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Massimiliano Zambetta
Vita standard di un informatore scientifico

genere Storia di fine amore

1 racconto da 10 fermate

Prefazione
di Giuseppe Culicchia

Di fronte al ferreo regolamento di "Subway", che richiede agli autori dei racconti di indicare il numero di fermate necessarie alla lettura e il genere letterario delle loro opere, Massimiliano Zambetta ha scelto di catalogare il suo "Vita standard di un informatore scientifico" come una "storia di fine amore". Il che naturalmente è del tutto legittimo, ma anche un po’ riduttivo. "Vita standard di un informatore scientifico", titolo-omaggio ad Aldo Busi e al suo venditore di collant, è molto più che una semplice storia di fine amore. C’è ad esempio un umorismo feroce, che non risparmia nessuno a cominciare dal protagonista, l’informatore scientifico dalla vita standard. Uomo di poche ma calibrate, significative parole, che convive con la moglie Anita e con la figlia di lei Federica, e che si diverte a regolare il funzionamento degli intestini altrui specie se ha occasione di servire il caffè quando in casa capita Fabrizio, il padre di Federica ed ex marito di Anita. Tra un appuntamento di lavoro e un convegno a base di presentazioni di nuovi prodotti e relativi spot ("la gente deve convincersi come noi che le novità non riguardano soltanto la confezione"), il protagonista riesce a portarsi a letto Pamela, l’amica minorenne di Federica, nonché a comprare i favori di un medico "dimenticandosi" un palmare nel suo studio. Operazione che si intuisce di routine, in un paese che da tempo si è allegramente (?) lasciato alle spalle l’ormai obsoleta "ansia moralizzatrice" dei primi tempi di Mani Pulite. "Mi sento qualche anno in più addosso, magari più tardi mi passa", fa dire Massimiliano Zambetta al suo protagonista. C’è una tristezza di fondo, in questo racconto, una disperazione palpabile, un senso di vuoto, privato e sociale. Eppure si ride: verde, ma si ride. Anche se motivi non ce ne sono. Perché se da un lato il mondo degli adulti risulta inevitabilmente falso, corrotto, ipocrita, dall’altro i giovani non sembrano curarsene troppo. E malgrado la vitalità che bene o male sprigionano, paiono predestinati, pure loro, alla sconfitta.

C’è l’ex marito di Anita, Fabrizio, che passa di qua ogni due settimane.
Puntuale alle dieci, il sabato, viene a prendere Federica, la loro unica figlia, che vive con me e Anita.
Federica e suo padre vanno spesso a pranzo fuori e poi in giro tutto il pomeriggio: jeanserie, negozi di dischi. Raramente, Fede ci fa un colpo di telefono e ci informa che passerà il resto del weekend insieme a lui.
Come ogni volta quando suo marito si fa vivo, Anita si alza alle otto e passa un’ora abbondante in bagno, un’altra a scegliere cosa mettere.
Anche oggi, io mi sono limitato a fare accomodare Fabrizio in salotto.
"Come va con i tuoi dottori?" mi chiede come al solito.
"Sempre bene," gli rispondo sempre.
Dopo qualche altra frase di circostanza, sono venuto in cucina a preparare il caffè. Aspetto. A mano a mano che la moka comincia a fare rumore, distinguo sempre meno le loro parole di là in salotto. Mentre il caffè viene fuori, sento Anita che ride in maniera a dir poco scomposta. Poi, segue un lungo momento di silenzio. "Sentito," viene a dirmi Federica mentre verso il caffè nelle tazzine sul vassoio, "sembrano proprio una coppia affiatata," senza darmi modo di replicare.
Metto due gocce di H2 nella tazzina di Anita, quattro in quella di Fabrizio e vado a servire. Una goccia di H2 serve a regolare l’intestino, due la sera fanno andare in bagno la mattina, quattro fanno effetto nel giro di qualche minuto.
Mi sento qualche anno in più addosso, magari più tardi mi passa.
Lo studio del dottor H è in un palazzo antico, vecchio e cadente direi.
Sulle pareti, un po’ ammuffite, della sala d’aspetto sono appese alcune stampe finto antiche sponsorizzate da W compresse antipiretico: l’Europa precolombiana, la Magna Grecia, l’Africa fino ai leoni; fuori fa caldo, ma il riscaldamento è acceso lo stesso. Alcune signore anziane hanno ancora addosso i loro cappotti, sciarpe e questi colbacchi russi e cuffiette di lana pelosa calati in testa... Entrando, si ha come l’impressione di essere in un quadro di Hopper: in un istante mi prende come un senso di rallentamento, di stasi, come se una forza superiore mi costringesse a sedermi, a fissare un punto all’infinito, a sfogliare senza leggere i vecchi numeri di Panorama e l’Espresso ai quali H ha strappato le copertine con in nudi. E allora per resistere avrei voglia di prenderli uno a uno questi pazienti: ‘forza che non stai così male,’ gli direi scuotendoli per un braccio; ma se poi il braccio mi rimane in mano? come la metto? dove lo butto?
Per fortuna oggi c’è anche Attilio, lavora per la concorrenza, ci incrociamo un paio di volte alla settimana, sta scrivendo al portatile collegato al cellulare aziendale. "Posta elettronica?" chiedo.
Lui non risponde, finisce di scrivere qualcosa poi fa: "ehi, sei tu!" senza alzare lo sguardo dallo schermo, "no, sono in chat con una…"
"Come?"
"Un vero troione," grida fregandosene degli altri, "ti faccio vedere la foto!" Apre la cartella FOTO e clicca due volte sul file Tamara1.jpg: bella ragazzina, devo dire, più o meno dell’età della figlia di Anita.
Una signora seduta accanto a noi dà un’occhiata indifferente. Quando mette a fuoco tra le gambe aperte di Tamara, si allontana schifata, dice "Che vergogna" tra i denti, ma si fa sentire, urta Attilio con il bastone e va a sedersi vicino al termosifone, al caldo. Gli altri presenti in sala niente: pochi segni di vita, sempre con lo sguardo fisso nel vuoto e a sfogliare le riviste.
"Un bel pezzo di… non sarà un po’…"
"Oh, senti, dici così perché è lunedì."
"Ho cominciato da H apposta, gli ho portato lo stetoscopio nuovo…"
"Ah, e chi lo regala lo stetoscopio?"
"E2, ci sono queste nuove fiale di ferro…"
"Mmm, H lo aveva chiesto anche a me," Attilio tira fuori uno stetoscopio nuovo nella confezione, mi mostra lo scontrino e dice: "l’ho messo nella nota spese."
"E adesso?"
"Due!"
"Eh sì, si fotte, ti vedo giovedì? Passo da L."
"Giovedì, ho la presentazione di questo antibiotico, in questo albergo nel comasco, ci sarà una specie di rinfresco."
Quando il dottor H mi fa entrare, sono esausto: in un’ora abbondante Attilio mi ha fatto vedere decine di foto delle sue amiche. Faccio per sedermi, ma H mi trattiene, "alt!" dice e subito dopo ordina: "sul lettino!". Obbedisco e mi sdraio, per un istante mi abbandono, riposo la schiena, H, però mi viene vicino e con un alito puzzolente mi dice: "ma che brutta pelle secca, davvero brutta, al posto suo…"
Mi sollevo sui gomiti, H non si muove, è tutto sudato, chissà perché non abbassa la temperatura del riscaldamento, sospiro: "e allora…"
"Come allora? Qua bisogna intervenire, ma subito!
"Cosa c’è da fare?"
Il dottor H scuote la testa, volano delle gocce di sudore, "no no no, è compito dello specialista fare una diagnosi… ora si alzi… ma è davvero una pelle…"
"Le avrei portato uno stetoscopio…"
"Ah, e oggi fanno due…"
"Questo è un omaggio di E2."
"Ah, se è un omaggio…"
"E2 è ad alto contenuto di ferro…"
"Ah, no, non vorrà farmi perdere tempo… non ha uno di quei suoi opuscoli… non mi farà aspettare troppo i pazienti, ma ha visto come sono? su avanti, mi faccia lavorare."
"L’opuscolo…"
"Bravo, vada, ora vada."
C’è questa compagna di classe di Federica, Pamela, che viene a studiare ogni pomeriggio a casa nostra.
Come ogni volta quando rientro, più o meno intorno alle sette, passo davanti alla stanza della mia figliastra. Mi affaccio alla porta aperta e saluto. Sulla scrivania è acceso un lume, gadget del Nuovo S per i dolori articolari e le nevralgie, ottimo anche per i dolori durante il ciclo mestruale, Federica e Pamela non ne fanno più a meno.
"Ehi, Luigi!"
"Ciao, ragazze," ragazze? calmo, devo stare calmo e dire qualcosa di molto intelligente.
Pamela mi guarda, io la guardo; reggo qualche istante, poi mi distolgo, Federica va in bagno. "Pamela come quella di Dallas?" le chiedo.
"Pamela e basta!" risponde lei, sembra che non conosca Dallas e neanche J.R. o Sue Ellen.
Annuisco. "Caramelle per la gola?" propongo tirando fuori un campione dalla tasca, "sono ottime," insisto, ma lei niente; per fortuna torna Federica. Esco.
Vado in cucina a preparare qualcosa per la cena. Entra Anita: "e da quant’è che sei qui?" mi chiede senza dire ciao.
"Non da molto, ho salutato Fede
"C’è ancora quella scassacazzo?" sembra sorpresa.
"Perché scassacazzo, è simpatica Pamela…"
"Simpatica… è giovane," dice mentre scioglie due M effervescenti in un bicchiere d’acqua, e aggiunge: "poi sta sempre qui, i suoi non ci sono mai…"
"Carbonara?"
L’acqua le va quasi di traverso: "non potresti cucinare qualcosa di più leggero?" non chiede, è un ordine.
"Ho già rotto due uova…"
"E allora che me lo chiedi a fare?"
"Posso fare un’omelette?"
"Quello che ti pare, io do l’aspirapolvere in…"
"Di là studiano," le faccio notare.
"Fotte niente," risponde Anita, "ho tempo adesso, devo pulire e basta." Esce. Accende l’aspirapolvere. Toglie lo sporco impossibile che questa volta si è concentrato vicino la camera di Federica. Sento sbattere una porta. Mia moglie continua a pulire.
Ce ne sono tanti come il dottor J. Lui è uno di quelli che simpatizza per le cure omeopatiche, sua moglie è erborista. Quando un paziente non è convinto dei suoi metodi, lui prescrive soltanto i farmaci generici.
Al dottor J riservo sempre i mercoledì, siamo a metà settimana e sono abbastanza carico. I peggiori quarti d’ora con il mio capo area sono a causa sua: dipendesse da me, lo eliminerei dal giro, non va bene, non va per niente bene. La maggior parte dei pazienti di J è sui quarant’anni. Sono magri. Magri come chi va avanti soltanto con i germogli di soia, colazione pranzo e cena, giorno di digiuno depurativo escluso, pieni di sensi di colpa: ‘e se fossero transgenici?’, logorati da certezze fondamentaliste: ‘ma no, c’è la biogaranzia! sicuro sicuro!’. E ci sono questi uomini con la barba di tre giorni, vecchi maglioni di marca deformati, pantaloni di velluto e scarpa di camoscio: che fa tanto trasandato ma intellettuale, e poi queste donne asciutte asciutte, dolcevita nero e gonna lunga fino al ginocchio, calze coprenti di tutte le sfumature dal grigio topo al nero pece e le occhiaie di ordinanza per il troppo pensare e il troppo da fare e il troppo leggere, mentre gli altri niente: non pensano non fanno e non leggono. Tutto al ritmo (ritmo…) della musica new age in filodiffusione dolby surround, con queste chitarrine ine ine pizzicate appena appena e i flautini e le onde del mare e i gabbiani, a volume basso basso, ma mai come le suonerie dei cellulari che si muovono inutilmente da soli nelle tasche e nelle borse per l’effetto di un ancora più inutile vibracall.
I vecchi evitano il dottor J, non si fidano di uno che non li imbottisce e fanno bene, molto bene.
Se riuscissi a piazzare a J il nuovo Q Antibatterico vaporizzante, invece del vecchio R Compresse completamente mutuabile, beccherei una provvigione buona per finire di pagare le rate della mia station vagon e della cabrio del capoarea. Ho giusto per questo motivo un promemoria adeguato all’occasione.
Sono tre ore che scrivo al portatile i rapporti lasciati in arretrato. Ogni tanto, alzo la testa e osservo le stampe indiane sulle pareti: scene di caccia alla tigre, ipnosi di cobra con il flauto dolce, meditazione, punti energetici sulla fronte il petto e l’addome. Questa mattina, J mi ha fatto capire che avrei dovuto aspettare tutti i pazienti. Quando per passare il tempo comincio a ricordare le puntate di Sandokan, J viene a dare un’occhiata alla sala d’aspetto, schiocca la lingua e mi fa un cenno con la testa: non c’è più nessuno, entro. "Svelto," dice scontroso, "arrivi subito…"
"Al dunque: l’altra volta le ho lasciato un fascicolo sul Q…"
"Non c’è stato tempo, ma adesso venga qui vicino."
Il dottor J mi tocca la palpebra inferiore dell’occhio destro, va avanti e indietro con la punta del dito, io provo a continuare: "il Q Antibatterico…"
"Questo è l’occhio di un allergico… lo sa che…"
"Veramente…"
J mi punta una luce nella pupilla, "e no, che non lo sa… questo fondo giallo… i capillari… va molto male…"
"E allora?"
"E allora guardi bene la webcam, nel sito mancava proprio qualcosa del genere…"
Mi alzo, "ne parliamo la prossima…"
"Sì, sì, la prossima andrà meglio," indica la porta.
Me ne vado. Ho dimenticato il palmare sulla sedia accanto alla scrivania. Tornerò da J solo tra due settimane. Intanto spero che cominci a fare pratica con il programma di videoscrittura per scrivere le ricette e catalogare i pazienti. Gli basterà puntare il pennino sulle due uniche icone presenti sul desktop: q e Q, vedremo se comincia a essere ragionevole .
Questa sera una novità: torno a casa con mezz’ora di anticipo.
Anita gira per casa come un’invasata con il cordless in mano, sta urlando. Quando le passo accanto neanche mi vede, dice al telefono frasi come ‘sei il solito stronzo…’ e ‘questa è l’ultima…’ poi quasi balbetta, grugnisce per dire di sì, miagola per dire di no, poi grugnisce ancora.
"Prima o poi doveva accadere," mi dice Federica quando mi affaccio alla sua stanza, c’è anche Pamela, che mi sorride contenta, ricambio.
"Capitare cosa?"
"Mio padre le ha fatto…"
Un bidone, "vabbe’ vi ho portato…"
In coro: "le magliette dei preservativi!"
"Ogni promessa…"
"Eh, tu sei uno che le mantiene."
"Eh, beh…" mia moglie passa da queste parti, ancora al telefono, faccio per accarezzarla ma lei mi scosta con un movimento deciso e violento.
In cucina metto a bollire l’acqua per la pasta. Mentre cuoce la salsa, verso il vino per me e Anita. Due gocce di A e due di E Forte nel bicchiere di mia moglie e domani mattina si sveglierà con una strana sensazione: la certezza di essere stata presa da dietro senza ricordare niente, funziona.
Come ogni volta, la presentazione del nuovo packaging del S+ è stata lunga e noiosa.
Il responsabile del marketing ha introdotto e spiegato le ragioni del restyling proiettando una trentina di diapositive dal suo portatile su uno schermo cinematografico. Al principio non è andato tutto come previsto dalla meticolosa organizzazione. Ha cominciato a non funzionare qualcosa nel computer: sono arrivati due tecnici dal fondo della sala a sistemare i problema. Dopo il microfono è stato amplificato troppo, poi troppo poco. A un certo punto il proiettore si è spento. Fischi dalla sala buia. Con la luce accesa i tecnici sono diventati cinque: hanno staccato e riattaccato dei cavi, spento e riacceso computer e proiettore. Quando le cose sono andate a posto, è apparso una specie di animatore di un villaggio turistico: dopo ogni immagine proiettata, ha chiamato un applauso. Il tempo di sgranchire le gambe e ci è toccato di vedere in anteprima gli spot di trenta secondi e quello da un minuto: la gente deve convincersi come noi che le novità non riguardano soltanto la confezione. Ancora un applauso, tutti in piedi questa volta. Neanche il tempo di sedersi che la musica del jingle è stata diffusa a un volume altissimo e una ragazza ha affiancato il relatore e come l’altro animatore del villaggio turistico ci ha obbligato a cantare e ballare ripetendo lo slogan del nuovo S+.
Torno in camera per cambiarmi prima del brunch. Pamela è distesa sul letto con addosso soltanto l’accappatoio. Le braccia e le gambe sono aperte a x, da qui posso vedere i peli del pube.
"Finito?" mi chiede, mentre comincio a togliermi i pantaloni.
"Tra mezz’ora andiamo a mangiare, annoiata?"
E lei, con un’aria assente : "oh, un tuffo in piscina, la sauna, un tuffo in piscina…" non ho neanche bisogno di farle inalare un po’ di T3, è già semi addormentata di suo; quando la penetro, fa giusto un verso come chi viene svegliato la mattina presto. Finisco in fretta. Lei se ne accorge a malapena.. Poi la doccia. Un’occhiata al lago scomparso nella nebbia e di corsa nella sala da pranzo.
Davanti al buffet incontro il mio capo area, lui guarda Pamela, io guardo la sua giovane amica, un istante e poi sgomitiamo davanti alle tartine: "ci si annoia?" chiede, pensando di potermi distrarre.
"Non ne hai idea," rispondo, arrivando primo alle ultime due tartine di salmone, "non vedo l’ora di tornare a casa."
La stanza è buia e non vedo bene.
A malapena distinguo il pomello della porta. Poi, potrebbero esserci dei mobili, degli oggetti sparsi sul pavimento, che potrebbe essere di marmo, di cotto fiorentino, di ceramica. Dall’altra parte, so bene che c’è Raffaella Carrà, c’è gente che vuole vedermi, qualcuno che arriva da lontano. Apro la porta, ma il palcoscenico non c’è: solo una stanza, forse vuota o forse no e un’altra porta. Vado avanti, vorrei sapere che fine ha fatto il gancio che mi ha convinto a venire qui. Un’altra porta e un’altra ancora, non finiscono mai, apro, sempre più veloce, non mi fermo un momento. Poi cambio direzione, lascio stare le porte e provo a cercare qualcosa nella stanza, ma è buio e ho paura: mi tira la pelle del viso, va su e giù, poi si gonfia, gli occhi vogliono uscire fuori dalle orbite come nei cartoni animati, torno indietro. Una luce abbagliante disegna la sagoma della porta nell’intercapedine; questa è l’ultima, dopo: carramba!
"Cristo!" grida Anita svegliandomi, "ma che schifo!" urla mentre le vomito addosso, "stronzo!" continua, scostandosi all’ultimo momento e io vorrei scusarmi, vorrei scusarmi tanto, ma ogni volta che provo ad aprire la bocca ho i conati. "Vattene nel bagno!" urla. Vado e ancora non mi trattengo e vomito sul pavimento della camera del letto, del corridoio. Quando infilo la testa nella tazza del bagno, ho quasi finito. Dopo pulirò, lo giuro, pulirò tutto.
Il dottor Y incontrerebbe soltanto gli informatori nel tempo delle visite.
Il suo studio è la riproduzione tridimensionale di un catalogo di gadget delle case farmaceutiche, "e cosa mi ha portato questa volta?" mi dice al posto di ciao tra lampade, torce, lampadine, fermacarte, notes, penne, portapenne, matite, temperamatite, libri, agendine, tappetini per il mouse, teschi di plastica, abbassalingua, stetoscopi, portachiavi, orologi, radio, radiosveglie e calendari. Y non si fa convincere e neanche corrompere, è l’unico che si lascia informare. L’importante è lasciarli qualche promemoria. Da un po’ si è innamorato di un paio di occhiali con una grossa montatura azzurra, omaggio di P Antibiotico, che porta sulla fronte spelata anche se non è miope.
Non ci sono mai più di quattro cinque persone nella sala d’aspetto di Y, raramente c’è qualcuno seduto e nessuno legge niente: Y lascia tutti contenti, le sue visite sono sempre rapide e esaustive, lui ascolta i pazienti e prescrive tutte le medicine che vogliono, li cura come vogliono essere curati, non fa perdere tempo e non trascura nessuno.
"Ho pensato al suo nipotino, appena…"
"Bravo, bravo, e cos’è?"
"Ecco, c’è questo microfono che si monta sulla culla e questi tre altoparlanti da sistemare nelle altre camere, così…"
"Bene, bene," sembra deluso.
"E ci sarebbero questi nuovi integratori alimentari da sciogliere nel latte…"
"…"
"Si chiamano F, che faccio, lascio i campioni?"
"Lascia, lascia…"
"Alla prossima?"
"Te ne vai già?"
Approfitto del tempo a disposizione: "una cosa soltanto dottor Y: come mi trova?"
"Non capisco," mi guarda stupito, si abbassa gli occhiali un istante, poi li rimette sulla fronte.
"Lei è un… insomma, come sto?"
"Mah…"
Insisto: "niente di strano agli occhi? ha visto la pelle del viso? tutta tirata, tutta tirata… proprio la pelle di un…"
Y sorride, si alza e, mentre mi accompagna alla porta, mi fa: "dai, dai, non scherzare che stai benissimo… alla prossima, ciao, ciao."
Come ogni volta di sabato, l’ex marito di Anita viene a prendere sua figlia per il fine settimana.
Anita è nervosa. Da questa mattina alle sei e mezzo ha cominciato a agitarsi nel letto. Ha svegliato anche me. Avrei potuto ingoiare un paio di X3 e dormire fino a mezzogiorno, ma ero troppo intontito per andare in bagno. Mia moglie si è lavata i capelli, ha passato tre quarti d’ora a sistemare la piega con il phon, più o meno lo stesso per il trucco, mentre cosa indossare lo ha scelto ieri sera prima di venire a letto: una gonna nera lunga fino ai piedi con lo spacco laterale, una camicia bianca semitrasparente, scarpe con tacco medio alto.
Federica entra in cucina mentre preparo il caffè: "oggi è tutto a posto, l’altra sera voleva ammazzarlo," mi dice. Le sorrido.
"Le cose cambiano."
"Mi sa che hai proprio ragione."
Quattro gocce di H2 nel caffè hanno un rapido effetto sull’intestino, otto causano una specie di dissenteria; vado a servire in soggiorno.


Massimiliano Zambetta
E' nato a Bari nel 1970, vive e lavora a Milano.

Ha pubblicato alcuni racconti nelle antologie "Coda" (transeuropa, 96) e "Le radici e la ali" ( Berti, 2001) e in alcune riviste tra cui Private e Versodove. I suoi testi teatrali "Ape Regina" e "Unformal Friday" sono stati messi in scena al teatro Arsenale di Milano nelle edizioni 2002 e 2003 del festival Tramedautore. Il racconto "Quello che non vedo" è stato inserito nel progetto Italville a cura della rivista Nuovi Argomenti. Collabora con il Corriere della Sera-Puglia.

Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20, realizzata con i Patrocini e i contributi del Settore Giovani del Comune di Milano e del Consorzio Nazionale COMIECO; con i Patrocini del Comune di Napoli e dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune
di Roma.
In collaborazione con ATM S.p.A., Metronapoli S.p.A. e Gas S.p.A.

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