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Luca Mennuni
Re Longarone

genere Racconto storico-rurale

1 racconto da 14 fermate

Prefazione
di Francesco Lucioli

Perché Re Longarone? Forse perché siamo stanchi di storie che cercano di stupire a tutti i costi, di scritture come fuochi d’artificio che tentano di innovare il linguaggio e di sperimentare nuovi codici, troppo spesso a discapito della leggibilità e della comprensibilità. Di fronte alla deriva della parola e del suo significato, è bello riuscire ancora a trovare qualche lido incontaminato in cui musicalità e racconto riescono a procedere di pari passo. Re Longarone è uno di questi rari esempi, una di queste ultime spiagge in cui è ancora possibile lasciarsi catturare dalle capacità affabulatorie di una scrittura semplice e lineare, uno di questi approdi sicuri in cui storia e leggenda, memoria ed invenzione si fondono in una perfetta armonia. Luca Mennuni racconta la sua terra, quel passato lontano di servi e padroni che torna a prendere anima nel corpo e nelle (dis)avventure di un latifondista dell’Italia che fu. Una storia che incuriosisce ed affascina, che ha il sempre più raro pregio di tener desta l’attenzione e l’interesse del lettore dalla prima all’ultima riga. Qualcuno, ne siamo certi, troverà questo racconto troppo tradizionale, forse troppo normale. Ma saranno tanti, ne siamo altrettanto sicuri, quelli che troveranno in Re Longarone uno splendido compagno di viaggio.

Nacque che pesava quattro chili. Era d’inverno e il travaglio di donna Rosa durò quasi un giorno. Appena diventato padre, don Rocco lu Longo si allietò che il suo primogenito fosse maschio. Poi diede inizio alla gazzarra. C’era da far festa.
Sotto la balconata del primo piano erano i fittavoli in attesa di sapere a chi avessero dovuto baciare il bordone in futuro. Don Rocco fece precipitare dalla sua loggia un orcio di terracotta zeppo di monetine, senza curarsi di evitare qualche testa nella torma. "’Mbriacatevi!" urlò con voce roca e mascalzona. Il vaso si infranse fortunosamente sul pietrame, con rumore di sfasciume vitreo. Si fece in mille schegge e i soldarelli schizzarono d’intorno come proiettili col suono di scroscio tintinnante. I contadini spigolarono da terra quei miseri danari con amara premura: l’allegra carnevalata del padrone dava ad intendere che il suo erede avrebbe avuto i pantaloni. Ancora pantaloni!
Don Rocco era gagliardo: massiccio, villoso e soprattutto alto. Da qui il soprannome lu Longo. La “Piana delle torri” era quasi tutta sua. Possedeva un latifondo di cinquemila tomoli, circa duemila ettari di terra. Il più fertile e irrigato. Il più esteso dalla valle dell’Ofanto a quella dell’Agri. Curava quell’industria e teneva per la cavezza i fittuari. Gli lasciava solo briciole per sopravvivere con affanno.
Canio, il suo figlioletto, cresceva paffuto e alto. La mammana che aveva dato il latte a don Rocco diceva che il suo erede "mo’ che cresce lo supera, gli dà un palmo". Il popolino, cortese in piazza, vociava sull’illustre infante. Prima che compisse dieci anni già gli appiccicò addosso un soprannome: Canio Longarone. Più lungo, addirittura, dell’ingombrante genitore.
A vent’anni don Canio mangiava, dormiva e sfotteva la pazienza di qualche ragazzetta. Era un buon partito. Sgradevole d’animo, però. Si credeva dritto. Se si giocava alla morra, gridava la combinazione vincente un istante dopo che le mani dei contendenti si aprissero. Ci beccava sempre e nessuno poteva contestare: era figlio de lu Longo.
Gli pareva di vivere in un regno fuori dal Regno. Aveva tutto e suo padre lo ingozzava di cibo e danari. Nulla però è eterno, anche quello che potrebbe sembrarlo. Don Rocco, dopo un’incauta ispezione in appezzamenti pantanosi, prese un febbrone che gli saliva solo in pomeriggio, ma che non scompariva. Così cominciò a coricarsi nel dopo mangiato e successe che una sera non si risvegliò.
Don Canio ci rimase di sale. Aveva trentadue anni. Tanuccio, che aveva sempre consigliato i negozi di suo padre, gli disse: "Ti devi stare accorto alla roba di famiglia!". C’era un impero di terra da perpetuare.
Dopo poche settimane Longarone si ridipinse il viso di superbia. Ora era l’unico padrone di sé e del paese. Tanto era tronfio nelle movenze che la piazza gli ritoccò il soprannome con un titolo regale. Per ossequio quand’era presente, per ingiuria quando distante, don Canio divenne Re: Re Longarone.
Finì con il comandare così com’era cresciuto: con indolenza. Chiamò Tanuccio nella sua tenuta e gli disse di amministrare i suoi beni. Gli promise in cambio una paga da fame. Tanuccio accettò. Bisognava strizzare i “sudditi” bifolchi e c’era da rimpinzare di metalli preziosi il forziere custodito nella masseria fortificata dove don Canio viveva con il codazzo di servaioli.
A Re Longarone bastò un solo viaggio a Napoli per assumere la postura dei guappi di quel posto. Ora con il pollice della mano destra teneva sollevato il risvolto della giacca. Nella sinistra teneva una bastone con il manico d’avorio, benché le gambe gli funzionassero. E si impettì come chi ha ricevuto un colpo alla schiena. Tanuccio amministrava. Lui doveva solo regnare.
E venne la siccità, la sìccita la chiamavano da quelle parti. La terra, anche feconda, si inaridì. I fiumi si ritirarono lasciando letti umidicci con piccole pozze invase dai girini. Il suolo brullo s’ardeva al sole e si spaccava come l’argilla secca. Quella calamità sarebbe durata cinque anni.
I contadini non pagavano più il padrone, né avevano di che mangiare. Qualcuno s’ammalò, poi morì. Molti abbandonarono tutto e partirono. S’imbarcavano a Napoli su bastimenti zeppi di disperati. Il viaggio per l’America, qualsiasi essa fosse, sarebbe durato un mese. Prima di lasciare il molo si faceva testamento.
Intanto l’Italia si unì sotto i Savoia. Re Longarone sembrò non accorgersene. Non si preoccupò neanche delle sue terre abbandonate dai coloni. Tanuccio gli ridiede il senno. Dopo il terzo anno, per evitare di intaccare la ricca proprietà, gli diede un consiglio: "Vendi gli appezzamenti più lontani e scomodi, tanto a che ti servono?". Don Canio accettò. Il suo amministratore avrebbe mediato con qualche proprietario delle Puglie.
Bisognava conservarsi e non sciuparsi. Ma Don Canio aveva preso a frequentare qualche bisca improvvisata. Non era una cima nel gioco. I suoi rivali lo sapevano e non gli avrebbero permesso di barare come in gioventù. Lo pelarono come un pomodoro bollito. Tanuccio accomodò nuove perdite. L’enorme coperta di terra che don Rocco lu Longo aveva cucito in quarant’anni veniva smozzicata fazzoletto per fazzoletto. Il regno divenne un ducato, poi un grande podere.
Tanuccio aveva chiuso buoni affari. Visto che per il disturbo gli veniva riconosciuta una paga miserrima, pensò prendersi regalie dall’inconsapevole padrone, convinto che l’amicizia fosse una atto di vassallaggio degli umili verso i “galantuomini”.
La terra continuava a non dare frutti. Ma il forziere della masseria si gonfiò. Don Canio ne traeva sollievo. Non sapeva che quei danari valevano un’inezia rispetto all’impero perduto, non sapeva che Tanuccio aveva tenuto per sé un bel gruzzolo.
Una sera il Re stava cenando nella masseria fortezza con il fido contabile e la servitù dimezzata per risparmio. D’improvviso sul piazzale di selce davanti l’ingresso, che pareva un sagrato, esplose un crepitare di zoccoli di cavallo. Nitriti e grida umane allarmarono i commensali. Don Canio e Tanuccio salirono sul camminatoio del muro di cinta. Si affacciarono da una feritoia e videro sei o sette uomini in sella. Avevano lunghe barbe e schioppi a tracolla.
Re Longarone perse il verbo. Tanuccio riconobbe quegli uomini. Aveva compreso non la loro identità, ma il loro mestiere. "Sono briganti" sussurrò al padrone, che divenne pallido e sudaticcio. "Che facciamo?" l’incalzò con voce tremolante. Don Canio non rispondeva. Dopo pochi attimi dal piazzale arrivò un grido roco e dispotico: "Aprite!". Silenzio. "Aprite vi dico!" ripeté quella voce cafona. Tanuccio si fece coraggio. "Chi siete?", domandò agli ospiti sgraditi. "Ho detto aprite! Eravamo amici di don Rocco lu Longo. Aprite, abbiamo fretta! Non vogliamo nulla, vi lasciamo solo un baule che ci pesa e ce ne andiamo subito… aprite, ce ne andiamo subito!"
Davvero amici di don Rocco? Chi poteva dirlo. Di certo se quella vociazza fosse rimasta inascoltata, la parola sarebbe passata alle polveri degli schioppi. Tanuccio suggerì a don Canio di levare i catenacci dal massiccio portone della fortezza. Il padrone assentì. A Micheluccio il mungivacche fu dato l’ordine di aprire agli sguaiati cavalieri. In un attimo furono nel cortile della masseria. Scesero dai cavalli che erano stanchi, sudati e assetati: in un istante prosciugarono la pila che raccoglieva la prima acqua di una fontana a stantuffo.
Anche i barbuti fanti erano stanchi. Avevano sete e gli fu dato da bere. Non vollero del vino, ma solo acqua. Non volevano folleggiare, come i loro volti potevano far pensare, ma solo dissetarsi. Erano anche affamati, ma non chiesero cibo. Avevano fretta e il loro capo ruppe subito gl’indugi con don Canio e Tanuccio. "Chi è il figlio di don Rocco?", domandò con forzata cortesia, ma con voce sgraziata. In ritardo e con incertezza rispose Tanuccio, indicando con l’indice della mano: "È lui". Il capobanda si mostrò garbato: "I miei rispetti don Canio". Poi si presentò: "Mi chiamo ‘Ngiongio. Ho sentito solo parlare di voi ed ero amico di vostro padre. Con don Rocco ci siamo sempre intesi. Era un buon cristiano".
Re Longarone conosceva di fama ‘Ngiongio. Era un brigante. Dei più feroci, a quanto si diceva. Aveva commesso ruberie e uccisioni. Si sentiva tremare le gambe a stargli di fronte, ma quell’uomo spietato sembrava armato di sole buone intenzioni ed arrivò subito al sodo: "Don Canio, mi dovete una cortesia. Andiamo di fretta. Ci dovete tenere un baule che ci pesa assai nel nostro cammino. È pesante e ci rallenta. Abbiamo chiuso la serratura. Non mettete il naso nel cassone, dovete solo custodirlo. Ci siamo capiti?". Dopo aver impercettibilmente annuito, don Canio emise un sottile sospiro di voce: era un "sì". I sei uomini rimontarono sui cavalli ancora ansanti e presero a dirigersi verso la campagna. ‘Ngiongio strattonò per la cavezza il suo cavallo che si voltò verso il padrone di casa: "Statevi attento a quel cassone!" gridò con voce stavolta torva. Poi raddrizzò la bestia verso l’uscita e la scalciò con violenza nelle reni. La brigata si mise al galoppo sferzando i cavalli e urlandogli nelle orecchie per scomparire più velocemente nella macchia.
Nella masseria ritornò una calma surreale. Non sembrava vera dopo quell’incubo. Il tormento di don Canio, però, non svanì. Bisognava custodire un baule pesante e oscuro. Aveva timore di scoprire cosa ci fosse dentro. Tanuccio gli consigliò di riporlo in luogo sicuro e nulla poteva esserlo più del forziere di una masseria fortificata. I due rientrarono in casa e bevvero un forte rosolio per riaversi dallo spavento. Si sedettero sul lungo sofà e stettero in silenzio.
La calma fu effimera. Passò mezzora e una nuova tempesta di zoccoli diluviò sul piazzale della fortezza del Re. Erano i gendarmi della Cavalleria nazionale. Il comandante Federici si presentò con voce sicura. Don Canio lo ascoltava da sopra la cinta con sgomento stemperato dalle rassicuranti divise dei nuovi ospiti. Poi domandò: "In cosa posso servirvi?". "Aprite, ve ne parlerò de visu" rispose il capogendarme.
Federici si accomodò con una certa sollecitudine nel salotto della masseria. Era seguito da due graduati. Mentre una ventina di uomini attendevano con i loro cavalli nel cortile. "Ho poco tempo" esordì. "Vi spiego subito la faccenda… siamo sulle tracce di un brigante che vaga con la sua combriccola. Si tratta di Antonio di Tommaso Angiolino, detto ‘Ngiongio. Ci risulta che abbia battuto questa valle. Vi chiedo se l’avete visto o se il vostro servaggio se n’è avveduto". Don Canio rimase attonito, non sapeva come buttarsi. Tanuccio non perse la calma, capiva che testimoniare avrebbe provocato altre domande, magari scomode. "Qui non s’è visto nessuno" disse. Il comandante della Cavalleria strinse con stizza i guanti di pelle che teneva in mano, sperava in testimonianze preziose. Invece nulla. "Vi porgo i miei saluti e vi chiedo di segnalare alla gendarmeria l’eventuale avvistamento di questo farabutto". Così raccomandò Federici prima di congedarsi con gran premura dalla masseria. "Nel caso, non mancheremo" assicurò Tanuccio.
Con complice reticenza il Re e il suo tesoriere avevano coperto la fuga di un criminale. Non uno qualunque, ma un bandito che poche ore prima aveva aggiunto delitti barbari ad un’indegna carriera. Assieme ai suoi compari, aveva assaltato la vicina residenza di campagna del principe di Arsina. Ogni uomo che gli si fece incontro fu passato per colpi di schioppo. Il branco selvaggio tolse la virtù alle donne di casa. Ogni prezioso fu trafugato. Il principe di Arsina, tra i finanziatori della Cavalleria nazionale, morì in quell’assalto. Gli sopravvisse il figlio ventenne Antonio.
Per tre settimane Re Longarone non mise il muso fuori dalla sua fortezza. Aveva paura e non sapeva bene di cosa. Sentiva che qualche sciagura avrebbe potuto colpirlo in qualsiasi momento. Inoltre aveva saputo della fine del principe. Così i suoi brevi sonni furono rotti da incubi che lo vedevano protagonista di quella stessa sventurata sorte.
Poi la luce. Un giorno la Moglie di Micheluccio il mungivacche ritornò dal paese con una notizia formidabile. Un brigante era stato arrestato dalla Cavalleria nazionale assieme alla sua banda. Presto sarebbe stato giustiziato. Questa era stata la sorte del brigante ‘Ngiongio.
Don Canio si sentì come alleggerito da una tonnellata di piombo che gli affaticava il petto e il respiro. Gli sembrò di rinascere. Soprattutto sentì di dover saziare una curiosità insopprimibile. Spalancò il suo forziere, artigliò una spranga e fracassò con colpi oltremodo energici il coperchio del baule che gli aveva avvelenato il sonno. Fu abbagliato dalla zavorra che colmava la cassa: al rastrellare delle sue mani aperte stridevano monete pesanti, ori e monili preziosi. Tutto ciò adesso era suo. Ora possedeva un capitale che rinvigoriva il potere della sua corona che aveva vacillato negli ultimi anni. Che aveva rischiato di soccombere nelle ultime settimane. Conosceva Antonio di Arsina, erede naturale di quella ricchezza. Ma lo cancellò senza rimorso dalla memoria.
Re Longarone riprese a fare il gentiluomo buffone. Tornò a frequentare la gentaglia. Forse avrebbe ricostruito l’impero agricolo conquistato dal padre. Ma intanto non rinunciò all’azzardo, non rinunciò alla trepidazione della bisca, in cui il suo patrimonio riprese a corrodersi. Così in pochi mesi cominciò ad intaccare il tesoro del baule.
Tanuccio lo fece ragionare: "Con questo tenore bagordo ti sarai immiserito nel giro di un paio d’anni" gli disse. Don Canio, più per dispetto ai suoi amici di gioco che per paura del lastrico, si ritirò a vita privata. Aveva ormai quarant’anni. Decise di godersi l’opulenza che ancora poteva garantirsi. Scelse un dorato ozio casalingo.
Il “Re” dormiva tutta la mattina, fino al desinare, fino ad una domenica mattina. In sonno sentì squarciarsi il lino che avvolgeva il suo baldacchino e gli sembrò di sognare, non aprì occhio. Gli fu riversata in volto una secchiata d’acqua di pozzo, gelata. Don Canio ebbe un violento singulto e si alzò con il busto sulle braccia. Era tutto bagnato e rattrappito. Aprì gli occhi che ancora vedevano nebbia. Se li stropicciò e scorse contro luce un uomo che teneva in mano un secchio di legno. Aggrottò lo sguardo come per vedere meglio. Conosceva quell’omaccio e il sangue si fece ghiaccio nelle vene, il cuore sembrava scoppiare. ‘Ngiongio era tornato ed era lì davanti a lui. Non era stato ucciso, ma era evaso dal carcere di Napoli. Aveva un credito da saziare in quella masseria. Non fu garbato come nella sua prima visita. Ora si mostrava per quello che era: un bandito selvaggio. Prese per la casacca Re Longarone, lo trascinò con violenza fuori dal letto e lo sbatté sul pavimento. "Porco! Dov’è la mia roba?" sbraitò.
Don Canio era una sfinge e non parlava. Fu pestato malamente e si decise ad indicare la stanza del forziere. ‘Ngiongio sgranò le palpebre alla vista del baule frantumato, con il tesoro dimezzato. Gli occhi gli diventarono rossi d’ira. Chiamò i suoi uomini che ripulirono il forziere. Poi tornò dal Re, lo mise in piedi e gli disse: "Don Ca’, m’hai tradito. Mo’ me la paghi". Longarone aveva la mente ottenebrata. Si reggeva per inerzia e non era più capace di intendere. "Anch’io ti rubo una medaglia" disse il brigante. Dalla saccoccia tirò fuori un coltellaccio arcuato. Prese per i capelli il fantoccio che gli stava davanti e gli tranciò di netto un orecchio. Don Canio non ebbe tempo di urlare per il dolore che gli penetrava il cervello e cadde a terra svenuto.
Coperto dalla veste da letto, macchiata da un rivolo di sangue sul lembo sinistro, fu piazzato privo di sensi a dorso di cavallo. I banditi cavalcarono verso il paese. Gli furono dentro e si precipitarono verso la piazza del castello, dove volevano consegnare un pacco alla comunità. Quando fu il momento, gettarono giù da cavallo don Canio come un sacco di patate. Fece un tonfo sordo sullo sterrato dinnanzi la torre angioìna. Il Re era nudo della sua dignità. Ancora svenuto, un girotondo di poveracci e di risa grasse lo cinse. Il popolino sguazzava nella disgrazia dell’illustre e detestato gentiluomo, colpendolo con qualche pestone perché si riprendesse.
In piazza del castello arrivò un altro notabile. Consapevole che ormai aveva bisogno di un nuovo mecenate, Tanuccio si vendette al figlio del principe di Arsina. Gli rivelò che don Canio si era tenuto la ricchezza del padre e che l’aveva sciupata. Antonio lo cercava, aveva saputo che i briganti lo avevano messo alla gogna nella piazza centrale del paese. Si fece strada tra una ciurmaglia schernente. Vide il Re a terra che stava riprendendo i sensi. Si fermò a venti passi da lui. Lo chiamò: "Don Canio figlio di don Rocco lu Longo, alzatevi!". Con fatica e dolore Longarone riuscì a mettersi in piedi. Con sforzo si reggeva e prese coscienza della sua pena. Antonio di Arsina lo fissava con indifferenza. Poi recitò con tono solenne e definitivo nel silenzio dei popolani: "Questo ve lo manda il principe mio padre!". Dal rovescio della giacca levò sul momento una pistolaccia. Drizzò il braccio verso l’obiettivo e strinse il grilletto. Uno sparo scosse la platea. Re Longarone sprofondò sulle sue gambe e si rovesciò in terra con il petto esploso.



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.

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