Marco Paolisso
Senza nome (uno strano incontro)
genere
storia di confine
1
racconto da 5 fermate
Scarica l'audiofile
Prefazione
di Francesco Lucioli
Marco Paolisso definisce il suo racconto una storia di confine. Ma quale confine? Non ha concretezza geografica questo limite immaginario, non ha identit ideologica, culturale, politica, economica o religiosa. Non una barriera insormontabile, non un muro invalicabile. Il confine quello sottile, labile, impalpabile che separa la realt dallimmaginazione, la vita dal sogno, la sostanza dallapparenza; il confine che divide ci che da ci che potrebbe essere, ci che accade da ci che vorremmo accadesse, il passato dal presente dal futuro, linfanzia dalla maturit. Non cՏ tempo in questo racconto che procede senza soluzione di continuit dallo ieri della speranza alloggi della delusione al domani della verit. Non cՏ luogo in questo testo che alterna spazi reali e concreti a spazi astratti, spazi della mente, del pensiero, della memoria. Una storia senza nome, non per pigrizia, non per indolenza, non per superbia; senza nome semplicemente perch prematuro trovare un nome per qualcosa che ancora non esiste, per qualcosa che potrebbe non venire mai alla luce. Una storia senza nome per raccontare uno strano incontro, un lungo dialogo, conciso e forse per questo ancor pi incisivo, fra due sconosciuti che devono imparare a fidarsi luno dellaltro. Un dialogo silenzioso, quasi un monologo, intessuto lungo la strada che conduce i protagonisti fino ai recessi della propria anima, un percorso di crescita individuale per scoprire le ragioni di tanti interrogativi privi di soluzione. Una racconto sui sentimenti, non un racconto sentimentale, un storia ben scritta con il raro dono di tener desto linteresse del lettore dalla prima allultima parola. Perch anche un argomento serio e impegnativo pu essere dipinto con il pennello della favola, con il desiderio e il coraggio di far riflettere e di far sperare.
Ce lhai una casa?
S. Ma ora non ho voglia di tornarci.
Il bambino dagli occhi troppo grandi parlava con voce da adulto, scandendo bene le parole, come per dargli una profondit altrimenti insperata.
Mi guardava fisso in faccia, senza abbassare lo sguardo, neanche per un secondo, con latteggiamento di chi ascolta con grande attenzione.
Ti chiami Giulio, vero? Per avresti voluto chiamarti vento che corre.
Rimasi sorpreso, in preda a un affascinante terrore. Chi era quel bambino? Come poteva sapere che, da piccolo, giocando, mi facevo chiamare in quel modo?
Chi sei? gli domandai senza troppi complimenti, Uno stregone, uno spirito, un veggente, un sogno, cosa?.
Niente di tutto questo, sono solo uno che sa ascoltare i silenzi. Perch, tu non lo sai fare?.
La naturalezza di quella domanda era disarmante, osservai il mio interlocutore, che ora mi girava intorno con le mani dietro la schiena, come se giocasse a esaminare una strana creatura.
Andiamo?.
E senza aspettare una mia risposta mi prese per mano e mi trascin per lo stesso buio dal quale era venuto.
Dove mi stai portando?.
Tu dove vorresti andare?.
Vorrei tornare a casa.
Perch credi di non poter tornare?.
Ormai non mi stupivo pi del fatto che quel bambino capisse il significato nascosto dietro ad ogni mia parola.
Forse ho commesso troppi errori.
Capisco.
Nel suo modo di rispondere, nel mio modo di parlargli, mi sembrava di prendere parte a un soliloquio.
Sei la mia coscienza, vero? per questo che sei cos logoro!.
Tu ti sopravvaluti.
Avevo sbagliato tutto, quel ragazzino non potevo essere io, eppure cera qualcosa di tremendamente familiare.
Ehi, dove vai?.
Mi voltai e vidi il mio compagno circa dieci metri pi indietro con lo sguardo fisso in alto. Guardava un vecchio palazzo completamente rovinato dal tempo.
Siamo arrivati.
Questa non casa mia.
Infatti la mia. Perch?.
Credevo che stessimo andando a casa mia.
Io non lho mai detto.
A quel punto rinunciai a capire gli schemi della mia guida; in fondo era solo un bambino, un bambino a cui affidavo tutto me stesso come in un atto di fede.
Perch siamo qui?.
Penso di potermi fidare di te, ormai siamo diventati amici.
Mi fece entrare per una porta tutta buchi, con i cardini completamente arrugginiti. Mi guardai intorno: tutto era in disuso; le finestre, dove cerano, avevano tutte i vetri rotti, le tubature gocciolavano e cavi elettrici scoperti pendevano da ogni parte.
Non un bel posto per viverci.
Tutti quelli come me finiscono qui. Siamo in molti, ma tu non puoi vedere gli altri.
Perch?.
Ti chiedi mai perch non vedi laria che respiri? No? E allora non domandarti neanche questo.
Mi mostr una brandina, troppo vecchia anche per una camerata militare; stava al centro di una stanza enorme ed era lunico arredamento di quel luogo.
Qui dove dormo.
Una profonda tristezza mi strinse il cuore.
Dove sono i tuoi genitori?.
A quella domanda lo sguardo del bambino si riemp dodio.
Un sentimento tanto grande su di un volto cos piccolo era impressionante.
colpa loro se sono qui! Non mi hanno voluto.
Ti hanno abbandonato?.
Non mi rispose.
Poi, con un cambio repentino, mi sorrise.
Sai che volevo diventare dottore?.
Ti ho scoperto! Sei un mio sogno che ho abbandonato. Da bambino volevo fare il dottore.
Credi di avere lesclusiva? Sai quanti dottori e aspiranti tali ci sono? E poi perch credi che io non sia reale?.
Non sapevo come rispondere, capii di non avere alcuna idea di tutto ci che mi stava accadendo.
Ecco, io che tutta questa storia per me un po strana.
Lo so, non preoccuparti, capisco che, a volte, le persone tendono a razionalizzare tutto. difficile credere ai sogni, per fa bene al cuore. Tu perch non ci credi pi?.
Lo guardavo, mentre mi parlava, facendomi domande troppo grandi, in quel momento compresi chi di noi fosse veramente il bambino.
Ora dobbiamo lasciarci.
Come? Di gi?.
S, non abbiamo pi tempo.
Ma io ho ancora tante domande da farti.
normale, tutti siamo confusi di fronte alle grandi novit.
Ma non so neanche il tuo nome.
Perch io, un nome, ancora non ce lho.
Ma ci rivedremo?.
Questo dipende da te. Ora vai, tardi.
Avrei voluto dire a quel bambino tante altre cose, avrei voluto capire il mistero del nostro incontro. Mi sentivo abbandonato, lasciato solo al mio destino.
Senza rendermene conto ero tornato nella mia stanza, lo squillo del telefono mi aveva riportato alla realt.
Pronto.
Pronto? Cosa fai ancora a casa?.
Che intendi?.
Laura gi partita.
Scatto senza neanche riattaccare il telefono, tardi, e io ho paura di non fare in tempo.
Se fosse stato un film la mia macchina non sarebbe partita, avrei fatto tutta la strada di corsa, saltando sui tetti delle automobili per fare pi in fretta, accompagnato dagli insulti dei conducenti, e, arrivando senza pi fiato, ti avrei fermata allultimo secondo.
Invece la macchina partita, non cera molto traffico e mi sono beccato solo un vaffanculo per non essermi fermato ad un incrocio. Ho posteggiato in mezzo alla strada, mi facessero la multa, mi portassero via la macchina, non mi importa.
Quando entro tu sei comodamente seduta in sala daspetto.
Non farlo.
Come mai questo ripensamento?.
Non credo sia giusto!.
una decisione che abbiamo preso insieme. Conter o no qualcosa? Io voglio andare avanti.
Una donna robusta entra nella sala; la guardo con odio. Dice un nome, non il suo.
Si alza una ragazza alta, bionda, con negli occhi una paura profondissima; passando mi guarda, forse pensa al perch nessuno venuto a fermarla.
Io sono la prossima, ormai tardi, ho deciso.
La durezza nel suo sguardo insostenibile, alzo gli occhi verso la finestra; fuori, in strada, vedo il bambino, mi guarda con gli occhi pieni di speranza:
Coraggio pap.
Una donna passa attraverso la mia visione cancellandola del tutto.
Prendo quel poco coraggio che ho nelle vene, lo comprimo il pi possibile nello stomaco, guardo Laura negli occhi e lo faccio esplodere nel mio ultimo tentativo di salvare quella che poteva essere la mia famiglia e la mia anima.
Lho visto sai, nostro figlio, sar un ragazzo sveglio, avr i tuoi occhi e la tua tenacia; sar sincero, schietto, avr un cuore enorme, sapr sognare, e combatter fino alla fine perch i suoi sogni diventino realt, sar in grado di ascoltare i silenzi e crescendo diventer sicuramente un uomo migliore di me; da grande vuole fare il dottore, ci aiuter a crescerlo e ad amarlo....
Basta cos!.
Mi dispiace.
Non colpa tua.
No invece, forse se avessi insistito di pi.
Probabilmente non sarebbe cambiato nulla.
Il mio bambino mi parlava con la stessa maturit che ricordavo in quel lontano sogno.
Lo sai avrei tanto voluto portarti con me.
Laura si avvicina ci guarda con aria paziente, come se si stesse domandando chi di noi fosse il bambino, poi decide di rivolgersi al pi piccolo, cio io.
Lo sai che non puoi portarlo, ha la scuola, e poi tu vai via per lavoro e non per giocare.
S certo. Per solo per un paio di giorni e poi mica devo sgobbare ventiquattrore su ventiquattro.
Ho deciso, punto e basta.
E dai mamma solo questa volta.
Marco piantala di fare storie.
Ma mamma....
Uhmm va bene, ma solo per questa volta. Intesi?.
Rispondiamo in coro di s; Marco mi salta al collo, felicissimo, ma io lo sono di pi, Laura lo s che per me ogni scusa buona per stare con nostro figlio.
Quella piccola peste mi prende per mano.
Andiamo?.
Ancora una volta lo seguo senza fare storie.
Subway, I Juke-box letterari - Curatori: Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
Una Iniziativa dellAssociazione Laboratorio E-20.
|