mi tocca anche servire ai tavoli. Le otto e mezza. Non ce la faccio. Vado da Franco. Io DEVO vederlo il concerto, mi capisci? Lui sorride, mi prepara cinque pizze, le più buone, due alla Norma, due salsiccia piccante ed una ai peperoni. Mi manda a casa a vedere il concerto. Titti è con Giovanni e Santo, arrivo con le pizze, è festa.
Ogni giorno con Santo andiamo a trovare Piero Polimari, il pittore. La sua casa sembra una casa da "Mille e una notte". Si entra dal patio pieno di palme e piante tropicali in cui s’inserisce perfettamente la gabbia alta due metri in stile coloniale, bianca, piena di pappagallini, cocorite, alcuni colorati, altri grigi. Dentro, la casa ha un salone enorme, pochi mobili, ma pieno di dischi di Jazz, oggetti antichi, ha anche una tromba che ogni tanto suona. In fondo, il suo studio in cui dipinge, al centro c’è un tavolone ricolmo di pennelli, colori, materiali, tele. Ai bordi della stanza ci sono le opere iniziate, alcune finite, finestroni enormi per fare entrare la luce. Piero fa delle miniature perfette, bellissime. Quest’anno ha fatto una produzione di disegni più semplici che vende a 35.000 lire l’uno. Ha bisogno di soldi. A settembre c’è la festa della Madonna, a Reggio, bancarelle per tutto il centro, un po’ come gli "O bej O bej" a Milano. Il padre di Michele ha il banco di quaderni e articoli per la scuola, gli chiediamo se possiamo prenderci un pezzo per vendere i quadri di Piero.

Quest’anno papà è arrivato con la sua fidanzata, si chiama Giorgia, 35 anni e la faccia da maialina. E’ rimasto due notti, giusto il tempo di chiudermi fuori casa accusandomi di essere drogata e andar via senza salutare. Adesso io dormo da Santo. Ho due o tre vestiti che continuo a lavare. I miei libri sono chiusi in casa, dovrei studiare greco per l’esame a settembre ma non posso. Credo che non parlerò mai più con mio padre. La mamma è venuta per portarmi a Milano. Pensava che non ero in grado di prendere un aereo da sola. Quando avevo 8 anni, si, ma ora che ne ho 15, no. Si vede che sta invecchiando ed ha paura del Giudizio Universale. Per fortuna, io, un’educazione religiosa non l’ho mai avuta.
Prima di prendere l’aereo mi sono sentita male, non mi reggevo in piedi. Avevo dolori e fitte al ventre. Al pronto soccorso dell’aeroporto mi hanno fatto un’iniezione calmante. A Milano il medico mi ha detto che ho la colite, per colpa della ‘nduja e di tutte le schifezze che ho mangiato quest’estate. Ora devo stare a digiuno per un paio di giorni e poi a pane e acqua per un mese.

Vado a fare l’esame di greco. La prof., quella gran stronza, mi dice: non sopporto i ragazzi che fanno finta di aver studiato tutta l’estate con quella faccia sbattuta come la tua. Ma a chi la racconti? Volevo dirle che la mia faccia era il frutto di due giorni di digiuno, notti insonni per i dolori, la mancanza che provo per Santo, l’unico che mi capisce, tre mesi di canne dalla mattina alla sera e di mio padre che mi ha sbattuto l’uscio in faccia per fare il figo con una puttanella di 35 anni! Ma ho dignità, io. Comunque l’esame l’ho passato lo stesso e così posso tornare giù fino all’inizio della scuola. Dobbiamo fare le bancarelle a Reggio. Prima di andare Piero ci ha detto che non ce la dovevamo prendere a male nel caso in cui non fossimo riusciti a vendere i quadri. Ma figurati! I suoi quadri sono bellissimi, tutti vorranno comprarli!
Sono dimagrita molto con la dieta per la colite, mi cadono i pantaloni. Ancora adesso posso mangiare solo in bianco. Comunque fare bancarelle è bellissimo! La gente passa, si ferma, guarda, chiede, parla. Tu sei come in platea, lo spettacolo umano ti passa davanti. Bambini, vecchi, donne, uomini, ognuno con la sua storia, il suo percorso, i suoi egoismi. Il teatrino si apre: una signora sfonda quella linea immaginaria che ci separa, oltre il banco e mi dice Ma questi chi li ha fatti? Mio figlio di 5 anni li fa più belli… Vorrei sputarle in un occhio, ma decido di chiudere il sipario. Dopo tre giorni di lavoro inizio a pensare che forse aveva ragione Piero, l’arte è inutile, non si vende bene. La gente si stupisce che un quadro piccolo possa costare tanto, loro li comprano un tanto al kilo.

Imbocchiamo la Statale 106, alle nostre spalle il tramonto fa capolino dietro l’Etna che borbotta; sulla nostra destra il mare arancione, incorniciato dal binario della ferrovia, sospira malinconico e a sinistra lo squallore di alcune case viene sovrastato dalle rocce. Pentedattilo, la roccia dalle cinque dita, le pendici aride dell’Aspromonte, la montagna calcarea. Ripenso a questi giorni, alla faccia che farà Piero quando vedrà i pochi soldi che siamo riusciti a raccogliere, al nuovo anno scolastico che mi aspetta a 1.200 km da qui e per la prima volta ho la certezza che la mia vita non sarà sempre così… Santo guida, non parla, la radio canta Gianna di Rino Gaetano. "Chi vivrà vedrà"…



Alessandra Movilia
E' nata a Milano il 5 gennaio 1974.

Dopo la maturità classica, conseguita presso il Liceo Parini si iscrive alla Facoltà di Filosofia presso la Statale di Milano, senza mai laurearsi (per ora!). Riesce invece brillantemente a diplomarsi in Regia presso la Civica Scuola di Cinema. Per mantenersi nei suoi lunghi e vani studi ha sempre lavorato presso studi editoriali, riviste, quotidiani (La notte), ma anche pasticcerie, pizzerie, sale cinematografiche. Dal 1999 ad oggi ha girato diversi documentari, cortometraggi, filmati industriali, video sociali.

Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20, realizzata con i Patrocini e i contributi del Settore Giovani del Comune di Milano e del Consorzio Nazionale COMIECO; con i Patrocini del Comune di Napoli e dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune
di Roma.
In collaborazione con ATM S.p.A., Metronapoli S.p.A. e Gas S.p.A.

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