Maria Novella Viganò
Al burro
genere
Racconto autobiografico
1
racconto da 5 fermate
Prefazione
di Alessandra Casella
Di solito non amo i racconti palesemente autobiografici: la forma diaristica, se non è supportata da uno stile più che deciso, è abitualmente insopportabile. Mandate a un concorso letterario un racconto/diario, e le vostre possibilità di emergere sono praticamente nulle. Maria Novella Viganò ha scritto un racconto autobiografico, in forma di diario. Scrive bene, ma non ha uno stile particolare. E anche la storia non ha nulla di particolare: una mamma metropolitana senza grandi problemi, alle prese col banale tran tran della vita quotidiana. Eppure, dopo aver letto decine e decine di testi, il suo racconto era lunico che non riuscivo a togliermi dalla testa. Mi seguiva mentre camminavo, mentre mangiavo, mentre facevo altro. Quella normale mamma di città, i suoi figli, il signore del tram, la nonna, il pigiama a quadretti rosa
Niente, non se ne volevano andare. E insieme a loro mi vagava tra stomaco e cuore un senso di sincerità struggente, di tenerezza nonostante, di piccolo eroismo, di tracimante e timida emozione. Leggere questo racconto è come seguire una formica che arranca nel mezzo di una tangenziale allora di punta. Così piccola, eppure non riesci a staccarle gli occhi di dosso. Così banale, eppure ti ritrovi a fare un tifo disperato per lei, e a sperare in un miracolo. Al burro ha una qualità che non si impara e non si inventa: limmediatezza. Le parole dellautrice, semplici , sincere, hanno in realtà una forza sotterranea che travolge. Forse perché Maria Novella Viganò non parla a noi, ma di noi, delle nostre trascurate prove di resistenza umana. O forse perché lo fa senza bellurie, senza schermi né schemi, riguadagnando così al quotidiano una dimensione assoluta: quatta quatta, prende la banalità e la trasforma, con delicata irriducibilità, in mito. O forse perché la Viganò sa ridarci nella sua storia quello che non riusciamo più a trovare, in un mondo di schiacciati individualisti periferici e velleitari: la speranza. Una piccola, banale, straordinaria, irresistibile, meravigliosa speranza.
Quanto è facile avere trentadue anni oggi, a Milano? Mi faccio questa domanda di lunedì mattina, alle otto. Probabilmente il momento peggiore per qualunque riflessione che richieda un piccolo sforzo intellettivo. Sono sul tram, di pessimo umore perché sono entrata in una pozzanghera prima di salire e ho i piedi fradici. Fuori laria è gelida e pungente. Qui sul tram mi sento sciogliere nel mio parka imbottito blu, sotto la sciarpa che mi copre la bocca. Il fatto è che siamo nel pieno di una violenta epidemia influenzale che proprio non posso permettermi. Chiudo gli occhi e faccio finta di essere altrove. Magari in un paradiso tropicale. Lurlo del più piccolo dei miei figli mi risveglia dal mio torpore. Il suo adorato Mister Incredible è finito sotto la panca di fronte a lui. Si tratta di unemergenza. Mi lancio tra stivali, scarpe e ombrelli umidicci e fangosi, mi appiattisco come una sogliola e agguanto a fatica una mano dellamato fantoccio. Sono definitivamente fradicia. Un signore sulla settantina che ha seguito divertito la scena mi parla in milanese. Che nostalgia starei tutto il giorno ad ascoltarlo parlare, mi ricorda mio nonno, la mia infanzia, tante facce, tante sfumature che non ci sono più e che, quasi sicuramente i miei bambini non riusciranno a conoscere. Quanti peluche hai bambino?. Il mio bambino lo guarda perplesso. Tanti, forse troppi. Rispondo per lui . La mia nipotina laltro giorno mi ha detto che lei ne ha quaranta... quaranta le ho detto??? Si, ma la mia amica ne ha cento
. La verità è che lei e anche i suoi figli avete troppo, le vostre generazioni sono troppo comode, viziate. Per questo le cose non vanno bene... siete nati con il culo nel burro. Scoppio a ridere e annuisco. E la nostra fermata e dobbiamo buttarci giù dal tram. Raccatto zaini, allaccio scarpe e stringo manine appiccicose. Finalmente siamo allaperto. Quel signore ha detto la parola culo? mi chiede maliziosa mia figlia che di tutto il discorso ha colto la parola proibita. Sì, amore, ma voleva dire culetto... quel signore diceva che i bambini di adesso hanno troppi giochi, non come quando lui era piccolo. Mi guardano seri prima di lanciarsi entusiasti e urlanti verso una vetrina con i personaggi dellultimo cartone uscito al cinema.
Finalmente siamo a scuola, un bacio per uno e via inizia la nostra giornata. Decido di non riprendere il tram, ho bisogno di aria e di camminare. Ha ragione quel signore, sono molto ma molto fortunata. Ma me la godo tutta questa fortuna? Come mi sento a essere una con il culo a mollo nel burro? Per la maggior parte del tempo mi sento come una che corre dilaniata da desideri, aspettative, sogni da rincorrere, rivincite da prendermi. O come una che aspetta, una post adolescente indecisa su quello che sarà da grande. Una bambinona che deve badare ad altri due bambini. La maggior parte della volte mi sento come una che arranca, vogliosa verso il prossimo venerdì.
Mi viene voglia di raccontare una mia giornata qualunque per vedere se tra un aggettivo e un sostantivo scopro verso dove sto correndo io e tanti altri simili a me. Che si cercano e ogni tanto vorrebbero perdersi in questa grande città.
Ore 7
Suona la sveglia. In realtà sono già sveglia da un pezzo . La mia sveglia incorporata suona verso le sei quando ogni dieci quindici minuti mi metto a controllare ossessiva lora pensando di essere in ritardo. Mi stiracchio e finalmente mi alzo. Mi tocca una delle operazioni più difficili della giornata: buttare giù dal letto i bambini.
Ragazziiii, muovetevi ! E ora di alzarsi, altrimenti il preside si arrabbia e... abbiamo solo mezzora di tempo.
La prossima mezzora è cruciale. Pipi, bidet, faccia, mani e colazione. I bambini hanno 5 e 7 anni ma a questora collaborano poco. Una cacca fuori programma può mandare in tilt il meccanismo.
Accade quasi sempre. Soprattutto al più piccolo dei due al quale piace oziare sul water con me seduta di fianco. Mi interroga su svariati argomenti mentre io, spesso arranco in spiegazioni farraginose sui pianeti, le stelle, gli animali. Ma dove ero quando a scuola spiegavano questi argomenti? Me la caverò ancora per un anno dopo di che non sarò più credibile. Urge acquistare il Grande libro del come, dove, quando e perché.
Oggi mi risparmia le domande di carattere scientifico, mi scruta la faccia e domanda
Tu mamma quanti anni hai?
Trentadue, perché amore?
E allora perché hai quel grosso brufolo?
Stronzo!, penso tra me.
Mi guardo allo specchio ed effettivamente il brufolo troneggia tronfio sulla punta del mio naso, mi lancio un rapido sguardo. Prima di comprare il libro del come, dove, quando, perché è ancora più prioritario lacquisto di un pigiama/camicia da notte con unaria vagamente sexy. Quando torno da scuola butto via il pigiama a quadrettino bianchi e rosa. E mi camuffo il mostro.
Ore 8
Uno dei momenti migliori della giornata. Il silenzio, il mio caffèlatte fumante, il giornale che puzza ancora di stampa. Inzuppo i biscotti nella mia tazza mentre penso al mio prossimo futuro professionale. Sono una part-time nella redazione di un mensile. Quelle a mezza giornata non hanno nessuna speranza. Sono fuori dal sistema. Io passo sempre la prima parte della mattina a rincorrere tutti i pezzi che mi mancano del pomeriggio precedente. Di solito succedono un sacco di cose quando io non ci sono. Molte volte sono reperibile anche al pomeriggio ma non sei tanto credibile quando parli di lavoro con il sottofondo del clacson dellautomobilina del parco, o con i tuoi figli che ti urlano improperi perché gli spegni la televisione. Non puoi avere il coltello tra i denti in mezza giornata di lavoro. Troppe distrazioni. Mi sono ricordata di dargli lantibiotico stamattina? Non lavrò troppo coperta con quel maglione che mette anche in montagna?!? Tronfie mi passano davanti le donne in carriera, rassicuranti passano anche le regine del focolare quelle che entusiaste ti descrivono le prodezze dei loro figli. Quelle che più temo sono quelle che appena le hai conosciute, quasi prima di chiederti il nome ti gelano con la domanda a bruciapelo
E tu cosa fai? E se, timidamente, ammetti la mamma strabuzzano gli occhi schifate e apostrofano Ah, e basta!?. Sì, ma non basta , hanno ragione loro. Perché quelle nate nel burro, come me, hanno troppe pretese e vogliono essere mamme candidate al premio mamme dItalia, sono in lizza per una straccio di lavoro per lo meno soddisfacente, ambiscono a una vita di coppia frizzante e lottano per resistere agli urti del tempo, della ciccia e delle odiose colleghe single dei propri mariti.
Ore 9
Forse se almeno avessi uno straccio di mestiere. Lo penso mentre entro in ufficio, sfoggio il mio sorriso dordinanza e dopo qualche convenevole mi piazzo alla mia scrivania. Ma dove avevo la testa quando mi sono iscritta alluniversità? Penso tra me canticchiando mentre armeggio con la stampante. Se avessi fatto medicina, farei il dottore. Se avessi fatto architettura, larchitetto. No, mi sono iscritta a storia per una vaga passione mai davvero sbocciata per la materia (e poi perché a lettere cera pure lesame di latino). Adesso mi ricordo dove avevo la testa. Avevo la testa nei chiostri della statale, conoscevo ad occhi chiusi tutte le panchine nel raggio di un chilometro. Ero molto innamorata, io e il mio ragazzo vagavamo inebetiti per luniversità baciandoci. Baci ossessivi. Mangiavamo collosi tranci di pizza al prosciutto e leggevamo Cuore. Limportante era baciarsi, essere lì, appiccicati, in quel preciso momento. Sembravamo molto felici. Forse gli esseri più felici e ignari del mondo. Non mi importava molto di quello che stavo facendo, la mia carriera ed il mio futuro professionale erano davvero gli ultimi dei miei pensieri. Mi bastava leuforia di quel momento, il senso di libertà, lidea di avere il mondo tra le mie mani. Ecco come è andata. Ci sono arrivata un po tardi al senso di responsabilità. O forse sono ancora qui, che aspetto. Senza fare troppa fatica. Come quando ero una buffa bambina megalomane convinta di essere stata mandata sul pianeta terra per compiere grandi cose. Ignoravo il fatto che tutti i bambini e gli adolescenti attraversano una fase di questo tipo, ha a che fare con il super-io. Io credevo di essere lunica. Lunica con qualcosa di davvero speciale. E stata dura uscire dal mio pigro torpore di predestinata, è stata dura capire che se voglio qualcosa devo sudare, lacrime e sangue per guadagnarmela. E dura crescere. Anche a trentadue anni, mentre sorrido, rispondo al telefono, prendo appunti, parlo ad uno dei redattori e sembra che sappia esattamente quello che sto facendo mentre mi alzo e con il cuore che mi sobbalza nel petto, mi licenzio.
Ore 11
E tanto tempo che aspetto che mi arrovello su questo argomento. Sono stati anni molto complessi quelli che ho passato. Ho conosciuto un campionario umano davvero incredibile. Ma voglio di più, mi sembra di meritarlo. Busso alla porta del mio capo, entro, mi siedo di fronte a lui. Merda, avrò ripetuto il discorsetto duemila volte e adesso non mi ricordo niente. Salto pezzi fondamentali, mi trema la voce, non sembro per niente convinta di quello che sto facendo. Infatti mi domanda Ma sei proprio sicura che sia quello che vuoi?. Annuisco e in quel momento mi viene da piangere. Mi sembra di essere mia figlia di sei anni, quando le viene il magone. Mi aspetterei che lui facesse di tutto per trattenermi, invece mi ripete Con rammarico, prendo atto della situazione. Ma non doveva prendere atto. Doveva far di tutto per non lasciarmi andare. Poteva provare a capirmi, a leggere tra le righe. Avevo bisogno di essere rassicurata. Doveva almeno dirmi che una part-time come me non gli era mai capitata e che forse non la troverà mai più. Invece mi stringe la mano e mi dice che posso andare. Adesso mi viene davvero da piangere, mi alzo in piedi e mi gira la testa. Traballo sui tacchi. In una situazione così avevo bisogno di sentirmi alta, dominante.
Torno alla mia scrivania, raccatto le mie cose. Il minimo indispensabile, il resto passerò a prenderlo nei prossimi giorni. Forse telefonerò a quelli che mi stavano più simpatici per spiegare che fine ho fatto, o forse farò finta di niente. Mai stata qui. Mi infilo giacca, sciarpa, cappello. Laria mi sembra ancora più gelida a contatto con la mia faccia bollente e le lacrime lì che aspettano di correre.
Ore 13
Ho bisogno di camminare. Devo smaltire tutta questa tensione. Ma soprattutto ho bisogno di un bagno. Il licenziamento mi ha provocato un benefico movimento intestinale. Ecco il lato positivo della faccenda. Passo dieci minuti in preda al mal di pancia, mi vergogno a entrare in un bar solo per il gabinetto. Così ordino una cioccolata calda, pure con panna. Mi sembra di meritarmela e di averne pieno diritto.
Ho bisogno di calore e di qualcuno che mi voglia bene. Chiamo mio marito, la mia miglior amica e mia mamma. Romanzo un po la realtà, dalla descrizione che faccio sembro assolutamente risoluta, senza rimpianti. Un tipo tosto. Invece sono già dubbiosa su quello che ho fatto. Mia mamma. So che in fondo non approva per niente quello che ho fatto, lei dice sempre che bisogna insistere, che non devo impuntarmi come un cavallo di fronte allostacolo. Io tento di raggirarli o di scappare. Di rinchiudermi nel mio telefilm personale, in cui le cose capitano per caso senza doverle rincorrere a tutti i costi. Mia mamma ha radicata lidea dellindipendenza femminile, una donna deve lavorare ed essere sempre ben truccata. Io mi sento davvero felice quando spingo il carrello del supermercato con un bambino nel seggiolino e laltra attaccata di fianco. Quando posso scegliergli i biscotti che preferiscono e ci infiliamo in un cinema per vederci un cartone nel cuore del pomeriggio. Lì mi sento davvero me stessa. A mia mamma vengono i nervi quando mi vede con il mascara sbavato e i capelli crespi, una vera sciamannata, come dice lei. Lei è una fan sfegatata del correttore che camuffa brufoli e occhiaie, io le ripeto che se una è veramente bella non ha bisogno di niente, il resto è tutta una misera finzione. Eppure a mia mamma voglio un bene che non so descriverle a parole, un bene arrabbiato e a volte seccato perché mi fanno venire i nervi certi suoi schemi mentali. La sua leggerezza apparente. La sua frivolezza mi fa imbestialire perché gliela invidio. La chiamo mille volte al giorno. Magari solo per una fugace litigata, un consiglio che quasi sicuramente non seguirò ma di cui ho un bisogno assoluto.
Ore 15
Mamma allora sono libera ti accompagno io.
Ma noooo mi urla nelle orecchie. hai già avuto una brutta mattinata, preferisco andare da sola al controllo.
No ci tengo davvero ad accompagnarti, dieci minuti e sono da te.
Non mi piace molto guidare a Milano perché il traffico delle macchine, le moto, le bici che sfrecciano ovunque mi innervosiscono. Alla guida sono concentratissima, un incrocio tra un pilota della Parigi-Dakar e Fantozzi. Arrivo sotto casa di mia mamma, freno bruscamente e lei sale in macchina. Sono sicura che andrà tutto benissimo. E solo un normale controllo. La rassicuro, Speriamo, sono così agitata Mi risponde lei. Stiamo zitte. Ogni tanto risuonano gli insulti che lancio alla maggior parte degli automobilisti indisciplinati che incrocio sul mio tragitto. Metto la radio a volume altissimo, cè una canzone che piace a tutte e due, la canticchiamo. Non le dico niente anche se vorrei urlare che le voglio bene e che sono al suo fianco. Che sono lì con lei, per lei. Qualunque cosa succeda. Lei ha avuto un tumore. E moltissimo coraggio. Non cera correttore che tenesse. Non ci sono stati più capelli, niente ritocchi di colore. Nessuna frivolezza. Solo la sua forza e la nostra paura. Per la prima volta mi sono sentita grande. Mi sono sentita come quando scandivano forte il mio cognome seguito dal mio nome prima di un esame. Avevo una specie di vertigine e il cuore che mi saltava in gola. Era il mio turno. Il momento di occuparmi io di lei, di coccolarla, di renderle quello che avevo ricevuto in tutti questi anni.
Eccoci in ospedale, trovo un parcheggio di facilità elementare. Spengo il motore della macchina e sorrido a mia madre.
Ore 16
Mentre lei fa la visita io laspetto nellenorme atrio. Mi accascio su una poltrona. Socchiudo gli occhi e penso alla mia infinita giornata. Penso ai bambini che sono a casa di un amichetto a giocare. Li chiamo. Tutto bene. La loro voce mi da coraggio e mi riempie di tenerezza. Mi guardo intorno. Sono in un centro specializzato per la cura dei tumori. Cè un andirivieni continuo di persone, su alcuni volti riconosco i segni della malattia, su alcuni leggo la paura, su altri lo smarrimento, la speranza. Lessere dentro una cosa troppo grande, troppo misteriosa, troppo ingiusta. Questo posto nonostante sia un luogo di dolore e spesso di morte trasuda energia. Mi sembra di tagliarla con un coltello. Di respirarla. E ovunque. Ce voglia di vita. Cè la necessità di uscire di qui. Cè bisogno di normalità, di cose banali. Di fronte a me sul muro cè un enorme tromp-loil che raffigura un bosco. Sembra scontato, banale, retorico ma sento il bisogno di fissarlo. Mi ero dimenticata di quanto poco abbiamo bisogno per stare bene. Mi ero dimenticata di quanto mi piacciono i boschi. Di quanto ho bisogno dellodore del muschio, del tepore del sole che filtra tra gli alberi. Ho bisogno del silenzio e di sentirmi viva. Ho bisogno che mia mamma stia bene . E che stia bene il ragazzo seduto di fianco a me che ha la mia età, che viene da Palermo e che è già stato operato ed è qui per dei controlli. A un tratto mi dice sarebbe bello essere lì dentro, indicandomi il dipinto. Gli sorrido e gli dico che lo stavo pensando anchio. Mi scendono un po di lacrime e lui mi rassicura. Mi sento un idiota perché è lui quello disperato. Io fino a pochi minuti fa potevo tranquillamente godermi il cielo, i miei piedi sullasfalto. Una giornata normale. Ecco cosè avere il culo nel burro. E permettersi il lusso di disperarsi per un part-time o lamentarsi perché non ho ancora trovato la mia strada professionale o avvilirsi per il terzo antibiotico di fila propinato ai bambini in un mese. Non è così grave se nonostante tutti i dubbi e tutte le mie paure posso ancora scegliere di andare al cinema, di cercare un bosco, di nuotare, di cantare a squarciagola, di mangiare cinque cioccolatini di fila. Di annuire a questo ragazzo coraggioso. Vorrei avere tutti i super poteri di cui pensavo di essere dotata da bambina.
Ore 17
Mia mamma sta bene. Siamo felici. Quasi euforiche. Usciamo di qui piene di energia. Mi sembra quasi che mi piaccia guidare. Andiamo a recuperare i bambini. Mi sento tollerante e per una volta gli permetto di ficcare le loro scarpe fangose sui sedili della mia macchina. Dobbiamo festeggiare, altro giro di cioccolata con panna per tutti. Chissenefrega. Siamo vivi. Ci vogliamo bene e in qualche modo faremo.
Ore 18.30
Finalmente a casa. Oggi è un giorno di festa e decidiamo di abolire il bagnetto. Invece che lavarci mettiamo la musica a tutto volume. Balliamo e ridiamo, facciamo una specie di coreografia, accendiamo delle piccole candele colorate e riempiamo lacqua di essenza al basilico. La casa profuma di estate e di sole. Mi sento felice.
Ore 20.30
Torna mio marito. Mi abbraccia forte perché sa che è stata una giornata pesante. Gli racconto del ragazzo di Palermo e gli chiedo se domenica andiamo a fare un giro in campagna, magari in un bosco. Mi racconta la sua giornata, sicuramente è stata ancora più impegnativa della mia. Piena di responsabilità, decisioni da prendere. Per questo abbiamo bisogno di un bel giro su Internet. Facciamo finta di stare prenotando una vacanza. Ci perdiamo tra spiagge di borotalco e mari trasparenti. Controlliamo tariffe e date di partenza. Sono esausta. Mi propone di andarci a prendere un aperitivo la sera successiva, io gli lancio la mia controproposta. Perché invece non saliamo su un tram a caso e facciamo un giro della città? Strabuzza gli occhi, lidea gli fa abbastanza schifo. A me invece sembra assolutamente romantica e infantile. Sedersi al freddo, guardare le luci che passano, scrutare le facce degli altri passeggeri. Immaginare le loro vite, i loro pensieri. Tenersi la mano e magari baciarsi senza motivo, senza pensieri, senza sosta. In unassenza di luoghi, di mete, di pensieri. Adesso vado a letto. Mi rimetto il pigiama a quadretti rosa e domani provo a convincerlo a non perdersi il tram.
Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dellAssociazione Laboratorio E-20.
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