Francesco Fasanii
Le regole del gioco
genere
Storia di guerra in tempi di guerre intelligenti
1
racconto da 10 fermate
Prefazione
di Eugenio Stanziale
Uno spicchio di mare da conquistare e una trincea da mantenere, Un racconto di guerra. Dove la guerra è un pretesto, infatti si parla di spazi e di sconfitte, di risposte che non si trovano. Dove la guerra non è altro che la guerriglia di tutti i giorni, raccontata attraverso le trincee del nostro scontento, e lo spicchio di mare il premio al nostro accettare "le regole del gioco".
In questa situazione l'individuo è ostaggio del proprio malcontento. La nostra condizione è quella degli ostaggi. Quello che si diventa quando si è prigionieri di se stessi, quando il nemico siamo noi che non riusciamo a mettere il punto alla fine della frase e buttare alle spalle tutto. Come chiude il suo racconto Francesco Fasari.
Il protagonista del racconto gioca una partita che non comprende del tutto, non sa neppure più lui perché è cominciata, sa solo che si trova lì, in quello spazio e ha perso il senso della sua direzione, e il capire cosa sia successo non basta più. Cerca risposte.
Allora si aggrappa a quello spicchio di mare, è il premio alla sua condizione attuale di vittima e carnefice, ma avverte il disagio, lo spazio in cui si muove è la stanchezza che ci portiamo dietro, la ricerca ossessiva di risposte ai tanti perché, e prova a dare un significato a tutte le sue incertezze, ritornando al mare.
Ma può bastare?
Le guerre non sono intelligenti, non danno soluzioni, quello che conta è soltanto salvare la pelle. Le regole del gioco sono sempre le stesse, in guerra come nella vita: sopraffare l'altro. Allora l'unica salvezza è nel non accettare queste regole, uscire dalla trincea. Gettare il fucile.
Si va alla guerra, come spesso accade nella vita, senza sapere perché. Le guerre non sono la soluzione del perché, sono una risposta e non delle migliori. Forse il senso della nostra esistenza, oltre camminare, e farsi domande.
Buona lettura.
(lunedì, mattina)
È passato molto tempo dallultima volta che ho avuto il tempo di rimanere immerso nel silenzio a guardare il mare. Anni interi sono trascorsi dallultimo bagno e dallultima corsa sulla riva. Adesso posso solo gettargli unocchiata rapida mentre grido come un pazzo, con il mitra in una mano e uno dei ragazzini stretto nellaltra. Saltiamo giù, non appena si conclude il nostro consueto intermezzo, ci appiattiamo contro la parete della trincea e restiamo là, ansimanti, a riprendere il fiato perso nelle nostre rispettive urla. Io ripenso sempre a quellattimo di mare che ho potuto vedere, mentre muovevo veloce la testa e il mitra da un punto allaltro del mio breve orizzonte. Loro, i ragazzini, non so a cosa pensino. Credo a ben poco altro che alla paura che hanno.
(venerdì, sette e qualcosa)
La lontananza è la prima parola a cui penserei se dovessi riassumere la nostra situazione. A due passi dal mare e così distanti da esso da non poterlo nemmeno guardare per più di un secondo. Lontani da quello che eravamo come regione e come paesi, dalle nostre donne, dai nostri amici e dai nostri figli. Estranei da questi bambini intorno a noi, noncuranti, come siamo, delle loro paure e dalle loro vite, che possiamo sprecare in un attimo di rabbia o di disattenzione. Lontani, soprattutto, e tutti insieme, senza distinzione tra noi e loro, da qualsiasi prospettiva di uscirne.
(martedì, mezzogiorno)
Ancora più distanti ci sentivamo da Londra, e dallufficio del professor Morandi, uneconomista italiano con i jeans stretti e il nome di un cantante abbastanza famoso al suo paese, come dice qualcuno che, prima che tutto questo iniziasse, era stato in viaggio di nozze in Italia.
La nostra situazione, ci ha spiegato, non è così diversa da quella di chi partecipa ad un qualsiasi gioco nel quale ciò che conta è la capacità di agire strategicamente. Pensate agli scacchi, pensate alle carte. Pensate al gioco del nascondino, e alla decisione sul momento giusto per saltare fuori e correre a fare tana libera tutti. Con la sola differenza che qui ci si preoccupa solo del proprio, di culo, da riportare a casa.
Non dobbiamo credere di essere isolati dal mondo come potrebbe sembrare dalla prospettiva opprimente di questa trincea, ci ha detto. I giornali e la televisione parlano spesso di noi: ci chiamano la questione alto-mediterranea. Qualcuno studia persino il nostro caso, ci perde le giornate e le notti cercando di cavar fuori dai suoi fogli quale possa essere lesito della nostra guerra, quale la soluzione.
Le armi, quelle sì che ci servono! Non le cazzate! ha urlato qualcuno, mentre il generale intimava il silenzio, Morandi chiedeva che gli venisse tradotto quanto era stato detto e il traduttore si rifiutava di farlo.
Tra gli insonni di cui ci parlava, ci doveva essere anche lui, questo giovane professore di Londra, a cui il nostro governo si era rivolto perché pareva avesse trovato un modo di chiuderla in fretta, questa partita. Dopo una serie di seminari che si erano tenuti nella capitale, non mancavamo che noi, i disperati delle trincee, ad ascoltare le sue parole.
Il professore indossava lelmetto e il giubbotto antiproiettile, li portava con una certa scanzonata sicurezza, teneva il petto in fuori e sorrideva molto: mi ha ricordato un attore di qualche film in bianco e nero che ho visto quando ero bambino. Uno in cui il protagonista girava per le strade di Roma, fischiettando con le mani in tasca.
Quando ha ripetuto per la seconda volta se avessi qui il mio computer vi mostrerei un paio di grafici avrei voluto allungare la mano verso il fucile. Invece sono rimasto seduto a fissarlo in silenzio. Ma ho smesso definitamene di ascoltarlo quando ci ha detto che se linterazione strategica tra noi e i nostri nemici si ripetesse un numero infinito di volte sarebbe immediato trovare la posizione di equilibrio generale.
(mercoledì, mattina, due e mezza.)
Mi domando se da Londra si può vedere il mare.
(mercoledì, mattina, undici)
Dopo aver stretto la mano a ciascuno di noi, Morandi è ripartito nel blindato insieme al traduttore, al generale e ad unaltra mezza dozzina di pezzi grossi dellesercito. Qui siamo rimasti noi, i soldati, con le nostre facce lunghe per la noia e con quello che già potevamo capire in merito a questa guerra: le regole sono abbastanza semplici, la situazione un po meno. Le prime le conosco bene, della seconda, invece, so quello che può sapere un soldato. Molto meno della più pallida verità.
Prendete una grande guerra, comunque, con potenze mondiali che sembrano sul punto di far saltare in aria il mondo, e prendete il tavolo di pace, alla fine di tutto, dove sembra non essere cambiato molto, a parte qualche confine da ridefinire e qualche nazione che sparirà per sempre. Prendete otto paesi talmente piccoli da non avere alcuna voce in quel contesto, un unico sbocco sul mare, e due altri paesi che, nonostante la pace, si guardano ancora in cagnesco, e preferiscono avere qualcuno nel mezzo, in questo caso noi, per non venire alle mani alla prima occasione.
Nasce così la bizzarra geografia di questa regione. A sud, cè il mare, che si apre al mondo, a nord, due grandi stati, uno a destra e laltro a sinistra. E poi otto assurdi poligoni nel mezzo, sfaccettati ed intrecciati, ciascuno con il suo bravo corridoio che scende giù fino al mare e le sue poche centinaia di metri di costa. A guardarlo sulla carta, sembrano otto gambi di fiori che partono paralleli dal mare e salgono fino allinterno. Sembrano due mani affiancate, con le dita strette e distese, e il pollice nascosto sotto il palmo. Noi siamo il dito medio della mano sinistra, per intenderci, il terzo partendo da destra.
(giovedì, tre del pomeriggio)
Il detto popolare assicura che poco spazio è sufficiente se ci si vuole bene. Evidentemente noi non ci volevamo così bene come quelli speravano. O non siamo riusciti a volerci bene a lungo, una volta messi in queste condizioni: i nostri rispettivi corridoi ci sono ben presto apparsi così angusti da darci una voglia irresistibile di mettere il piede in quello degli altri. Ci siamo presto ritrovati ad erigere barriere e muri che rubavano il poco spazio a disposizione. A stringere sante alleanze che duravano il tempo di una sera. Ad applaudire, un giorno, la fratellanza, neonata ed eterna, con uno dei nostri stati confinanti, e ritrovarci con laltro il giorno dopo, come cani sbandati che leccano e mordono la mano di tutti e non sanno più nemmeno trarre vantaggio da quello che fanno.
(sabato, mattina)
Eravamo disposti a tutto pur di non perdere il nostro pezzo di mare: quello che avrebbe garantito il benessere alle nostre famiglie. Con la pesca, il commercio, il porto e il turismo. Qualcuno parlava persino di turismo.
- Siamo pronti a morire! - gridava il segretario nazionale alla sezione del partito dove mi portava mio padre -
siamo pronti morire, ma non ci faremo ridurre come la Bolivia! Rimasta senza il mare e senza un soldo per sfamare i suoi figli! -.
La Bolivia ci diceva ben poco. Chi aveva figli o fratelli piccoli domandò loro di guardare sullatlante, a scuola, dove fosse questo posto. Ma che non volevamo finire come la Bolivia, questo lo sapevamo bene. Ed è per questo che mi arruolai: per il mare.
E il mare è diventato ancora più importante ora che nessuno ci può arrivare, bloccati, come siamo, nelle nostre rispettive trincee. Di navi nemmeno a parlarne. Se se ne avvicinasse una, laffonderemmo a cannonate senza nemmeno pensarci. Troppa è la rabbia per quel mare che ci guarda e non si lascia toccare. Come una donna che non ti vuole, ma che non scompare dalla tua vita. Provaci tu, allora, a lasciare che qualcun altro la prenda se anche solo lhai amata per un giorno. Piuttosto moriamo tutti: io, lei e chi si azzarda a toccarla.
(lunedì, nove e mezza)
Per quanto mi riguarda, sono in trincea da tredici mesi. Prima avevo ottenuto un permesso di otto e mezzo perché temevano stessi diventando pazzo. Uscivo da diciotto mesi ininterrotti alle operazioni di cosiddetto recupero-ostaggi. Rapivo i ragazzini, in altre parole, fino a che non ne ho ammazzato uno, con le mie stesse mani, spezzandogli il collo mentre lo trascinavo via correndo e sparando contro suo padre e i suoi fratelli.
(giovedì, otto e venti, tramonto)
Credo che se solo fossimo stati un po più grandi, se solo avessimo avuto popolazioni più numerose, tutto questo non sarebbe mai successo. Saremmo magari impegnati in una guerra in grande stile, con battaglie navali, bombardamenti a tappeto ed attacchi dellaviazione.
Questi nostri otto paesi, invece, hanno iniziato a spedire i loro ragazzi qui sul mare, lungo i confini di questi dannati corridoi: tutti noi siamo finiti a scavare trincee, a maneggiare le armi, a lottare per questo benedetto accesso al mare che un giorno cera e laltro ti veniva occupato. I nostri storici nazionali lhanno definita la fase di corsa agli armamenti, quella che ci vide rintanati nelle nostre trincee, a spiarci lun laltro con lodio negli occhi e il coltello fra i denti. Restavamo accucciati nella terra e nella sabbia, gomito a gomito, ad ammazzarci uno ad uno, contando ogni morto ed ogni ferito, per capire quando laltro era in minoranza ed era il momento di sferrare lattacco. E se lattacco riusciva, allora sconfinavamo, la nostra spiaggia si allungava e il nostro pezzo di orizzonte diveniva più ampio. Cera poco tempo per goderselo, però, occupati come eravamo a scavare nuove trincee, a minare il terreno e a contare le ore che ci separavano dallattacco che ci avrebbe spazzato via, respingendoci indietro sulle nostre posizioni.
(giovedì, sono le dieci)
Non passò molto tempo prima di renderci conto che in spazi così ravvicinati le trincee erano facili da prendere così come da perdere. Perché cazzo lo facessimo non mi è ancora chiaro, ma ogni volta che occupavamo una trincea nemica festeggiavamo come se ormai mancasse poco alla fine di tutto. Invece mancava poco soltanto al momento in cui avremmo dovuto saltare via dalla nostra recente conquista, con il frastuono delle granate nella testa e le urla dei compagni feriti nelle orecchie. Potevamo prendere e perdere fino a cinquanta posizioni in una sola giornata, dallalba allalba successiva, perché la notte non portava né consiglio né requie per nessuno.
Eravamo, ormai, nel pieno della seconda fase della guerra, quella dello scontro frontale. Quella in cui ciascuno degli otto stati perse quasi la metà del proprio piccolo esercito. Con lunico effetto, sulla carta, di alterare leggermente i confini, componendo quelle linee tracciate con il righello in bordi frastagliati e mangiucchiati. Fino a che a qualcuno non venne lidea di ricorrere agli ostaggi.
Nessuno vuole che gli venga attribuito questo merito, quello di aver ideato lespediente meschino che ci strappò dal cavalleresco eroismo di quel nostro insensato morire. Ma capimmo tutti in fretta che, in effetti, soltanto tenere degli ostaggi nemici nella nostra stessa trincea ci avrebbe salvato il culo dagli attacchi degli altri. Bisognava avere almeno un ostaggio per ogni stato nemico, però, perché nessuno aveva pietà per nessuno, e assicurasi che tutti lo sapessero bene.
La scelta dei ragazzini venne da sé. Sono più facili da gestire, più facili da terrorizzare. Basta rapirne un po dagli stati confinanti per poi offrirli indietro agli eserciti di questi ultimi ed ottenere, in cambio, ragazzini di stati a cui non potremmo arrivare da soli. Si è aperta in questo modo la terza fase quella della negoziazione strategica, o quella dei ragazzini al macello, come si dice fuori dai palazzi governativi.
In breve tempo ogni trincea si è dotata di almeno sette bambini provenienti da ciascuno degli stati nemici. Ogni trincea ha stipulato la sua assicurazione sulla vita costringendo questi ragazzini ad una bizzarra colonia forzata. Ed è stato così che questi ultimi si sono ritrovati a sperimentare quelle convivenza naturale che era la norma quando io ero bambino. Prima che ci dessero i confini e le connesse rivalità. E prima che le nostre lingue, allimprovviso, si separassero luna dallaltra. Lontani ormai per sempre dai tempi in cui quelle stesse parole servivano a scherzare in ogni bar della regione e a cantare la bellezza delle ragazze e a chiedere baci da loro.
(domenica, dopo le sette)
Limpiego di ragazzini ha bloccato la situazione e ha consolidato trincee e confini sulle loro rispettive posizioni. Abbiamo quasi smesso di sparare. Ora potremmo ritornare ad ascoltare il rumore del mare e a sognare quello per cui stiamo combattendo. Ma rimane il problema di accertarsi che tutti i nemici siano sempre convinti che qualche loro figlio sia effettivamente prigioniero nella tua trincea.
Ogni tre o quattro ore, allora, occorre mettere la testa fuori dalla trincea, acchiappare uno dei ragazzini per il bavero, sollevarlo sopra la testa e fargli urlare il suo nome, la sua città di nascita e chiamare la madre nella sua lingua. E intanto ripetere a squarcia gola lelenco dei ragazzini prigionieri, dirsi pronti ad ammazzarli, fosse lultima cosa che faccio nella vita, ed essere credibili a sufficienza da non ingenerare il sospetto che si stia scherzando.
Il dubbio può costare caro nellattuale situazione: per quanto ci riguarda, temiamo meno la possibilità di uccidere uno dei nostri per errore che quella di farci sfuggire loccasione di far fuori un po dei nostri vicini. Nessuno, però, cerca più di saltare in una trincea nemica. Gli ordini sono chiari: bisogna limitare le perdite al massimo.
- Anche un idiota potrebbe fare il vostro lavoro! - urla il generale in visita alle nostre postazioni, - Voi dovete solo stare qui seduti in riva al mare, tirare su uno di questi ragazzini ogni tanto, farlo gridare per bene e tenere attentamente il conto dei nostri bambini che sono ostaggi di quei pezzi di merda. Niente di più, niente di meno -.
(mercoledì, sei di mattina)
Non ci danno carta qui in trincea. Non siamo autorizzati a tenere un diario o a scrivere lettere alle nostre famiglie.
Questo blocco di fogli dimenticato da Morandi, però, mi ha dato voglia di scrivere e tempo per pensare. Ha distinto i miei ultimi giorni, qui in trincea, e mi ha dato una scadenza: se non succederà nulla, mi sono detto, sarò io a fare qualcosa. Qualcosa di confuso, ma di simile ai propositi per il nuovo anno. E quelle che sto strappando e riempiendo di parole sono le pagine del mio calendario personale.
(venerdì, notte, cè vento)
Lasciate che degli uomini restino appiattiti sul fondo di una trincea, a rischiare la loro vita e quella di ragazzini tanto sconosciuti quanto simili ai loro figli e fratelli, e allora sì che avrete soldati stupidi e incattiviti ben oltre il livello che sogna il nostro generale. Otterrete soldati che non aspettano altro che un evento qualsiasi che si profili allorizzonte per rinnovare la monotonia e risvegliare le emozioni.
Come quando, al largo, si aprì una falla in una petroliera e il mare si fece rapidamente nero e vischioso. Ricordo che ci divertimmo a sparare sui gabbiani che vi restavano impantanati. E la stessa accoglienza abbiamo riservato agli stormi di uccelli migratori che hanno avuto la pessima idea di fare una sosta sulla nostra costa, a metà del loro viaggio. Una granata che esplode nel mezzo di centinaia di uccelli crea qualcosa di simile alle lotte di cuscini che si vedono nei film. Con la sola differenza che le piume volano poco perché sono bagnate di sangue e laria si riempie subito di un odore di carne bruciata che toglie il respiro. Nessuno cè lha ordinato, insomma, ma ci siamo premurati di rendere queste coste inospitali al resto del mondo come lo sono per noi. Come quellaltra volta della nave, che apparve una mattina nelle lenti dei nostri cannocchiali, e allorizzonte, per chi aveva gli occhi abbastanza buoni per vederla. Non ne vedevamo una da non so quanto tempo. Era una piccola imbarcazione da pesca, carica di persone fino a scoppiare che sembrava non volersi avvicinare, ma che finiva per farlo, sospinta, comera, dalle onde del mare. Sulle prime, restammo sbalorditi allidea che qualcuno avesse scelto la nostra costa come meta del loro viaggio.
Ci volle poco a capire che non era così. Presi il cannocchiale, e vidi che, a bordo, i passeggeri erano tutti neri, uomini e donne, chi sdraiato, chi seduto, ma nessuno sembrava muoversi. Sapevamo che molta gente aveva iniziato a spostarsi per mare in questi ultimi tempi. Anche molti dei nostri erano andati, passando la frontiera a nord, e perdendosi chissà dove in Europa. Quello che avevamo davanti agli occhi, però, sembrava proprio un viaggio sbagliato dallinizio alla fine, qui su queste coste. Ricordo che non capii bene da dove partì il primo colpo, ma so che in un attimo stavamo sparando tutti come pazzi. Limbarcazione si inclinò su di un fianco e poi affondò lentamente. La superficie del mare si coprì di corpi, rottami di legno e quantaltro ci fosse sulla nave e potesse galleggiare. Due giorni dopo una tempesta ripulì tutto, e nessun corpo arrivò a riva, per lo meno davanti alle nostre posizioni. Il che fu un sollievo, perché, altrimenti, avremmo dovuto pensare ad un modo di recuperarli e liberarcene. Fu allora che presi questo blocco ed iniziai a scrivere.
(domenica, mattina, non piove più)
Che cosa scrivi?, mi chiede uno dei ragazzini, in uno dei loro sporadici tentativi di capire se ci sia dellumanità dietro i nostri volti.
Gli ordino di tacere, urlando molto più del necessario contro di lui e contro tutti gli altri. La risposta che tengo per me, invece, è che scrivo per cercare di capire cosa ci sia successo in questi anni, e per lasciare qualcosa a mia madre. Un tempo si lamentava che non le scrivessi più quelle belle lettere che la riempivano di gioia quando ero bambino. Ora che sono giunto alla fine di questo blocco di fogli, comunque, mi sembra di avere chiarito a sufficienza quello che so di questa situazione e delle regole del gioco.
Quanto mi resta da fare è metterlo via nello zaino, appoggiare questultimo in un angolo, e gettare per terra il fucile. Liberarmi delle munizioni e del coltello. Urlare contro questi ragazzi per lultima volta, afferrarli per le loro piccole mani e per le braccia, tre da una parte e quattro dallaltra e tirarli fuori da questa trincea.
Credo che la guerra sia più vecchia di tutti loro. A conclusione di questa vacanza in riva al mare, allora, voglio portarli dove non sono mai stati. In acqua, appunto, nel mare. Far loro capire come si possa arrivare ad amarlo così intensamente da ammazzarci per averlo e non averlo allo stesso tempo.
Non riesco a prevedere esattamente cosa faranno gli altri, se lo chiedessi al professor Morandi, so che troverebbe una risposta. Ma avrebbe bisogno di tempo, ed io non ho più fogli su cui scrivere per aspettarlo. Ed è oggi, domenica, il giorno giusto per il mare.
Posso solamente immaginare che miei compagni mi urleranno di fermarmi una sola volta prima di sparami nella schiena e cercare di recuperare gli ostaggi. Se sarò riuscito ad allontanarmi abbastanza con i ragazzini, però, la mia trincea sarà sommersa da una pioggia di granate degli altri. I miei compagni smetteranno per sempre di urlare ed io continuerò la mia corsa. Sarà allora che qualcuno mi tirerà un colpo in testa, io lascerò andare quelle piccole mani e questi ragazzini non potranno che correre, tutti insieme, verso il mare.
Non mi resta che gettare il fucile. Lo faccio subito. Non appena avrò messo il punto alla fine di questa frase.
Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
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