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Simone Marcuzzi
La necessità di respirare

genere scoperta della sessualità

1 racconto da 8 fermate

Prefazione
di Andrea G. Pinketts

Adoro i riti di passaggio. Specie quando il passaggio non è obbligato come l’elaborazione del lutto. La perdita della verginità (sai che perdita!) femminile implica nefaste controindicazioni che “si” dibattono tra la liberazione e il rimorso.
Quella maschile è stata raramente tanto rudemente e delicatamente trattata come nel racconto di Simone Marcuzzi. Personalmente ho perso (hai presente il guadagno?) la mia verginità alla bella età di 14 anni, in Texas, con una messicana di nome Alicia Rosas. Le rose che colsi. Lei era di un paio d’anni più grande e tendeva all’ingrasso. Adesso sarà una poetica cicciona di quarantacinque estati.
Divagavo? No. Perché poetico è il tentativo di iniziazione sessuale che una young dark lady concede a un manipolo di brufolosi onanisti liceali, in una tenda al centro di un parco.
Marcuzzi evoca cattivi pensieri tra i suoi lettori, esattamente come fa la sua omonima Alessia coi telespettatori. Senza malizia. Tenero goffo imbarazzo. C’è un mistero dentro quella tenda. C’è un “tunnel sessuoso” che anche gli spavaldi imboccano, la prima volta, con legittimo timore e senza fiato perché il percorso è mozzafiato.
“La necessità di respirare” di Marcuzzi di fiato sulla pagina ne ha molto. Il turpiloquio è un turpe eloquio. La ragazza che si presta a risolvere riti di passaggio, di studentelli alle prime armi (e la prima arma è una sega) è un mistero. Risolto magistralmente (ma non erano al liceo?) con tanti puntini di sospensione. Scriveva James Joyce “L’uomo, la donna… cos’è mai tutto questo? Un tappo e una bottiglia”.
“La necessità di respirare” è il contenuto della bottiglia.

“Sto aspettando di scopare”, mi dice.
“Seduto su un’altalena?”
Lui alza le spalle. Guardo un po’ intorno, mi viene naturale perché Michele è serio e io non so cosa dire. Il parco è praticamente vuoto. Sullo scivolo incominciano ad accumularsi delle foglie secche, l’altalena di Michele cigola ogni volta che lui fa avanti e indietro sulla pianta dei piedi, l’altra si muove appena. Quando lo fisso di nuovo, tira fuori dalla tasca del giubbetto una scatola di preservativi e me la porge aperta, come fossero sigarette.
“Michele, cazzo è ‘sta storia?”, chiedo, e do un colpo alla scatola.
“Ehi! Guarda che costano!”, e controlla l’interno, come se ci fosse qualcosa di fragile. “Hai mai scopato, tu?”, chiede poi.
Non rispondo. Lo sa già che è no. No come lui, del resto, queste cose non serve dirle, quando si è in classe da tre anni e si sono consumate tutte le confidenze collaterali.
“C’è il compito di latino, domani”, mi lamento.
“Che palle, tu, e la scuola”, scandisce.
“Che palle sì. Ma porca troia, non sei tu che senti mia mamma per i picconi in latino. Mi mandi quel messaggio che non vuol dire niente, mi dici che devi scopare, e mi offri goldoni come chewing-gum. Che cazzo è?”, grido, cercando di trattenermi solo da goldoni in avanti.
Michele non si scompone, indica la tenda degli indiani, o quello che vuole essere la costruzione di legno che finisce a punta: “Là dentro c’è una ragazza che oggi scopa con tutti i maschi che la vogliono scopare”.
“E perché? Ma chi te l’ha detto? E chi è?”, domando a raffica. Intorno a me tutto ha sfumature grigie, di riflesso dal cielo che è immobile e omogeneo, lassù, come una colata di cemento.
“Il perché sono cazzi suoi e nessuno lo vuole sapere. A me l’ha detto Mauro, quello del calcio, hai...”
“So chi è Mauro.”
“Mauro che ora è dentro. Uno che non conoscevo se ne è già andato, ha detto che non riusciva a farselo tirare e che in generale sono meglio le seghe, prima di lui c’è stato un altro ancora che invece ha vinto. Non so chi è lei, non è di qua, comunque. Però è abbastanza figa.”
Mi siedo sull’altra altalena. Guardo la tenda degli indiani. È troppo lontana per vedere o sentire qualcosa, ma ogni suono che sale dalla strada o scende dagli alberi mi fa trattenere il respiro, irrigidire come un cane durante il momento decisivo di una battuta di caccia.
“Anche a te succede, vero?”, chiede Michele.
“Che cosa?”
“Anche a te sembra che in questo momento la natura e tutto il mondo stiano scopando, ogni rumore è un’allusione. No?”
“No”, dico, ma entrambi capiamo sì.
Incomincio a spingermi con le gambe, le catene arrugginite mi lasciano un segno fulvo sui palmi.
“Io ci vado, cazzo me ne frega”, dice Michele muovendo la testa a pendolo, per guardarmi, “così poi quando devo scopare con una che mi va sul serio, so come fare. Prendo le misure, tipo”.
“Prendi le misure, Michele? È come andare a puttane”, dico, più che altro a disagio. E se fosse uno scherzo o qualcosa del genere? Se al mio turno venisse fuori uno della compagnia, da là dentro? Non ci sarà un mio turno, in ogni caso.
“Macché! Ascoltami a me, dovresti farlo anche tu. C’ho i preservativi, non ti prendi niente, e poi non lo diciamo a nessuno”, stavolta rivolge gli occhi al prato, dove da un paio di mesi nessuno gioca più. Troppo freddo, troppo pantano.
Mauro esce dalla tenda, si dà una sistemata alla felpa, getta un fazzoletto nel cestino vicino allo scivolo. Fa tutto lentamente, come se recitasse per un pubblico di bambini. Quando viene verso le altalene nessuno apre bocca. Mauro si appoggia al sostegno con una spalla. Ho la gola secca ma non ho intenzione di parlare. Michele lo guarda con me che continuo a ostruire e liberare la sua visuale, periodicamente. Rallento, mi fermo. Dall’erba sale un odore di terra bagnata e foglie marce. Stiamo zitti per un tempo interminabile, sembra che il tramonto si consumi tutto in quel silenzio, in qualche luogo lontano, che non ci riguarda. Sopra e intorno a noi tutto rimane grigio, solo molto più scuro. Michele respira profondamente, forse sta prendendo coraggio per fare un commento, ma da dentro la tenda, una voce stridula lo anticipa: “Avanti il prossimo!”.
Mio fratello e Francesca tornano a casa, come ogni mercoledì. Appena gli apro, lei imbastisce un dialogo inutile, per salvare apparenze che non ci sono, e che non sono in grado di sostenere. Solo le donne ci riescono credibilmente. Rispondo a monosillabi, e aspetto che Marco finisca il succo d’arancia che sta bevendo dal bicchiere del mio pranzo. Lui non parla quasi.
Francesca è di Trieste, Marco a Trieste ci studia dall’anno scorso, Scienze della Comunicazione. Per scopare non trovano altro posto che casa nostra, a un’ora e mezza di treno, perché Marco in appartamento è in una tripla e gli altri due fanno le radici in camera. Da lei è fuori discussione, sua mamma è già in pensione. Il mercoledì lei dice che mangia fuori e si ferma a studiare con un’amica, lui mi chiede se è tutto ok e nel caso mi ordina gli insaccati che preferiscono per i panini, al ritorno, io li compro sotto casa, poco prima del loro arrivo.
Quando Francesca si sente a posto con la coscienza, lei e Marco si chiudono in camera. La mia è adiacente. Per continuare a studiare, scosto la scrivania dalla parete e mi metto le cuffie grandi, la musica alta. Le prime volte facevano vibrare tutto, il letto di Marco è addossato alla parete divisoria. Francesca gode quasi con dolore, produce urletti acuti come se la prendessero a ceffoni. Per un paio di mercoledì ho pensato che Marco le facesse cose strane, il terzo mi sono masturbato perché non la finivano più e a me fischiava qualcosa in testa. Poi, ho cominciato ad ascoltare musica.
Francesca ha la mia età ma ha qualcosa negli occhi che la fa sembrare più grande. Da quando l’ho conosciuta guardo le mie compagne di classe con più attenzione, posso stabilire chi di loro ha già scopato e chi no. Dei maschi, nessuno.
Ascolto dischi tutto il pomeriggio, anche se basta poco per concentrarsi e sentirli. Non studio quasi niente, la mia testa è nell’altra camera, con lui e la ragazza che da quando è comparsa ha oscurato alla sua vista ogni altra cosa, me compreso.
Verso le sette Marco bussa pesantemente alla porta, grida “Ci hai fatto i panini?”.
“No, è già ora?”, dico togliendomi le cuffie, liberando finalmente le orecchie dalla pressione ovattata.
“Muoviti, se no perdiamo l’autobus per la stazione.”
Preparo i panini mentre loro se ne stanno zitti in cucina e sistemano gli zaini. Non riesco a dire se sono solo assonnati o anche incazzati. Quando se ne vanno arieggio la camera e gli rifaccio il letto come riesco. Al ritorno di mamma e papà, mi faccio trovare lì disteso a studiare. Mamma riconosce subito un letto non fatto da lei.
Michele si avvicina alla costruzione dandosi dei colpi sul petto, fa dei gesti da culturista, ghigna, si carica.
“Non combinerà niente, è troppo teso”, dice Mauro, che sembra commentare l’esecuzione di un rigore.
“Boh”, dico, “lui è sempre coreografico”.
Mauro mi fa l’in-bocca-al-lupo e se ne va con lo scooter. Penso di essermi perso qualcosa, da quando in qua si fa la coda per scopare al parco e ci si dà delle pacche sulle spalle tra sconosciuti?
Traffico un po’ con il cellulare perché mi accorgo di essere nervoso, ho i palmi sudati e apparentemente inasciugabili, li strofino di continuo sui jeans, senza risultato. Ho un messaggio ricevuto. Alberto dice: DOMANI LATINO,ANCHE LETTERATURA LUCREZIO? Ha il tono di un immigrato, perciò rispondo: SE DOMANI LETTERATURA LUCREZIO IO INCULATO.COMUNQUE NO, SOLO TRADUZIONE,IO PENSARE ESSERE SUFFICIENTE! Lui squilla.
Subito dopo Michele esce dalla costruzione e prende a calci sassolini e cartacce. Guardo l’orologio.
“Sì sì, guarda l’orologio, stronzo.”
“No, era per vedere se chiude, sta arrivando la guardia. Allora?”, dico, e faccio per avviarmi con lui a casa.
“Niente, m’è rimasto moscio. Ma è perché non mi piaceva. Quella vuole fare tutto senza sentimento. Almeno baciamoci un po’.”
“E poi cosa, un Martini? Ma hai dovuto pagare?”
“Che cazzo dici, pagare? Oh, ma dove vai? Guarda che adesso tocca a te”, e con il pollice, muovendolo come un autostoppista, indica alle sue spalle.
“Eh, ah no, grazie. Non ci riuscirei mai”, tossisco.
“Figurati, le ho detto che c’era un altro.”
“Ma chi se ne frega cosa le hai detto! Mica è mia madre. Cioè, per fortuna non lo è, ma comunque non voglio una puttana. Non la prima volta.”
“Dai, fottiti, siamo io e te, che problema hai? Almeno una sega.”
“Ma perché? Torna dentro tu, se ci tieni tanto.”
Continuiamo a muoverci in cerchio, come ubriachi. La guardia ci sfila accanto facendo ondeggiare la torcia ormai indispensabile e dice: “Tra mezzora si chiude”. Non rispondiamo.
“Muoviti, Claudio, domani c’è il compito e devo ancora iniziare a studiare i passivi”, mi sprona.
“Ah, stronzo, adesso c’hai il compito, tu”, gli indico il naso e cerco di stare serio perché mi viene da ridere a pensare a Michele con l’uccello moscio, che lo incita con qualche slogan per fargli prendere quota, mentre la ragazza picchietta le unghie su una trave, in attesa.
“Io il mio dovere l’ho già fatto”, dice, “cioè, in realtà non ho fatto nessun dovere”.
“Appunto”, e finalmente posso liberare qualche sghignazzo stonato.
“Claudio, fallo per me. Così mi sento meno in colpa. Prendere confidenza con queste cose è importante. Se cominci a fare cilecca quando serve davvero si rischia. Io adesso ho imparato”, dice, assurdamente.
Fino a oggi io e Michele abbiamo parlato decine di volte delle ragazze della scuola che ci saremmo scopati. Era divertente perché era un finto. Ora, così, è solo stupido.
“Cosa hai imparato?”, domando, incalzante.
“Ho imparato. Claudio, fanculo, ti sto chiedendo una specie di prova d’amicizia.”
“Già il fatto che mi chiedi una prova d’amicizia e la chiami con nome e cognome è idiota, e poi che prova d’amicizia è?”
“Una prova d’amicizia atipica, perciò sono costretto a chiederla esplicitamente”, spiega lui, serio.
“Oddio”, dico, “ma ti rendi conto di quanto siamo rincoglioniti?”.
“Vagamente”, risponde.
Sentiamo scricchiolare la ghiaia in lontananza. Sono due signore che fanno quella specie di footing da donne che consiste nell’accelerare il passo di una comune camminata, però vestendosi con tuta e fascia per capelli e scarpe ginniche. Quando ci incrociano e salutano, siamo ancora lì, indecisi.
“Allora, Claudio?”, prova lui.
“L’abbiamo messa sull’amicizia, giusto? Aspetta qua.”
Alle quattro passate mi preoccupo. C’E’ IL TRENO IN RITARDO?, chiedo a Marco. Lui mi scrive CAGA. Allora gli mando un messaggio così: ?, e lui mi scrive di smetterla che sta seguendo una lezione importante. Ah sì, adesso esistono anche lezioni importanti il mercoledì pomeriggio?, questo lo penso soltanto.
Dopo un quarto d’ora in cui fisso il muro di fronte al mio naso aspettando che si metta a vibrare, vado al market sotto casa, compro un etto e mezzo di speck, mi faccio due panini. Li mangio saltando sul letto di Marco, uno dopo l’altro, contro voglia perché a pranzo ho sbagliato di nuovo dosi e mi sono fatto mezza scatola di fusilli. Tra un morso e l’altro ansimo e gli grido quanto è stronzo e quanto è puttana Francesca. Faccio sbattere la testiera sul muro, ripetutamente. Urlo che la sua saccenza può tenersela, la sua maturità che lo porta a volere stabilire le cose importanti per tutti, che poi sono le cose importanti per lui, e che quando parla sembra vendere un’immagine di se stesso al massimo integra e giusta e bella e buona, e parla e si comporta in funzione di quella proiezione seducente. Ma questo non lo fanno già gli stronzi in classe mia? E non è proprio per questo che sono degli stronzi? Quasi gli sfondo il letto.
Quando ho finito i panini metto un disco, passo l’aspirapolvere sul parquet per raccogliere le briciole, rifaccio il letto. Alle otto meno dieci mamma mi trova sul suo letto. “Hai fatto di nuovo la lotta col cuscino?”, mi domanda. Mugugno un no mentre mi dà un bacio sulla guancia più vicina. Non capisco perché continuo a reggere il gioco a Marco, soprattutto non capisco perché sono triste e vorrei piangere ma non ci riesco e mi fa male il dietro della gola e degli occhi.
Nella tenda di legno è più buio che fuori. Lei è seduta con le ginocchia sollevate, ha la testa chinata in basso, verso la gonna che le scopre per intero le cosce. L’intuisco come in negativo, una figura nera più in evidenza su colori distorti e scuri.
“Sei l’ultimo?”, chiede mangiandosi un’unghia.
“Sì, credo, ma non voglio fare niente. Sto qui solo un po’ altrimenti Michele non mi fa più vivere. Ti dispiace?”, lo dico guardando attraverso gli spiragli del legno, cercando una luce che non c’è.
“Ma sei tu? Sei Claudio?”, mi chiede.
Allora la guardo bene, sbatto gli occhi, mi sporgo per non farmi ombra con la schiena, riesco un po’ a scorgerne i lineamenti. “Francesca…”, dico, come un alito.
“Che ci fai qui? Vuoi scopare anche tu?”, cerca di sdrammatizzare.
“Che cazzo fai Francesca?”, cerco di scuotermi. Finalmente abbiamo qualcosa di cui parlare veramente.
“Senti, scopiamo e basta”, taglia corto.
Francesca è bellissima. Non l’ho mai detto a Marco, perché va bene cedere in ogni discussione ed essere trattato come un bamboccio, ma anche questa soddisfazione, no. Mi faccio quasi sempre le seghe pensando a lei, da quei primi mercoledì quando sono lì e me lo prendo in mano, i suoi urletti sono la prima cosa che mi viene in mente.
“No, non scopiamo proprio”, dico io, e quasi mi rilasso. Chi se ne frega, con chi devo nascondermi? “Non ho mai scopato”, spiego, come se ce ne fosse bisogno, “e non credo di volerlo fare con te per prima”.
“Lo so, questo. Sei un bravo chierichetto.”
“Non sono proprio nessun cazzo di chierichetto. Ma perché sei qui? Come faccio a non dire una cosa del genere a Marco?”
“Infatti puoi dirglielo. I primi due erano i suoi amichetti.”
“I suoi amichetti?”, chiedo. È una follia ma non è uno scherzo. Nessuno di loro può essere così bravo a recitare.
“Gli altri due di Scienze della Comunicazione.”
“Luca e Giò?”
“Loro”, dice lei puntando l’indice, come gli avessi rubato i nomi di bocca.
“Ma da quanto sei qua? Tra dieci minuti chiudono il parco. La guardia è già passata.”
“Be’, gli orari dei treni li conosco, no? Il tempo ce l’ho.”
“Francesca, ma mi spieghi cosa fai?”, è la prima volta che ho la sensazione di parlare con una mia coetanea.
“Marco si è scopato una mia amica. Non dirmi che non lo sapevi. Tra maschi vi dite tutto.”
Tra maschi non ci diciamo niente, cara Francesca, perché da quando è all’università e durante la settimana vive fuori, Marco pensa di avere fatto il grande salto, e ora solo lui può capire certe cose. Cose di cui il più delle volte non si spreca neppure di parlarmi.
“Marco non mi dice mai niente”, deglutisco, non riuscendo a trattenermi dallo sbirciare sotto la gonna, ora che tiene le ginocchia ad angolo retto, una coscia aderente al suolo, l’altra in alto.
“Va be’, Marco si è scopato una mia compagna del liceo, che aveva conosciuto all’uscita della scuola.”
“Ho capito, ma all’uscita dalla scuola c’eri anche tu.”
“Certo, ma sai come vanno queste cose”, dice descrivendo svolazzi con il palmo.
No che non so come vanno queste cose, naturalmente. Dico: “Penso di sì”.
“Be’, non so, si sono conosciuti, poi mi ha preso il numero dal cellulare e hanno scopato, penso più di una volta. Lui mi ha detto tantissime volte, l’ultima volta che ci siamo parlati.”
“Tantissime”, dico, per riempire la pausa.
“Così gli torno il favore, avevo il numero di Luca da una volta che Marco mi aveva chiamato con il suo e l’avevo memorizzato. Così, eccomi qua.”
“Ma che senso ha?”, le chiedo. Sei piccola. Siamo piccoli.
“Ha il senso di rovinargli la vita come lui ha rovinato la mia. Adesso viene sempre fuori da scuola a prendere la mia amica. Una cosa così si saprà subito. Così tutti sapranno che va con una puttana.”
Dicendo questo Francesca mi prende una mano e cerca di spingerla tra le sue gambe, io faccio resistenza e dico: “Smettila, sei tu che fai la puttana”, che vuol dire non vedi che siamo uguali, non vedi che adesso lui non è lui? “Tra un po’ chiudono il parco”, continuo, e sono confuso perché Francesca è vicina e ha un buon odore, quell’odore che ho eliminato per tanti mercoledì arieggiando la camera e mescolandoci il mio. L’odore del cuscino e delle lenzuola in cui dormivo per dare un buon motivo a mamma di lavarle e non rendersi conto del gioco. “E poi non lo so neanche fare, no”, espiro, e sento di avercelo duro.
“Ma avrai visto un film porno”, ed è la prima volta che una ragazza me lo dice con il tono del rimprovero.
“Cazzo, sì!”, sbotto, come a rivendicare un diritto.
Ride. Mi scavalca con una coscia, ora è inginocchiata sopra di me, inizia a strusciarsi sopra i jeans. Sto immobile, o meglio sono paralizzato. “No, dai, Francesca, no”, scuoto la testa, come in un sogno.
“Ok, non lo facciamo, tranquillo”, dice, baciandomi in bocca. Io reagisco a scoppio ritardato, mi passo la punta della lingua sulle labbra quando lei è già lontana, come per appropriarmi di qualcosa.
Senza altre domande Francesca mi sbottona i pantaloni, io sollevo un po’ il sedere mentre me li cala assieme ai boxer. Vorrei protestare ma invece la assecondo, ho un caldo inappropriato alla stagione. Lei si china su di me, quello che vedo è solo la chioma, un grosso cespuglio messo lì, sul mio addome. Penso a troppe cose in un tempo che deve essere brevissimo, perché appena lei me lo prende in bocca e fa un paio di movimenti, vengo. Non ho neanche la necessità di respirare. Si tira su di scatto, sputa, e continua a muoversi su e giù con la mano, mentre con l’altro palmo si pulisce le labbra. Vorrei prendere un fazzoletto, ma con i jeans ammassati alle ginocchia non riesco a trovare le tasche, e intanto continuo a venire, e cola giù tutto, tra le dita di Francesca, che guarda il mio uccello quasi con compassione.
“Non sei durato molto”, dice quando mi lascia e si pulisce la mano sul bordo di una trave.
“Mi è sembrato bello, credo”, dico, e ridiamo entrambi una risata che non ha niente di divertente.
“Lo dirai a tuo fratello?”, chiede Francesca, infilandosi delle mutandine comparse non so da dove.
“Non credo ce ne sarà bisogno.”
“Sì. Adesso io vado, se no perdo davvero il treno. Magari ci rivediamo.”
Dopo la chiusura del parco, io e Michele restiamo a guardare dal ponte i riflessi tremolanti che si creano sull’acqua del laghetto.
“Ti è andata meglio? Sei stato dentro un po’”, chiede timoroso lui.
“Macché, zero”, dico io, “ci ho un po’ parlato”.
“Parlato, con una puttana?”
“Mah, adesso è una puttana? Cambia spesso idea, tu.”
“Va be’, zero a zero ics, meglio che andiamo a studiare, no?”, dice, tirandomi un pugno sulla spalla destra.
“Sì, ma i passivi scriveteli sul vocabolario che stasera non ce la farai mai.”
“Ma ce li ho già scritti, pirla!”, mi grida attraversando la strada correndo.
Mi chiudo il giubbetto fino al collo, ci nascondo dentro mezza faccia. La mia ombra sembra ruotarmi attorno mentre mi allontano da un palo della luce e mi avvicino al successivo. Cosa accadrà quando Marco verrà a sapere dei suoi amici e me con Francesca? Non riesco a immaginare nessuna reazione o soluzione, non sono in grado di prevedere il comportamento di mio fratello. Butto un piede avanti all’altro, senza fatica ma senza trovarne il senso, all’interno della cerniera respiro aria pesante, riscaldata dal mio corpo. Un po’ riesco anche a piangere.


Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.
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