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Matteo Colombo
Adesso

genere Racconto Pulp

1 racconto da 4 fermate

Prefazione
di Alessandra Casella

Scrivere un racconto è un’arte difficilissima. In poche pagine bisogna saper creare un mondo in cui il lettore possa entrare immediatamente: i suoi sensi devono essere messi in “stato d’allerta”, la sua attenzione dev’essere conquistata, lo stile deve trascinarlo e avvincerlo e la storia deve avere un senso compiuto, meglio ancora se con un risvolto sorprendente. Perché il racconto ha poco spazio per evitare di cadere nel dimenticatoio: se non colpisce, e colpisce duro, è lettera morta. Come giurata, ho letto un centinaio di racconti – buoni, meno buoni, pessimi. Uno solo però ha colpito duro, tanto che quando l’ho letto ho dovuto posare gli altri testi e lasciargli spazio. Perché questo succede quando incappi in qualcosa che ti “ribalta”: dopo hai bisogno di tempo per lasciare che quello che hai letto “sedimenti”, e si trovi un posto tra le parole che ami. Il racconto di Matteo Colombo è scritto con uno stile volutamente semplice, così come apparentemente semplice è la storia che narra. Ma Colombo sa dosare con grande abilità un fil rouge sotterraneo di emozione che cattura in modo quasi subliminale il lettore, mentre racconta di un ragazzo e della sua gatta che sta morendo. E attraverso l’animale, Colombo racconta una storia dolorosa e tenera di crescita, di disadattamento, di paura. Il ragazzo sta scrivendo una tesi (per laurearsi in Filologia Italiana, facoltà nota per lo straordinario numero di sbocchi lavorativi!) in piena estate, quando gli altri sono in vacanza. Vive con la madre, con cui ha un rapporto tenerissimo, ed è un imbranato con le donne. Dopo la tesi c’è la vita vera, ed è questo che agghiaccia il protagonista, che sa di non essere pronto per affrontarla. La gatta è la sua infanzia, il suo senso di sicurezza, la pigra e speculativa vastità dei suoi sogni, la sua possibilità di amare completamente e senza sovrastrutture, come amano i bambini. E sa che tutto questo scivolerà via in una vita prosaica e senza stile che lui, che scrive “Lo spazio vitale del mio cervello è preso in affitto dall’ossessione dello stile”, non vuole accettare. E allora, come in un libro di Stephen King, trasforma la sua disperazione di crescere sublimandola in una morte comune, feroce, ineluttabile. E in un racconto che lascia dentro disagio e tenerezza, poesia ed orrore, e che non si fa dimenticare.

Adesso sono in Biblioteca. Mi piace scrivere qui dentro. Mi sono accorto che riesco a concentrarmi quando scrivo al computer. Adesso dovrei lavorare alla mia Tesi: sono qui per questo. La Biblioteca si trova al Dipartimento di Scienze della Letteratura e dell’Arte Medievale e Moderna dell’Università di Pavia. Beh, devo ammettere che con il caldo, lavorare alla Tesi è davvero difficile. Adesso chiudo il file del Carteggio Verri e inizio il racconto. Mi sto laureando in Filologia Italiana e il titolo della mia Tesi è "Il Carteggio dei Fratelli Verri, settembre 1769-ottobre 1770".
Credo che il file delle mie lettere rimarrà chiuso almeno sino a Ferragosto, se lo vedrò il Ferragosto. Oggi è il 2 agosto 2000 e vorrei sapere come sta Lucia. Io sento un forte dolore all’addome: ma lei? Lucia è una gatta che ha il pelo anonimo, l’espressione anonima ed è zoppa. Si trascina una coda di 14 centimetri. Vi chiederete come faccia a saperlo: ecco, gliel’ho misurata. Quando ero piccolo gliel’ho misurata. Mi stava girando tra i piedi e io stavo disegnando con i pastelli a cera. Da piccolo avevo una scatola di latta con 12 pastelli a cera e ho continuato ad usarli fino alla fine e a consumare un bel po’ di album Fabriano A4. C’erano due pastelli a cera che si sono rimpiccioliti subito ed erano il giallo e l’azzurro.
L’azzurro penserete che l’ho consumato facendo il cielo, ma non è così. Il fatto è che disegnavo i miei amichetti e li facevo sempre con i blue-jeans azzurri, con le gambe magre, azzurre come il cielo. Il giallo lo usavo per fare le case, i fiori e il cono gelato. Allora, un giorno, mentre stavo colorando, ho afferrato Lucia e le ho misurato la coda con la squadra di plastica che avevo comperato per Educazione Tecnica.

Alle Scuole Medie c’era questa strana materia nella quale ti insegnavano un po’ di tutto. La professoressa si chiamava Suor Donata: un giorno ci parlava della fusione a cera persa, un giorno dei terreni acidi, un giorno dell’invenzione della stampa. Un giorno ci ha fatto comperare due squadre e ci ha insegnato a fare l’angolo di squadra e a tracciare due rette perfettamente parallele. Suor Donata, dopo un po’, ha lasciato la Scuola ed è partita per l’Albania. Così un giorno, mentre coloravo, ho preso la squadra di plastica e ho misurato la coda di Lucia ed era lunga 14 centimetri e questo è l’unico dato matematico del racconto.
Oltre al numero dei pastelli a cera (12) e agli anni che Lucia ha già vissuto in casa nostra (13). Io adesso ho 24 anni, ma ho accolto Lucia quando ne avevo 11. Così, anche il fatto dell’età potrebbe essere un dato matematico certo, ma non ci voglio pensare all’età, e meglio così. Adesso Lucia sta male, me lo sento. Da qualche giorno ha smesso di mangiare e mia madre le dà l’omogeneizzato con un cucchiaino da caffè. Credo che morirà presto, anzi, magari adesso è già morta. Stamattina ho bevuto soltanto una tazza di latte e non ho mangiato niente. Il mio dolore all’addome è aumentato e mi sta facendo piegare in due. Da un po’ di tempo non mi va di mangiare né a pranzo né a cena. A volte mi alzo di notte e apro il frigorifero e butto giù qualcosa. Mia madre si sveglia e mi arriva alle spalle e mi chiede se non mi sento bene e dice che domani andrà dal dottore e che è preoccupata. Mi dice che mi cucina quello che desidero e che mi fa anche i fiori di zucchine con la pastella che sono il mio piatto preferito. Io le accarezzo i capelli e le dico torna a dormire, vai da papà e lei mi guarda sconsolata. Non sa che sto male da una settimana a questa parte, neanche s’immagina come stia male. Adesso ho pensato ad una cosa terrificante: sto male dal giorno che Lucia ha dato i primi segni di abbandono. Una settimana fa, più o meno. Mi sono svegliato con il male all’addome e non riuscivo a scendere dal letto, poi ho detto che non volevo niente per colazione, che non mi andava, poi sono andato in garage a prendere il Ciao per venire qui in Biblioteca e ho visto Lucia immobile e anonima nella sua cassetta, poi è andata avanti così sino ad oggi, ma mia madre neanche se lo immagina. Io la capisco, mia madre, e vorrei vederla serena, mi piace la sua serenità, ma lei non se l’immagina. Ecco, proverò a mangiare anche ’sti fiori di zucchine, così lei sorriderà, ma poi vado su in bagno e li sputo, so che li sputerò, perché non mi va proprio di mettere qualcosa sotto i denti, neanche se m’imboccano. Allora, adesso io penso che Lucia possa anche essersene andata per sempre, senza vedere il veterinario, senza mangiare più niente. Beh, questa cosa del veterinario è anche giusta, anzi, è proprio giusta. Il veterinario ha un ambulatorio vicino a casa nostra, con le tendine bianche sulla vetrina, una porta che sembra un negozio di alimentari e un cartello scritto con il pennarello nero, con l’orario di visita. È scritto a mano ed è di una tristezza indicibile. Già che andare lì dentro, dietro le tendine, c’è una puzza di animale che ti fa star male, e credo che gli animali stiano subito peggio di prima con quella puzza, con la storia dei loro ormoni e poi se sono anche in calore… ma la scritta sul cartello completa il disastro e sembra davvero un posto di una tristezza metafisica, assoluta, di tutti gli animali e di tutti i veterinari del pianeta Terra. Così è stato meglio non esserci andati, così non ho dovuto vedere all’opera il dottore per gli animali, che è alto e ha i baffi e io, anche quando lo incontro fuori dall’ambulatorio, gli guardo sempre le mani e penso, ecco, è con quelle mani che ha scritto il cartello… e divento subito triste. Ma forse Lucia è ancora lì nella sua cassetta e non è morta e sta soffrendo, ma la sofferenza del veterinario, quella gliela risparmio. Di sicuro. Adesso il dolore, qui, proprio qui sotto, all’addome, mi sta spaccando in due. È una settimana, ma detto così non fa nessun effetto, ecco, ve la dovrei spiegare questa settimana, giorno per giorno, se no non rende, e poi capirete anche voi. Povera Lucia! Il primo giorno è stato mercoledì scorso, come se fosse oggi, ma un po’ meno caldo. C’era stato il temporale e aveva grandinato, dunque era un po’ meno caldo.
Adesso sta tornando l’estate come te l’immagini a gennaio. L’estate del cornetto Algida e dei piedi scalzi forse sta tornando, comunque mercoledì scorso niente da fare. Apro il portone del garage, saluto Lucia con la coda dell’occhio, accendo il Ciao e fuori c’è un tempo che fa schifo. Allora penso che va bene per ’sto cazzo di dolore e che è giusto e incomincio a riflettere sulla storia che dev’esserci un tempo atmosferico che si abbina ai nostri sentimenti, a noi come siamo in quell’adesso. Nei libri è così e gli scrittori, per farti capire meglio di che personaggio stanno parlando, se è un fottuto bastardo o un eroe, te lo spiegano attraverso il tempo atmosferico. Ecco, io faccio spesso riflessioni simili, spessissimo, e sto sempre a pensare a come potrei scrivere questa cosa, a come scriverei quella, insomma, non smetto un attimo. È lo spazio vitale. Lo spazio vitale del mio cervello è preso in affitto dall’ossessione dello stile. Così, il primo giorno, governavo tutte queste cose, curvo sul Ciao, mentre arrivavo qui dentro per dar da mangiare alla Tesi. Ma sono stato male, già un po’ piegato.

Quando sono tornato, la sera, verso le sei, Lucia era ancora là nella cassetta e le ho detto come va amore? e lei non s’è mossa. Allora ho incominciato a preoccuparmi. Adesso il secondo giorno me lo ricordo bene. Io e Lucia stavamo male come prima, senza migliorare. Almeno, credo proprio che anche lei stesse male come prima, e forse anche di più, anche se ha provato a bere qualcosa, mi ha detto mia madre, ha provato. L’unico fatto importante del secondo giorno è che ho avuto la tremenda intuizione. Sembra assurdo, me ne rendo conto, ma sono ancora terrorizzato. Adesso ve lo dico. Ecco, io credo di aver incominciato a star male assieme a Lucia perché così doveva essere. Come se sia lo stesso destino ad accomunarci. Stretti e legati nel giro breve dello stesso destino. L’identica parabola. Capisco che è assurdo, ma può essere. Sapete tutto il ragionamento degli animali che si affezionano al loro padrone e quando lui muore, dopo un po’ di giorni muoiono anche loro, senza motivo, e poi ti spiegano che da allora non hanno più mangiato ed eccoli lì, belli e morti? Beh, ho iniziato a pensare che io e Lucia, beh, non è uno scherzo, tanto tempo così, nella stessa casa, stesso garage, sempre tra i piedi, a volte anche quando mi facevo la doccia, sempre lì a guardarsi, beh, niente male. Comunque ci ho pensato, ecco, e può essere vero e forse in qualche libro sarà vero, forse una storia così ce l’aveva in mente anche Poe, figuriamoci, o Stephen King, forse c’è già stata in un libro e se è stata lì dentro, beh, è quasi vera.
Così il secondo giorno ho cominciato a riflettere sul fatto che sono unito a Lucia e che se lei sta male, la natura vuole che stia male anch’io, e che ci ha imprigionati in un abbraccio dolcissimo, ma inesorabile, un abbraccio che è il nostro identico destino e che piano piano ci sta stringendo fino a portarci via. E se Lucia muore? ho pensato subito. Il terzo giorno era venerdì. Ho incontrato il mio Professore e mi ha chiesto allora come va? e ha voluto sapere come stava la Tesi, se era cresciuta, se le avevo dato da mangiare a sufficienza. È una brava persona il mio Maestro e io gli sono affezionato, però stavo male e facevo anche fatica a respirare e mentre gli rispondevo continuavo a tossirgli in faccia e lui mi ha chiesto allora, non va in vacanza?, dove andrà in vacanza? e io pensavo arrivarci alle vacanze, sarebbe bello arrivarci, sarebbe come se Lucia si fosse ripresa. Poi venerdì ho mangiato un toast al bar dell’Università, ma dopo l’ho vomitato e sono andato avanti a caffè.

Sabato mi sono svegliato alle dieci e mezzo e per un po’ non ho più pensato al dolore all’addome, ma alle birre della sera prima e a Cecilia, a come serve le birre ai clienti del pub e che la birra, beh, forse, con tutta quella birra si poteva andare avanti. Adesso la berrei volentieri una birra, ghiacciata, se soltanto potesse entrare qui dentro Cecilia con un bicchiere in mano. Sabato mia madre mi ha detto che Lucia si era alzata, che lei l’aveva fatta camminare anche un po’, che si reggeva da sola, che sembrava miagolare sottovoce. Lucia è anche zoppa e io credo che sia proprio una gatta straordinaria per aver vissuto due anni zoppa, sempre fiera, pronta a schivare altre auto in fondo alla curva, tornando nella curva dove l’hanno investita, sul luogo del delitto. Una gatta capace di rimuovere, di elaborare. Zoppa e fiera. Anch’io ho provato a farla camminare un po’. Il quinto giorno era una domenica senza partite, ma con le piscine comunali affollate e l’odore di barbecue nei giardini delle ville. Io mi sono chinato sulla cassetta di Lucia e l’ho afferrata da dietro e l’ho messa in piedi, ma quando mi sono accucciato sulla sua cassetta, ho sentito una pugnalata all’addome e mi è venuto da svenire e mi sono seduto in mezzo al garage, vicino al Ciao. Ho detto adesso svengo e Lucia mi guardava e sembrava che dicesse adesso svengo pure io e ce ne andiamo assieme. Poi, domenica sera, ho chiamato Cecilia e sono corso da lei, ma a casa sua, non al pub. E quando mi sono chinato su di lei ho fatto uno sforzo enorme e lei mi ha detto non stai bene? e io sudavo freddo, ma le ho detto no, no, tutto a posto.
Lei mi ha slacciato i jeans azzurri e credeva che andasse tutto bene. Adesso penso che sarebbe stato meglio non esserci mai andato a casa di Cecilia, che non aveva neanche una birra in fresco e mi slacciava i jeans. Adesso penso che se morirò, Cecilia avrà il turno al pub e non verrà al mio funerale e magari verrà dopo, da sola, sulla tomba, e in mezzo al cimitero, là da sola, non so se penserà che sia stata una buona idea avermi invitato a casa sua. Così adesso sto pensando che se morirà anche Lucia, dovrà essere sepolta da qualche parte e dovrò dare disposizioni chiare e precise a tutti quanti. Ecco, le ultime volontà. Credo che sia giusto sotterrarla nell’orto, accanto ai lamponi. Da bambino mi nascondevo dietro i lamponi e Lucia mi seguiva e tutti facevano finta di non sapere dove mi fossi cacciato e me la davano vinta. A Lucia piace quel posto. Poi, per arrivare ad adesso, mancano soltanto due giorni. Lunedì mi sono svegliato con la gola secca e avevo sognato qualcosa tipo una manciata di sabbia, una manciata di sabbia in bocca, in gola, un’arsura.

Allora, lì nel dormiveglia, ho avuto due flash. Il primo che al mare i bambini si fanno questo scherzo assurdo e diabolico di lanciarsi addosso la sabbia, anche in bocca, anche negli occhi, e va bene che sono piccoli, ma secondo me lo sanno quello che fanno e soltanto a posteriori, per giustificarli, possiamo dire che sono diabolici e che dei bambini non si sa niente e cose così. Il secondo è quando mangio il pesce, tipo le vongole, e ogni tanto ci trovo dentro la sabbietta fine e gentile che mi fa stridere i denti, e ho pensato subito al ristorante al mare e poi alla storia che bisogna sempre andare al ristorante a mangiare il pesce, alla fissazione che hanno tutti che è chic mangiare il pesce e le grigliate di pesce e i crostacei, invece noi siamo uomini fatti per la carne e non ci deve far schifo la carne, perché siamo noi. Allora lunedì notte mi sono svegliato e ho deciso di scendere in cucina e di mangiare dello yogurt all’albicocca, per rinfrescarmi la gola, come quando mi davano il gelato, dopo l’operazione alle tonsille. Poi sono sceso in garage e c’era puzza di Lucia, di vomito, di escrementi di Lucia e nella sua cassetta, proprio vicino al lei, c’era un po’ di roba giallina che aveva vomitato. Ho pulito con un foglio di carta di giornale e l’ho accarezzata, ma quando stavo per risalire in camera mia, mi è venuta la nausea e sono corso in bagno e ho rigettato subito lo yogurt e volevo stringermi forte l’addome per far morire la creatura piccola e assurda che sta ancora oggi lì dentro, nel mio corpo, al livello dell’addome, e mi fa penare. Forse è un tumore, ho pensato, e mi sentivo gonfio e da buttare. Ieri mia madre era felice per Lucia.
Ha detto che la gatta si è mossa, che si è affacciata sulla rampa del garage e che ha messo il naso fuori dal portone. Ieri anch’io stavo meglio e ho preso un’Aspirina, sono salito sulla sella del Ciao e sono passato dal giornalaio di Corso Cavour per prelevare i numeri arretrati di Julia. Volevo leggerlo e pensavo guarda sto pensando al mio fumetto, guarda è tutto a posto, adesso prendo un caffè e mi fiondo in Università e leggo Julia e controllo la posta elettronica e scrivo qualcosa di interessante e di vitale al computer e lo mando a qualche rivista e vediamo cosa ne esce. Invece Lucia, verso sera, è peggiorata e ho pensato che capita anche ai malati di cancro che prima di tirare le cuoia stiano meglio per qualche giorno, e diano l’illusione ai parenti che finalmente ci siamo, e invece è come il canto del cigno.

Anch’io, la sera, mi sono piegato in due sul divano davanti ad un film di Alberto Sordi e manco riuscivo a ridere, manco quando faceva la sua camminata e mi è dispiaciuto, soprattutto per Sordi, che l’ho tradito. Adesso è oggi e Lucia magari è andata e non ho ancora detto a nessuno la storia della buca dietro ai lamponi. Sono entrato in ’sto cazzo di bagno dell’Università già due volte, ma non sono riuscito a vomitare niente, neanche il latte di stamattina. Ho solo fatto del gran casino. Da piccolo vomitavo per gli acetoni, ma ogni giorno mi regalavano un puffo e se mi venivano gli acetoni prima di Natale, ogni giorno mi regalavano una nuova statua del presepe. Io impazzivo per il presepe e ci impazzisco anche adesso e da bambino incominciavo a fare il presepe un mese prima di Natale, incominciavo a novembre e occupavo tutta la cucina e mia mamma non riusciva nemmeno a passare. Così, quando arrivava il 25, avevo già cambiato posto alle statuine una ventina di volte e avevo innalzato e abbattuto montagne, creato laghetti artificiali, condotto greggi di pecore e fatto accoppiare pastori e donne con la brocca dell’acqua. Ne avevo tre nel mio presepe di queste donne e Lucia ci girava attorno e le faceva cadere. Adesso chissà se sta male o se è già morta, adesso non vedo più il video di questo computer e mi bruciano gli occhi e sono piegato. Adesso muojo, ma lo scrivo con la j intervocalica perché se è vero, scritto così è più dolce.


Lorenzo Moretto
Matteo Colombo è nato a Voghera il 6 maggio 1976.

Giornalista, da tre anni è capo redattore de "Il Popolo" (settimanale di’informazione della diocesi di Tortona). E’ capo ufficio stampa della Cantina "La Versa di Santa Maria della Versa (PV). Svolge attività di ufficio stampa per la Fondazione Comunitaria della Provincia di Pavia. Ha vinto il concorso narrativa "20.02.2002 Un mercoledì da italiani" organizzato da Beppe Severgnini sul Corriere.it. Ha collaborato con il "Corriere della Sera" (Lombardia). Ha collaborato ad "Autografo" (rivista del Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei dell’ Università di Pavia, allora diretta da Maria Corti). Pubblicazioni: "Addiosottovoce (Ibiskos Editrice, Empoli, 1996): "Almanacco Biografico Pavese 2002" (Tipografia Commerciale Pavese, Pavia, 2001), "Pavia dalla mongolfiera" (Ponzio Editore Pavia, 2001), "La provincia narrata" (2003, Azienda di Promozione Turistica del Pavese).

Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20, realizzata con i Patrocini e i contributi del Settore Giovani del Comune di Milano e del Consorzio Nazionale COMIECO; con i Patrocini del Comune di Napoli e dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune
di Roma.
In collaborazione con ATM S.p.A., Metronapoli S.p.A. e Gas S.p.A.


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