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Beatrice Di Vito
"Luna che cresce"

Introduzione

di Stefano Bianchi, Presidente Met.Ro. S.p.A.

Dopo il successo degli scorsi anni Met.Ro. S.p.A. ha voluto rinnovare anche quest’anno il proprio impegno per la realizzazione di Subway-Letteratura. Un’iniziativa che, oltre a farci scoprire nuovi talenti letterari nel panorama della creatività italiana, coniuga con successo il viaggio in metropolitana con la cultura e la riflessione. In tutte le grandi città, viaggiare in metropolitana diviene sempre più una scelta che connota un vero e proprio stile di vita, attento non solo ai problemi degli inquinamenti dell’aria e acustici ma anche al nostro personale recupero di spazi e di tempo. La metropolitana è così divenuta un luogo ideale d’incontro tra la rapidità di spostamento, attraverso il cuore della città, e il tempo della riflessione. Leggere, in viaggio da casa verso i luoghi di lavoro o di studio, diviene per sempre più cittadine e cittadini una piacevole consuetudine a cui anche noi abbiamo voluto contribuire. A partire dal 15 di giugno, 25 Juke-box Letterari, dislocati nelle fermate della rete cittadina, distribuiranno gratuitamente per tre settimane circa 1.500.000 di copie di libriccini che abbiamo editato insieme all’Associazione Laboratorio-E20 e con il patrocinio del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali. Subway-Letteratura seleziona le opere da pubblicare con un concorso nazionale, aperto a tutti i giovani che scrivono in italiano (quindi anche stranieri), ma per premiare il favore che il pubblico romano ha riservato all’iniziativa, abbiamo voluto istituire anche il ‘Premio speciale Met.Ro. città di Roma’ volto a promuovere un Autore esordiente che vive, lavora o studia nel territorio della nostra città. Il primo vincitore, che presentiamo in questo volumetto, è Beatrice Di Vito che ha scritto il breve racconto di ricerca/viaggio intitolato ‘Luna che cresce’.

Prefazione

di Cinzia Leone

L’ultimo a restituirci una visione così ad altezza bambino era stato Ammanniti. Con lui i campi di grano hanno spighe alte abbastanza per nascondersi, se serve, e attraverso le quali guardare i segreti dei grandi e la vita che verrà. Ma se Ammanniti mette in scena la paura e il coraggio - tutto al maschile - del piccolo Michele, la Di Vito ci mostra la determinazione e la felice consapevolezza della propria (e altrui) diversità - tutta al femminile - di una bambina, Luna. E, come nel titolo, è davvero una “Luna che cresce” sotto gli occhi del lettore, anche grazie ad una madre complice che, d’istinto, asseconda la diversità della figlia, regalandole un lasciapassare contro gli attriti della vita. Luna è una che si attrezza. Con le parole difficili da fare proprie. Con gli amici anch’essi diversi da custodire ma anche da condividere, Reagendo all’assenza di sempre del padre, e alle assenze saltuarie della madre. Mantenendo i confini della propria identità con magici amuleti nascosti in una valigia da cui non si separa mai. “La valigia mi avrebbe ricordato chi ero” dice la piccola Luna, che nella vita non vuole perdersi, né perdere l’occasione di ritrovare il padre. E va a caccia di lui con metodo, confrontando l’impronta di una sua scarpa ritagliata nel cartone e custodita gelosamente nella valigia. Quando lo avrà ritrovato, non avrà più bisogno d’impronte né di valigia. Tutto sarà per sempre dentro di lei. “Luna che cresce” è un racconto sul valore delle diversità e un elogio della memoria. Le due grandi scoperte del secolo scorso. Patrimoni del secolo futuro. Leggendo si respira un soffio del Tom Sawyer di Mark Twain, un lampo dell’Alice di Lewis Carroll, un bagliore dell’Oskar di Gunter Grass. Parafrasando Pessoa, con cui l’autrice dà il via al racconto, “I viaggi, sono i viaggiatori” e i racconti, sempre più spesso, sono le scrittrici.

Luna che cresce

Premio Speciale Met.Ro. S.p.A. Città di Roma

I viaggi, sono i viaggiatori.
F. Pessoa

Hai una storia da raccontarmi? mi chiedeva mia mamma quando tornavo a casa da scuola. Sia che sorridessi, sia che non. Io sono Luna e con me ho sempre la mia valigia. Non mi importa cosa ne pensino gli altri. È per la stessa ragione del viaggio. Sintomatico di malessere diceva la mia maestra in tutte le sacrosante riunioni con i genitori. Pensava di beccarsi il premio di tutore attento e encomiabile segnalandomi all’assistenza sociale. La mia mamma rideva. Rideva perché sapeva che era un modo come un altro per portarmi dietro i miei sogni. Io così li custodivo al riparo dalla banalità dilagante. Per questo mi prendeva in giro chiamandomi MATTA. Ma io scrollavo spalle e trecce e ridevo sorniona. Solo un’altra persona mi capiva in questo viscerale attaccamento alla valigia. Era Leo, il mio amico, il mio migliore amico a dirla tutta come si deve.
Lui aveva, se è possibile, ancora più problemi di me. La polio da piccolo gli aveva ristretto una gamba che ballava nelle sue scarpe diverse. Per me era fortunato perché si comprava sempre due paia di scarpe, ma aveva anche le sue grane. La mamma diceva che ci eravamo cercati. La matta e lo zoppo. La mia mamma amava le definizioni e i soprannomi. Una cosa non è davvero tua se non le dai un nome diceva spesso. Me ne dava uno a settimana.
Così posso definire meglio i tanti io di cui sei fatta diceva. Non che mi dispiacesse, anzi. Andava d’accordo con la storia della mia valigia. Si sposava a pennello. Tanti mondi, tante vite, tanti nomi. Io, comunque, ho nove anni. Nove è un buon numero. Si divide per tre, tanto per cominciare, è quasi 10, ma non ancora. Sì, è perfetto, un numero perfettissimo come avevo tentato di spiegare a Leo qualche volta. Ma in questo non mi seguiva bene. A scuola facevamo sempre coppia fissa. Fissi, perché vuoi io per la valigia, vuoi lui per la gamba, non eravamo i centometristi di educazione motoria. Un po’ lentini diceva la ragazza ricciuta che ci illustrava i benefici del corpo sano. Mi faceva ridere con tutti quei ricci. Ci si poteva perdere dentro qualsiasi cosa. Ogni tanto aveva qualche foglia, a volte interi rami.
Certe volte mi incantavo a guadarla pensando che lei era fortunatissima, giuro, perché io dovevo portarmi l’altro mio mondo nella valigia e lei ce lo aveva semplicemente in testa. Magari una volta ci si era perso un uccellino e viveva lì chissà da quanto. Una volta ho provato a lasciare delle briciole sulla cattedra per vedere se aveva fame e se magari usciva. Dopo vari tentativi avevo capito che l’uccellino forse era scappato via da tempo. Però vi racconto ancora di me e Leo. Luna e Leo. Avevamo, certamente, un nostro nascondiglio. Una quercia secolare, molto grande per i più, ma per noi era enormissima.
Avevamo issato su una bandiera con una L ed era il nostro privatissimo territorio. Nessun altro bambino era ammesso. Ogni cosa, diventava un gioco nuovo per noi…da un ramo, a un pezzo di ferro, ai vestiti dimessi che ci passava la mia mamma per fare i costumi.
Il mio gioco preferito era quello delle Parole Nuove. Lo facevo costantemente ogni giorno. Ogni volta che sentivo una parola nuova e ne capivo il significato la scrivevo sul mio quaderno P, P perché era Personale, P perché era delle Parole. C’erano giorni fortunatissimi in cui riuscivo a scriverci anche DIECI parole. A Leo non interessava molto, d’altronde lui non voleva usare le parole da grande, lui voleva volare. Era così convincente. Lo guardavo affascinata mentre rideva e mimava i movimenti della CLOCHE. Questa parola difficilissima, STRANIERA, l’avevamo vista insieme su un libro. Voleva volare perché non poteva camminare. Una volta invece di essere sempre in due, diventammo tre. Lei, si chiamava Micole, e aveva i capelli rossi.
Grazie a lei imparai una nuova bellissima parola EFELIDI. Ne aveva milioni. Una volta le abbiamo disegnato su le quattro o cinque costellazioni che erano sul libro di scuola, unendo i puntini come in quel giornale che ha la mamma in bagno. Diventò subito amica di Leo, non mia, perché non mi faccio comprare facilmente, io. E poi mi scocciava sempre sulla mia valigia. Voleva sapere che c’era dentro. Io, una volta, stufa, le ho detto che non si poteva sapere tutto nella vita, e che anche io volevo sapere che c’era nel suo cervello, ma mica per questo lo aprivo! Ci rimase un po’ male e Leo, che parteggia per chi ci rimane male a prescindere, iniziò ad unirsi a lei. Così un giorno mi presero per noia e la aprii. Tanto per cominciare era un portamerenda di Hello Kitty che mi aveva regalato mia zia. Dentro, precisai, ci sono cose essenziali alla mia sopravvivenza. Le cose senza di cui non sarei stata io. Pensavo spesso che se mi perdevo, o se subivo un lavaggio del cervello o quelle cose che ti iniettano per farti dimenticare, la valigia mi avrebbe ricordato chi ero. È tanto da chiedere ad una valigia!? Forse sì, ma l’ho spiegato per bene a mia mamma, che se non chiedi niente non hai niente. Dentro c’era: una foto mia e una foto della mamma da ragazza; il mio quaderno P ed una penna; due biglie bellissime, una blu e una verde; il fermaglio per i capelli di quando ero piccola; una conchiglia supermega grande che mi aveva preso lo zio al mare; una moneta antica che la nonna aveva trovato in giardino; un orologio del mio bisnonno che mi aveva dato in custodia la mamma; i Cioccolatini del Dispiacere, che sono al pistacchio, che non mi piace, e uso per sottolineare i momenti di amarezza; una collana con un ciondolo strano che ho rubato alla mamma; una scatolina con una polvere magica di cui non sono autorizzata a parlare; una torcia per non aver paura della notte; un cd con le voci registrate della mamma, la nonna e il nonno, lo zio e Leo; e un’orma su un pezzo di cartone. L’originale è in gesso ed è custodita gelosamente in camera mia. È l’orma di mio padre, che ho trovato in giardino. La mia mamma, non sapendo a che servisse, mi aveva aiutato a farne il calco il gesso. La mia mamma mi aiutava sempre a fare queste cose strane col gesso e la cartapesta perché mi ha insegnato lei.
Quando ero piccola mi ha costruito un’enorme casa per le bambole che mi avevano invidiato tutte le mie amiche per anni. Non ci lasciavo giocare nessuno. Era mia e basta. La mia mamma fa l’architetto e piange spesso, chiusa da sola in bagno. Io lo so perché la spio, e poi quando le chiedo perché ha gli occhi lucidi, la vedo confusa ed impacciata. Lei è una mamma fantastica. Mi ha insegnato tante parole diverse e la sera giochiamo a comporle in un racconto. Le prime volte non mi piaceva tanto, perché era più brava lei… ma ora… ora sono super. Mi dice sempre che le parole ti fanno compagnia e, anche se qualche volta ti tradiscono, o ti sembrano dure, secche e cattive, riescono sempre a tornare e a farsi voler bene. Io il mio papà non so chi è. Lo cerco spesso tra le foto della mamma. Ma ha tanti amici e tante foto. Ogni volta immagino che ne sia uno diverso. Neanche la nonna sa chi sia, perché gliel’ho chiesto. Tutte queste cose però non le volevo dire a Micole, perché non mi dava per niente fiducia. E le dissi che era l’orma di un ladro. Dopo aver visto il contenuto della mia valigia un po’ mi lasciarono perdere. Un po’ no. Micole si appassionò alla storia del ladro e voleva sapere tutto. Io cercai di tagliare corto, ma non mollava. Partii di fantasia e le inventai una storia fantastica su un ladro di sogni che colpiva le ragazzine che facevano tante domande.
Questo ladro era dotato di un Folletto enorme con cui aspirava tutto mentre la bambina in questione dormiva. Micole, non troppo convinta del resto, mi chiese come mi fossi mai salvata da questo mostro. Io le dissi che per fortuna il ladro era stato messo in fuga dalla mia mamma, che era entrata di soppiatto in camera per farmi uno scherzo. Questa cosa qui non era una bugia totale. La mia mamma dice che serve per temprarmi il carattere, e quasi ogni sera, mi fa qualche raid notturno per spaventarmi. Si nasconde nell’armadio, o sotto il letto, o semplicemente entra all’improvviso urlando. I primi tempi me la facevo sotto. Ma ora la precedo e di solito si spaventa lei. Micole mi disse che mia madre era strana. Io le risposi che era meglio essere strani che normali. Lei mi disse che la sua mamma cucinava bene e le faceva tante coccole. Io le risposi che anche la mia, pure. Ma la mia giocava con me. Lei disse che i grandi non giocano perché vanno a lavoro. Anche la mia mamma certe volte non poteva perché aveva le CONSEGNE. Io, bene cosa fossero queste CONSEGNE non l’ho mai capito. Quando succedevano, mi veniva vicino e mi diceva “Tesoro…” continuando con altre cose del tutto sconclusionate e poi mi portava dalla nonna per un po’. Dopo una settimana in cui spariva completamente, tornava smunta, dimagrita e con le occhiaie e mi riportava a casa.
Mi mancava tanto, ma neanche dalla nonna è tanto male. Perché lo zio mi fa fare tante cose PROIBITE che mi piacciono da matti. Guardare la tele fino a tardi, andare in giro sola, usare la bici fuori il vialetto di casa. È uno sballo. Leo è sempre tanto invidioso di questo mio zio, così gli ho detto che qualche volta glielo presto. Ma solo se mi fa volare con lui. La mamma mi chiede spesso se tra me e Leo c’è del TENERO. Io non so che dirle, perché non capisco che intende. Lei mi spiega che si dice così quando qualcuno ti fa battere il cuore un po’ più veloce. Io spesso, quando vedo Leo mi misuro i battiti. Una volta erano più veloci, ma lui era su una salita. Quindi non credo che valga. Mi ha detto che a lei il mio papà le faceva venire il cuore quasi fuori, tanto che batteva. Non so che pensare. Secondo me è una di quelle cose da grandi. Incomprensibili. Io a Leo gli voglio bene, e lo difendo sempre. Perché gli altri sono cattivi e la mattina gli rubano sempre la cartella e lui non riesce a corrergli dietro. Nessuno è crudele come un bambino, dice la mamma. Torniamo a prima. Io cerco il mio papà. È una storia un po’ già sentita, perché ne parlano quasi tutti i film e i cartoni animati, ma in questo ho il diritto di non essere originale. La mamma non sa niente. È il mio segreto. Non vorrei pensasse che voglio lasciarla sola, o che non è abbastanza per me. Ma sento che è così.
Ogni tanto nella miriade di zii, veri o presunti, che si muovono nella mia vita, ne eleggo uno a papà. Ma non dura nessuno. Io sono un giudice severissimo. Non ammetto errori. Ogni tanto, quando tra grandi parlano e si distraggono provo l’orma. La lascio cadere per terra e la sposto col piede e spero che il candidato ci metta il piede su. Molto spesso mica funziona. Una volta, per misurare il piede di uno papabilissimo, gli ho rovesciato il succo di frutta sulla scarpa, così se l’ è tolta. Non era molto contento in realtà. Io nemmeno, perché era troppo piccolo il piede. La mamma mi ha sgridato. Pare che fossero scarpini di CAMOSCIO, e non so che succedeva a questo CAMOSCIO se gli buttavi su il succo di frutta. Tra l’altro era un CLIENTE. Quando c’è un CLIENTE devo fare la brava. Non devo fiatare, devo sorridere e dire solo NO, grazie, o SI, grazie. Perché il cliente ci da il pane. Secondo me, lo porta la notte, perché io non ho mai visto un CLIENTE venire con una pagnotta o con i panini. Mamma dice che da grande devi saper vendere una tutina rosa elasticizzata ad una cicciona convincendola che le sta benissimo. Molto spesso, quando dice queste cose, io penso che è come quando nei film, uno si sveglia da una malattia e dicono che VANEGGIA. VANEGGIA è proprio così come fa lei in questi casi. E comunque io, da grande, non voglio vendere niente, al massimo comprare tutte le cose che mi piacciono. Un giorno, però è successa una cosa strana. È di questo che volevo dirvi fin dal principio. La mamma era agitatissima. Lei non bada tanto a come vestirsi. È sempre bellissima, ma non ci mette tanto quanto la zia a vestirsi. È pratica e veloce. Sono tornata da scuola, io con Leo e la valigia. Ci ha messi sul divano e si è iniziata a provare gli abiti. Poi piangeva, poi rideva. Leo mi guardava confuso. Quando avevo appena deciso che era il caso di chiamare la nonna per dirle che la mamma stava VANEGGIANDO e sicuro qualcuno le aveva iniettato il siero, decide che mettersi e ci sorride normale. Poi, con una voce che significa “dopo mi fai le domande, non ora”, ci ha detto di andare a giocare. Leo, coscienzioso, le ha detto che dovevamo fare un sacco di cose per aritmetica. Lei, inventando al momento, ci dice che era la festa celtica di non so cosa e i compiti si facevano solo al calar del sole perché sennò questo tipo di cui era la festa si offendeva. Tentatissima di chiamare la nonna, ho trascinato Leo fuori. Ci siamo nascosti dietro una siepe spelacchiata. La mamma non è brava con i fiori. Non ha il pollice colorato. I fiori che pianta si seccano appena si gira. Dopo un po’ finalmente succede qualcosa. Leo dava visibili segni di cedimento. Non ci stava capendo un granché. SSSH, gli ho intimato. Arriva un tipo. Alto che vedevo solo fino alla spalla. Quando ho visto i piedi, mi è venuta una grande voglia di fargli la prova, ma non avrei saputo come del resto. Entra e non succede niente. Né uno sparo, né un urlo. Allora guardo Leo sconsolato e ce ne andiamo a giocare. Era solo un CLIENTE. Senza pane per giunta.
Dopo un paio d’ore torno da sola. Leo era tornato a casa sua. Trovo la mamma seduta e il tipo sul divano. Mi guardavano con una faccia strana, come quando dicono nei film “visibilmente emozionati”. La mamma mi presenta. Io dico “piacere” come fanno i grandi. La mamma mi dice che il signore è un suo caro amico di una vita fa, che è tornato da un viaggio lunghissimo, lontanissimo, dove pare si rischiasse la vita, che è felice di conoscermi e mi vuole portare in un posto bello per un gelato. Io guardo la mamma confusa. Lei, serafica, mi dice che devo andare. Non ho scelta. Il signore mi prende la mano, mi sorride impacciato e mi porta fuori. Camminando non ho pensato a niente. Questo è stato strano in realtà. Io sempre penso molto. E poi c’era quella cosa del TENERO. Il cuore mi batteva tanto che mi sono spaventata. Non ho detto niente, però. E neanche lui. Allora l’ho osservato un pochino meglio. Era altissimo, aveva i capelli un po’ pochi, ma neri, e la pelle bianca come quella mia e della mamma. Non mi sembrava di ritorno da avventure nella giungla, come avevano cercato di propinarmi. Il sorriso mi piaceva tanto però. E mi piaceva anche che non parlasse tanto. Non sopporto quelli che cercano di fare i bambini con i bambini. Sì, questo signore qui mi piaceva. È stato solo quando mi ha messo il cono triplogusto in mano che mi sono accorta che, per la prima volta da cinque anni, non avevo con me la mia inseparabile valigia. Strano, ma non mi mancava per niente
.



Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dell’Associazione Laboratorio E-20.
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