Christian De Guglielmo
Ero uno sfregio alla vita degli angeli
genere
Racconto realista
1
racconto da 9 fermate
Prefazione
di Raul Montanari
Come tutti sanno, ci sono due tipi di autori di romanzi e racconti. Ce nè uninfinità, voglio dire; ma riducibili, grosso modo, a due categorie. I narratori, il cui scopo e piacere è anzitutto quello di raccontare una storia (li riconosci perché leggi i loro testi piuttosto in fretta, con la voglia di vedere come andrà a finire); e gli scrittori, che usano una storia e i suoi personaggi quasi come pretesti per far vivere una lingua, un mondo (li leggi lentamente, assapori ogni parola). Forse perché come autore appartengo alla prima categoria, come lettore adoro la seconda.
Christian De Guglielmo ha scritto un racconto di potenza faulkneriana.
La storia non cè proprio, dovunque la si cerchi. Cè un protagonista che prende un autobus, la mattina presto, per andare dove lo aspetta un certo Victor, con il quale si guadagna da vivere facendo un lavoro imprecisato e probabilmente losco. A casa rimangono il padre e la madre, figura gigantesca e quasi terrificante. Sullautobus sale ogni mattina una marea di relitti umani, fra i quali spiccano lautista, scemo e ridacchiante, e una bella mulatta poco vestita, che si sdraia sui posti in fondo e si addormenta. Lei ha finito il suo lavoro, gli altri devono cominciare. Lautista ingrana finalmente la marcia, lautobus va, si svuota a poco a poco. Ecco laggiù Victor: per il protagonista è il momento di scendere. Il racconto è finito.
Questo mondo sul punto di sprofondare, filtrato attraverso lo sguardo assonnato e quasi delirante del protagonista, è immerso in una lingua pastosa, aggrovigliata. Le metafore si susseguono, la pagina è ricca, debordante, senza che faccia capolino nessun compiacimento dellautore nellascoltare la sua stessa voce. Quello che resta nella memoria, alla fine, è un universo di magico realismo, pieno di odori e umori, in cui solo langoscia quasi messianica del protagonista, la sua incapacità di non farsi carico del peso delle sofferenze altrui, fa scintillare unipotesi di riscatto, di possibile redenzione.
Tirai avanti qualche altro giorno appresso a Victor. Era uno strazio e una condanna e proprio una croce che non vi dico ma combinato comero combinato non potevo far altro che stargli dietro. Non avevo scelta. Ero finito in un vicolo cieco. Proprio dimenticato. Manco i cani mi sentivano piangere ormai. Ero solo polvere. Polvere e lacrime. Ad avercela la scelta me la sarei svignata in quattro e quattrotto, cera mica bisogno di dirlo. Chi ci aveva voglia di fare il facchino? Io non ce lavevo sicuro ma cera che al momento ero in trappola, senza prospettiva, chiuso tra due fuochi alti così, spacciato e proprio a un passo dalluscir di senno, che non potevo far altro che starmene zitto e buono lì dovero. Quello di mia madre di fuoco era tutta una vampata e aveva le fiamme più alte e minacciose che avessi mai visto. Ardeva e ardeva dal giorno chero venuto al mondo e ormai pareva aver affumicato tutto quello che ci avevo intorno, il cielo, le donne, gli alberi, le cornacchie, tanto che non sapevo neanchio quello che ci era rimasto che non sapeva di fumo lì in mezzo. Era tutta una fuliggine per la miseria, chi ci vedeva più niente. Ma lei era una specie di carbonara e se ne infischiava di quello che ci vedevo o non ci vedevo e continuava lo stesso a buttarci ciocchi e sterpaglie e a caricare carbonella e a prendersene cura che non ci avevo più la forza di dirle a. Victor era laltro fuoco che mi punzecchiava la pelle coi suoi lapilli scorbutici e i suoi lavoracci da povero cristo da così poco tempo che il solo pensiero mirritava la pelle e il sangue e mi faceva venir voglia di grattarmi via tutto quel calore di dosso con una gran zampata. Ma di lui, ecco, non mi premeva più di tanto. Voglio dire, il suo di focherello lavrei potuto spegnere con un soffio quando mi pareva. Era innocuo, si controllava con uno starnuto. Ma cera che io non lo spegnevo ancora e intanto quello di mia madre divampava e sfumacchiava che era una bellezza e, gira che ti rigira, come mi muovevo rischiavo ogni volta di rimediarci unustione e così io cercavo di muovermi il meno possibile. Tutto considerato era meglio mettersi comodi e aspettare che cambiasse il vento e io insomma mi ci ero messo comodo. Anzi, cera che mi ci ero messo al punto che non mi muovevo affatto. Ero un pezzo di sale e un pezzo di legno.
Ero rigido, salato e tutto quanto e volevo proprio vedere cosa sarebbe successo a non muovere manco più un dito.
Così pur di allungare la brodaglia calda nella quale sguazzavo giorno dopo giorno mi consegnai ai carnefici del tempo aspettando che quelle fiamme scemassero. Io lamavo quella brodaglia. Era la mia vita quella brodaglia. Ma non era facile quella vita. Non era quasi più vita. Io non la chiamavo più così da un pezzo. E sì, mi svegliavo rotto, coi reni spezzati e lo stomaco sottosopra. Mi svegliavo col pensiero fisso di tornare a dormire come tutti i cristiani di questa terra un giorno o laltro e poi mi ficcavo in bagno e prendevo lo specchio e mi sbarbavo con leleganza di un macellaio che affetta carne di vitella sotto a una proboscide di luce al neon e mi sciacquavo il viso che era ormai tutto un rivolo e il risultato era una vera mattanza. Tagli vari, pelle sgranata e Dio solo sa quanto del solito vecchio sangue denso versato sulla lametta, che scendeva nervoso, senza intoppi dalle cartilagini dellorecchio al gonfiore del pomo. Poi mi vestivo in fretta e furia senza badare ad altro che al mio respiro triste, mi asciugavo il viso sulle maniche e i polsini e quando mi accorgevo che albeggiava appena uscivo di casa di soppiatto, col palato che frignava scottato dal caffè bollente e gli occhi che tribolavano avvinghiati alle ciglia pur di lasciarsi aperto almeno uno spiraglio sul giorno.
Mia madre era un vero mastino a quellora. Un fuoco minaccioso e un mastino allucinante. Non si capiva bene che incrocio era ma più o meno era questo. Ogni mattina era la stessa storia. Aspettava di sentire le chiavi girare nella toppa poi drizzava le orecchie e si catapultava giù dal letto. Avevo solo il tempo di voltarmi e di metterla a fuoco dalla soglia che ce lavevo addosso come unombra cinese che mi rincorreva fino alla porta chiamando il mio nome disperata, ciabattando mezzassonnata per il corridoio e tentando di acciuffarmi per ripetermi nella sua lingua di madre ancora una volta quanta luce avevo riportato in quella casa spenta dagli spiriti con quel lavoro. Io cercavo disperatamente di sfuggirle ma era una corsa tremenda. Da togliere quasi il respiro e a toglierlo me lo toglieva in effetti ma in qualche modo ce la facevo sempre a rifugiarmi dietro luscio e a scampare a quellabbraccio. Facevo sempre a tempo. La seminavo sul pianerottolo mettendomi al sicuro per le scale e poi mi precipitavo allimpicchiata giù per le rampe rischiando losso del collo più o meno ogni due, tre gradini, quel tanto che bastava per non restarci secco sul posto. Così lei doveva aspettare che rientrassi la sera per rintracciarmi sul viso quelle promesse fatte al sole e per ringraziare uno ad uno tutti i santi del paradiso per quella nuova opportunità data alla mia giovane avventatezza. E la sera arrivava puntuale e le ombre diventavano maledettamente precipitose e correvano da tutte le parti come per nascondersi alla verità dei lampioni e si allungavano a dismisura nei cuori come tanti sguardi dai grattacieli e fuggivano acrobatiche sotto ai tetti come rondini crucciate da una falsa primavera. Arrivava, eccome se arrivava ma io non facevo altro che menarmela in giro tardando ancora di qualche minuto il mio ritorno a casa e mentre lorologio faceva la sua corsa sulla notte incombente e mio padre sbadigliava contro il suo piatto sulla tavola, io me ne restavo a penzolare nei bar davanti al mio bicchierino luccicante e al mio grasso spuntino e quando prendevo il coraggio a due mani e cominciavo a pensare a rincasare era sempre troppo tardi. A quel punto mio padre sera già preparato da un pezzo a dormire il suo sonno giusto accanto a mia madre e nella casa tutto era stato messo a tacere e si erano spente le luci e nessuno dei due aveva più mosso un dito. Così quando ci rimettevo piede cera solo uno strano silenzio polveroso ad aspettarmi e io non volevo altro che quello e mi spogliavo lentamente e cercavo il letto alla cieca e mi ci stravaccavo sopra e prendevo a rigirarmi come arrostito mentre la testa mi girava dispettosa e sottovuoto. Poi appena mi si fermava un attimo e il sonno mi strizzava locchio pigro e vedevo la donnina farsi vogliosa e ammiccarmi dalla serratura dei miei sogni chiedendomi di insaponargli la bella schiena lucida nella vasca, mia madre salzava come seguendo un rintocco lontano. Controllava le chiavi nella toppa, le scarpe accanto al lavandino e prendeva il vestito sgualcito dalla sedia in cucina dove lavevo appoggiato per stirarne la piega col palmo aperto sulla stoffa e si riaffacciava per riprendersi quello che era nel suo pieno diritto di madre: il mio respiro.
"Gli serve un vestito nuovo!", la sentivo dire mentre lo spazzolava con cura. "Se lo sta consumando addosso, povero caro! Guarda qui che si è fatto per seguire quei disgraziati, per far rigare dritti quei caproni! Ma è il suo lavoro che altro possiamo farci? E il suo lavoro!"
Le pugnalate si sprecavano. Dritte nel cuore. Fino al manico. Mi giravo e mi rigiravo nel letto ma mi rincorrevano lo stesso velenose e puntuali prendendomi alle spalle, nella carne. Abbracciavo il cuscino, lo addentavo, lo stropicciavo cercandone dentro la leggerezza delle piume. Ma non cera niente da fare. Non si scampava. Povera donna, credeva seguissi dei lavori in un cantiere, che fossi un qualcosa mentre io non ero assolutamente niente.Non se lo immaginava nemmeno che razza di farabutto ero. Non me lo immaginavo neanchio finché non mi fermavo a pensarci un attimo. Allora mi rintanavo sotto le coperte. Scomparivo come uno sbadiglio. Cercavo un angolo tra le lenzuola dove riparare la mia anima guasta da quel diluvio di rimorsi. Ma niente, non finiva certo lì. Non cera riparo a tutto questo. E lei ostinata tirava dentro pure mio padre e lo svegliava e lo tirava giù dal letto e si affacciavano tutti e due abbracciati sulla soglia per vedermi dormire orgogliosi del respiro che mi gonfiava il petto attraversandomi la pelle come un animale selvaggio. Ero vivo ma volevo essere morto. Sì, più morto di qualsiasi cadavere in circolazione. Più morto che non si poteva. Era troppo per il cuore di chiunque. Eppure io tenevo duro. Ero formidabile. Non ci avevo un cuore io. Ero uno sfregio alla vita degli angeli. Ecco cosero e mi tappavo le orecchie e pensavo a un fottio di stramberie e ai fiori marci dei poeti e alle donne sconce che li coglievano in ginocchio e al profumo di quei seni e alle arance meccaniche e alle baraonde dei sette mari e alla fine chissà come riuscivo a crollare incosciente nel mio guscio, dormendo un sonno senza sogni, peregrinando tra i rimasugli di quellultima vigliaccata come un ingenuo trovatello sul letto asciutto di un fiumiciattolo. E tutto si rimarginava e tutto si disinfettava e io non sapevo più a che cosa credere.
Lindomani non si accorgevano mica che uscivo coi lupi. Oddio, se ne accorgevano magari quando li sentivano ululare alla luna. Ma era ancora buio, con quello strascico vergognoso di luce che veniva fuori dal sole nascente e già moribondo che non era affar loro se ululassero o meno alla carne attaccata alle mie ossa viziate. Non ci pensavano proprio che io, il sangue del loro sangue, ero già stato scalzato per strada e che potevo tranquillamente esserci capitato nel mezzo di quelle fauci, altrimenti qualcosa avrebbero fatto e invece non facevano mai niente. Ma grazie al cielo di lupi non se ne vedevano mai ed erano solo cani quelli che si sentivano aggirarsi randagi per le strade e comunque io dovevo prendere la prima corsa degli autobus e cani o meno non potevo far altro che arrischiarmi per i marciapiedi umidi se volevo salirci sopra in tempo. Lautobus mi aspettava alle 5:30 alla fermata del capolinea, col suo puzzo di scarico, i suoi sedili scheggiati e il suo contorno di disperazione. il vetro dei finestrini si teneva stretto tutta la brina del deposito e il popolo della polvere mi accerchiava subito come se fossi un fuggiasco. Occhi grandi e arrossati, volti scavati, capelli sporchi e orecchie sorde. Uno spettacolo incoraggiante. Sembrava ti volessero mangiare vivo. Un pezzo alla volta. Senza assaporarti nemmeno. Sputando semplicemente quello che volevano risputare. Io ci vedevo tutto un misto di disgrazie. Anime morte e cuori costipati, poveri strozzati e gravidanze interrotte. Questo ci vedevo io ma ognuno ci vedeva quel che gli pareva e una volta visto quel che ci voleva vedere, passava oltre quel fronte sguarnito di spaventapasseri e si accomodava al suo posto pronto a sorbirsene altri col trascorrere del tempo. Così cera chi a un angolo stava peggio della peste, chi se lera spassata come un depravato con il busto di un manichino e chi usciva malconcio da una nottata balorda solo per trovare nel giorno altre batoste. Ceravamo tutti, noi sopravvissuti che ci inchinavamo allalba timida come tanti fenicotteri atterriti dal rumore dei nostri corpi, che ascoltavamo suonare a vuoto le campane, che non facevamo che contare in giro quanti altri morti di fame ci dividevano dallabisso. Ceravamo tutti seduti composti come marionette smontate, mancava solo lautista. Lui non cera mai.
Lautista era un gonzo dai capelli tinti di mogano acceso e dai baffi brizzolati che gli coprivano le labbra sottili come le stanghette di un topo. Tutte le mattine era la stessa storia. Quando il crocchio iniziava a chiedersi dove diavolo fosse finito sbavando sulle lancette stanche degli orologi, lui spuntava tutto trafelato da dietro il tronco storto e rugoso di un albero di acacia, che si riallacciava la cintura dei pantaloni e si tirava su una cerniera sgangherata fino alla borchia, gongolando tutto nella sua divisa dei trasporti. Arrivava e sorrideva beato a tutti sfilando sotto ai finestrini coi suoi baffi spessi e i suoi occhi pieni, passandosi le mani tra i capelli scompigliati nel tentativo di ripristinare da un lato del cranio la piega persa. Quindi saliva a bordo dellautobus sbarellando sulla predellina col ritardo che gli colava freddo a gocce sulla fronte, si accomodava al volante, controllava lorario sulla tabella, ci scriveva accanto il suo e mettendo in moto guardava lo specchietto salutando tutti sornione senza alzare gli occhi dalla spalla.
"Vogliamo andare, allora? Vediamo un po
Ci siamo tutti? Volete che vi conti? Non vi conto? Va bene, come volete! come volete!"
Nessuno rispondeva. Nessuno respirava. Eravamo distrutti dal sonno e dallangoscia che non avevamo proprio fantasia di rispondere. Solo pochi di noi avevano aperto bocca per dar fiato alla voce rotta una volta svegli. Il giorno era nato e già minacciava di morire. Era già difficile digerire questo che non avevamo proprio nessuna fantasia di starlo a sentire. Volevamo solo che facesse muovere quel baraccone. E poi che il sole ci morisse addosso. Volevamo il funerale del sole. Che male cera? Lindomani sarebbe risorto comunque e sarebbe stato di certo più giovane e clemente di questo. Tanto valeva farlo morire allora. Quella non era giornata. Non era mai giornata per far vivere il sole.
"Ma che diavolo avete? Dovete svegliarvi! Dovete reagire! Forza, vi passerà! Vedrete se non vi passerà! Ve la faranno passare loro, lì fuori!"
Ma ancora non si decideva a ingranare la marcia e a partire e il borbottio continuava. Tutti se la prendevano con se stessi, con le loro vite, con le loro scelte. Nessuno che se la prendesse con lautista. Era unautentica disfatta. Ma due minuti dopo tutti avevano già dimenticato e vedevi queste teste misere e impagliate voltarsi una appresso laltra e seguire tra le ciglia curve spiaccicate contro i finestrini, una mulatta giovane e sboccata sbucare dallo stesso tronco storto e rugoso dal quale era sbucato il gonzo al volante, coperta solo da pochi ricami di pizzo bianco, che sputava per terra frecce di saliva e raffiche di bestemmie. Era unapparizione e una scommessa e una vera maldicenza e appoggiata al palo della fermata come una iena spelacchiata, la solita vecchia che nella corsa confezionava sacchetti a velo di lavanda e che aspettava sempre quel corpo da meretrice prima di salire, le chiedeva puntualmente qualcosa che le era sfuggito scorrendo i passi delle sacre scritture che aveva divorato versetto per versetto nellattesa della sua scandalosa venuta.
"Guardati dentro!! Guarda il fuoco che ti sta bruciando dentro! Ma tu non hai paura del sasso e non hai paura della dannazione! E questo è male! E questa è la tua condanna!"
La mulatta rideva rumorosamente. Rideva coi suoi grossi denti bianchi e sputava ancora una volta proprio ai suoi piedi una saliva biancastra e oscena e la superava con tutto il disprezzo che le permetteva la faccia stravolta. Non capiva un accidente di quel che la vecchia farfugliava. Le voltava le spalle e saliva scomposta sui tacchi e le gambe sode e lucide e si sdraiava sulla fila degli ultimi posti, prendendoli tutti col suo corpo lungo per restarci sopra fino allaltro capolinea. Poi si metteva la borsetta dietro la testa e si addormentava in un momento dimenticando il bruciore dei suoi pensieri e della sua dannazione. La sua corsa finiva lì. La vecchia invece saliva un istante dopo segnandosi la fronte e il petto prima di prendere posto. La sua missione risprofondava tragicamente nella lavanda.
Io la mulatta me la guardavo finché potevo poi il collo mi tirava e mi giravo di scatto. Ogni tanto la sentivo tirare su col naso e raschiarsi la gola e sputare nel fazzoletto e guardavo lautista che se la sghignazzava da solo e mi giravo ancora a guardarla. Al pensiero di quello che aveva buttato giù per la gola, il pizzo che fasciava quella carne perdeva ogni interesse rimpiazzato solo dal trambusto dellautobus. La luce del giorno arrancava a venir fuori e le strade calpestate dal vuoto e dal silenzio non erano gran che rassicuranti viste dal finestrino che appannavo svogliato durante il tragitto ma era pur sempre meglio che prestare attenzione a tutti quei volti rovinati dalla vita, che erano troppi, che erano una vera tortura per locchio.
Ma prima di addormentarmi ciondolando la testa come una culla senza cardini, mi beccavo lo stesso tutte le tracce della loro disperazione. E più fuggivo quegli sguardi più loro mi davano la caccia fin dentro le orbite. Dovevo assolutamente sapere quanto soffrivano. Dovevo farmi carico della storia del loro dolore. Non potevo far finta di nulla. Non io che cero dentro quanto loro in quella confessione sussurrata allalba.
Dopo tre curve e qualche semaforo lampeggiante, ero già bello che fatto. Mi toccavano, mi pregavano, mi strappavano ai sogni e ai ricordi. Volevano il miracolo. Volevano la resurrezione. Ma io non avevo né luna né laltra da offrirgli. Avevo le mani vuote e nude e non potevo farci niente. Mi chiedevano troppo. Non ne ero allaltezza. Ero solo polvere e lacrimucce. E allora visto che non potevo nulla si divoravano lun laltro per accaparrarsi almeno la mia comprensione, per farmi sentire come gli scorreva nelle vene tutta la loro malinconica redenzione.
"Quel che devi fare è non dimenticare! Nessuno dovrebbe mai dimenticare!"
"Me lo ricorderò, signora. Glielo prometto"
"Lo so, ma non è abbastanza, lo capisci da te. Vedi, tutta la nostra memoria sta nei frutti della terra e noi dobbiamo farli nostri, tenerli nei nostri corpi"
"Sì, dobbiamo, infatti"
"Tieni con te quel sapore
Fallo tuo
Non dimenticarlo"
"Lo terrò sempre qui. Glielo giuro."
Lei però non mi credeva. Parlava come una sacerdotessa. Era solo quel che restava del delirio di una donna. Sorrideva con la bocca sguarnita. Sorrideva coi denti in bilico sulla lingua che schioccava contro il palato come un sonaglio rotto. Sorrideva e non si convinceva del languore del cielo e prendeva a frugare nelle buste piene di patate e cavoli e broccoli con la foga di unindiavolata. Le mani affondavano e scomparivano tra le bucce e poi risalivano stringendo un pomodoro rosso e lucido che scoppiava quasi dal suo stesso interno. Su quel pomodoro cera il mio nome scritto bello grosso. Non dovevo far altro che leggerlo e farlo mio. Non potevo far altro che divorarlo.
"Per non dimenticare, ragazzo! Per non dimenticare il sapore della terra!"
Me lo passava titubante e io lo alzavo come un calice e me lo mangiavo crudo, affondando i denti con lo stomaco piegato in due e stretto come un buco nella terra. Sentivo il caffè e i succhi gastrici sbrandati che laggredivano come belve feroci e insaziabili. I morsi affondavano nella buccia liscia e sottile e buttavano giù i semi e la polpa attraverso la gola fredda. Lo finivo in fretta, dolce e morente, che faceva acqua da tutte le parti sfregiate e mi alzavo per non rigettarlo proprio lì davanti ai suoi occhi e me la filavo e mi tenevo alle sbarre e mi trovavo un altro posto quando già era lì lì per tornarmi su con tutto il suo impasto acido e la sua buccia masticata. Mi spostavo lentamente, con lautobus che sfrecciava disincantato sulle gomme lisce, come se filasse su delle rotaie incandescenti mentre il resto del carosello a bordo si faceva sotto ai miei passi con la forza di cento monsoni.
Erano uomini strani e grotteschi e scivolavano di sedile in sedile tagliando le ombre fini e mansuete in fogli leggeri che si riempivano come per incanto delle loro anemiche illusioni che cercavano di vendermi come perle introvabili. Ma io li lasciavo sempre a bocca asciutta. Non compravo mai niente da loro. Chiacchiere, ortaggi, malocchio. Non cera verso dappiopparmi nulla. Tutto mi era indigesto e tutto mi faceva schifo e mi faceva orrore. Ma intanto loro si davano il cambio come una squadra affiatata di operai attorno al tornio. Non cera un momento per respirare. Cera il santone e luomo delle pulizie, il postino e il pastore, la guardia smontante e il filippino impazzito, lo spazzino innamorato e la donna colibrì, lo scrittore depresso e il prete camuffato
E tutti mi sfioravano appena, per un attimo, leggeri come ceppi di castagno e mi lasciavano sulla pelle spaventata un marchio duro a morire. Una parola e si allontanavano precipitosi. Una punzecchiata e via. Funzionava così. Era tanto per lasciare quel segno, per uccidere lindifferenza del giorno. Era tanto per uccidere un po anche me.
Più o meno ogni due minuti mi forzavo ad alzarmi e ad allontanarmi e a sedermi altrove. Al terzo o quarto spostamento, quando nellautobus non erano rimasti che pochi posti dove non mi ero ancora affacciato, me ne sceglievo uno ancora sul fondo, a una fila dalla mulatta e cadevo preda di un sonno antico e non sentivo più nulla a parte il mio cuore correre come una puledra impazzita contro un muro di fiamme e a quel punto mi sentivo non so come al sicuro. Nessuno che savvicinava, che mi stanava dalla buca dove mero rintanato. Ero di nuovo solo. Una meraviglia! In salvo, che sognavo i polli scorazzare tra il grano e i lombrichi saziarsi del grasso della terra. Li tenevo tutti alla larga con la pace del mio respiro. Mi abbracciavo i gomiti, mi raggomitolavo tutto e tiravo baci al buio e sferravo calci alla profondità dei sogni. Dovevo essere uno spettacolo solo a vedermi.
Restavo comunque in superficie, a un passo dalla veglia. Non si poteva mai dire. Non si era mai al sicuro lì dentro. Poteva succederti di tutto e quando tornavo alla realtà era sempre una boccata amara quella che prendevo a pieni polmoni ed erano sempre perversi e odiosi i suoni che riuscivo ad afferrare e gli odori sembravano sempre digeriti dal colon di un elefante per quanto erano forti e persistenti. Non cera mai il tocco dellincanto a bussarmi dolce sulla spalla formicolante e a chiedermi comè che si era sbizzarrita la puledra che avevo nel petto urlante e sbruciacchiata ma solo una strana concentrazione di assurdità.
"Stavolta lho vista! Non ci provare! Ti è volata nella giacca! Lho vista con questi occhi, ti dico! Guarda, dai, controlla! Forza, vedrai che ho ragione! Tu pensa solo a farla uscire! Ti prego, voglio solo vederla! Poi ci penso io, te lo prometto! Una coccinella, ci crederesti? Nella tua giacca, proprio così!"
Mi svegliavo così, di soprassalto, col muso di un giovane barbone che puzzava di vodka e mi annusava la mascella in cerca di sgomento. Pretendeva di giocare con le zampette curiose di una coccinella ma io non ci avevo nessuna coccinella per farlo giocare e non ero mai pronto a spiegarglielo e mi facevo prendere dalla confusione e gli guardavo la faccia e gli guardavo le orecchie e gli occhi e gli sorridevo e gli cercavo il naso tra i peli della barba e glielo puntavo con le nocche e gli tiravo un pugno duro sul setto. E lui se lo prendeva pieno e dritto e restava di stucco come se non se lo aspettasse così veloce e vero e violento e poi il sangue gli usciva puntuale dalle narici viola e lui ci ragionava sopra e ci piagnucolava tenendolo sulle dita come una ragnatela e urlava a tutti quanto ero cattivo e quanto male gli avevo fatto e poi se la batteva piangendo i suoi globuli e le sue piastrine perse e la sua coccinella andata. Se ne prendeva uno quasi ogni mattina. Non ne poteva fare a meno. Era la sua medicina. Poi una volta che lo lasciavo lì a piagnucolare, mi stiracchiavo e mi controllavo le mani e mi alzavo senza guardarlo e a quel punto era sempre ora di scendere. Sapevo che Victor mi avrebbe aspettato appoggiato al suo furgone scalcinato sbadigliando tutta la sua vigliaccheria e grattandosi il culo a passo di valzer fino al limite dello scorticamento. Così mi facevo forza, prenotavo la mia fermata e aggiustando il fiocco rosso che mia madre mi aveva appuntato con uno spillo nella fodera della giacca mi apprestavo a sfuggire al malocchio come uno struzzo impaurito: ficcando la testa nella terra il cui sapore ancora gustavo nella gola.
Christian De Guglielmo
E' nato a Roma il 22 luglio 1974.
Ha pubblicato il racconto lungo "Prigionia di un giglio" e la raccolta di poesie "La Cospirazione tolta ai folli". Con il racconto "Come ti invade il Peloponneso su una vongola verace" è stato uno dei vincitori del concorso "I Porti Sepolti". Diverse poesie sono apparse allinterno di antologie.
Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dellAssociazione Laboratorio E-20, realizzata con i Patrocini e i contributi del Settore Giovani del Comune di Milano e del Consorzio Nazionale COMIECO; con i Patrocini del Comune di Napoli e dellAssessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma.
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