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Nicolò La Rocca
Ottavo piano con vista

genere Racconto Noir

1 racconti da 6 fermate

Prefazione
di Pepa Cerruti

E’ "qualcosa di sensazionale" che manca a Enza.
Sessant’ anni, schiava di una vita fatta di rapporti in cancrena e sospetti duri a morire, Enza cerca vie di fuga che la salvino dal gorgo di frustrazioni in cui si sente annegare. E ai bordi di una Milano distratta e non sua, tra uno spogliarello per pochi e un pomeriggio davanti alla tv, insegue emozioni che diano un perché alla sua esistenza di moglie trascurata e delusa.
Ma una domenica al tramonto qualcosa di sensazionale lo trova davvero, una folgorazione che esplode in un ultimo atto liberatorio.
La storia di Ottavo piano con vista è una storia del nostro tempo: sembra uscita fresca di stampa dalle pagine della cronaca cittadina che, non più tardi del marzo scorso, ci raccontava di una coppia di settantenni scoperta ad avvelenare l’acqua minerale col detersivo: una richiesta maldestra di attenzione, la loro.
Ma qui c’è di più.
C’è la rabbia che diventa vendetta, la voglia di "risolvere tutto" a qualunque costo e con qualsiasi mezzo.
Impietoso nella descrizione di abitudini e rituali, Nicolò La Rocca costruisce un noir metropolitano lavorando di fino sui colori di un dramma talmente realistico in ogni dettaglio da diventare tangibile. Parola dopo parola, ci sorprende in un crescendo di disagi, situazioni grottesche, dialoghi duri e rimescolii d’animo che scivolano inesorabili verso la tragedia. Il suo stile però non enfatizza il dramma, ci prende e ci porta dentro la storia piano, fino al gran finale.
E ci regala Enza che, nella sua follia, mette a nudo tutta l’umana debolezza: l’alienazione che viene dalla noia, la gelosia mascherata dal sospetto, la voglia di sentirsi desiderata. E l’estremo bisogno di essere libera.

Enza a sessant’anni non ne poteva più di quel cane morto di suo marito. Vito era quello che era: niente vizi, non fumava, non beveva, non andava a buttane, ma la vita a Enza gliela aveva rovinata lo stesso. Lo guardava spesso ciondolare per l’appartamento, all’ottavo piano di quel condominio di via Vespucci a Rozzano e non capiva come faceva a stare ancora con un uomo così. Si era abituata a tutto ma, quando il marito non la vedeva, piangeva per quell’abitudine.
"Enza, il latte è pronto?" E si avviava in cucina ciondolando.
"Enza, vieni ad aggiustarmi la coperta sulle gambe, ché sento freddo sento". E roteava le pupille, senza fretta.
"Enza, portami la bacinella ché devo sputare. Perché non ti sbrighi? Cosa vuoi che ti sputi a terra, vuoi?" E biascicava masticando le parole.
"Enza, sta’ zitta e abbassa il volume della televisione!" E alzava invece quello del suo televisore, sintonizzandolo sui film ammazza-ammazza di Italia 1: spalmato sul divano subito ronfava con la pancia sudata fuori dal pigiama. La odiava, suo marito, la stessa litania da trent’anni: "è per colpa tua che non abbiamo figli, ho una moglie che non serve a niente". C’era da vederla, la signora Enza, mentre se ne stava impalata a fissare l’imbuto delle scale. L’ottavo piano è quello che è: tu ti affacci nelle scale e vedi un buco senza fine, pare l’inferno.
E se tu ti metti a singhiozzare ti pare che il rumore del tuo gargarozzo ingolfato dalle lacrime debba arrivare fino al pianterreno, trattenendosi un po’ a ogni pianerottolo, come le stazioni di una processione, di quelle che si fanno nei paesi siciliani e non a Rozzano dove la gente è impegnata a fare e strafare. Metti la vicina della signora Enza, la signora Vitalba Mussunitti. Poteva dire Enza di conoscerla? Si era accorta eccome della faccia schifata che faceva la signora Mussunitti quando si incontravano sul pianerottolo. Tutta impellicciata era la signora Mussunitti, ‘na bambola di pezza fine, ricercata. Ma si trattava di una pelliccia sintetica, comprata dai cinesi, Enza ne era certa, non si faceva prendere per i fondelli, lei.
Enza amava i propri discorsi, faceva le domande e si dava le risposte, quale migliore spasso di questo? Secondo lei, per esempio, la signora Mussunitti era solo una minchiona gonfiata. Altro che. Anche se si dondolava tutta, con quei fianchi di troia d’alto bordo restava quello che era: l’abito non fa il monaco, oggi come oggi. Però la signora Mussunitti ci riusciva lo stesso a farla arrabbiare, con tutti gli stupidi discorsi che le sputava ogni volta che si incontravano sul pianerottolo: mio figlio adesso lavora alla Sony, è sempre sull’aereo, ah quanto viaggia mio figlio, ah che bella fidanzata che ha mio figlio… Sempre le stesse chiacchiere. Ma fino a quando si limitava a parlare con lei non c’erano problemi. Però la signora Mussunitti i suoi ricami sul pianerottolo li faceva anche con il marito di Enza, anzi sembrava più ispirata con lui, si soffermava sui dettagli, e quando Vito rientrava a casa, interrogato dalla moglie, riferiva certi particolari di cui Enza era all’oscuro. "Sei sicuro che ti ha detto che il figlio è a Osaka?" "Sì", borbottava Vito esausto per l’ennesimo interrogatorio. "Quanti anni ha la fidanzata russa del figlio?" "Ventitre". "E a me perché non lo ha detto?" "Enza, non mi rompere i coglioni, va bene?" Enza era sicura che la signora Mussunitti ci stesse provando con Vito. Del resto quella era vedova da più di dieci anni, chissà come stava friggendo per la voglia… Che vergogna, però, sfruttare il figlio per cercare di calmare i suoi bollori… Provandoci con una nullità come Vito, poi…
Una volta rientrata a casa Enza doveva impegnarsi sui piedi di suo marito. Ci voleva pazienza coi calli dei piedi, farli ammollire per benino nella bacinella d’acqua calda, bisognava aspettare che sfibrassero, che diventassero una poltiglia morbida e attaccabile, e poi lavorarci su di fino, con l’arnese adatto, tagliare la carne dura, ammansirla alla lama. Infine glieli sciacquava, i piedi, fino a farli diventare bianchi come la pelle di un neonato. Non ne poteva più di quella casa silenziosa. Che colpa ne avevano se non avevano avuto figli? Eppure tutti li guardavano come se fossero appestati. Non doveva pensarci, la migliore cosa era starsene buona buona spalmata sulla poltrona a godersi in televisione la bella faccia di Bruno Vespa. Oppure la maga Metenes. La trasmissione della Metenes era una delle sue preferite. Per la verità, meglio di Cecchi Pavone o di Alba Parietti. La maga Metenes era una donna saggia, anche se con quelle zinne gigantesche che parevano voler scoppiare fuori dal decolté e i due chili di mascara sulla faccia poteva essere scambiata per una buttana. Ma l’abito non fa il monaco, si ripeteva la signora Enza: così che la maga Metenes era in realtà più saggia di molte signore con la puzza sotto il naso e i vestiti firmati.
"Chi è in linea?" Chiedeva la maga ogni volta che Enza la chiamava al telefono. E la chiamava almeno una volta al giorno.
"Sono Patrizia". Rispondeva la signora Enza. Non si sa mai, meglio evitare di dare il proprio nome.
"Ah, la nostra cara amica Patrizia. Come va?"
"Mi sento ancora sola".
"Ma tu hai messo in pratica il responso delle carte?"
"Ci ho provato, ma non riesco a capire cosa devo fare".
"Vuoi che consultiamo nuovamente le carte?"
"Sì, come siete buona e gentile, maga Metenes".
"Figurati, la vostra felicità è la mia missione".
"Vi voglio bene".
"Brava, anch’io. Adesso vediamo il nuovo responso… ecco… me l’aspettavo…"
"Che cosa vi dicono? Cose brutte?"
"No, no, anzi. Le carte mi dicono che devi fare qualcosa di sensazionale, solo così riuscirai a tirarti su. Qualcosa di sensazionale, mi hai capito, Patrizia? Oggi come oggi ci vuole qualcosa di sensazionale!"
"Ma cosa esattamente?"
"Ah, ai particolari dovrai pensarci tu".
Enza, per tutta la notte non dormì. Restò a fissare un punto imprecisato nel soffitto, ripetendosi a mente una cantilena: qualcosa di sensazionale, qualcosa di sensazionale… Al risveglio si posizionò davanti alla finestra, come usava fare da qualche settimana. I ragazzi albanesi si affacciarono puntuali alla finestra di fronte. Ogni giorno diventavano più magri, scarnificati, portavano sempre la stessa canottiera ingiallita e le sorridevano con un’espressione indecifrabile. Allora lei allargò ancora le tendine e cominciò a svestirsi. Ma rivolse le spalle ai due spettatori. Prima o poi avrebbe dovuto trovare il coraggio di offrire loro il suo seno: era ancora turgido e liscio, anche se Vito non lo baciava da almeno vent’anni. Tuttavia, anche quella mattina decise che i due albanesi avrebbero dovuto accontentarsi della nudità della schiena. Comunque, il rito dello spogliarello quotidiano, nonostante adesso si sentisse ridicola, la galvanizzava. Così ripensò alle parole della maga. Sì, le era venuta in mente la cosa da fare, chiara e limpida nella mente. Com’è che non ci aveva pensato prima? Vito, ancora spalmato sul letto, la guardò senza credere ai suoi occhi: sua moglie che si pittava tutta come se dovesse andare al veglione di capodanno, appiccicata davanti allo specchio grande a pettinarsi ripetutamente, come se soffrisse di un tic nervoso.
"Ma che minchia fai?" Borbottò col catarro della nottata che gli gorgogliava in gola col rischio di soffocarlo.
"Non lo vedi, Vito mio? Sto uscendo".
Vito mio? Sta uscendo? A quest’ora del mattino? Pensò il marito che non sapeva che pesci pigliare. Stava cercando di organizzare il proprio pensiero, la bestemmia più adatta all’occasione, quando Enza uscì di corsa dopo averlo baciato in bocca. Minchia! Era impazzita sua moglie? Questa stramberia dell’alzata mattutina, del Vito mio, del bacio… in bocca?!!! Cose da non crederci. Provò dunque a organizzare una reazione ma il tepore del letto lo avviluppò; spalmò la guancia sul lenzuolo insalivato da una nottata di rutti beati e si riaddormentò. In quattro e quattr’otto si rimise con la pancia in aria che usciva fuori dalla canottiera, la bolla di godimento al naso, proprio mentre sua moglie Enza correva in strada contenta come una pasqua per l’idea che le era venuta e che stava per realizzare. Enza, camminando come un cerbiatto, alla sua età, sull’asfalto rovente già di primo mattino, salutò con un sorriso a tutto campo tutte le persone che incontrava. E poi quando avvistò una cabina telefonica le sembrò un miraggio. La toccò perfino, come se non credesse ai suoi occhi. Avrebbe fatto una cosa sensazionale, grazie a quella cabina.
"Pronto, carabinieri".
"…"
"Pronto, carabinieri". La voce le si era paralizzata in fondo alla gola, per l’emozione sentiva lo stimolo della diarrea farsi forte e insistente. Ma doveva resistere. Così, mormorò: "c’è una bomba, capito? Una bomba nel condominio di via Vespucci 35… a Rozzano". Posò la cornetta sul ricevitore e scappò contenta verso casa.
Cinque minuti dopo non stava più nel vestito: "vuoi il latte, Vito? Se vuoi il latte ti faccio il latte, altrimenti posso preparare il tè…"
"Ma che minchia hai?" Rispose il marito imbestialito.
"Dimmi quello che vuoi e te lo faccio".
"Enza, ma che ti passa per la capa?"
"Vuoi toccarmi invece di mangiare? Vuoi che mi spogli?"
"Oooh!!! Ma sei impazzita? E che fai? Perché vai sempre alla finestra?"
"Tesoro mio, non hai sentito i carabinieri?"
"No, non sento niente! Ma sei ‘mbriaca?"
"Vuoi che ti tolga i calli dei piedi?"
"Nooo, voglio che mi dica che cazzo hai!"
Ma Enza non gli rispose, perché era corsa alla finestra a godersi lo spettacolo. Infatti due macchine dei carabinieri si erano fermate sottocasa e le sirene illuminavano tutta la strada. Una gran quantità di gente si era sparpagliata in strada, sembravano formiche, e c’era perfino chi gridava la bomba! la bomba!
"Che minchia succede?" Le chiese il marito.
"Perché non vieni a vedere". Gli rispose lei raggiante.
"Dimmelo tu".
"Hanno messo una bomba e ci sono i carabinieri, stanno evacuando il palazzo".
"Che rottura di palle", commentò lui, "qualche testa di cazzo avrà telefonato al 112". Il ricordo di quella mattinata all’aria aperta le durò per mesi e mesi. Quanta gente aveva incontrato in strada. Come fu e come non fu, domandavano tutti, e la cercavano, le chiedevano i particolari, la coinvolgevano nei gruppetti. Insomma, passò in compagnia qualche ora e, cosa importante, l’indomani Il Giorno parlò di lei. Mitomane telefona ai carabinieri e causa lo sgombero di una palazzina a Rozzano, recitava l’articolo. Non contenta di quell’articolo comprò altri giornali. Ma dopo averli sfogliati ansiosa scoprì con grande rammarico che nessuno di essi aveva riportato la notizia. Così la sensazione di appagamento che aveva avuto da tutti gli eventi della mattinata si trasformò in una delusione che la fece stare peggio di prima. L’arrivo dei carabinieri, le chiacchiere infervorate in strada, l’articolo de Il Giorno… una fiamma, una fiamma che però si era spenta subito, lasciando un fumo puzzolente, insopportabile. Ricadde nella depressione.
L’indomani, al risveglio, restò più di due ore seduta sul water. Furono del tutto inutili le proteste del marito, i colpi alla porta, le bestemmie, Enza non uscì finché non capì che Vito era giù, seduto sulla panchina del giardinetto pubblico. Ogni tanto le capitava di restare immobile nell’atto di togliere o indossare i pantaloni. Magari era già a letto, con i pantaloni piegati sui piedi, con il marito che russava vigorosamente, ma inspiegabilmente lei non riusciva a liberarsi dalla morsa che la paralizzava. Quando uscì dal bagno erano le dieci passate. Aveva saltato il tacito appuntamento con gli albanesi. Decise di recuperare, magari li avrebbe trovati alla finestra, magari era quella la cosa sensazionale che avrebbe dovuto fare. Sì, contemplò il grosso seno strizzato da un reggipetto appena comprato alla Rinascente – l’unico sfizio a cui non poteva rinunciare, metteva da parte i soldi e comprava la biancheria di nascosto dal marito – e si disse che era giunto il momento giusto per liberarlo. Con sua grande meraviglia uno dei due ragazzi albanesi stava là, appoggiato sulla soglia della finestra, e quando la vide scomparì subito inghiottito dal buio dell’appartamento. Ritornò con al fianco l’altro albanese, entrambi insaccati nelle solite canottiere. Enza tolse il reggiseno, fulmineamente, quasi strappandoselo di dosso e lo buttò sul divano. Poi spalancò le braccia e si stiracchiò, fingendo noncuranza. I due albanesi abbozzarono un sorriso ma poi si ritirarono richiudendo la serranda.
Enza, delusa, stava rivestendosi quando sentì i primi colpi. Lenti tocchi al portone blindato. Qualcuno stava bussando. Chi poteva essere a quell’ora? Vito? Ma Vito aveva le chiavi! La signora Mussunitti? Ma quella non aveva mai chiesto di entrare. Si limitava a sparare la sua diarrea di cavolate sul pianerottolo.
"Signora, apri, noi qui, tu apri". Un brivido le partì dalla schiena e le agghiacciò il viso. Oddio, che vergogna, pensò, i due albanesi erano dietro la porta. Si acquattò in un angolo del corridoio e fissò le due ombre che si intravedevano da sotto la porta. Poi si alzò e appoggiò delicatamente un occhio allo spioncino. I due albanesi stavano a pochi centimetri dalla soglia di casa sua, si sfregavano con le mani le canottiere e sogghignavano, spostando in continuazione il peso da un piede all’altro. La nuova supplica dei due la fece trasalire: "signora, apri, noi divertiamo, tranquilla, tu sei bella signora, hai seni molto belli, tu sei bella".
Enza cadde all’indietro e non poté evitare il tonfo che squarciò il silenzio dell’appartamento.
"Signora, che succede, apri, noi ti aiutiamo. Siamo preoccupati". Enza restò acquattata inghiottendo le lacrime, fino a quando non sentì i due allontanarsi. Poi si addormentò.
"Che minchia hai?" Le ripeteva il marito cercando di sollevarla da terra. Ma non ci riusciva, Enza non era proprio un fuscello.
"Che fai a terra? Enza! Ti sei sentita male?"
Lei lo guardò e farfugliò: "sì, mi sono sentita male".
"Ci mancava solo questo", rispose Vito alzando le spalle, "stai bene adesso?"
"Sì, credo di sì".
"Il pranzo è pronto?"
"Si rende conto", stava dicendo la signora Mussinitti, "apro e trovo quei due albanesi che origliano alla sua porta". Enza agghiacciò. Cercò di parlare ma balbettò qualcosa di incomprensibile, un gemito.
"Come ha detto?" Chiese la signora Mussunitti.
"Gli albanesi…" Mormorò Enza.
"Sì, ha ragione, questi albanesi stanno diventando veramente una piaga per la città. Non è d’accordo?"
"Sì.. sì…"
"Bisognerebbe trovare una soluzione. Se continua così ci rovinano. È gente senza scrupoli, disposta a tutto. Non ci si può fidare, sa. Non sono come i filippini, quella invece è brava gente. Gli albanesi quando meno te lo aspetti ti rovinano la vita. Bisognerebbe trovare una soluzione, qualcosa di straordinario, capisce?"
"Ammazzarli". Commentò Enza, ma parlava tra sé e sé.
"Come dice?"
"Niente, credo che lei abbia ragione".
"Suo marito che ne pensa?"
"Mio marito ha le sue stesse idee. Identiche, giuro".
"E’ una gran brava persona, suo marito, io l’ho detto sempre".
"Perché non torniamo a Villabate?" Mormorò Enza. Ma parlava senza fare caso alle parole che le uscivano dalla bocca: tanto erano sempre gli stessi discorsi. Era domenica, e di domenica parlavano di Villabate.
"Non ci torno a Villabate, te l’ho detto mille volte, porca buttana! Come devo fartelo capire?" Sputacchiò inferocito il marito.
"E calmati". Cercava di tranquillizzarlo. Sapeva che non bisognava toccare quell’argomento eppure ci cascava ogni domenica. "Che stiamo a fare qua a Milano? Poi non siamo neanche a Milano, siamo a Rozzano, perché dico sempre che siamo a Milano?"
"Enza, non me ne fotte niente dei tuoi discorsi. Lasciami stare che oggi non è giornata". E sprofondò con la testa nella tazza del latte.
"Quando sarà giornata per parlarne? Io non ce la faccio più. Almeno a Villabate abbiamo una casa tutta nostra, non paghiamo l’affitto".
"Non ci torno. Lo sai che tutti mi chiederebbero: ma come, perché sei tornato? E il lavoro? Non avevi il bar a Milano?"
"E tu diglielo, parlagli, abbiamo chiuso il bar, mica è la fine del mondo, prima o poi lo sapranno…"
"Penserebbero che sono un fallito, me lo direbbero in faccia, lo sai, cazzo!"
"Ma no, torneremo a casa, che stiamo a fare qua?"
"Non voglio che pensino che siamo dei pezzenti. Hai presente quegli albanesi?"
La faccia di Enza divenne di mille colori, attraversò tutte le gradazioni più violente e poi si stabilizzò sul rosso fuoco. Il cuore lo sentiva in bocca, lo avrebbe potuto triturare con i molari.
"Se noi diciamo in Sicilia che abbiamo chiuso il bar e che viviamo con questa pensione di merda ci considererebbero due morti di fame: come i due albanesi del nostro pianerottolo".
"Che hai contro gli albanesi?" Provò a suggerire Enza.
"Quei due è da qualche giorno che mi guardano e ridacchiamo, io ci rumpu la faccia, ci scassu lu culu, a chiddi due se continuano a prendermi in giro. Ma per cosa, poi… tu hai notato niente?"
"…"
"Enza?!"
"…come hai detto?…"
"Ti ho chiesto se hai notato niente di strano in quei due albanesi!"
"…non gridare… ti prego… potrebbero sentirci".
"Hai notato niente di strano o no?!!!"
"… niente… niente…" Aprì gli occhi, di colpo, il buio della stanza le allagò le pupille. Il cuore le batté violentemente nel petto, come uno stantuffo che volesse squarciarla e disperdere i pezzi nell’oscurità. Da qualche mese si svegliava con questa strana sensazione di smarrimento: come un sub che riemerga senza aver fatto la compensazione. Per qualche secondo restava immobile, sospesa nel silenzio della camera da letto, non osava muovere un dito, o voltare la testa, o solo respirare: temeva che ogni suo piccolo movimento avrebbe potuto demolire la stanza, radere al suolo l’intero condominio, cancellare il mondo: con orrore immaginava la faccia stravolta di Mara Venier trascinata via da un vortice nero. Finalmente trovò il coraggio di muoversi: si tirò su e appoggiò le spalle alla sponda del letto. Non successe niente. Per qualche secondo non sentì alcun rumore, in particolare le mancava dallo spettro sonoro il fiato del marito. Si persuase di essere morta. Poi il respiro di Vito le testimoniò la sua esistenza in vita. Stava lì, accanto a lei. Il suo molesto rumoreggiare di narici era l’unico suono che le arrivava alle orecchie.
Finalmente cominciò a riflettere: il marito avrebbe saputo prima o poi dagli albanesi dei suoi spogliarelli alle finestra. Non che le interessasse qualcosa di Vito, anzi all’idea di essere lasciata da lui provava un leggero senso di sollievo. Il problema, ora che ci pensava bene, era che una separazione avrebbe giovato di più proprio al marito. Perché adesso era chiaro: Vito non voleva tornare in Sicilia, anche se da più di tre anni aveva chiuso, per fallimento, il suo bar, l’Oasi bar. Cominciò a mettere insieme i vari pezzi di un mosaico che prima non aveva voluto vedere: alcuni strani discorsi di Vito, qualche gesto di cortesia esagerata nei confronti della vedova Mussunitti, le confidenze che quest’ultima si permetteva con lui… E adesso capiva anche certe occhiate che sentiva addosso ogni volta che incrociava gli altri condomini: tutti sapevano e la compativano. Sentì crescerle dentro una rabbia furiosa. Fu sul punto di far esplodere quella forza immensa proprio sul corpo del marito che giaceva inconsapevole al suo fianco, occupando come ogni sera da trent’anni, la fossa più profondo del materasso. Ma poi si ricordò delle parole della maga Metenes: qualcosa di sensazionale. Sì, ci voleva qualcosa di sensazionale, qualcosa che avrebbe risolto tutto.
L’indomani al tramonto si affacciò alla finestra: il chiarore rossastro del sole si stagliava dietro il profilo dei palazzi. Gli albanesi erano rincasati. E anche Vito. Se ne stava sprofondato nel divano a guardare Buona domenica. "Quando si cena?" Si lamentava masticando la saliva. Enza non rispose. Ma si schiacciò le tempie con gli indici delle mani, facendoli roteare velocemente.
"Che hai Enza?" Le chiese il marito. Ma Enza voleva godersi quegli attimi, che lui restasse con quello sguardo attonito, che si chiedesse cosa stava succedendo senza saperlo se non quando sarebbe stato troppo tardi. Così uscì di corsa, seguita dalle urla di Vito. Attraversò a perdifiato il lungo corridoio che immetteva all’appartamento degli albanesi e pigiò col dito sul campanello producendo un suono continuo. Li sentì sbraitare, anche se Enza non parlava l’albanese capì che i due stavano inveendo contro chi stava dietro la loro porta. Dopo un precipitoso rotolare di passi si spalancò il battente e la faccia magra di uno dei due si affacciò con un’aria interrogativa.
"Voi due a casa mia. Vi aspetto a casa mia. Voi due. Ma tra cinque minuti. Mio marito va via. Vi aspetto, voi due, capito?"
"Capito." Fece laconico il ragazzo, con un ghigno che non lasciava dubbi sulle sue intenzioni. Enza, così, attraversò nuovamente il corridoio, in direzione opposta. Si sentiva gratificata da quel ghigno, un po’ perché aveva visto negli occhi dell’albanese la sua femminilità resuscitata, anche se con modi così rozzi; un po’ perché adesso era chiaro che il suo piano stava per realizzarsi…
Bussò ripetutamente alla porta della signora Mussunitti. Quando se la ritrovò davanti gridò, strappandosi i capelli dalla testa: "signora, presto, mi aiuti: Vito sta male, mi aiuti!" La signora le chiese:
"Che ha?"
"Venga", rispose Enza ancora più accalorata, "mi aiuti a rialzarlo da terra."
"Chiamo il 118?" E stava per ritornare dentro.
"No no, prima mi aiuti a tirarlo su. La prego." La signora Mussunitti si lasciò convincere e la seguì con la stessa apprensione. Enza sapeva che aveva poco tempo a disposizione, così lasciò il marito e la signora Mussunitti a guardarsi l’uno con l’altra, stravolti, non capivano cosa stesse succedendo, e dopo aver afferrato il fucile da caccia che il marito teneva nello sgabuzzino fece la sua comparsa brandendolo minacciosa.
"Adesso la finirete con le vostre porcate." Urlò, gli occhi strabuzzati, la voce feroce. Il marito e la signora Mussunitti si guardarono ancora sconvolti. Ma non parlavano. Questo costituì per Enza la prova finale: sparò, due volte.
Dalla porta aperta facevano capolino i due albanesi, che non credevano ai loro occhi. Enza dopo aver consegnato il fucile a uno dei due, il quale, colto di sorpresa, lo aveva afferrato senza capire, era uscita sul pianerottolo e gridava: "aiuto, gli albanesi, m’ammazzano, aiuto!"


Nicolò La Rocca
E' nato il 29 aprile 1970 a Partanna (TP).

Attualmente collabora con le riviste "L’indice dei libri del mase" e "Pseudolo". Ha vinto il premio letterario "Abracadabra 2000" sezione racconti e il premio Orme Gialle 2003, con il racconto "E io tra di voi".

Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20, realizzata con i Patrocini e i contributi del Settore Giovani del Comune di Milano e del Consorzio Nazionale COMIECO; con i Patrocini del Comune di Napoli e dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma.
In collaborazione con ATM S.p.A., Metronapoli S.p.A. e Gas S.p.A.

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