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“Uomini sotto la superficie”

Poesie di
Gianni Trinca, Valerio Grutt, Marco Valsecchi, Michela Monferrini, Nemo

1 racconto da 1 fermata

Vedere l’altro volto delle cose, o meglio non solo il volto apparente, è sempre stato il segreto della poesia. E’ sempre stato, se così si può dire, il suo miracolo. E il suo compito.
Quando la realtà, in uno dei suoi frammenti (un volto, una figura, un colpo di vento o una luce strana) colpisce l’attenzione umana, se essa è ancora vigile, accade che le parole entrano in “tensione”, non siano più come prima, come quando “normalmente” comunichiamo. E’ il reale che tende a dirsi, attraverso l’ emozione e le parole di qualcuno. Sarà accaduto a tutti di non trovare le parole, o di trovare parole strane, o con pause diverse, con movimenti nuovi, per provare a dire una cosa importante, bella o terribile, capitata. La poesia nasce allo stesso modo. La realtà “ispira”, mette un nuovo respiro nelle parole, un altro ritmo.
Il grande Dante diceva che la poesia è fatta con “parole per legame musaico armonizzate”. Parole con una musica intrecciata dentro.
Le poesie non si “capiscono” come si comprendono altre cose: non come un articolo di giornale, non come uno spot, non come una canzoncina, non come un racconto. Si comprendono mettendo tutta la propria vita a confronto con le parole che vengono pronunciate. La poesia è vita che si capisce con la vita. E ci fa vedere che la vita è un mistero che sta accadendo, ben più grande e forte di quel che nella nostra normale distrazione pensiamo.
Anche in questi testi (che abbiamo selezionato tenendo presente i segni della qualità di un lavoro più evidente, per quanto iniziale) la vita di tanti ci aiuta a vedere meglio la vita nostra. Così il volto non apparente della città offerto in queste poesie ci “serve” ad essere più attenti e coscienti di quel che vediamo. Sono alcuni dei tanti che ci hanno mandato poesie. Un segno che la realtà continua a parlare, e che ci sono uomini che cercano di ascoltarla, di dire con lei le durezze, le letizie e le sorprese.

Iperluogo di Gianni Trinca
Questo è il cuore pulsante della terra – cosa sei adesso?
La femmina magiara triste nell’annunciare il bene?
Il vigore selvatico assuefatto all’ombra dei peschi?
La contraddizione piegata alla genesi di una nuova idea?
Dove sei adesso?
I flaconi d’inchiostro sottendono percorsi innervati
[ alla consuetudine di non condurre in alcun luogo:
al pari della pagina voltata,
della frase interrotta,
del fruscio distante,
e del profumo appena annusato oltre lo sguardo delle parole
[ della memoria.
Dove sei adesso?
L’eco del passo frettoloso riverbera dissonanze striscianti,
stride sulle pietre dilavate e si inerpica lontano – laddove chiedo
[ il mio destino.
Questo è il cuore pulsante della terra perché è tutto e niente
[ cosa sono adesso?
L’ombra che si perde tra i peschi toccati dal sole?
L’aria che frange e vela l’orizzonte azzurro?
Lo sguardo perso in lontananza?
Sono le sillabe scandite una a una;
sono il luogo e il tempo di un tepore declinante come sole stanco
e la brezza lieve della sera d’estate.
Sono l’inchiostro versato sulle parole non lette,
le pagine bianche trascritte da un cieco invaghito di profumi,
la femmina magiara che ride nell’annunciare una disgrazia
e il disgraziato caduto sotto la sua parola.
E sono la parola;
la stessa letta da un vecchio su una panchina di pietra,
la stessa pronunciata piano da una donna portoghese,
la stessa diffratta nell’eco di campane inesistenti.
E tornando a casa torno in me.
Torno al luogo tangibile di una pertinenza inaridita,
alle scaglie taglienti del dolore fittizio,
alla consuetudine di inerpicarsi ancora lungo un sentiero d’ombre,
trattenersi presso un frutteto cullato dal vento,
e illudersi della leggerezza della brezza di quest’estate.
Tale è il cuore pulsante della terra che è tutto
[ e niente – poiché neppure è un cuore.

Epitaffio sul lungomare di ponente di Gianni Trinca
Io come solo io dalla mia nascita a qui:
uno scemo di trent’anni con le mani e gli occhi di un vegliardo,
che dalla stanza sua vede il nulla che si stende sulla città,
e che dalla città
vede il gesto di una donna e lo scambia per l’universo.
L’universo del suo volto come una frattura tettonica tra cielo e terra,
il vortice boreale del suo respiro come il temporale che la terrà
[ sveglia stanotte,
l’odore di pioggia,
il respiro trattenuto…
ed io come solo io dalla mia nascita a qui.
Così dico chi sapendo la risposta, sapendola una stupidaggine,
e dico che se non ti ho avuto è perché non sono così forte –
[ perché non sento così forte.
E che forse è solo pioggia e mare,
forse è solo un’accezione,
forse è solo un’eccezione – voltarsi, camminare, fermarsi;
una stramba concezione oltre le onde di questo bar
[ che diventa molo,
di questo molo che torna spiaggia,
di questa spiaggia che tende altrove;
mentre mollemente esce dall’acqua – le mani, le labbra,
mollemente,
oltre la sabbia e la strada e la strada e la sabbia ancora qui –
[ se non ti ho avuto è perché guardavo altrove.
Come adesso la strada correre sul finestrino del tram.
E mi trattengo dal respirare quando la vita è una suggestione che
[ insegue una suggestione:
quando l’universo è il riflesso di una vetrina,
lo sguardo perso in lontananza,
la spiaggia che trabocca di salsedine.
Chi?
Forse alla fermata successiva,
al prossimo verso scritto viaggiando,
al prossimo viaggio sulla poltrona di casa.
Forse.

Autoritratto #7 di Gianni Trinca
Affatto orgoglioso di queste parole,
affatto orgoglioso.
Non dire che frasi e virgole e consonanti corrispondono
[ alla leggibilità del corpo,
non dirlo,
e che la mia fronte sfuggente,
i miei occhi sfocati,
le mie mani tozze,
rispecchiano il senso tra le pause del respiro – continua a leggere.
Di’ invece che esistono inezie infinitesime
per le quali ho i capelli più lunghi e la fronte più liscia,
e che il riflesso opaco di una lampada
permea pelle e pori ombreggiando assurdi personaggi.
Dillo a loro,
e chiedi come sia possibile esserne orgogliosi e biasimarli,
esserne attratti e respingerli,
e come qualche sguardo, anch’esso sfocato,
riverberi più luminosamente del mio.
Ma ho ancora sguardo?
Ho ancora pelle?
Ho ancora un volto riconoscibile?
Affatto orgoglioso anche di queste parole
[ anche di queste domande,
perché dovrei rispondere io.
E se mi ostino a ritrarmi differente è solo perché sono
[ affatto orgoglioso,
affatto compiaciuto di qualcosa che è parte e tutto,
è frammento e identità,
è sintesi e divagazione.
Divagazione:
oltre lo spigolo ellittico dell’orizzonte,
oltre il vapore tenue del respiro,
oltre l’ombra lunga dell’inverno,
e oltre l’inverno che trema infreddolito davanti all’estate;
mentre la frescura è anche il tepore
ed il giorno anche la notte.
Così, affatto orgoglioso.
I miei occhi senza occhiali sono diventati blu,
e le mie mani tozze sono calde di guanti invisibili.
Chiamatemi come volete,
io mi chiamerò io – semplicemente,
visto che oggi indosso un chimono a strisce verdi,
una fascia di lana fatta a mano da mia nonna,
una felpa rossa come il vino di mio padre,
ed esco per strada dove sono ancora io,
dove la donna che si attarda davanti alla vetrina ha i miei stessi
[ occhi chiari,
dove lo spazzino insonnolito porta la sciarpa e ha ancora freddo,
dove il lettore incallito dalle mani lisce scorre una pagina invisibile [ che parla di me.
Ho appena richiuso la pagina e sono affatto orgoglioso.
Indosso un abito nuovo e cammino celermente oltre il giardino,
sfoggio una pelle differente e nuoto oltre l’orizzonte sagomato.
Ho un profilo sottile e impercettibile e sembro perdermi tra
[ le onde.
Ma anch’esse sono io – semplicemente,
come semplice è continuare ad essere me,
come semplice intercettare il gesto misurato di chiunque,
e semplice concludere questi versi con un’ammissione di colpa:
sono stato io – era evidente,
ma se chiudi queste pagine e le riapri,
lo sarò ancora, ma differentemente;
sarò ancora io quello che respira ai margini del foglio,
quello che è invitato e non si presenta,
quello che risponde stupidamente ad una domanda altrettanto
[stupida,
e quello che non risponde nemmeno, se non se la sente.
Ma affatto orgoglioso di queste parole,
affatto orgoglioso delle domande e deluso,
da me prima di tutto,
e poi da tutti gli altri che smettono di essere me,
che smettono di ridere della finzione e si incupiscono alla parola
[ fine – devo pur dirla,
e che trattengono il loro pensiero perché è una parte del tutto,
ma è anche il tutto – è tutto lì,
basta vederlo,
sebbene una vista sfocata non possa che essere fuorviante,
e la forma del tutto sia la forma del niente.

Senza titolo di Valerio Grutt
e vieni!
magari in brasile
se mi vuoi telefonare
per mano lontano
onda più onda e vulcano
se solo mi aspettassi per un aperitivo
neanche la cena
la notte balena
rimango
orizzontale e vestito
mi vedo spuntare bambino
da dietro
con la maglia mars di maradona
ti invito.

Uomini di cera di Marco Valsecchi
Arrivò l’ora in cui le ombre erano solite diventare blu,
una patina di grasso turchese calò sui marciapiedi.
Oltre i vetri sporchi potevo vedere il contrasto
tra lo sfondo e i bagliori dei semafori farsi stridente.
Il centro della metropoli era nuovamente scosso nel suo midollo
da una forza centrifuga che scagliava tutti verso la periferia.
I cacciatori di teste con occhiali a montatura ultraleggera,
gli innominati dell’azienda del gas,
i vecchi dei lavori in corso.
I violinisti,
i combattenti con gli occhi lucidi.
Una processione disordinata che evitava se stessa
e si trascinava a scatti.
Continui cambi di direzione
tra bancarelle a fine turno, bancomat incupiti
e slogan dipinti sulle pareti.
I cittadini si muovevano veloci attraverso i corridoi
della linea metropolitana.
In superficie rimanevano solo i coyote
che stazionavano attorno alle pompe di benzina,
schizzandosi le tute e imbrattandosi d’unto.
Ridendosi sui denti.
Mi affrettai verso il vagone, lo trovai pieno
di uomini di cera.
Nemmeno una testa si voltò per guardarmi:
gli stessi corpi che alla mattina stavano chini
su giornali gratuiti,
nell’ora in cui le ombre erano solite diventare blu
perdevano ogni plasticità.
Il sangue sembrava volersene tornare in profondità,
lasciandogli la pelle anemica e gli occhi
al limite della trasparenza.
Credo la chiamino stanchezza.
Mi unii a loro.
Sedevamo e basta, lasciandoci dare un’espressione
dalle luci al neon che ci colpivano
attraverso i finestrini.

Il pescator gradasso di Michela Monferrini
Azzurro e silenzio,
un filo di luce
diventa cristallo
e volteggi d’alghe
accarezzano
squame metalliche.
Bolle d’aria
viaggiano nello spazio,
mentre sfila sul fondale
l’ombra del fucile.
Attenti occhi acquosi
spiano dal covo
il cacciatore.
Incontro,
attimo d’ipnosi.
La splendida creatura,
guizzante, è già via.
Il cacciatore resta
uomo
sotto la superficie.

Generazionale di Nemo
Vi dirò senza vergogna, quanto segue:
siamo come sottomarini nucleari in disarmo
nascosti nei porti del baltico
meteore luccicanti rimbalzate fuori
nell'orbita siderale di un sasso
rasoi usa e getta per facce di cazzo
sedie a dondolo di un ufficio in alluminio
le matite rosse, le rose blu
siamo come la dea kalì che si innamorò di frankestein
come il calcolo inventato di un pomeriggio a chiacchierare
siamo il sangue scottato, livido
l'ultima corveé, apparato digerente
come calce viva per riscaldare alibi
e infermità per quelli da vetrina
siamo il carbone del tempo
delle mezze giornate andate
e di quelle da far andare
siamo vedove egizie, quasi babilonesi
spose animali, quasi primitive
l'esattezza dei casché alla balera
guerra civile di bicchieri e bottiglie
sogno di un cortile, raccoglitori di ossa
punteggiatura a mezzo servizio
la mente orticaia, rovo di mare, merlo
siamo il dolore che vi manda
alberature multiple, vascelli fantasma,
brigantini di ferro nell'orizzonte australe
la canzone sghemba, na na na oh yeah
guardie ubriache e ballerine
di un castello vuoto in cima al monte
una gloria tra i muri nelle stanze
il silenzio e il suo opposto.
Allora io dico vai taribo mangiali tutti,
mangiali tutti taribo.



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.

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