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Marco Saggioro
Notturno d'asporto

genere jazz-story

1 racconto da 5 fermate

Prefazione
di Andrea G. Pinketts

Scrivo queste righe su una nave da crociera mentre Mario sfreccia nella notte milanese col suo macilento Califfone. Come lo invidio. Sar la nostalgia de Milan celebrata dal duo al quadrato Bracchi-Danzi, sar che sono un cowboy metropolitano costretto a incarnare Oh capitan c' un uomo in mezzo al mare nella parte del malcapitato, ma sono profondamente grato a Marco Saggioro, l'autore di Notturno d'asporto', di avermi fatto incontrare Mario, il pizza driver intirizzito protagonista di un racconto caldo pur essendo ambientato in una Milano gelida. Il racconto caldo seppur dolente. Perch Milano non cos gelida come ce la vogliono dare a bere i detrattori della Milano da bere e come mi ha appena confermato un musicista americano di recentissima conoscenza che ha suonato in una nave da crociera destinazione Alaska. Mario ha perduto un padre e un amore ci nonostante non un perdente rassegnato. Si appena vendicato della vita consegnando all'ignobile signora Rinaldi una quattrostagioni di cui il nostro eroe ha gi addentato una fetta in senso di sfregio. Quando la megera se ne accorger ci sar una resa dei conti come in un noir senza cadaveri. Ma Mario disposto a pagare il conto della pizza e del proprio licenziamento. Perch un artista. Un pianista. E Notturno d'asporto' che ho riletto su una nave che, per un segno del destino, si chiama Melody, un racconto musicale. Sapientemente orchestrato da Marco Saggioro.

Il vecchio Califfone vola nella notte milanese, sfreccia lungo strade di periferia illuminate d'arancione, sfida le raffiche di vento gelido che sembra rinfocolare le stelle, come soffiare su tizzoni ardenti. La citt ormai confabula con voce sommessa mentre il mistico Om del ciclomotore echeggia tra dolenti casermoni popolari, alveari di solitudine.
Vnghino, vnghino, sire e siri. Mario questa sera si libra sulla vita, senza rete, attaccato al manubrio del suo Califfone come un acrobata al suo trapezio.
Sul parabrezza di plastica incrinato (e malamente rabberciato con del nastro adesivo da pacchi) scivolano, rincorrendosi, i riflessi dei lampioni.
A cosa pensa un acrobata durante le sue evoluzioni?
Mario pensa alla faccia della signora Rinaldi nell'attimo in cui, aperto il cartone della sua quattrostagioni fumante, avr scoperto che una delle fette gi stata addentata.
Vecchia spilorcia. L'unica cliente della pizzeria a non avergli mai dato una mancia. Tutte le volte lo stesso monotono rituale: il campanello british che rompe il silenzio scivolando pigramente lungo il suo intervallo di terza maggiore, la corsa lungo le scale d'ingresso del vecchio Roy che abbaia nervoso, la lenta processione della Rinaldi fino al cancello, i soldi (contati) stretti in una mano infilata in tasca. Tutte le volte una nuova messa in piega o un nuova tinta e il solito asfissiante olezzo di lavanda.
Mario si immagina l'arcigna zitella trasalire davanti all'inequivocabile affronto di un morso dato alla sua pizza. E mentre corre nella notte gelida l'acrobata si passa   ripetutamente la lingua sul palato ustionato.
Lo sportello del bauletto giallo del Califfone sbatacchia indolente e senza ritmo, aprendosi e richiudendosi sul vano rimasto sgombro dopo l'ultima consegna. Una macchina sorpassa, e prima di scomparire alla vista risucchiata nel grembo della notte, una presenza amica sulla cui scia contare, almeno per un po'.
Riaffiorano i ricordi dell'ultimo anno. I funerali del padre nella chiesa spoglia e senza luce del quartiere, il corteo funebre di una decina di persone, le aride frasi di circostanza. Poi una girandola di carte bollate, atti notarili, conti correnti e assicurazioni. E l'immedicabile sconsolatezza negli occhi della madre.
Incalzano anche i mesi senza Rossella, cuore spezzato, il suo affetto sincero mortificato da una sorda indifferenza a qualsiasi cura e premura. Ritornano l'eco del suo puerile lessico amoroso e la memoria della sua smania di ballare. Del suo monolocale.
Come in un film scorrono le immagini del primo giorno alla pizzeria.
Intanto il Califfone indugia a uno stop, rapito dal giallo dell'occhio ammiccante di un semaforo, giusto il tempo di schiarirsi la voce con due colpi decisi alla manopola del gas e il suo mantra riprende incessante e senza increspature.
Il viale appena imboccato un lungo tunnel nella notte che sembra non avere mai fine. Cartelloni pubblicitari, un distributore di benzina, capannoni prefabbricati, la misera tettoia di una fermata d'autobus. Una monumentale prostituta che a passo spedito litiga al telefonino con voce tenorile e piagnucolosa, la strada sotto i suoi trampoli luccicanti il ponte di una nave che solca un mare agitato.
Le mani fanno male. Nonostante il doppio paio di guanti il freddo le martella, crudele. Mario cerca di sgranchirle. Stacca il braccio sinistro dal manubrio e lo distende lungo il fianco aprendo e richiudendo le dita intirizzite. Un lamento sommesso accompagna la manovra. Poi cerca di fare lo stesso con l'altra mano, serrata intorno all'acceleratore. Mario per un istante lascia la presa mentre il motorino ansima e rallenta. Il dolore si stempera in un'imprecazione. Sul punto di fermarsi, barcollando sul ciglio della strada, il Califfone riprende di nuovo la sua corsa. Avanti. Avanti ancora. Il freddo che toglie il respiro.
Ci sono giorni in cui Mario rimane assorto a guardare le sue mani. A volte le sente aliene e ingombranti. Sono i giorni in cui gli sembrano quelle di suo padre. Le mani prima di un giovane operaio della Fiat senza coscienza di classe e poi di un arreso bancario a cui non bastano mai i mille canali televisivi a disposizione. A volte, invece,   gli sembrano perfette. Le dita lunghe e flessuose, il dorso magnificamente innervato, ossa e vene a modellare una superba orografia. La maggior parte dei pianisti convinta che le mani siano la loro cosa   pi importante. Stolti. La cosa pi importante per un pianista sono le sue orecchie. Quante volte Mario se l' sentito ripetere dal suo insegnante durante gli anni del conservatorio. E non l'ha mai scordato. C' chi suona con le mani, istupidite da infinite ripetizioni di sessantaquattresimi suonati a 200 di metronomo, e c' chi suona con le orecchie, il cuore che tiene il tempo. A differenza di quasi tutti i suoi compagni del conservatorio, Mario non si negato il piacere di respingere un rigore durante gli ultimi cinque minuti di una partita a calcio con gli amici.
Circonvallazione. Auto che sfrecciano in un frastuono di clacson e autoradio. In coda a un diesel Mario ricerca un po' di tepore. Avanti ancora fino a   una piazza che rifulge delle luci al neon di una stazione di servizio, al semaforo a destra.
Di colpo i lampioni si diradano, i contorni delle case sfumano nella nebbia, i rumori si fanno lontani. In fondo alla strada c' il Tijuana.   
Mario entra nel locale sfinito dal freddo. Ha un'improvvisa vertigine ed costretto ad appoggiarsi a una parete dello stretto vestibolo per mantenere l'equilibrio. Un'ondata di aria calda lo investe, insieme al vociare confuso del pubblico e alle luci verdi e blu della sala.
Una figura tozza dall'aria minacciosa si delinea a un'estremit del suo campo visivo.   Si dirige verso l'ingresso sbraitando.
Ma dove cazzo eri, eh? Abbiamo mezz'ora di ritardo e la gente ha cominciato a fischiare.
Scusami Armando, dammi ancora dieci minuti. Lo sguardo di Mario un semitono sotto quello di Armando.
Seee, altri dieci minuti. Non possiamo farli aspettare ancora.
Mario rimane in silenzio, si sfila i guanti e lentamente solleva davanti al suo viso le mani livide. Dietro al sipario delle dita provate dal freddo, Armando intravede un'espressione che ormai conosce bene. Rabbia, incoscienza e una tristezza infinita. Prende le mani gelate di Mario tra le sue e gliele stringe con forza. Lo guarda per un istante negli occhi. Tu sei matto. Muoviti, cazzo.
Mario si fa strada tra la gente assiepata intorno al bancone del bar. Qualcuno gli dice era ora, qualcuno gli batte una pacca sulle spalle. Infila la porta del bagno e raggiunge il lavabo. Sente che Armando sta dicendo qualcosa al microfono. Sente il suo nome e un timido applauso. Apre completamente il rubinetto dell'acqua calda e incrocia per un attimo il suo volto riflesso nello specchio incrostato di ruggine. Le profonde occhiaie sono rapidamente offuscate da una cortina di vapore. Che cazzo di vita. mormora tra s, poi si lascia scivolare lungo il muro umido alle sue spalle. Passa qualche attimo seduto a terra senza pensare a niente; quindi si rialza con indolenza e mette le mani sotto il getto dell'acqua bollente. Le sente riacquistare velocemente sensibilit e vigore. Va avanti fino a sentire l'acqua scottare. una perversa tortura: prima il gelo e ora il caldo estremo. Quando ritrae le mani non riesce a trattenere un grido. Cerca di nuovo la sua immagine nello specchio e trova inevitabilmente un profilo indistinto.
Si dice Andiamo Mario.
Di nuovo in mezzo alle luci e alla gente che fischia, urla e applaude. Il percorso fino al palco ostacolato dai troppi tavolini ammucchiati.
Finalmente il suo sgabello. Sedercisi sopra come rientrare a casa dopo una lunga giornata. Mario fa un timido cenno con la mano, beve un sorso d'acqua e comincia a suonare. L'indistinto brusio si affievolisce fino quasi a spegnersi. Le prime note risuonano nel locale. una lenta ninna nanna che si avvolge su se stessa, una volta, due volte, tre volte senza cambiare. Mario la accompagna con la voce mentre comincia a battere con un piede sul palco.
La musica prende ritmo, guadagna intensit. Al motivo iniziale si aggiungono altre note che sembrano affiorare da una notte nerissima. Il pubblico in balia dell'ipnotica danza. Le teste assecondano la melodia con movimenti via via pi frenetici. La musica incalza ancora e ancora fino ad esplodere e poi librarsi, come una picchiata verso il fondo di un abisso da cui ci si risolleva all'ultimo istante, le note si dispiegano, riprendono quota e sorvolano distese sconfinate. Mario rapito, al centro del flusso sonoro, le sue mani volteggiano sulla tastiera, la mente svuotata di ogni pensiero. Ora pu sciogliere il suo dolore e lasciarlo sgorgare. Il tempo non ha pi consistenza, la musica sembra non avere mai fine. Mario sente che il pubblico sta battendo le mani ma non vi presta attenzione e continua a suonare, ancora, ancora, ancora, come gridare. Fino a   non avere pi voce. La musica indugia di nuovo sul motivo iniziale. Una volta, due volte. Fino a spegnersi in un sussurro indistinguibile. Applausi, fortissimi. In molti si alzano dalla propria sedia ma Mario non li pu vedere. Ha ancora il capo reclinato sulla tastiera e gli occhi chiusi. Dopo alcuni secondi sembra riaversi e appoggiandosi con entrambe le braccia al pianoforte si gira verso il pubblico. Armando accorre con un'asta e un microfono.
Grazie. Scusate il ritardo. Ho avuto una consegna urgente all'ultimo momento. Il pubblico sorride con qualche perplessit e riprende ad applaudire senza curarsi troppo del significato delle parole di Mario.
Grazie, sono molto contento di suonare per voi questa sera. Il prossimo pezzo qualcuno lo conosce. Si chiama You must believe in spring', di un certo Bill Evans.   Dal pubblico un ragazzo con una reflex al collo gli grida Vai! E Mario ricomincia a suonare.
Tra un brano e l'altro qualche sorso d'acqua, poi la pausa verso mezzanotte. E di nuovo musica con qualche tavolino vuoto.
Ormai non manca molto alla fine della serata. Mario conta di suonare ancora qualche standard e un brano che ha composto di recente. sulle note di Everytime we say goodbye' che i suoi occhi vedono
Non riesce a crederci. Un brivido gli corre lungo la schiena. Le mani incominciano a tremargli e non pu continuare a suonare. Chiede scusa al microfono e interrompe il concerto col disappunto degli ultimi clienti rimasti.
Al bancone del bar c' Franco. Il proprietario della pizzeria.
Mario sa di non avere vie d'uscita e di doverlo affrontare.   
Che cazzo combini?
Franco ha la faccia scura.   
La Rinaldi era incazzata di brutto.
Ora che la rabbia si dissipata attraverso la musica, Mario sinceramente dispiaciuto del suo gesto. Non so cosa dire.
Attimi di angoscia al pensiero di quello che lo aspetta, una denuncia, forse, ma prima una gran manica di botte.
Invece davanti a s vede allargarsi un sorriso di indulgente complicit.
L'ho mandata affanculo. Vieni qua. Che mica me l'avevi detto che eri cos bravo.
Franco tira a s Mario e lo abbraccia con vigore. Mario ritrova dopo tanto tempo il calore tutto fisico di un gesto amico.
D'un tratto un sussulto. Franco si scosta e con aria fintamente malandra trafigge Mario.
E il Califfone? Dove l'hai lasciato?



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.
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