Linea
Gialla
di
Vittoria Maggio
Prefazione
di
Andrea G. Pinketts
Il racconto
per l'editoria italiana è poco più che il parente povero
del romanzo. Viene tollerato con aria benevola pur essendo lasciato
nell'anticamera della letteratura, dove non può dar fastidio
ai parenti più facoltosi né, tanto meno, chiedere loro
un prestito. In realtà, santa ignoranza, l'apparenza inganna,
l'apparenza appanna le menti già ottenebrate di chi crede che
i racconti da trattare coi guanti siano quelli firmati Buzzati o Poe
e mandrillescamente frequenta in modo gerontofilo solo le novelle, le
sorelle dei racconti stessi. In realtà, il parente povero è
quello più generoso. Si lascia saccheggiare i germi dal romanzo
e allo stasso tempo offre al lettore un mondo ridotto ai minimi termini
e alla massima 'esponenzialità'.
Vittoria Maggio ci consegna una storia di fresca ossessività,
ricca, molto ricca di suggestioni condensate in quanto immediate. La
sua Vicky, di cui sentiremo ancora parlare, è una miss Marple
ancora in età da essere spulzellata, con le nevrosi della ragazza
di questo presente. Eppure Vittoria in qualche misura è vittoriana
(le novelle le lasciamo al Vittoriale). Il suo incontro con l'analista
fa presumere una futura tempesta ormonale da Cime Tempestose su cui
Vicky elegantemente chiude un occhio. Forse perché ce lo sta
strizzando.
Il giallo rosa è il matrimonio di due generi penalizzati, segregati
dal pregiudizio della letteratura alta. Vittoria Maggio li fa evadere,
e non perché il giallo e il rosa siano letteratura d'evasione,
ma perché le storie vere sono sempre colorate. Per puro spirito
di contraddizione ho letto questo racconto ambientato sul metrò
in treno, dopodiché ho guardato con sospetto uno dei passeggeri
che mi stava di fronte. Dell'altra mi sono quasi innamorato, era un
po' in carne ma non venite a parlarmi male di Bridget Jones.
Dottore,
crede che stia diventando paranoica? - domandò Vicky quel venerdì.
Un'ora prima, Vicky si era fermata davanti alla villetta e aveva alzato
lo sguardo sul muro ricoperto d'edera. In quell'angolo della piazza
non sembrava nemmeno di essere a Milano. Il cancello dava su un piccolo
giardino, oltre il quale si aprivano le porte della vecchia casa. L'atrio
era stato riconvertito in sala d'attesa e reception, ma l'aspetto era
insolitamente rassicurante per essere un centro medico.
Meglio così.
Vicky era al primo appuntamento della sua vita con un analista e non
voleva sentirsi malata. Si era trattenuta per qualche secondo fuori
del cancello, esitante, poi aveva attraversato il giardino e si era
presentata alla receptionist.
- Cristi - aveva detto.
La receptionist l'aveva guardata perplessa.
- Maria Vittoria Cristi - aveva ribadito lei.
- Ho appuntamento col dottor D'Alessandro. Sono in anticipo.-
La receptionist aveva aperto un grosso quaderno alla pagina contrassegnata
dall'intestazione Dott. A. D'Alessandro.
- Oh, certo. Cristi. Salga al secondo piano e si accomodi nella sala
d'attesa. Il dottore la chiamerà -.
La sala d'attesa al secondo piano era in comune fra tre diversi medici.
Maria Vittoria, "Vicky" per gli amici, non sapeva quale delle
tre porte conducesse allo studio del dottor D'Alessandro, né
sapeva che faccia avesse l'analista. Di quando in quando, un medico
si affacciava ad una porta e chiamava uno dei pazienti in attesa.
Di lì a poco, Vicky si era ritrovata sola, davanti al tavolino
ingombro di riviste vecchie di tre mesi.
L'ansia, quell'ansia misteriosa e inspiegabile che da qualche tempo
la tormentava, era tornata a farsi sentire. Strano che l'effetto potesse
essere identico, sia quando si ritrovava completamente sola, sia quando
era in mezzo alla folla. D'istinto, si sarebbe alzata e se ne sarebbe
andata. Ma era proprio per questo che aveva preso appuntamento con un
analista. Se non trovava al più presto il modo di reagire, non
avrebbe potuto più prendere la metropolitana. E poi avrebbe avuto
lo stesso problema con autobus, treni, aerei o luoghi affollati. Non
sapeva da dove tutto fosse cominciato, ma sospettava che, se non l'avesse
fermata in tempo, la sua angoscia si sarebbe estesa ad ogni aspetto
della sua vita.
O forse anche questo pensiero faceva parte della sua incipiente paranoia?
Qualche minuto dopo, all'ora esatta dell'appuntamento, dall'unica porta
che ancora non si fosse aperta era uscito un uomo sui quarant'anni,
scambiando saluti con una voce maschile all'interno dello studio.
Il paziente si era diretto verso le scale.
Un attimo dopo, il dottor D'Alessandro era apparso sulla porta. - Signorina
? - aveva detto, guardandola in faccia.
Anche il medico aveva un aspetto rassicurante. Era piuttosto giovane,
doveva avere solo qualche anno più di lei. Non indossava un camice,
ma semplicemente un vestito di buona fattura, una bella camicia e una
cravatta non particolarmente originale. Quel tipo di abbigliamento gli
si confaceva perfettamente. Non gli dava né un'impressione formale
da manager compiaciuto del proprio successo, né l'aria rigida
del bancario che non vede l'ora che arrivi sera per strapparsi la cravatta
dal collo. Il dottor D'Alessandro faceva pensare a un attore hollywoodiano
fuori tempo, un giovane Cary Grant nel ruolo di un professore distratto.
A. D'Alessandro.
Chissà per che cosa stava quella A puntata?
L'analista l'aveva invitata ad accomodarsi nello studio. C'era un lettino,
accanto a una parete, ma D'Alessandro aveva indicato una comoda sedia
e si era seduto alla propria scrivania.
- Lei si chiama Cristi, come
-
- Come Agatha Christie -, l'aveva preceduto lei. - Sì, ma si
scrive C-R-I-S-T-I -.
Il dottore aveva intrecciato le dita.
- Per quale motivo è venuta da me? - aveva chiesto, in modo diretto.
A Vicky aveva ricordato lo stereotipo del detective che riceve la propria
cliente. Ma non il poliziotto privato all'americana, mal rasato, con
l'alito pesante di fumo e whisky, in un ufficio malconcio e malinconico.
Piuttosto, un raffinato detective all'inglese, di quelli che alla fine
del romanzo risolvono il caso, scoprono il colpevole e rimettono ordine
nella vita di tutti i personaggi coinvolti nella vicenda.
Esattamente ciò di cui lei aveva bisogno.
Sentendosi finalmente a proprio agio, Vicky aveva risposto alla domanda.
Prendeva
la metropolitana tutti i giorni, alla stessa ora, per andare in ufficio.
Assistente personale di un uomo d'affari, svolgeva un lavoro intenso,
impegnativo ma interessante. La metropolitana era un'abitudine: non
aveva mai avuto alcuna preoccupazione nel prendere il mezzo più
efficiente di tutta la rete dei trasporti milanesi, a parte rifiutarsi
di scendere nelle stazioni dopo le otto di sera, quando non c'era in
giro nessuno.
Mentre viaggiava, si divertiva a studiare i passeggeri. C'erano quelli
che guardavano nel vuoto, c'erano i viaggiatori in gruppo che chiacchieravano
tra loro, c'erano quelli che si isolavano dal rumore di fondo ascoltando
musica e quelli che leggevano uno dei quotidiani gratuiti distribuiti
all'ingresso. Ma c'era anche chi leggeva giornali in varie lingue: in
inglese, in arabo e in qualche lingua orientale di cui Vicky non era
in grado di distinguere la scrittura, fatta di caratteri morbidi, gonfi,
circolari. E poi c'erano i lettori di libri: ragazze filippine che sfogliavano
romanzi d'amore, giovanotti in carriera con ingombranti bestseller americani,
nostalgici del giallo che cercavano l'assassino in vecchi volumetti
fuori commercio con le copertine di Carlo Jacono
Vicky avrebbe
potuto redigere una classifica dei bestseller in metrò: Isabel
Allende in testa, Grisham e Follett che contendevano lettori a Camilleri,
Pennac e Pinketts
Tutto ebbe un inizio un giorno in cui il treno rallentò nel tunnel,
fermandosi a metà tra una stazione e l'altra. Mentre la gente
intorno a lei sbuffava e guardava l'orologio pensando a quanti minuti
di ritardo avrebbe accumulato, Vicky provò improvvisamente una
sensazione di claustrofobia.
Si sfilò la sciarpa e cercò con lo sguardo, disperatamente,
una delle placche sulla parete del tunnel, che a intervalli regolari
segnalavano la distanza dalla stazione precedente e quella dalla stazione
successiva.
Non riuscì a vederla.
Si slacciò i bottoni del cappotto.
Erano fermi in mezzo alla galleria.
Le porte non si aprivano.
Se anche si fossero aperte, Vicky non avrebbe saputo se, scendendo dal
treno, le convenisse andare verso sinistra o verso destra, sullo stretto
marciapiede nerastro che correva sul lato del tunnel.
Forse l'attesa era durata qualche secondo, forse qualche minuto, ma
quando il treno si rimise in moto, a Vicky parve che fosse trascorsa
un'eternità.
Quello era stato l'inizio della sua angoscia. Dopo quel giorno, ogni
volta che scendeva i gradini verso la stazione sotterranea, Vicky aveva
la sensazione immotivata di andare incontro all'ignoto. Nel tentativo
di esorcizzarla, cominciò a prendere alcune precauzioni.
Prendeva solo la Linea 3, quella con le stazioni più nuove e
più luminose e i treni più moderni. Non saliva mai sulla
prima carrozza, che in caso di scontro avrebbe subito l'impatto più
delle altre. Non saliva nemmeno sulle ultime carrozze: erano quelle
che entravano in stazione quando il convoglio stava già rallentando,
procurandole per qualche istante la sensazione di trovarsi nuovamente
intrappolata nel tunnel. Se il treno era gremito, non se la sentiva
di gettarsi nella mischia e restava in attesa del convoglio successivo.
E diverse volte le capitò di timbrare il biglietto, scendere
sulla banchina e trovarla così affollata da provare una sensazione
di ansia incontrollabile, cui poteva porre rimedio solo lasciando rapidamente
la stazione. Così, dopo avere regalato all'ATM il prezzo di un
biglietto, si trovava costretta a tornare a casa a piedi. Anche sotto
la pioggia o sotto la neve.
D'altra parte, non poteva nemmeno andare al lavoro a piedi tutti i giorni,
perché l'ufficio era troppo lontano da casa. Né poteva
arrivarci coi mezzi di superficie, dato che il dottor Berberana, il
suo capo, aveva i propri uffici in centro a Milano, in una zona pedonale.
Tantomeno Vicky poteva raggiungere la destinazione a bordo della sua
Punto: avrebbe dovuto trovare un parcheggio fuori dai confini della
zona pedonale, impresa che le avrebbe richiesto un tempo superiore a
quello necessario per andare a piedi in ufficio. La Linea 3, la linea
gialla della metropolitana, era imprescindibile.
Alla fine, Vicky aveva trovato un compromesso.
Quando la metropolitana non era troppo affollata, saliva sempre a bordo
della seconda carrozza. Calibrando gli orari, era riuscita a trovare
il momento ottimale, in cui la frequenza dei treni era la stessa dell'ora
di punta, ma il flusso di passeggeri diminuiva, tanto da riuscire a
trovare posto a sedere. Affrettando il passo una volta tornata in superficie,
riusciva a essere in ufficio puntuale.
Quella sembrava essere la soluzione al problema.
E invece era stato l'inizio.
Vicky non sapeva esattamente quando lo avesse notato per la prima volta.
Forse se ne era resa conto solo dopo qualche giorno. Ma c'era qualcun
altro che saliva tutte le mattine, a quella stessa ora, sulla stessa
carrozza. Dapprima Vicky aveva notato singolarmente i due ragazzi: uno
coi dreadlocks e un walkman dalle cui cuffie fuoriusciva un ritmo caraibico
e un altro più anonimo, con giubbotto e berretto da baseball,
che leggeva sempre un libro, di solito un Sellerio o un Feltrinelli.
Vicky li aveva mentalmente soprannominati Bob Marley e Joe Di Maggio.
Marley era già sul treno quando lei saliva a bordo e scendeva
come lei alla stazione Duomo. Di Maggio saliva alla stazione Crocetta
e proseguiva. Tutte le mattine.
Poi Vicky si era resa conto che i due si sedevano sempre l'uno accanto
all'altro.
Non poteva essere una coincidenza.
Nessuno dei due aveva un aspetto particolarmente minaccioso. Due ragazzi
normali, a vista simpatici: uno che ascoltava musica e un altro che
leggeva. Dovevano avere grosso modo la stessa età. Forse erano
ex compagni di scuola o di università, oppure suonavano insieme
in una band. Ma perché, se erano amici e si sedevano sempre uno
di fianco all'altro, non si scambiavano una parola per tutto il tragitto?
Dopo un paio di settimane, Vicky ebbe una certezza: i due la tenevano
d'occhio. Naturalmente non esisteva alcuna ragione logica per cui due
persone dovessero sorvegliarla mentre andava al lavoro. Inizialmente,
il fatto che uno dei due scendesse invariabilmente alla stessa stazione
le era parso normale: la maggior parte dei passeggeri scendeva a Duomo.
Forse Marley lavorava in un negozio di dischi del centro. Ma quando
le era parso chiaro che i due la stessero osservando, la circostanza
aveva cominciato ad apparirle sospetta.
Che i due fossero lì per controllare i suoi movimenti?
Ma per quale motivo?
Non c'era niente di strano, nella vita o nel lavoro di Vicky, che lo
giustificasse. Il che lasciava spazio alla sua fertile e pessimistica
fantasia: Vicky doveva avere attirato la loro attenzione. E i due volevano
servirsi di lei per qualcosa. Stupro, tratta delle bianche, sacrifici
umani, snuff movie
La cronaca offriva un vasto campionario di alternative, una più
spaventosa dell'altra.
Ma quanto era frutto della sua fantasia e quanto invece poteva essere
ritenuto un dato oggettivo? In poche parole, quanto era vero e quanto
invece poteva essere sintomatico?
- Dottore, crede che stia diventando paranoica? - domandò Vicky,
dopo aver raccontato al dottore le sue preoccupazioni.
- Come diagnosi è decisamente prematura, non crede? - le fece
notare lui. - Per esempio
-
Un telefono cellulare squillò.
- Chiedo scusa -, disse il dottore, rispondendo alla chiamata. Per qualche
minuto parlò con un'interlocutrice: Vicky non aveva dubbi, doveva
trattarsi di una donna. Poteva essere una fidanzata, una convivente
o una moglie. Il dottore non aveva anelli al dito, ma di sicuro al telefono
c'era una donna, qualcuno con cui D'Alessandro aveva un rapporto molto
stretto.
- Dove eravamo rimasti? - riprese il dottore, dopo avere concluso la
comunicazione.
- Alla diagnosi prematura -.
- Ah, sì. Che cosa le fa pensare che la sua interpretazione dei
fatti non sia un'elaborazione personale? Per esempio, i due ragazzi
potrebbero essere una normale coppia di omosessuali che avverte una
violazione della propria privacy
o chissà cos'altro -.
Vicky non trovò nulla da replicare.
- Come dice uno studioso americano, il dottor Keel -, riprese D'Alessandro,
-molti eventi straordinari possono avere spiegazioni realisticamente
deludenti -.
- Intende dire che è tutta una mia fantasia, una mia mania di
persecuzione? -
- Non ho affatto detto questo. Ma le propongo un punto di vista alternativo,
su cui riflettere: come possono vivere le persone che lei vede il fatto
di essere visti? Se per qualche ragione il loro comportamento è
al di fuori della media, non può essere che loro si sentano osservati
da lei? E che la guardino chiedendosi perché lei li stia guardando?
-
D'accordo, pensò Vicky, scendendo nella stazione della metropolitana,
lunedì mattina. Era il suo primo giorno di lavoro dopo la seduta
dal dottor D'Alessandro. Rovesciamo la situazione. Non sono più
loro che sorvegliano me, ma io che sorveglio loro.
E dopo qualche giorno Vicky scoprì qualcosa che fino a quel momento
le era passato inosservato.
Gli zaini dei due.
Marley aveva uno zaino piuttosto pesante: lo si notava quando lo spostava.
Di Maggio entrava nel vagone con uno zaino identico, ma molto leggero,
che teneva in spalla con molta disinvoltura. Stessa marca, stesso colore.
Nessuna scritta, nessun adesivo, nulla che distinguesse uno zaino dall'altro.
Per oscure ragioni, quando Marley sgusciava fuori dal vagone alla stazione
Duomo, il suo zaino era decisamente alleggerito: si vedeva da come se
lo metteva in spalla. Così come quello dell'altro, Di Maggio,
doveva essere molto più pesante.
Di sicuro quei due erano impegnati in qualcosa di strano. Aveva ragione
il dottore: erano loro che si sentivano sorvegliati. Erano loro a pensare
che lei stesse controllando i loro movimenti. I due si incontravano
tutte le mattine a un'ora ben definita su un preciso vagone, per fare
lo scambio. E tutte le mattine vedevano lei che entrava nello stesso
vagone e li osservava.
Quella storia poteva diventare pericolosa.
Vicky decise che avrebbe smesso di guardarli. Si limitò a tenerli
d'occhio, nel riflesso del vetro delle porte. E si ripromise di parlarne
col dottore, venerdì.
Il dottore si appoggiò allo schienale.
- Come fa a essere sicura che si scambino gli zaini? - domandò
alla paziente, al secondo appuntamento.
- Quando salgo sul treno, Marley ha con sé uno zaino molto pesante.
Poi arriva Di Maggio, che ne porta uno molto leggero. Ma quando Marley
scende a Duomo, solleva lo zaino senza sforzo e se lo mette in spalla.-
- Potrebbe essere solo un'impressione. Ha detto che Marley è
già sul treno, quando sale lei -.
- Sì, ma non sempre è già seduto. L'ho visto mentre
sposta lo zaino per cambiare posto: non lo solleva, lo trascina. E in
ogni caso, ho visto come fanno lo scambio -.
- Davvero? -
- Marley tiene lo zaino a terra, davanti a sé. Poi arriva Di
Maggio e anche lui mette lo zaino a terra. Nel momento in cui il treno
entra nella stazione Duomo, Marley si alza e prende al volo lo zaino
davanti a Di Maggio, che a sua volta sposta verso di sé quello
di Marley -.
- A che cosa potrebbe servire una manovra del genere, secondo lei? -
Vicky scosse il capo. - Non lo so. Potrebbe trattarsi di contrabbando.
Ma di che cosa? Sigarette? Droga? Quanto può pesare la droga?
-
- Ha detto che lo zaino è molto pesante -, considerò il
dottore. - Mi sembra poco probabile che un trafficante se ne vada in
metropolitana con diversi chili di eroina in spalla
-
- Lei non mi crede, vero? - sospirò Vicky.
Il lunedì successivo, Vicky salì come sempre sul secondo
vagone, ma evitò di osservare i due, limitandosi a qualche fugace
occhiata. Forse il dottore aveva ragione. Dopotutto, si era rivolta
a un analista proprio per combattere le proprie angosce. Con tutta probabilità,
i due non facevano assolutamente niente di strano ed era stata lei a
travisare il loro comportamento. Non facevano niente di strano, a parte
guardarla. Ma visto che Vicky si considerava piuttosto graziosa, anche
in questo non c'era nulla di sospetto.
Forse sto diventando sul serio paranoica.
Quando Vicky scese a Duomo, anche Marley scese, come sempre. Ma questa
volta non se ne andò per la propria strada. Vicky ebbe la certezza
che la stesse seguendo.
L'immaginazione di Vicky partì in quarta.
Marley doveva essersi convinto che lei lo stesse sorvegliando e ora
voleva scoprire per chi lavorasse: per la polizia, per una gang rivale
Vicky si inoltrò nei corridoi della stazione Duomo, passando
dall'area pulita e illuminata della linea gialla a quella più
tenebrosa della linea rossa. Di quando in quando si voltava. I dreadlocks
oscillanti di Marley erano sempre all'orizzonte.
Vicky non sapeva che cosa fare. E se lui l'avesse seguita fino in ufficio?
Se l'avesse aspettata fuori, in agguato?
Come possono vivere le persone che lei vede il fatto di essere visti?
Il paradosso era che i due ragazzi del secondo vagone si sentivano sorvegliati
da lei. In un certo senso, erano loro a soffrire di mania di persecuzione.
Quindi, l'unica possibilità di liberarsi di Marley era quella
di farlo sentire ancora più sorvegliato.
Prima mossa: rallentare il passo. Comportarsi come se non ci fosse nulla
da temere. Salire la scala senza fretta.
Seconda mossa: mostrarsi sprezzante del pericolo e sicura di sé.
Terza mossa: trovare un telefono. Il cellulare non prendeva là
sotto, ma c'erano i telefoni pubblici. L'unico apparecchio libero risultò
essere guasto, ma il pedinatore non poteva saperlo.
Vicky compose un numero e finse di parlare con qualcuno. Cercò
Marley tra la folla e fissò lo sguardo su di lui.
Il ragazzo si fermò.
- Sì, mi ha seguito -, disse Vicky al suo immaginario interlocutore.
- Potete venire a prenderlo -.
Da quella distanza lui non poteva sentirla, ma il trucco funzionò
ugualmente. Forse Marley aveva letto le parole sulle sue labbra, o forse
gli era bastato lo sguardo di sfida di Vicky. Oppure, semplicemente,
era lui che stava diventando paranoico.
I dreadlocks turbinarono nell'aria e si allontanarono di corsa, in direzione
dell'uscita.
Nei giorni successivi, Vicky evitò completamente la metropolitana
e andò al lavoro in taxi. Usciva di casa con un foulard in testa
e un paio di occhiali da sole, per evitare di essere riconosciuta nel
caso che Marley fosse ancora in giro dalle parti di piazza Duomo.
Ma Vicky non poteva permettersi di prendere il taxi tutti i giorni:
stava diventando un'abitudine costosa. Venerdì mattina decise
di vincere le proprie paure e, sempre camuffata con foulard e occhiali
da sole, prese la metropolitana.
Il secondo vagone, come sempre.
Normalmente, Marley era già a bordo, ma quella mattina non c'era.
E, contrariamente al solito, Di Maggio non salì sul treno a Crocetta.
Che avessero cambiato la loro routine? Un altro orario, un altro vagone?
E poi, improvvisamente, inaspettatamente, li vide
- Non immagina la mia sorpresa quando oggi ho visto le loro foto sul
giornale, in metropolitana -, concluse Maria Vittoria Cristi, quel pomeriggio,
durante il suo terzo appuntamento col dottor D'Alessandro. Aprì
la borsetta e gli porse un giornale, uno dei quotidiani omaggio che
si trovano in metropolitana, aperto a una della pagine interne.
L'analista guardò le fotografie: un ragazzo coi dreadlocks, come
quello descritto dalla paziente, e un altro giovane coi capelli rasati
a zero.
Poi guardò il titolo:
TOMB RAIDER
NEL METRÒ
e si rese
conto di avere sentito la stessa notizia alla radio, quella mattina,
prima di uscire di casa. Ma non l'aveva minimamente collegata al caso
raccontato dalla sua paziente.
Un giovane archeologo si era consegnato spontaneamente ai carabinieri,
denunciando l'esistenza di una banda di tombaroli che operava tra le
gallerie della metropolitana. Proprio passando attraverso i tunnel,
la banda riusciva a penetrare nottetempo in un sito archeologico scoperto
casualmente durante gli scavi del Passante Ferroviario, per saccheggiare
preziose reliquie che venivano poi rivendute a collezionisti. Il giovane
archeologo -- il ragazzo che la paziente chiamava Bob Marley -- faceva
da supervisore. Ogni mattina consegnava i reperti recuperati nel corso
della nottata a un complice -- Joe Di Maggio, secondo la paziente --
su un treno della Linea 3, scambiando uno zaino pieno di oggetti preziosi
con uno pieno di fogli di giornale.
Una volta al mese, nel secondo zaino c'erano mazzette di denaro.
Ma lunedì pomeriggio, in preda a una crisi di coscienza, l'archeologo
si era presentato ai carabinieri e aveva denunciato la banda, prestandosi
a fare da esca per permettere la cattura dei complici e il recupero
degli oggetti non ancora messi in vendita.
I casi erano due, pensò il dottore. La sua paziente poteva essersi
inventata tutto e avere usato quell'articolo come prova, solo perché
il protagonista della vicenda era pettinato alla rasta e si parlava
di scambio di zaini. Oppure era tutto vero e la ragazza aveva fatto
leva sul timore del giovane archeologo di essere arrestato, convincendolo
che qualcuno fosse già sulle sue tracce. E inducendolo a smascherare
l'organizzazione. In entrambi i casi, D'Alessandro doveva ammettere
che la ragazza era dotata di una notevole fantasia.
Maria Vittoria Cristi si sedette e accavallò le gambe.
-- Aveva ragione: come diagnosi era prematura. Non sono paranoica --.
Sorrise. -- Non ancora --.
©
Vittoria Maggio 2002
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani