Francesca Andriani
Mezzaluna triste
genere
tagliente, calante, crescente
1
racconto da 8 fermate
Prefazione
di Massimo Cacciapuoti
Scena familiare. Solita consuetudine domestica, resa vibrante dal silenzio che precede la cena. Lei mia madre c'informa l'autrice, quasi con casualit. Io sono Tani si presenta lei, subito dopo, e poi con una esplosione: Tani e basta. Quel basta una denuncia forte, accorata. Il desiderio di esistere. Di essere al mondo autonomamente. Tani ha gli occhi a mandorla, come sua nonna. Il destro segnato da una cicatrice, la mezzaluna triste. Una ferita dell'infanzia. Felice un compagno di giochi e proietta le sue inquietudini su di lei: Tua madre non tua madre. Ti hanno preso dal Giappone e un giorno ti porteranno via le dice. Cos Tani decide di cancellare ogni traccia del suo passato, delle sue oscure origini, cavandosi quegli occhi a mandorla che la tradiscono. Quasi agnello sacrificale che lava le colpe dell'esistenza. La madre si accorge della sua prolungata assenza. La cerca nel buio dell'armadio dove Tani ama nascondersi. E scopre la triste verit. La ferita. Il sangue. La trascina via con forza e lei s'aggrappa al suo vestito buono, quello della festa ed tutto un fragore di perline colorate che saltano allegre sul pavimento. I colori sono significanti. Il rosso, su tutti. Ma la storia ha un altro risvolto ben pi profondo: esistenziale. L'incomunicabilit, che qui si fa totale, vorace, proprio come il silenzio che l'ha generato. Tani non parla con sua madre. Non l'ha mai fatto. Con suo fratello scambia gesti d'intesa. Solo con un avventore sulla metr, c' uno scambio di battute. Un ritrattista andaluso, l'unico al mondo che sa cogliere quel suo tratto di originalit. La cicatrice. Scarabocchia i suoi lineamenti su un foglio. L'attenzione cresce, come le emozioni che escono stavolta dalle unghie. Tani in Andaluso significa Toro che carica le dice. Lei felice di quella scoperta, vorrebbe raccontarlo a sua madre, ma riesce soltanto a scavare nella mollica, lasciando intatta la crosta. E la madre dal canto suo, non pu che disapprovare. Come sempre. L'inchioda: Mangia adesso dice. L'unica espressione che conosce. Il passato ritorna, forse non mai andato via. Resta la cicatrice a testimoniare e nell'armadio il vestito strappato. Ma stavolta il toro carica, ferisce, ghermisce, creando altri strappi, altre lacerazioni, in un vortice che si autoalimenta, all'infinito, mai pago di s.
Se non ce la fai lascia stare, telefona a Mario e chiedigli se ti riprendono come cameriera.
Le dita allungate verso mia madre per prendere ci che mi sta passando si ritraggono e non vogliono pi toccare n piatti e n mani. Capisco quello che dice solo dal labiale, ho l'aria compressa nelle orecchie e non sento niente.
Io ho detto solo che sono stanca. Giusto perch sono da mezz'ora in cucina e non ci siamo dette ancora nulla a parte il mio ciao, a bocca piena, smozzicato nella busta di pane caldo che lei ha appena comprato. Non ho fame, non ho mai fame a quest'ora, il pane lo mangio solo perch so che le d fastidio, si vede da come accelera i movimenti, da come li scarica a colpi decisi sul grembiule, scuotendo briciole che non ci sono. Appoggia i piatti sul tavolo, riempie il mio accanita e forse vendica il tozzo mangiucchiato con quel mestolo colmo e con quella frase inutilmente violenta.
Lei mia madre, io sono Tani, Tani e basta.
Non un diminutivo, finisce proprio l, subito, ancor prima di cominciare, come se avesse il fiato corto, anche se in giapponese vuol dire una cosa grande e tranquilla. Vuol dire vallata.
Credo che mi abbiano chiamato cos perch si intonava con i miei occhi a mandorla, li ho presi da mia nonna, dicono, sono capitati proprio a me, scegliendo dispettosi la generazione su cui farsi di nuovo vivi.
Ed un miracolo che ce li abbia ancora.
Mia madre lo racconta ogni volta che ci sono ospiti a casa, a chiunque, deve trovarla una cosa divertente da dire per metterli a loro agio.
Ridono di me e si sentono tutti meglio.
A cinque anni non mi trovavano pi e mi cercavano in tutta la casa, io ricordo tutto alla perfezione, ricordo solo questo e poco altro di quando ero piccola. Riesco a distinguere ancora quelle voci che mi chiamano, il mio nome che si allunga in quella i tra le ante dell'armadio e mi scova al buio. Non ho mai avuto paura del buio, al buio si sta bene, non si vede dove cominciano le cose e dove finiscono. Ma questo lo penso adesso, da bambina mi piaceva e basta perch mi faceva chiudere gli occhi senza chiuderli. Alla fine mi trovarono l nell'armadio che mi sanguinavano gli occhi. Mia madre divent bianca come il muro e si inginocchi sul pavimento. Mi sembr bella, piccola e vicina. Io mi ricordo che gli occhi non mi facevano male, che m'importava solo di scavare le buche, come in spiaggia per trovare l'acqua e quando incominciai a sentire che mi colava qualcosa sulle guance fui contenta perch pensai proprio di averla trovata. Poi mi ricordo che mi tirarono il braccio staccandomi la mano dalle palpebre e io mi aggrappai al vestito bello di mia madre, quello con le perline. Non lo feci apposta a fare quel rumore, quello strappo, a far cadere tutte le palline colorate sul pavimento.
Mia madre finisce sempre di raccontare la storia dicendo che chiss quale cartone animato avevo visto, che sono cos violenti e che comunque il vestito poi l'aveva riparato anche se le era costato un occhio, non il mio per fortuna, e tutti ridono sollevati.
Ridono e di Felice non sanno niente.
Pisellino bruciato, cos lo chiamavamo tutti perch era nero-nero mentre i suoi erano bianchi-bianchi e cos all'asilo gli dicevamo tutti che se lo erano scordato nel forno. Era Felice che, mentre eravamo accucciati sul pavimento a contenderci una pallina di pongo, mi aveva detto che in realt mi avevano comprato dal Giappone dove tutti hanno gli occhi cos, che mia madre non era mia madre, che non si possono comprare i bambini, che li avrebbero arrestati tutti, che se non facevo la buona mi rimandavano indietro e si riprendevano i soldi. Io la pallina di pongo non gliela diedi per, la strinsi forte e me la spalmai sulle ciglia e sul naso. Che ne sapevo che parlava di se stesso e non di me? Gli avevo creduto. E cos quel giorno dell'armadio, gli occhi, avevo pensato di togliermeli e nasconderli sotto il cuscino. Era l'unica soluzione, non mi avrebbero mai scoperto cos.
Per quella idea che allora mi sembrava tanto furba ho ancora una cicatrice sotto l'occhio destro, una mezzaluna triste con gli angoli della bocca all'ingi, cresciuta con me, si fatta pi grande e slabbrata. Prima era solo triste, adesso sembra che stia per parlare.
Ciao, Tani.
mio fratello, mi fa cenno di passargli un pezzo di pane. Lo fa apposta anche lui, lui perch non lo fanno andare al concerto stasera, ma come al solito si siede sulla sedia di fronte, sbuffa un sorriso e manda avanti me.
A mia madre poi l'avevo detto che mi dispiaceva per il vestito, che se voleva che non nascondessi gli occhi allora me ne tornavo in Giappone, che avrei fatto la buona, sempre. Mi guard pigra e distante come mi ha sempre guardato, me lo ricordo meglio del buio nell'armadio, me lo ricordo perch ha lo stesso sguardo adesso mentre lancio un pezzo di pane a Stefano, sfacciata, e ne tengo uno per me.
Disse solo:
Oggi niente tv.
E poi prese un album di fotografie, lo apr sulla pagina dove c'era mia nonna. Vado spesso a guardarla anche adesso, in quella foto ha addosso il vestito con le perline e ha accanto mia madre bambina che un po' fa l'offesa, un po' si stringe nell'abitino da prima comunione e contro il bordo della fotografia.
Disse ancora:
Siete uguali, fate cose senza senso, avete gli stessi occhi.
Fine della storia patetica.
I miei occhi, li notano tutti.
Oggi ho trovato un tipo in metropolitana o lui ha trovato me. Sono salita che pensavo ad altro, pensavo alla scuola che ho iniziato, dopo aver lasciato il bar, al professore di ritratto che oggi mi ha preso la mano costringendola contro il foglio e attorno al mozzicone di carboncino. Ha detto che era tutto troppo giusto nel mio schizzo, che dovevo far passare nelle dita le mie emozioni, farle sussultare nel tratto, che non potevo sperare che nessuno si accorgesse che mi erano rimaste l, sotto le unghie, che non importava che il disegno si facesse pi sporco e irregolare.
Ha ragione, solo lui.
Gli altri sono cos affrettati, pronti ad elemosinare quella psicologia spicciola dalle loro barbe, a dire che quando dipingo ho la testa chiss dove, che non ho talento. E invece tutta l la mia testa e il mio cuore sempre, solo che si ferma tra le unghie, come dice il prof..
Mi sono seduta sul primo sedile che ho trovato vuoto, il tipo era lontano da me ma si girava spesso e mi guardava. Era un pazzo, c'era il vuoto intorno a lui anche se tutti lo fissavano e ridevano tra loro. E lui fissava me. Oggi non giornata ho pensato, cosa vuole, cosa vogliono tutti? Si alzato, tagliando affilato l'attenzione che intorno si faceva sempre pi densa ed venuto a sedersi al mio fianco, trascinandosi dietro un sacchetto di plastica pieno di fogli.
Da l infondo no te vedo bene. No es posible.
Mi ha detto con un accento spagnolo dalla sua bocca rugosa e da quelle pupille vibranti gettate in due pozzanghere giallo sporco.
I miei piedi puntati contro il pavimento avrebbero voluto spingere la mia schiena oltre, oltre il sedile piantato tra le vertebre, oltre il finestrino fino ai muri che scorrevano veloci alle mie spalle. Invece l'unica via di fuga era il libro che stavo leggendo e mi ci sono sprofondata, senza far rumore, nascondendo gli occhi tra le righe.
Lui ha cominciato a scarabocchiare su un foglio, e un po' si piegava e mi sbirciava da sotto il libro, un po' riprendeva frenetico. Anch'io un po' sbirciavo: disegnava i miei occhi, grattugiando la matita su quel foglio inadeguato e sottile, al limite dello strappo.
Hai gli occhi antichi e nascosti. mi ha detto e io ho pensato a mia nonna e poi che l'aveva detto a voce troppo alta, che tutti lo avevano sentito.
Poi mi ha guardato le mani, sporche di carboncino, le dita nere impastate di quello schizzo troppo giusto e mi ha detto:
Disegni?
Mi uscito un s emozionato da sotto le unghie. E ho creduto di aver scelto la risposta sbagliata perch lui diventato ancora pi frenetico e l'odore del suo alito spesso e della sua pelle rossa capillare si fatto pi vicino, intimo, braccio contro braccio. C'era tanta gente in metr, non poteva succedermi nulla di male.
Ha incominciato a tirar fuori fogli stropicciati dal sacchetto che teneva tra le gambe e me li indicava, mi indicava volti e mani e diceva, Questo uno de Madrid porqu era l'ora di punta e tutti andavano in fretta, ma lui no. Questo es de Parigi, ma siamo sempre a Madrid sulla Gran via ed l'unico che no est ubriaco, questo perch era mezzojorno e faceva caldo e lei aveva i piedi stanchi.
Mi raccontava quei disegni, li chiamava appunti di viaggio perch il mondo va troppo in fretta, mi diceva, bisogna soffermarsi sulle cose e spiegarle, altrimenti nessuno se ne accorge. Io capivo poco, solo che era bravo a disegnare e un po' l'ho invidiato. Poi ha indicato i miei occhi schizzati sul foglio, ha detto:
Questi perch sono gli unici che no me guardano e hanno una cicatrice antica.
E ha accennato la mia mezzaluna sotto l'occhio destro, ma l'ha disegnata con gli angoli all'ins, sembrava che ridesse.
Io non ho detto una parola, invece lui voglia di parlare ne aveva tanta.
Ha squillato un Io sono Juan. e ha firmato sul foglio.
E tu?
Ho detto Tani, piano, a poche sillabe dal suo orecchio e lui scoppiato in una risata che mi ha fatto tremare e le vene gli si gonfiavano sulle tempie ed era rosso e mi faceva ridere.
Tani, es posible? No es posible!
E rideva. Poi si interrotto ed diventato tutto serio.
Sabes cosa signifca Tani en andaluso?
Io ho detto no, che sapevo cosa significava in giapponese.
E lui:
Frega un cazzo il giapponese.
Poi si messo le mani vicino alle tempie con gli indici sollevati e ha soffiato dalle narici.
Toro che carica. En el nombre, el destino.
Toro che carica. Questo significa Tani in andaluso e io dovevo scendere. Lui allora ha preso il suo foglio e l'ha messo via, peccato, pensavo che me l'avrebbe regalato. Sono andata verso la porta ridendo ancora per la sua faccia paonazza, ci siamo salutati, guardati, riconosciuti.
Appena si sono aperte le porte lui mi ha detto:
Disegna con le corna.
E ha fatto ancora quel verso buffo e ha sollevato le dita.
Vorrei raccontarlo a mia madre, dirle che sono un po' stanca, s, ma che ho incontrato un tipo che mi ha detto una cosa bella.
Invece scavo nella mollica e lascio la crosta. Mia madre disapprova, disapprova tutto e anche questo.
Cos, senza un perch, comincio a raccontare a mio fratello la storia di Felice e dell'armadio, la racconto come me la ricordo io e non fa ridere. Mia madre immobile e ascolta girata di spalle verso i fornelli. Sento la sua attenzione, ne abuso, la violento.
La sua frase nelle orecchie preme ancora, poi, mentre parlo, la sento scivolare lungo le spalle, pesa un po', ma questo la aiuta a scendere veloce. La lascio andare, la sento pizzicare come una scossa leggera tra i pori della pelle, poi passa dal dito al cucchiaio, dal cucchiaio ai fiori blu del piatto, la vedo affogare nella minestra, la sento tossire e soffocare e mi godo lo spettacolo.
mia madre che affoga, cercando di aggrapparsi ad una patata.
La raccolgo col cucchiaio, mastico rabbiosa anche se non ce n' bisogno. Mia madre molle adesso, spappolata sul palato e sul lavello, ma ha sempre un brutto sapore.
aspro e sabbioso come quel suo: Mangia adesso. che mi fa mordere la lingua mentre stringo i denti e ingoio. Ingoio e lascio all'acido che mi corrode in mezzo allo stomaco il compito di digerire anche stavolta. Lascio a lui la parola adesso e lui si fa sentire in un conato.
Non ho finito. dico. Vomito uno stai zitta e le mia mano corre a stringere gli avanzi della crosta. Stanno stretti e pungono sul palmo. Stai zitta. ripeto, e mi batte ancora sulla gola quello schifo, e la crosta si fa molle mentre mi alzo e vado a spingerla contro la saliva di mia madre, nella sua bocca spalancata dalle mie parole o dalle mie mani, non lo so.
Mia madre piccola adesso, si stringe al bordo di quella scena e contro il lavandino. Non vicina, non nemmeno bella. Non lo sar mai pi.
Cos finisco la storia con quello strappo sotto l'occhio destro e sul vestito.
Mia madre pane bagnato, non sta in piedi.
Quanto ti costato quel vestito? Quanto?
E penso che non c' risposta che mi sazi.
Lei sputa pane tumefatto, si strizza, evapora in uno scusa che puzza di pongo, di chiuso e di vecchie fotografie. Cos la lascio stare e corro nel suo armadio. Ritrovo quel vestito e quello strappo, voluto adesso, cercato con le corna fino a toccare pelle e carne, fino a fare male. Nel buio comincia di nuovo quel rumore di stoffa lacera e tutto si scuce sotto le mie unghie e le ante si spalancano.
Poi ci sono io sul pavimento che rido di perline colorate. Verdi, gialle, rosse, rosse rosse. Tutte rosse.
Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
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