Elisabetta Bocchino
Fedeli alla Raffa!
genere
Grottesco Sentimentale
1
racconto da 12 fermate
Prefazione
di Andrea G. Pinketts
Sono manicheo e di manica larga. Ci tengo un intero mazzo di carte composto unicamente da assi. Il che mi facilita quando devo riconoscere un astro nascente, un asso nascente in qualsiasi campo. Li individuo al volo perché se non li conosco come le mie tasche di sicuro li conosco come le mie maniche. Cè sempre il trucco (il trucco del mestierante o del neofita) ma raramente è accompagnato da quella che Stephen King, il più grande scrittore americano per bambinoni dopo Mark Twain, chiama la "luccicanza".
Ecco "Fedeli alla Raffa!" è un racconto che possiede lo shining: il dono. Un dono difficle da gestire, quasi una maledizione. La capacità di descrivere un rapace come un colombo, Cavalier Colombo in questo caso, rendendoci empatici nei confronti di un gran filibustiere obeso alla resa dei conti con una tangentopoli personale e quindi privata, senza privarci dell adorazione, condivisa per Raffaella Pelloni, come il Passator Cortese, Icona Trash. Che da ragazzini ci ha fatto scoprire lombelico del mondo rendendoci giovanotti. Come Jovanotti. Elisabetta Bocchino è una grappa di mango, ma senza ruta, nel senso di Maria Teresa, ma come Maria Teresa santificabile a futura memoria nel segno di unimprobabile comica, amarognola amicizia virile. Il rapporto tra il padrone e loperaio (lultimo vero film di Renato Pozzetto) non ha gli afflati di un canto di natale dickensiano, ma ci è servito come un flute, teneramente cinico, senza sconti da happy hour, nello stesso trani a gogò della vita in cui Giorgio Gaber ha composto "Barbera e Champagne".
Fallimento, fallimento, nella testa del Cav. Colombo risuonava soltanto quella terribile parola. Come tutte le mattine da trentanni si stava recando in macchina, un BMW 760 nuovo di zecca, alla sua amata fabbrichetta, la TUBA TUBA, il suo amore, la sua gioia, la sua vita. In realtà non si chiamava proprio così. Quello era il nomignolo affettuoso che usava lui, in onore alla celebre canzonetta di Raffaella Carrà, sua seconda grande passione.
In quella fabbrica ci aveva buttato lanima lui, partito dal basso come operaio alla catena. Ed era riuscito a costruire il suo piccolo impero, grazie a fatica, sudore, appoggi politici, mazzette, tangenti, collusioni mafiose. Perché quando da giovane si era ritrovato a capo dellaziendina del padre di sua moglie, la Marisa, aveva capito subito che per tirare avanti bisognava accettare dei compromessi. Allinizio era stata dura, poi ci aveva fatto labitudine e adesso gli sembrava tutto normale e accettabile. Aveva tirato su la TUBA TUBA come una figlia, laveva difesa da controlli fiscali e sanitari. E gli era sempre andata bene, le numerose infrazioni al codice civile e penale che aveva commesso in trentanni di onorata carriera non erano mai venute fuori. Poi di colpo era cambiata la giunta e tac, si era ritrovato col sedere per terra.
Non era esattamente un imprenditore illuminato, uno di quelli che conoscono gli operai per nome. Non conosceva nemmeno i suoi figli per nome. A parte che quei pelandroni dei figli mica avevano dei nomi normali. Figurarsi, li aveva scelti la Marisa, così adesso si ritrovava per casa Emanuele Filiberto, Carlo Amedeo, Ubaldo Maria... con quei nomi lì naturale che fossero diventati dei rammolliti. Se avessero lasciato fare a lui sarebbero venuti fuori, magari non proprio degli Ambrogi, ma dei Gustavi, degli Augusti, degli Armandi, dei Fernandi... gente seria e fieramente lombarda. E a 18 anni tutti a sgobbare in ditta, altro che master alla Bocconi in buisness administration, o, peggio, lAccademia delle Belle Arti! La fabbrica, la fabbrica e la Raffa erano le uniche persone che non lavevano mai deluso. Grazie a loro adesso era un grosso imprenditore, grosso in tutti i sensi perché in anni di benessere era diventato spropositatamente grasso, corredato di un gran faccione, una maestosa pappagorgia, manone e piedoni degne di un gigante.
Colombo aveva un po le sue idee sulla conduzione della fabbrica. Alla TUBA TUBA niente era veramente a norma, a partire dalla sicurezza. Ma anche lui era stato operaio, mica lavorava coi guantini e il caschetto da giovane. E che adesso erano diventati tutti dei fighetta, e avevano delle pretese. Quello però era il meno, la vera tragedia erano stati i controlli per la legge sulle pari opportunità. Pare, così gli aveva raccontato un caro conoscente del ministero che in ogni fabbrica dovessero essere assunti un tot di personaggi delle così dette "fasce protette". Quindi da lui avrebbero dovuto lavorare o otto donne o sei stranieri o almeno un invalido del lavoro, mentre nella sua fabbrica non cera nessuno di quei signori; donne non ne aveva mai volute, a parte un paio che più che brave a lavorare avevano un bel sedere, gli stranieri non gli erano mai piaciuti e i disabili, boh! Non ci aveva mai pensato. E ora era successo il patatrac e non cera più niente da fare. Alle 8 in punto sarebbero arrivati gli ispettori per lultimo controllo, gli avrebbero imposto di pagare una multa salatissima, la sua azienda sarebbe fallita e lavrebbe rilevata lodiatissima INTUBI, azienda concorrente e dirimpettaia che Colombo aveva cercato di boicottare con tutte le sue forze. Non aveva più speranze, al massimo per le 8,30 avrebbe dichiarato fallimento, dopo di che sarebbe andato a buttarsi nella Martesana con tutto il macchinone, che a quella svampita di sua moglie mica lo voleva lasciare.
"Scoppia, scoppia, scoppia scoppia mi scoppia il cuor".
Certo che morire significava privarsi per sempre della dolce musica della Raffa, ma no, no, se Dio era un signore, la Raffa la ascoltava anche Lui su in Paradiso. Detto questo alzò il volume perché nel frattempo era arrivata la sua canzone preferita.
"La mia vita è una roulette e i numeri tu li sai. Il mio corpo è una moquette dove tu ti addormenterai...Tanti auguri.." e sul Tanti Auguri si preparò a fare la mossa, il colpo di chioma alla Raffa, che aveva imparato alla perfezione in tanti anni di visione solitaria delle registrazioni di "Canzonissima".
La macchina entrò in piazzale Maciachini e proprio in quel momento, loperaio Giovanni Viganò stava attraversando la strada percorsa dal padronale BMW, per andare a prendere lautobus. Quella mattina però era più lento del solito, la gamba sifola gli dava fastidio e poi al lavoro lo attendeva una lettera di licenziamento.
Forse per colpa della scarsa agilità delloperaio o della musica troppo alta, il colpo di chioma del Colombo venne interrotto non dal consueto rullo di tamburo, ma da un fragoroso boato.
La macchina, che per fortuna andava piano, andò a urtare contro qualcosa e il Colombo vide con orrore due piedi storti sparire sotto il parafango. Il cavaliere imprecò e scese dalla macchina per valutare i danni. Certo che le disgrazie non vengono mai da sole! Ci mancava solo quella. Nella stessa mattina rischiava di ritrovarsi fallito e omicida.
Per terra davanti alauto cera un omino smilzo con la testa grossa e un gran nasone. Non era rimasto schiacciato e macchie di sangue non se ne vedevano. Meglio. Non sembrava proprio morto, un pochino si muoveva. Ma anche quel Cristo lì, ma come aveva fatto a non vedere il BMW? Il Colombo si chinò e avvicinò lorecchio al viso delluomo per sentirne il respiro. Sì, sì, respirava e la sera prima aveva anche mangiato pesante. Emetteva un suono debole, debole un ohiohiohi. Il cavaliere si guardò intorno. Poteva lasciare quel tizio lì sulla strada e scappare. Un po di gente cera in giro, ma chi faceva caso al giorno doggi a quelle cose? Non aveva finito di pensare che già la sua mano era sulla maniglia della portiera.
"Madre santissima che è successo!"
Una voce indistinta da un balcone indefinibile.
"Eh? Niente siura, un ubriaco."
Accidenti, non si poteva mai star tranquilli. Ma da dove spuntava quella? Adesso non poteva più scappare, quellimpicciona laveva visto. Doveva caricarselo in macchina. Se, Dio non voglia, fosse morto lavrebbe mollato in una scarpata, se no poteva scaricarlo di nascosto davanti a un Pronto Soccorso.
"Chiamo lautoambulanza?"
"No, macché siura, ora me lo carico in macchina, vede che si riprende subito".
Quel gran pezzo duomo del Colombo infilò le sue manone sotto le ascelline della vittima, costatando che il deodorante doveva essere di marca scadente. Vicini, lomino e lomone sembravano lo Staglio e lOglio.
"Aspetti che le mando mio marito che laiuta."
"No, non si disturbi, faccio da solo. Su, faccia vedere alla signora che urla dal quarto piano che si riprende su da bravo, venga in macchina."
"Ohiohiohio".
"Tommaso vedi che cè stato un incidente!"
"Signora non si disturbi per favore. E lei si riprenda che adesso andiamo in ospedale"
"Eh..."
"Ha capito andiamo in ospedale."
Ospedale? Il Viganò spalancò gli occhi.
"No lospedale no, lospedale no!" disse riprendendosi improvvisamente e staccandosi dalle braccia di Colombo...
"Ah, beh lo dicevo per lei, ma sta bene?"
"Sì, sì, ma non mi porti allospedale."
"Scusi sa, ma era lì mezzo morto, però io non insisto eh, se non ci vuole andare..."
Il Colombo era un po stupito. Perché quel tipo bianco come un cadavere non voleva andare in ospedale? Sarà stato di qualche religione strana. Non sapeva che Viganò aveva con sé una vecchia pistola di uno zio partigiano. Aveva una missione da compiere quella mattina. Dopo anni di soprusi voleva uccidere il padrone. Perché il vigano era quel tipo duomo che in anni di fabbrica aveva ingoiato qualsiasi cosa per senso del dovere e adesso che il dovere veniva meno, si sentiva tradito. Proprio nel giorno del licenziamento, voleva salire sullinaccessibile ascensore padronale, scendere al terzo piano, scavalcare la segretaria (che si diceva bellissima), guardare dritto in faccia quel padrone cattivo, tirar fuori la pistola e sparargli. O spararsi. O fargli un po paura e basta. Però dirgli chiaro, chiaro che non si tratta così la gente.
"Allora tanto piacere di averla conosciuta."disse il Colombo che ormai sicuro di farla franca voleva solo andarsene in fretta.
"Ma cosa fa, mi lascia qua! Adesso ho anche perso lautobus! Sia gentile implorò Viganò con la voce già un po lacrimevole mi dia un passaggio su questa bella macchina."
"Ah no, non se ne parla neanche! Guardi mi ha già fatto perdere troppo tempo."
"Ma non vado tanto lontano."
"Sì però io ho fretta."
"Ah, ah, la milza."
"Cosè che ha adesso?"
"Ma non lo so, ho male, ho male ohiohioohio..."
"Ehi, cosa succede? Chiamo lambulanza?"
Di nuovo la rompiscatole. Quella era capace di chiamare anche la polizia e di far perdere un sacco di tempo.
"No, signora, adesso andiamo via. Lei salga in macchina . Dovè che deve andare ?"
"A Varedo."
"Ma poteva dirlo anche subito, vado nella stessa direzione! Su avanti".
Il contatto con lalkantara dei sedili, la radica delle rifiniture, il climatizzatore, sortirono sulle condizioni generali di Viganò un effetto terapeutico immediato. Dopo un minuto era di nuovo arzillo e, di nascosto, cercava di toccare tutto.
"Bella questa macchina, ma ha tutto, freni, frecce?"
"Sì. Stia fermo per favore."
"Scusi."
Viganò non si era fatto niente di grave, era stato solo lo shock dellincidente a tramortirlo. In realtà la macchina non laveva neanche sfiorato. Il botto era stato provocato da un sasso tirato su dallasfalto. Come aveva visto il muso del BMW avvicinarsi, loperaio era andato giù come un sacco per lo spavento e aveva battuto la testa.
"Insomma, lha scampata bella, eh? Ma come ha fatto a non vedermi che arrivavo, andavo pianissimo?"
Eh già, come. Il Viganò iniziò a scusarsi e mentre si scusava gli venivano gli occhi lucidi e gli gocciolava il naso. Perché era da tanto tempo che si portava un fardello dentro, un fardello di cui non aveva mai parlato a nessuno. E adesso, dopo lo spavento dellincidente, in compagnia di quel grosso sconosciuto aveva bisogno di parlare. Gli raccontò tutti suoi drammi: era un poveretto lui, un poveretto che aveva avuto una vita mica facile. Anche camminare era un problema, con la gamba messa così male. Ci vedeva poco e ci sentiva peggio. Perché la fabbrica consuma e lui in fabbrica ci aveva passato la vita. E adesso lo ripagavano con un bel calcio nel sedere. Lo lasciavano a casa, a lui! E giù una poderosa soffiata di naso. Era dura da mandar giù, più che altro per sua moglie, la Gina. Non sapeva proprio come dirglielo. Non le aveva dato altro che dispiaceri. Lei era proprio una brava donna. Lui la amava come il primo giorno, non tantissimo, ma in modo costante. Anni prima, quando aveva avuto linfortunio sul lavoro, perché quella gamba lì era un regalo della fabbrica, lei non lo aveva lasciato un attimo. La Gina glielaveva detto di farsi dare linvalidità. Le carte le aveva tutte in regola, ma per paura di essere cacciato non le aveva mai portate in fabbrica e continuava a fare il lavoro di due operai. Ma non era servito a niente. Doppia soffiata di naso.
Colombo in qualunque altro momento della vita avrebbe mandato a qual paese lomino e la sua manfrina, ma in quel delicato frangente le disgrazie altrui lo facevano stare un po meglio. Lo consolavano. Non era abituato a confrontarsi coi problemi degli altri e iniziò a commuoversi. Provò una sensazione sconosciuta. Lempatia. Così, finita la geremiade, Viganò stava decisamene meglio e Colombo... mah, si sentiva strano.
Loperaio sollevato dal suo fardello si fece un po di coraggio e chiese al cavaliere se era lui il proprietario di quella bella macchina da siuri. Per la prima volta in vita sua Colombo si vergognò della propria ricchezza e disse di no, che era un semplice autista in viaggio per andare a prendere una persona.
"E certo che bisognava averne da buttar via per metterli tutti in quella macchina. Ce nè dei pirla in giro."
"Eh, già!" disse Colombo divertito, prima di rendersi conto che il pirla era lui.
Il macchinone procedeva per lhinterland di Milano sfrecciando tra i complessi industriali e i centri commerciali, mentre al suo interno cresceva la confidenza tra lomino e lomone, che, per motivi diversi, non erano molto abituati a parlare di sé.
Erano nati tutti e due in cascina, quando Milano era diversa e si poteva fare ancora il bagno nel naviglio. Avevano sposato la fabbrica da giovani e avevano conosciuto presto i turni, il sugo che si mischia con la pasta nel tepore della schiscetta, il fischio delle sirene. Poi, per la verità, i punti di contatto erano finiti, perché Colombo, avendo sposato anche la figlia del padrone, era diventato quel bravo imprenditore che era, mentre Viganò era rimasto un povero operaio. Ora il cavaliere si interessava alla storia del Viganò, si era fatto raccontare per filo e per segno la dinamica dellincidente. Gli piaceva sentir parlare delle cose della fabbrica, dopo tanto tempo in cui, volontariamente, aveva cercato di dimenticarsene. Quante cose erano cambiate!
"Ma lei a Varedo, dovè che lavora adesso?"
Viganò era un po restio a fare nomi, aveva sempre intenzione di uccidere il padrone.
Si tenne sul generico:"In unazienda..."
"Sì, ma quale?"
"Tubi, fanno tubi, lì vicino al Mc Donalds"
Colombo non ebbe bisogno di sapere altro, aveva capito: era la INTUBI, lazienda nemica che combinava quelle schifezze alla gente. Era scandalizzato per la vita del povero Viganò, quella mezzoretta in macchina, e il rovescio finanziario a cui stava andando incontro, lo stavano trasformando nel paladino degli operai disabili.
"Io, se fossi un padrone, un operaio così lavrei tenuto ben da conto, che lei per me vale oro, oro, altro che catena, io a lei la farei caporeparto, macché, caposettore, anzi, capo del marketing. Gli operai disabili sono i più preziosi." E lo sapeva bene.
Il Viganò ascoltava serio e compreso nella parte, con quel suo sguardo lamentoso. Sul finire però qualcosa lo distrasse. Qualcosa aveva attirato la sua attenzione. Da sotto unagendona posta sul cruscotto aveva fatto capolino una figurina, una piccola foto rettangolare. Era il biondissimo santino di Raffaella Carrà
"Ma al suo padrone ci piace la Raffa?" - chiese di botto.
"No, no - ammise Colombo un po vergognoso - sono io, sono io che ho la passione." E poi - dopo aver notato il viso del Viganò illuminarsi tutto - "Perché, anche lei?" - chiese, con una fitta di gelosia che già gli bloccava la bocca dello stomaco.
"Sì, sì, anchio...però non lho mai detto a nessuno. Sa la gente non le capisce certe cose di sentimento, e poi pensavo che un poveretto come me non aveva neanche il diritto di pensarci a una come la Raffa."
Questa dichiarazione di inadeguatezza rabbonì immediatamente la gelosia del Colombo, che, conscio della propria superiorità economico-sociale, disse dolce come uno zucchero:
"Ma cosa dice? Guardi che la Raffaella mica fa caso a quelle cose lì, la Raffaella vuol bene a tutti. Senta, senta cosa le faccio sentire adesso, vediamo se la riconosce".
Al Viganò bastarono poche note, e poi con la sua vocetta rauca e stridula si immerse in un "Ah, ah a far lamore comincia tu..." mentre il Colombo seguì a ruota con "...se lui ti porta su un letto vuoto, il vuoto daglielo indietro a lui, fagli vedere che non è un gioco, fagli capire quello che vuoi."
Che ricordi, che palpiti, che ombelico! Il Colombo si sentiva proprio bene a parlare della Raffa con quellomino. Quella era vita, cantare le canzonette in macchina con un amico. Improvvisamente gli venne la malinconia. Perché si sentiva così? Certo quello era il giorno che avrebbe sancito la sua fine professionale, ma cera dellaltro. Sentiva come un vuoto, una nostalgia per qualcosa che non aveva mai vissuto. Che cosa era stata la sua vita fino ad allora? Lavoro, lavoro, lavoro e cassette di Raffa viste di nascosto in ufficio.
Il Viganò lo strappò da quegli infausti pensieri con una domanda a bruciapelo, lui che di solito non chiedeva cose così intime.
"E i capelli, cosa preferisce lei, il caschetto biondo o il carré sulla spalla?"
"Guardi, per me la Raffa sta bene con tutto, però il caschetto..."
"Sì, il caschetto...non lho mai dimenticato. Ho anche mandato la Gina dal parrucchiere."
"Anchio alla mia signora faccio fare il caschetto!" Esclamò Colombo, mentre tra sé e sé pensava che nonostante i 200 euro a botta spesi da Vergottini, la Marisa non gliela rimandavano a casa bella nemmeno la metà della Raffa.
"Invece, sa come lho chiamato il mio cagnetto? Pedro!" e il Colombo, cogliendo la palla al balzo, "Pedro, Pedro, Pedro, Pedro, Pè... praticamente il meglio di Santa Fé"
E così avviarono il loro amarcord di trenanni di canzonette raffaellesche. Se il Colombo proponeva un "Ballo, ballo fino allaurora" il Viganò rilanciava con un "Il brodo è tanto buono, ma se non ha il prezzemolo che sapore ha..." fino a scivolare felicemente verso un duetto per tenore e baritono del sublime Tuca tuca. "Mi piaci, piaci, pià" il tutto condito con mosse, mossette e colpi di chioma delle quali entrambi erano esecutori sopraffini.
Luscita 13 per Varedo li sorprese allultimo ritornello del Tuca-Tuca. Il viaggio era finito. Tra breve ognuno sarebbe tornato alla propria vita, al proprio fallimento. Allidea di salutare Viganò, il Colombo sentiva crescere quel vuoto che laveva sorpreso poco prima e che forse laccompagnava da trentanni. Ma non cera niente da fare. Uscì dalla Como Meda imboccò Corso Europa e si fermò davanti al cancello della INTUBI.
"Beh, allora buona giornata."
Il Colombo cercava qualcosa di significativo da dire al nuovo amico, ma il suo repertorio di convenevoli era piuttosto limitato e gli uscì di nuovo un "e tanto piacere di averla conosciuta", però sentito, con un tono del tutto diverso da quello che aveva usato poco prima.
Viganò lo guardò perplesso. "Ma io non lavoro, mica qui. Più avanti, nellazienda vicina."
Colombo non capì. Vicino alla INTUBI non cerano altre aziende, a parte la sua... Già, la sua! Non era possibile. Le sue preghiere erano state ascoltate. Viganò era un suo dipendente! Un dipendente disabile che poteva salvarlo dalla multa e dal fallimento.
Al colmo della gioia abbracciò loperaio e iniziò a baciarlo. Viganò si spaventò così tanto per quel raptus affettivo che quasi si buttò giù dalla macchina.
"Ma cosa fa, cosa fa, lè diventà mat?"
"No, no, mi perdoni non si spaventi, certo, lei non sa niente, non può avermi riconosciuto, sono anni che non metto piede giù alla sala macchina. Vede, io sono..."
Colombo si svelò: io sono il padrone della TUBA TUBA!
Viganò fece due occhi grossi come due fanali."
"Lè propi mat"
"Ma no, sono io, Colombo, cavalier Arturo."
"Alura lè un disgrasià! Chiel l è quel disgraziato che mi vuol mettere in mezzo a una strada!" - disse Viganò con il suo solito tono lacrimevole e la mano che già premeva il calcio del pistolone sotto il paltò.
"Mi perdoni, mi perdoni, io non la conoscevo, ma adesso non la licenzio più e sa perché, lo sa perché?"
"Perché ha visto che sono una brava persona?"
"Ma no! Perché grazie al cielo lei è zoppo!" E giù unaltra raffica di baci.
Colombo raccontò tutta la sua storia, dopo di che scoppiò a piangere, pronunciando tra i lacrimoni delle promesse: scampato il fallimento, sarebbe diventato un altro uomo, avrebbe curato di più la famiglia, i suoi operai, la religione e si sarebbe anche iscritto alla CGIL.
Viganò non era una persona dai facili entusiasmi, però si rendeva conto nella sua mestizia che quellincontro casuale poteva essere una vera fortuna.
Si misero daccordo, Viganò sarebbe andato giù alle macchine come tutti i giorni, mentre Colombo sarebbe salito su in ufficio per accogliere gli ispettori. Al momento giusto un impiegato avrebbe chiamato loperaio che forte dei documenti che si portava sempre in tasca e della propria evidente zoppia avrebbe smentito quei bugiardoni del ministero.
Tutto era organizzato, non restava che passare ai fatti. Ma, ah! di nuovo una fitta di vuoto nel grosso panzone del cavaliere. Animo, animo tutto sarebbe andato bene.
Scesero dalla machina e le loro vite si separarono. Colombo guardò la figurina delloperaio zoppicare verso lingresso secondario, mentre lui entrava dal maestoso ingresso padronale in vetro-cemento. Che freddo. Non si sentiva tanto bene. Cercava di farsi coraggio da solo pensando che il fallimento era lontano e tutto poteva tornare come prima. Come prima? Non gli sembrava più tanto attraente la sua vita precedente. Neanche la segretaria Luana, che gli veniva incontro con un fascio di carte. Per non parlare di quei due tirapiedi di Esposito e Catania che cercavano di ossequiarlo.
Così proprio non poteva andare. Il cavaliere sentiva il vuoto che dallo stomaco saliva su, su nella testa, fino a soffocarlo e a qual punto, non lui, ma il suo corpo, prese una decisione. Scartò la segretaria, diede una panzata ai due impiegati, inforcò la porta dellingresso padronale, uscì in cortile, scese giù dalle macchine, e, una volta lì urlò, con gran tremolio di pappagorgia: "Viganò!"
Il Viganò rispose sussurrando: "Colombo"
Tre ore dopo Colombo e Viganò erano in Romagna, a Bellaria, davanti a quella che sarebbe diventata la "Da Giovanni e Arturo, trattoria TUBA-TUBA."
Elisabetta Bocchino
E' nata ad Acqui Terme (Al) il 24 agosto 1971.
Dopo essersi laureata in Lettere Moderne con una tesi su "Le riviste satiriche dal 1970 ad oggi", è stata coordinatrice di produzione per Cinevideostudio, organizzatrice teatrale, attrice in fiction, cortometraggi, pubblicità e in teatro. Attualmente fa parte di diverse compagnie teatrali: Artquarium, Il Carro di Tespi, Compagnia Picciola, Teatro Libero Esperimenti.
Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dellAssociazione Laboratorio E-20, realizzata con i Patrocini e i contributi del Settore Giovani del Comune di Milano e del Consorzio Nazionale COMIECO; con i Patrocini del Comune di Napoli e dellAssessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma.
In collaborazione con ATM S.p.A., Metronapoli S.p.A. e Gas S.p.A.
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