Olivia Agostini
Sehnsucht
genere
"Una storia vuota"
1
racconto da 4 fermate
Prefazione
di Massimo Cacciapuoti
Ho scritto Sehnsucht perché sè fatto scrivere cinforma lautrice, quasi a indicare qualcosa che si è fatto da sè, lurgenza della scrittura. Una storia vuota, di nostalgia, di amore e desiderio. Leila ha gli occhi del colore della notte. Lavora come cassiera in un supermercato. Gesti soliti. Sguardi sfuggenti. Lui è un avventore. La guarda, losserva. Se ne innamora. Di lei ama la tristezza che è sempre profondità di spirito, nonostante la sua scarsa predilezione per Faulkner e larte. Sincontrano a un bivio e le loro vite sintrecciano, secondo la logica della necessità che informa ogni azione umana. Poi cala il silenzio, come un sipario. Denso. Opaco. La distanza si scava. Leila non potrà accompagnarlo sulla strada dellisolamento e dellalienazione. La sua tristezza è fine a se stessa. Vuota. A riscattarla nemmeno la malattia. Infine la scoperta, annunciata con perizia secondo la tecnica dellabbrivio, come una distanza. Punto fermo e daccapo: Leila è stupida. Le loro strade allora si separano nuovamente. Definitivamente. E a lui non resta che riaffondare nella sua malinconia senza redenzione. Un esempio brillante, accattivante, di descrizione densa. Metonimica. Satura di significati vuoti. Due realtà inconciliabili messe a confronto, due forme di alienazioni paradossali e incolmabili. Linterpretazione ironica sembra lunica ancora di salvezza in un mondo privo di significanti, di una realtà complessa, frantumata in mille pezzi malamente accosti, quasi una sintesi di surrealismo esistenzialista. Come lo stile del testo. Rapido. Spezzato. Brevi periodi carichi di senso. Discorsivo per quanto poco o niente comunicante. Alla fine non resta che cambiare. Strada. Supermercato. Guardare il soffitto di casa e rendersi conto che Leila è solo il frutto di unacuta fantasticazione. La necessità impone di chiudere il libro sulla scritta che ha dato il via alla recherche. Sehnsucht. La notte ha il colore deglocchi. Delle tenebre. Colpisce il contrasto eccessivo tra la giovane età dellautrice e la profondità del suo sguardo.
Laltro giorno mè venuta nostalgia, nellaprire un libro.
In una delle note a piè di pagina ho ritrovato il nome. Strano, di solito non le leggo mai.
In arabo significa "colei che ha gli occhi del colore della notte". E aveva davvero gli occhi scuri, la mia Leila.
Avevo scoperto come si chiamava dal cartellino. Una volta, mentre prendevo il resto. Le avevo sorriso, ma lei no. Niente. Non sorrideva.
Il venerdì restava alla cassa fino a tardi, mentre il giovedì non la vedevo mai.
Cominciai a organizzare i tempi della spesa. Andavo al supermercato alle sei e mezza. Il giovedì, mai.
18 e 30. Un orario perfetto per non imbattersi in code infinite. Troppo tardi per le casalinghe annoiate, troppo presto per chi esce dallufficio.
Di mercoledì centellinavo il cibo.
Per il resto, trovai mille scuse per fare la spesa con maggior frequenza.
Divenni aranciata dipendente.
Quando aprirono langolo panetteria, dimenticai il mio fornaio. Ci andavo da una vita. Smisi di frequentarlo da un giorno allaltro, come avevo smesso di fumare. Non mimportava se il pane fosse migliore o peggiore. Consegnavo il sacco a Leila, e la guardavo battermi lo scontrino.
- Vuole i punti omaggio? - mi chiese un giorno. Dicembre. Le tenebre già attanagliavano le strade. Ma lì dentro cera luce. Linconfondibile neon che le batteva sulla testa.
Annuii. Sorpreso. Era la prima volta che mi rivolgeva la parola.
- Se viene ancora mercoledì prossimo, gliene diamo altri cinque. Così, fra due settimane può ritirare il borsone dellAdidas. Gratis.-
- Grazie - dissi.
E il mercoledì seguente ritornai. Fedele come un animale, mi presentai alla sua cassa. Le allungai la tessera, e mentre me la restituiva trovai il modo di sfiorarle la mano.
Alzò gli occhi, forse imbarazzata dal contatto.
- Grazie. - Finsi lincuranza. Riposi il pugno in tasca, per serbare al suo tocco più a lungo laureola.
Dovetti trovare un posto per la borsa. Grossa, colorata. Il genere di oggetto che non avrei mai voluto in casa. Alla fine me ne sbarazzai, regalandola al figlio dei vicini. Uno sportivo già un po calvo, che giocava nella squadra giovanile di pallacanestro. Da quel giorno ogni domenica lo vidi sgattaiolare sulle scale col borsone a tracolla. Per gli allenamenti. Quando ci incontravamo, mi salutava con la mano.
Non lavevo vista alle casse, e già desideravo ritornare allaria aperta. Ma era il 23 Dicembre, e questa volta far la spesa rientrava nei doveri. Mia madre e mia sorella venivano per la Vigilia.
Mi feci largo fra la gente e i panettoni, in cerca delle cose elencate sulla lista. Avevo spuntato tutte le verdure e la frutta. Non rimanevano che il latte e le sfiziosità.
Seminai una famigliola che si trastullava davanti alle stelle di Natale. Poi pensai "Forse no. Forse a mia madre farebbe piacere se gliene regalassi una". E tornai indietro. E mi trovai a faccia a faccia con Leila che le sistemava.
Il cuore si fermò.
- Oh, scusi. -
- Niente. - Fece un passo indietro. - Le interessano le piante? Ne vuole comprare una? -
Mi resi conto che non avevo parlato. E più non rispondevo, più lei mi fissava perplessa. Mossi il capo. Sfoderai uno dei miei sorrisi peggiori.
- Grazie, sì. -
- Prenda pure quella che le piace di più. -
Allungai le braccia. Istintivamente verso di lei. Poi ripiegai su un vaso sporco di terra. E mi bloccai.
- Lei... lei quale prenderebbe? -
Vidi il suo sguardo impallidire. Non si aspettava di dover esprimere un parere. Timidezza, pensai allora. E le sorrisi con minor ansia.
- Non saprei, davvero. La pianta è sua, scelga lei. -
La lasciai andare col sorriso sulle labbra tese. Sentendomi sconfitto e senza chance. Uno che ha finito laspirina e non conosce nessuno a cui chiederla.
Il grembiule rosso di Leila. Le sue gambe che spuntavano da sotto.
Di lei amavo la tristezza. Quellinconfondibile espressione sul volto, che mi faceva credere di aver trovato una compagna danima. Soffriva come me. Soffrivamo entrambi. Ma non comunicavamo.
Mi sembrava che nel vedermi non mi riconoscesse mai, fosse sempre come la prima volta. E questo mi feriva, mi piantava un pugnale in mezzo al petto senza che io provassi il desiderio di strapparlo. Ero diventato masochista, lo rigiravo nella piaga, stringendo i denti.
Poi, un giorno, notai uno strano bagliore. Nei suoi occhi notturni, una piccola stella guizzò. Ero fermo alla cassa, incastrato fra il carrello della signora che mi precedeva e un donnone di spalle, nella fila accanto.
Lei mi guardò con lo scatto di un cerbiatto. Stava battendo il detersivo della signora. Ma guardò me. Me. Poi disse, gentilmente: - Dovrebbe spostare il carrello. Non vede? Il signore è in difficoltà -.
La donna obbedì, con la faccia di chi obbedisce controvoglia.
Era una cassiera, sì, ma aveva un nome, Leila, e delle guance morbide. Io lo sapevo. E tutte le notti sognavo lovale del suo volto, proiettandolo sul soffitto della mia stanza.
La stella passò, ma lasciò una scia luminosa nei suoi occhi senza età.
- Grazie - dissi poi, mentre le allungavo la tessera dei soci.
Mi capitava a volte di appostarmi fuori dal supermercato, e aspettare finché anche lei non usciva. Niente più grembiule, niente più cartellino. Con i capelli sciolti sulle spalle, era libera di perdersi nellanonimato della folla.
Mi muovevo dietro di lei, incontrando nervoso lo sguardo dellalbanese seduto allentrata. Sempre più seduto, come se cominciasse a sedersi perfino nel proprio corpo. Gli leggevo in volto che mi riconosceva, ogni volta. Mi vedeva accanto al platano, nascosto dietro al tronco, e mi riconosceva.
Una sera mi portai inconsapevolmente il dito alle labbra, e mentre usciva Leila, gli feci segno di star zitto. Come se potesse avvertirla che mi apprestavo a pedinarla. Provai vergogna, ed affrettai il passo, senza guardarlo più.
Ma quella volta, fu lultima. Non dovetti più appostarmi, né fare avanti e indietro al supermercato sei giorni alla settimana, né sopportare le sue lunghe occhiate.
Quella sera, Leila si fermò al semaforo e io la raggiunsi.
Me la ritrovai di fronte, in abiti borghesi, con la stessa aria infelice che aveva quando mi consegnava lo scontrino. Luccellino era uscito dalla gabbia, ma non aveva spiccato il volo.
Fui colpito, anchio faticavo a scrollarmi di dosso la malinconia. Era un tarlo che mi divorava lanima. E se anche la prendevo per la collottola e la allontanavo, la malinconia sempre tornava, più vorace di prima.
Aprii bocca per parlare. Scattò il verde. Ma Leila non si mosse, ed io scesi soltanto dal marciapiede, per abbassarmi al suo livello.
Improvvisamente non eravamo più il cliente e la cassiera, bensì due esseri umani che potevano comunicare. Un uomo e una donna. I nostri occhi, allo stesso livello, si legarono con uno sguardo.
Mi specchiai per la prima volta pienamente in lei.
E così, cominciò la stagione dellamore.
Lamore, che sentimento sublime! Sapeva rischiarare le corte giornate dellinverno come un sole in piena estate. Io, per la prima volta in tutta la mia vita, mi sentivo veramente felice.
Le chiesi di venire a vivere con me, e Leila accettò. Cominciai a spargere la notizia, cominciai a ricevere telefonate.
Mia madre accolse la realtà come se si trattasse di un sogno, sbattendo le ciglia e non sapendo più reagire. "Davvero...? Finalmente..."
Mia sorella si congratulò e tenne una lunga conferenza al telefono sui pro e i contro del matrimonio. Non mi sposavo, però. Per quello ci sarebbe voluto ancora un po di tempo.
E passarono i giorni, con le ore, i minuti, e gli incontabili secondi. Si allinearono in settimane, finché non venne marzo e festeggiammo un mese dal nostro primo incontro, là, al semaforo.
Avevo comprato una bottiglia di champagne, il più caro che mi fosse riuscito di trovare, e la stappai lasciando che il tappo rimbalzasse sul soffitto della sala. Ho ancora negli occhi limmagine del sughero che vola in aria e mi ricade fra le mani. Lo strinsi, come si stringe un braccio vivo.
Leila sorrideva, ma solo con le labbra. I suoi occhi no, non sorridevano ancora. Non mi avrebbero mai sorriso.
Lo capii poco alla volta che le nostre strade si sarebbero divise un giorno o laltro. Da piccoli segni, gesti, mezze parole. Leila rimaneva triste, ed io incominciavo a tormentarmi sulla ragione della sua infelicità perenne. Depressione? Ipersensibilità? Qualche problema ormonale?
No, niente di tutto questo. Le consigliai di andare dal medico, e la portai personalmente dal mio, un amico di famiglia, un dottore di cui mi fidavo pienamente. Era tutto a posto, la salute non centrava.
- Vai lo stesso a far gli esami del sangue. - la pregai una sera, davanti alla televisione.
Lei annuì. Andò, e mi mostrò i referti delle analisi. Ma i valori erano nella norma, anzi, perfetti. Leila stava benissimo.
Quando rientravo, la trovavo quasi sempre seduta sul divano, davanti allo schermo acceso del televisore. Guardava indifferentemente i quiz e le telenovele, senza ridere o animarsi né per gli uni né per le altre. Nemmeno i telegiornali sapevano portare un mutamento nel suo sguardo. Gli occhi rimanevano del colore della notte sempre. Sempre.
Altre volte passavo a prenderla al supermercato, se finiva tardi. Mi aveva chiesto di non entrare, e allora rimanevo davanti allentrata, accanto allalbanese, che aveva smesso di guardarmi. Mi tiravo sulle punte dei piedi e sbirciavo allinterno, attraverso la vetrina. Leila si alzava, si sfilava il grembiule, salutava i colleghi e poi usciva, lentamente, con il passo trasci-nato di chi non sta bene nel proprio corpo. No, non era felice.
Quando le regalai un libro, LUrlo e il Furore di Faulkner, uno dei miei preferiti, non batté ciglio. Prese il volume fra le mani e accarezzò la quarta di copertina, ma senza slancio, senza trasporto.
- Leggilo, è molto bello. Ma... forse, lhai già letto? - mi preoccupai.
Spostò uno sguardo cinereo sulla mia fronte. Scosse il capo amaramente. Non avevo notato che lei non aveva letto quasi nulla?
Sì, lo avevo notato. Sapevo che non leggeva e non me ne preoccupavo. Avrei letto io per tutti e due, così giungevo a concludere nei miei pensieri. Fantasticavo sulle discussioni che avremmo potuto fare, ma non insistevo. Se non le piaceva leggere, evidentemente non le piaceva. Non cera nulla da fare.
Faulkner finì sul comodino, sotto un leggero strato di grigia polvere.
Nemmeno larte visiva le interessava. Andammo ad una mostra in centro, e ritornammo a casa nel più totale silenzio. Niente mi offriva lo spunto per una conversazione. Mentre giravamo per le sale dellesposizione, io avevo osservato più il suo volto che i vari quadri appesi. E mai una sola volta vi avevo visto scorrere un sentimento diverso. Sempre la solita espressione triste. Gli occhi sembravano piegarsi allingiù da qualche tempo, la bocca si muoveva con fatica. Il cerbiatto rimaneva spaventato, anche se il cacciatore era scomparso in lontananza e il bosco si era fatto silenzioso.
E la malinconia tornò a bussare alla mia porta. Con netti colpi mi obbligò ad aprirle e a scostarmi per farla nuovamente entrare.
Sedevo alla scrivania, con la lampadina accesa davanti alla fronte. Fissavo una pagina di un libro così intensamente da renderla ormai bianca. Non riuscivo a muovermi, a dire nulla. In sala, il sonoro della televisione mi portava a scatti la voce nota di un conduttore.
Finalmente capii. La sua tristezza, la sua infelicità che avevo mille volte sublimato nella mente, non nascondeva niente. Quandanche il sipario si fosse alzato mostrandomi la sua anima per intero, non avrei visto nulla di quanto avevo immaginato. Non unonda, non un fossato di profondità, niente. Il bianco assoluto.
Immaginate quale non fu la mia disperazione nello scoprire che Leila era triste perché semplicemente triste. Dietro al coperchio addolorato, riposava il vuoto. Il barattolo, questa volta, non conteneva nulla.
Ritardai in ogni modo la presa di coscienza, lottai con forza per accecarmi. Ma alla fine cedetti, e lo ammisi a me stesso: Leila, la mia Leila, non sarebbe mai stata come me. Non condivideva nessuno dei miei sentimenti, non mi accompagnava sulla strada irta e brulla dellisolamento, dellalienazione. Leila non mi capiva e non mi avrebbe mai capito. Mi ero lasciato abbagliare dalla sua faccia crucciata, uguagliando il mio dolore esistenziale al suo dolore vuoto, stupido. Sì, finalmente riuscivo a dirlo.
Leila era stupida.
E così, eccomi di nuovo solo. Non più di prima, ma profondamente. Mi alzo ogni mattina e vado al lavoro e quando rientro sono accolto unicamente dallo scricchiolio che producono i piedi sulle assi del parquet. Cigola la porta, mentre si chiude, dietro di me.
Vivo come ho sempre vissuto, con la sola differenza che ho cambiato supermercato. Mi tocca fare un po più di strada, e quando porto tre o quattro pacchi mi ritrovo stanco e lamentoso, ma almeno evito di incontrare lei. Non so, poi, se lavori ancora lì. Non lo voglio sapere, non mi interessa. Mi ripeto in continuazione, dal giorno in cui è uscita dalla mia vita e dalla mia casa, che non avrei più dovuto pensare a lei.
Ma ogni tanto, ogni tanto unimmagine si insinua fra le ciglia, proprio nel momento in cui sto per chiudere gli occhi. E li riapro, ritrovandomi a fissare il soffitto. Le mille ombre che disegno con la fantasia, componendo sempre lo stesso nome. Leila.
Colei che ha gli occhi del dolore della notte.
Ho chiuso il libro.
Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dellAssociazione Laboratorio E-20.
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