Claudia Andreozzi
Guasto sulla linea
genere
Racconto di partenza
1
racconti da 4 fermate
Prefazione
di Pepa Cerutti
Si può vivere di sole mance?
Sì, se si è stranieri in una metropoli degli States e si lavora in nero in un Diner del centro che ogni notte diventa microcosmo multietnico, villaggio dalle tante storie e dagli innumerevoli volti.
Il barbone, luomo daffari, i poliziotti, le prostitute. Ognuno attraversato dallo sguardo disincantato di chi ha imparato a conoscerli dalle mance che allungano: dimmi che mancia dai e ti dirò chi sei, promette Claudia Andreozzi. E racconta quel pezzo di mondo con le parole ciniche di chi ha fatto proprie le regole per sopravvivere nel regno di ketchup e chicken fingers. è questa la tavola calda di Jimmy, dove la protagonista e i suoi colleghi, da Steve fino al piccolo mojado, sono lì per servire e prendere ordini.
Ecco perché, finito il lavoro, in metro non si ha voglia di abbassare la testa e regalare sprazzi di galanteria e compassione. Meglio giocare a fare la Regina della metropolitana, anche se a volte tocca abdicare.
Lo stile asciutto di Claudia racconta i volti di unAmerica notturna che, con le gambe sotto il tavolo di un Diner, si rivela con la forza visiva di tante istantanee senza ritocchi. Fotografie che non finiranno mai sulle copertine patinate di una rivista ma che mettono a nudo con rassegnazione malcelata, le miserie, le invidie e le finte virtù di unumanità lontana migliaia di chilometri da qui. Eppure, a suo modo, così tanto vicina.
Sono sempre la prima a entrare in metropolitana. Non corro, non spingo. Mi siedo vicino la porta, dove si stendono le gambe e non si chiede permesso per uscire. Non guardo in faccia nessuno: cedere il posto è una cortesia che lascio ad altri. Per quattro fermate, voglio essere io la padrona, sua Maestà la Regina della metropolitana. Voglio essere io a guardarvi dal basso verso lalto.
Sulla banchina, colletti bianchi e cravatte. Le avanguardie dellora di punta, tutti con la faccia furba di chi ha scucito dieci minuti di scrivania al Lavoro.
Loro hanno finito. Io comincio. Stessa ora, opposte direzioni.
Telegiornale delle sei e cena al microonde per loro. Rivedi i compiti dei bambini e parlaci almeno unora o ti viene il senso di colpa. Alla stazione alle otto di domani con la camicia pulita. Un immortale battaglione di gessati alla conquista di downtown. Impeccabili e obbedienti davanti al rosso dellorologio digitale, il comandante. Cinque giorni su sette. Dalle nove alle cinque.
Per me, tredici ore fra i tavoli di un diner. Torno a casa quando finisce il buio. Alle tre del pomeriggio, pane e marmellata davanti alla televisione. Faccio zapping da una pubblicità per disoccupati a uno show di cucina. E poi di nuovo alla metro, con la maglietta delluniforme e il grembiulino in borsa, come adesso.
Il treno è in ritardo. Cè un guasto sulla linea, dice laltoparlante, binario unico tra North Avenue e Peachtree Center. Uno dei colletti bianchi ha un gesto di stizza, un pugnetto in aria. Sono andato via prima per niente, ho perso il vantaggio.
Arriva altra gente. Funzionari della Wachovia con la valigetta e il tesserino magnetico intorno al collo, tecnici della Bellsouth con il giubbotto blu e il pacchetto di Salems che sbucano dal taschino. Ma tute blu e colletti bianchi, sulla banchina della metropolitana, li riconosceresti anche se fossero in mutande: loperaio vuole sedersi, limpiegato si sgranchisce le gambe.
Vorrei accavallare le mie, ma ho un rotolo di banconote nel calzino. Sono le mance di ieri, settantaquattro dollari. Finisco di lavorare fra le cinque e le sei, fermarsi al bancomat significa chiedere una rapina. E poi fa troppo freddo. Ieri -o meglio, stamattina- quando sono uscita non cera anima viva e il vento fischiava in mezzo ai grattacieli di downtown. Per un attimo mi è venuta voglia di tornare dentro. Mi sono guardata indietro. La scritta al neon City Cafe Diner diluiva appena il buio di Baker Street, come le luci di un acquario in un ufficio spento. Dentro i camerieri nuotavano fra i tavoli come pesciolini annoiati. Ho avvolto un altro giro di sciarpa intorno al collo e mi sono messa a correre verso la metro.
Ieri è stata una serata nella media. Sopra gli ottanta dollari diventa tutto positivo, sotto i sessanta è una merda. Non prendo stipendio, solo le mance. Mi pagano under the table, in nero, come tutti gli stranieri. Metto i soldi da parte per un biglietto di ritorno. Ci sono quasi, ma se pago laffitto per il mese che viene mi resta poco. Devo decidere in fretta, perché la routine dei ristoranti diventa presto un limbo. Le facce dei clienti si imparano in fretta, e le mance che lasciano diventano lunico metro di valutazione. Dei 74 dollari di ieri, per esempio, ricordo il meglio e il peggio.
Sette dollari dal business man di Cleveland. Viene in città una volta alla settimana per lavoro. Dorme al Days Inn, di fronte al diner. Arriva intorno alle sette, con due o tre cartelline sottobraccio e la cravatta in mano, ripiegata in quattro. Cerco di dargli sempre uno dei booths, i tavoli con i divanetti al posto delle sedie, perché in quelle lui non ci entra. Ricordare a un obeso la sua mole subito prima di un pasto è il modo più rapido per indispettirlo. E per dire addio alla mancia. Per cena ordina piatti sbrigativi, chicken fingers e purè, oppure un hamburger con patate fritte, e beve tè freddo zuccherato. Scambiamo qualche battuta, non gli piace mangiare da solo, guarda tutto il tempo il cellulare, aspettano forse che la moglie telefoni. Quando finisce di mangiare riprende cartelline e cravatta e va in albergo, senza nemmeno rimettersi la giaccia per attraversare la strada. Alle cinque e mezza scende a fare colazione, con la ventiquattrore in mano e il computer portatile a tracolla, e mentre mangia gli chiamo un taxi per laeroporto. Ieri mi ha lasciato tre dollari la sera e quattro la mattina. Per chi ha dormito otto ore, le mie occhiaie valgono un dollaro in più.
Dodici dollari dai poliziotti. Un tavolo da quattro, hanno preso hamburger e patatine, forse uninsalata di pollo. Questo lavoro mi sta lentamente riconciliando con le forze dellordine: lasciano ottime mance. Non perché si mangi bene o perché siano affascinati dagli accenti stranieri dei camerieri: per decreto di Jimmy, il proprietario, chiunque abbia il distintivo dellAtlanta Police Department ha il 50% di sconto. Va da sé che sono clienti fissi. Tanto che quando laltra sera Jerzy e Walt sono stati rapinati su Marietta Street, sono venuti al diner invece di andare alla stazione della polizia.
Jerzy è un polacco alcolizzato sulla cinquantina che si è fatto cacciare da quasi tutti i ristoranti di downtown. Ha fatto il cameriere alcolista per così tanto tempo che ormai riesce a tenere in equilibrio i piatti anche quando si regge a malapena in piedi, solo che poi si dimentica a che tavolo sta andando. Lultima sera aveva nascosto mezzo litro di Absolut nel distributore di giornali, e appena aveva un attimo usciva a prendere una boccata daria. In maniche di camicia, a meno cinque.
Walt è il suo compagno di bevute. Quando sono arrivata, il manager, Steve, gli ha detto di spiegarmi cosa fare, e a fine serata, quando ha visto che me la cavavo, lha licenziato. Ha detto solo: Vai a casa, ti rimpiazza lei. Walt non ha fatto una piega, è andato a lavorare da Steak&Ale insieme a Jerzy. Laltra sera avevano festeggiato unottima serata di incassi con una bevuta clamorosa. Due ubriaconi con i capelli bianchi. Deve essere stata la rapina più facile del mondo.
Sessantasette centesimi dal barbone. È entrato verso mezzanotte, balbettando a Steve: una tazza di caffè, man, posso avere un po di caffè?
Si sieda, che ora gliela faccio portare ha detto Steve da dietro la cassa. Mi ha fatto un cenno, e sono andata in cucina. Ho messo pane e burro in un piatto e glieli ho portati insieme al caffè. Si era seduto nella zona fumatori, al tavolo più vicino alla porta, ma con una mano teneva ancora i lembi della coperta dellesercito della Salvezza, un obbrobrio marmorizzato che sembra un pezzo di moquette scadente. Inconfondibile. Tutte le coperte date in beneficenza vengono fatte a pezzi e poi pressate insieme. Così quanto le distribuiscono i disgraziati non si mettono a litigare per avere quella più calda. A tutti la stessa merda e lo stesso freddo. La chiamano equal opportunity.
Nellaltra mano aveva un sacchetto di carta marrone, come quelli della frutta. Bere in pubblico è vietato, ma se la bottiglietta di whisky è nascosta, la polizia non dice nulla, è privata. Teneva quel sacchetto appoggiato al cuore, come una medaglia. Tutta lintimità che gli era rimasta.
Pane e burro? mi ha chiesto Steve quando mi ha vista passare. Al mio paese il pane a tavola cè sempre. Non possiamo mica lasciare i vasetti di marmellata sul tavolo e poi non portare il pane. Steve ha riso. Vedo che siamo tutti bravi a fare beneficenza con i soldi di Jimmy.
Il barbone ha mangiato tenendo sempre la coperta sulle spalle, forse perché ormai si era troppo abituato ad essere invisibile, o forse perché cercava di nascondere il suo odore. Sono passata un paio di volte con la brocca a riempirgli la tazza di quella brodaglia che spacciamo per caffè alla modica cifra di $1.65, e mi ha sorpreso a trattenere il respiro. É rimasto lì unora o due, godendosi il calore, poi ha tirato fuori le monetine che aveva. Due quarti di dollaro, una moneta da cinque centesimi, dodici pennies. Sessantasette centesimi per un dollaro e sessantacinque. Che il caffè non lo avesse pagato, non mi importava. Era il 40%.
Diciannove dollari dai congressisti. Una tavolata di nove persone, con i loro badge da conferenza ancora appuntati sulle camicie. Hanno preso pollo fritto, quesadillas, bistecche, spaghetti con polpette e anche il dessert. Oltre ai bonaccioni del Midwest con le spalle larghe e un filo di doppiomento, cerano due colleghi sudamericani, che accanto a loro sembravano piccoli e impacciati. Si guardavano continuamente intorno, disorientati da tutto il kitch patriottico che si vede nei diner greci o turchi: la bandiera americana al neon, i poster delle torri Gemelle nelle cornici dorate, la gigantografia di una cheesecake. Ridevano sempre un attimo dopo gli altri, si cercavano con gli occhi per rassicurarsi. Sui loro badge cera scritto Peru, credo. Camilo, lo sguattero messicano, è stato tutto il tempo appoggiato al carrello a guardarli, stringendo fra le mani la visiera del cappellino delluniforme, senza mai avvicinarsi per sparecchiare.
Ho messo il conto in mano al bonaccione con il doppiomento più pronunciato, e lui mi ha restituito subito la carta di credito aziendale; per ringraziarlo della cena, tutti gli altri hanno cacciato fuori banconote da uno e da cinque. Un ottimo giro di mance. Camilo non si è mosso neanche quando quelli si sono alzati per andare via. Uno dei due peruviani si è sentito osservato, si è fermato con un braccio nella manica della giacca in goretex troppo grande per lui, a disagio. Ha guardato Camilo negli occhi. In mezzo agli ex giocatori di football del Midwest, li avresti presi per fratelli, con i capelli neri e gli occhi da indio. Il messicano con il grembiule si è rimesso il cappellino in testa senza dire niente. Il peruviano con il badge ha provato a fare un sorriso, ma gli è venuta fuori solo una smorfia, sembrava che avesse prurito al naso.
Nove dollari dalle spogliarelliste, tutti in banconote da un dollaro. È il proprietario a invitarle a cena. Le stavamo aspettando, perché Jimmy era già passato intorno a mezzanotte. Aveva preso tre o quattrocento dollari dalla cassa -molti pezzi piccoli- prima di andare al Gold Club, o alla Cheetah, o chissà dove. Quando sta per tornare ci fa un colpo di telefono, così Steve fa sloggiare i barboni assopiti nella zona fumatori, e noi riempiamo le bottiglie di ketchup. È una fissa di Jimmy, questa. Non so in quale film di serie B abbia visto un primo piano di un ketchup vuoto in un diner sordido, ma per lui il livello delle bottiglie di Heinz 57 è il metro dello squallore di un ristorante, e viene ancor prima degli scarafaggi che hanno cominciato a puntare le antenne fuori dal territorio comanche della cucina.
Le spogliarelliste erano tutte in jeans e scarpe da ginnastica, ma ancora truccatissime e con i capelli in piega. Qualsiasi cosa volete, ragazze, faceva Jimmy. Nel freezer cè dellaragosta, o meglio una bistecca al sangue? Una bella porzione di moussaka? Oppure uninsalata freschissima, se vogliamo preoccuparci della linea. Ma che dico, siete tutte bellissime così. Le spogliarelliste hanno optato per le solite insalate di pollo, hamburger, toast al formaggio. Jimmy ha preso una bistecca al sangue e una moussaka in onore delle sue origini greche, poi ha chiesto un bel piatto di patate fritte da mettere in mezzo. Tanto per avere la scusa per controllare il ketchup.
Due dollari da un trittico di stronze appena uscite dalla discoteca. Le pozzanghere nel parcheggio sono ghiacciate e loro se ne andavano in giro in minigonna, o con scollature spropositate da cui si intravedono tatuaggi slabbrati. Farfalle, rose, corsivi svolazzati, croci con i nomi dei fidanzati morti ammazzati negli scontri fra gang rivali. Una specie di cimitero ambulante che va a far festa.
Hanno cambiato idea quattro volte e rimandato indietro due piatti, perché erano troppo cotti, perché erano poco cotti, perché volevano più condimento. Sono stata il loro divertimento di fine serata: hanno preso alla lettera le parole server e order. Ho chiesto ad Augusto, il cuoco, di darmi le patate più bruciacchiate che erano rimaste. Tanto non ci avrei cavato niente.
Cinque dollari dallafgano. È venuto altre volte, e ha sempre lasciato il minimo indispensabile per non essere marchiato come infame. Ma ieri cerano altri due uomini, a cui ha tradotto quasi tutto il menu. Alla fine hanno preso due grandi insalate, lui una bistecca al sangue. E un buon coltello per la carne, si è raccomandato. Credo che li abbia impressionati più lui che il diner. Ha preso il fazzoletto di carta con cui Camilo arrotola le posate e lo ha aperto come se si trattasse di argento avvolto in seta. A guardare i modi regali con cui mangiava, avresti creduto che i sedili in finta pelle rosa fossero stati di velluto rosso, e le scritte al neon candele discrete. Di dove siete? ho chiesto quando ho portato il conto. I miei fratelli dellAfganistan. Io di Brooklyn.
Nove dollari li lascio io ai busboys, Camilo e Jesus, dalle mie mance. A fine serata ogni cameriere fa la somma di tutti i propri scontrini, e il due percento del totale che ci è passato per le mani va a loro. Ma Steve non controlla mai, e il cuoco mi ha detto che barano tutti. Arrotondiamo spudoratamente al ribasso. Un conto di $25.70 diventa automaticamente $20, $44.50 diventano 38, 10 diventa 7.50, sette scompare. Le prime volte mi sentivo una stronza, ma sarei lunica idiota a non farlo. E nei ristoranti si fa il callo agli stronzi, non agli idioti. Non so se siano al corrente della fregatura, ma nellemisfero messicano del diner io sono comunque benvoluta. E i busboys non sono i busboys quelli che se la passano peggio. Non hanno lo stipendio dei cuochi -lindubbia punta della piramide- ma sono messi meglio degli aiuto cuochi, che lavano lattuga, pelano patate e affettano cipolle tutto il giorno. In basso ci sono i lavapiatti, che lavorano quasi gratis. Ieri sera sono andata in fondo alla cucina a cercare una confezione di pane a cassetta, e ne ho trovato un ragazzino ancora più piccolo degli altri. Stava in equilibrio su una pila di cassette della frutta, alle prese con un rubinetto che sembrava il bocchettone della doccia di un gigante.
Quanti anni ha?, ho chiesto ad Augusto, il cuoco dagli occhi tristi. Quando la cucina era ancora un regno pieno di misteri, pensavo che avesse gli occhi rossi perché magari lì in fondo si facevano pure qualche canna. Lui dice che è il fumo della griglia.
Quien?.
Quello, il lavapiatti.
Porquè?.
Perché mi sembra troppo piccolo per essere al lavoro alle tre del mattino.
Augusto ha sorriso condiscendente. Ascoltami, Santa Maria de los inmigrantes mexicanos. Julio es un mojado. Me lo ha detto indicando il ragazzino con un breve cenno del capo.
Mojado? Per forza è bagnato, fa il lavapiatti.
Augusto ha scosso la testa e ha riso. No, mojado en el Rio Grande.
clandestino?.
Sshhhh.
Guarda che anche io qua dentro sono illegale.
Solo dentro al ristorante, però. E non ce lo ha scritto in faccia.
In mezzo alla folla delle cinque, mi sembra di non avere niente scritto in faccia. Potrei passare per una segretaria, per una giovane professoressa, non so. Mi specchio sulla vetrina di un estintore. Trucco impeccabile, capelli tirati su. Raddrizzo la schiena e faccio due passi per far risuonare i miei tacchi.
Difronte a me, una donna con i capelli cotonati va avanti e indietro lungo la banchina. Tre passi, dietrofront. Il rossetto è un po sbavato e stona con il fard sulle guance scure. Tiene ostentatamente la testa alta, quasi che questo -luscita dallufficio, prima degli altri- fosse il suo momento di gloria. La gonna del tailleur tira sui fianchi, le calze coprenti fanno qualche piega sul ginocchio. Ai piedi ha delle scarpe da ginnastica bianche. Un pugno in un occhio, lo sa anche lei, ma forse non gliene importa. Forse si toglie i tacchi appena si alza dalla scrivania, come il suo capo che si sfila i bifocali quando si allontana dal computer. Come una cameriera con il grembiule. O magari le tiene tutto il giorno: così almeno i piedi restano liberi dal diktat aziendale.
Quando finalmente arriva il treno cè un po di calca. Le porte si aprono proprio davanti alla testa cotonata della donna. Non corre e non spinge, entra con passo deciso e con la stizzosa intransigenza di chi è abituato a calare la testa troppo spesso. Entra e si siede vicino alle porte, incrociando regalmente le braccia in grembo. Chiude gli occhi sullo spintonarsi degli altri pendolari, come se fosse la Regina di questo cazzo di metropolitana. Mentre la guardo attraverso il finestrino le porte scorrevoli cominciano a chiudersi.
Non le fermo. Abdico.
Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dellAssociazione Laboratorio E-20.
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