Linea Gialla
   
di Vittoria Maggio

Prefazione
di Andrea G. Pinketts

Il racconto per l'editoria italiana è poco più che il parente povero del romanzo. Viene tollerato con aria benevola pur essendo lasciato nell'anticamera della letteratura, dove non può dar fastidio ai parenti più facoltosi né, tanto meno, chiedere loro un prestito. In realtà, santa ignoranza, l'apparenza inganna, l'apparenza appanna le menti già ottenebrate di chi crede che i racconti da trattare coi guanti siano quelli firmati Buzzati o Poe e mandrillescamente frequenta in modo gerontofilo solo le novelle, le sorelle dei racconti stessi. In realtà, il parente povero è quello più generoso. Si lascia saccheggiare i germi dal romanzo e allo stasso tempo offre al lettore un mondo ridotto ai minimi termini e alla massima 'esponenzialità'.
Vittoria Maggio ci consegna una storia di fresca ossessività, ricca, molto ricca di suggestioni condensate in quanto immediate. La sua Vicky, di cui sentiremo ancora parlare, è una miss Marple ancora in età da essere spulzellata, con le nevrosi della ragazza di questo presente. Eppure Vittoria in qualche misura è vittoriana (le novelle le lasciamo al Vittoriale). Il suo incontro con l'analista fa presumere una futura tempesta ormonale da Cime Tempestose su cui Vicky elegantemente chiude un occhio. Forse perché ce lo sta strizzando.
Il giallo rosa è il matrimonio di due generi penalizzati, segregati dal pregiudizio della letteratura alta. Vittoria Maggio li fa evadere, e non perché il giallo e il rosa siano letteratura d'evasione, ma perché le storie vere sono sempre colorate. Per puro spirito di contraddizione ho letto questo racconto ambientato sul metrò in treno, dopodiché ho guardato con sospetto uno dei passeggeri che mi stava di fronte. Dell'altra mi sono quasi innamorato, era un po' in carne ma non venite a parlarmi male di Bridget Jones.

Dottore, crede che stia diventando paranoica? - domandò Vicky quel venerdì.
Un'ora prima, Vicky si era fermata davanti alla villetta e aveva alzato lo sguardo sul muro ricoperto d'edera. In quell'angolo della piazza non sembrava nemmeno di essere a Milano. Il cancello dava su un piccolo giardino, oltre il quale si aprivano le porte della vecchia casa. L'atrio era stato riconvertito in sala d'attesa e reception, ma l'aspetto era insolitamente rassicurante per essere un centro medico.
Meglio così.
Vicky era al primo appuntamento della sua vita con un analista e non voleva sentirsi malata. Si era trattenuta per qualche secondo fuori del cancello, esitante, poi aveva attraversato il giardino e si era presentata alla receptionist.
- Cristi - aveva detto.
La receptionist l'aveva guardata perplessa.
- Maria Vittoria Cristi - aveva ribadito lei.
- Ho appuntamento col dottor D'Alessandro. Sono in anticipo.-
La receptionist aveva aperto un grosso quaderno alla pagina contrassegnata dall'intestazione Dott. A. D'Alessandro.
- Oh, certo. Cristi. Salga al secondo piano e si accomodi nella sala d'attesa. Il dottore la chiamerà -.
La sala d'attesa al secondo piano era in comune fra tre diversi medici. Maria Vittoria, "Vicky" per gli amici, non sapeva quale delle tre porte conducesse allo studio del dottor D'Alessandro, né sapeva che faccia avesse l'analista. Di quando in quando, un medico si affacciava ad una porta e chiamava uno dei pazienti in attesa.
Di lì a poco, Vicky si era ritrovata sola, davanti al tavolino ingombro di riviste vecchie di tre mesi.
L'ansia, quell'ansia misteriosa e inspiegabile che da qualche tempo la tormentava, era tornata a farsi sentire. Strano che l'effetto potesse essere identico, sia quando si ritrovava completamente sola, sia quando era in mezzo alla folla. D'istinto, si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata. Ma era proprio per questo che aveva preso appuntamento con un analista. Se non trovava al più presto il modo di reagire, non avrebbe potuto più prendere la metropolitana. E poi avrebbe avuto lo stesso problema con autobus, treni, aerei o luoghi affollati. Non sapeva da dove tutto fosse cominciato, ma sospettava che, se non l'avesse fermata in tempo, la sua angoscia si sarebbe estesa ad ogni aspetto della sua vita.
O forse anche questo pensiero faceva parte della sua incipiente paranoia?
Qualche minuto dopo, all'ora esatta dell'appuntamento, dall'unica porta che ancora non si fosse aperta era uscito un uomo sui quarant'anni, scambiando saluti con una voce maschile all'interno dello studio.
Il paziente si era diretto verso le scale.
Un attimo dopo, il dottor D'Alessandro era apparso sulla porta. - Signorina ? - aveva detto, guardandola in faccia.
Anche il medico aveva un aspetto rassicurante. Era piuttosto giovane, doveva avere solo qualche anno più di lei. Non indossava un camice, ma semplicemente un vestito di buona fattura, una bella camicia e una cravatta non particolarmente originale. Quel tipo di abbigliamento gli si confaceva perfettamente. Non gli dava né un'impressione formale da manager compiaciuto del proprio successo, né l'aria rigida del bancario che non vede l'ora che arrivi sera per strapparsi la cravatta dal collo. Il dottor D'Alessandro faceva pensare a un attore hollywoodiano fuori tempo, un giovane Cary Grant nel ruolo di un professore distratto.
A. D'Alessandro.
Chissà per che cosa stava quella A puntata?
L'analista l'aveva invitata ad accomodarsi nello studio. C'era un lettino, accanto a una parete, ma D'Alessandro aveva indicato una comoda sedia e si era seduto alla propria scrivania.
- Lei si chiama Cristi, come… -
- Come Agatha Christie -, l'aveva preceduto lei. - Sì, ma si scrive C-R-I-S-T-I -.
Il dottore aveva intrecciato le dita.
- Per quale motivo è venuta da me? - aveva chiesto, in modo diretto. A Vicky aveva ricordato lo stereotipo del detective che riceve la propria cliente. Ma non il poliziotto privato all'americana, mal rasato, con l'alito pesante di fumo e whisky, in un ufficio malconcio e malinconico. Piuttosto, un raffinato detective all'inglese, di quelli che alla fine del romanzo risolvono il caso, scoprono il colpevole e rimettono ordine nella vita di tutti i personaggi coinvolti nella vicenda.
Esattamente ciò di cui lei aveva bisogno.
Sentendosi finalmente a proprio agio, Vicky aveva risposto alla domanda.

Prendeva la metropolitana tutti i giorni, alla stessa ora, per andare in ufficio. Assistente personale di un uomo d'affari, svolgeva un lavoro intenso, impegnativo ma interessante. La metropolitana era un'abitudine: non aveva mai avuto alcuna preoccupazione nel prendere il mezzo più efficiente di tutta la rete dei trasporti milanesi, a parte rifiutarsi di scendere nelle stazioni dopo le otto di sera, quando non c'era in giro nessuno.
Mentre viaggiava, si divertiva a studiare i passeggeri. C'erano quelli che guardavano nel vuoto, c'erano i viaggiatori in gruppo che chiacchieravano tra loro, c'erano quelli che si isolavano dal rumore di fondo ascoltando musica e quelli che leggevano uno dei quotidiani gratuiti distribuiti all'ingresso. Ma c'era anche chi leggeva giornali in varie lingue: in inglese, in arabo e in qualche lingua orientale di cui Vicky non era in grado di distinguere la scrittura, fatta di caratteri morbidi, gonfi, circolari. E poi c'erano i lettori di libri: ragazze filippine che sfogliavano romanzi d'amore, giovanotti in carriera con ingombranti bestseller americani, nostalgici del giallo che cercavano l'assassino in vecchi volumetti fuori commercio con le copertine di Carlo Jacono… Vicky avrebbe potuto redigere una classifica dei bestseller in metrò: Isabel Allende in testa, Grisham e Follett che contendevano lettori a Camilleri, Pennac e Pinketts…
Tutto ebbe un inizio un giorno in cui il treno rallentò nel tunnel, fermandosi a metà tra una stazione e l'altra. Mentre la gente intorno a lei sbuffava e guardava l'orologio pensando a quanti minuti di ritardo avrebbe accumulato, Vicky provò improvvisamente una sensazione di claustrofobia.
Si sfilò la sciarpa e cercò con lo sguardo, disperatamente, una delle placche sulla parete del tunnel, che a intervalli regolari segnalavano la distanza dalla stazione precedente e quella dalla stazione successiva.
Non riuscì a vederla.
Si slacciò i bottoni del cappotto.
Erano fermi in mezzo alla galleria.
Le porte non si aprivano.
Se anche si fossero aperte, Vicky non avrebbe saputo se, scendendo dal treno, le convenisse andare verso sinistra o verso destra, sullo stretto marciapiede nerastro che correva sul lato del tunnel.
Forse l'attesa era durata qualche secondo, forse qualche minuto, ma quando il treno si rimise in moto, a Vicky parve che fosse trascorsa un'eternità.
Quello era stato l'inizio della sua angoscia. Dopo quel giorno, ogni volta che scendeva i gradini verso la stazione sotterranea, Vicky aveva la sensazione immotivata di andare incontro all'ignoto. Nel tentativo di esorcizzarla, cominciò a prendere alcune precauzioni.
Prendeva solo la Linea 3, quella con le stazioni più nuove e più luminose e i treni più moderni. Non saliva mai sulla prima carrozza, che in caso di scontro avrebbe subito l'impatto più delle altre. Non saliva nemmeno sulle ultime carrozze: erano quelle che entravano in stazione quando il convoglio stava già rallentando, procurandole per qualche istante la sensazione di trovarsi nuovamente intrappolata nel tunnel. Se il treno era gremito, non se la sentiva di gettarsi nella mischia e restava in attesa del convoglio successivo. E diverse volte le capitò di timbrare il biglietto, scendere sulla banchina e trovarla così affollata da provare una sensazione di ansia incontrollabile, cui poteva porre rimedio solo lasciando rapidamente la stazione. Così, dopo avere regalato all'ATM il prezzo di un biglietto, si trovava costretta a tornare a casa a piedi. Anche sotto la pioggia o sotto la neve.
D'altra parte, non poteva nemmeno andare al lavoro a piedi tutti i giorni, perché l'ufficio era troppo lontano da casa. Né poteva arrivarci coi mezzi di superficie, dato che il dottor Berberana, il suo capo, aveva i propri uffici in centro a Milano, in una zona pedonale. Tantomeno Vicky poteva raggiungere la destinazione a bordo della sua Punto: avrebbe dovuto trovare un parcheggio fuori dai confini della zona pedonale, impresa che le avrebbe richiesto un tempo superiore a quello necessario per andare a piedi in ufficio. La Linea 3, la linea gialla della metropolitana, era imprescindibile.
Alla fine, Vicky aveva trovato un compromesso.
Quando la metropolitana non era troppo affollata, saliva sempre a bordo della seconda carrozza. Calibrando gli orari, era riuscita a trovare il momento ottimale, in cui la frequenza dei treni era la stessa dell'ora di punta, ma il flusso di passeggeri diminuiva, tanto da riuscire a trovare posto a sedere. Affrettando il passo una volta tornata in superficie, riusciva a essere in ufficio puntuale.
Quella sembrava essere la soluzione al problema.
E invece era stato l'inizio.
Vicky non sapeva esattamente quando lo avesse notato per la prima volta. Forse se ne era resa conto solo dopo qualche giorno. Ma c'era qualcun altro che saliva tutte le mattine, a quella stessa ora, sulla stessa carrozza. Dapprima Vicky aveva notato singolarmente i due ragazzi: uno coi dreadlocks e un walkman dalle cui cuffie fuoriusciva un ritmo caraibico e un altro più anonimo, con giubbotto e berretto da baseball, che leggeva sempre un libro, di solito un Sellerio o un Feltrinelli. Vicky li aveva mentalmente soprannominati Bob Marley e Joe Di Maggio. Marley era già sul treno quando lei saliva a bordo e scendeva come lei alla stazione Duomo. Di Maggio saliva alla stazione Crocetta e proseguiva. Tutte le mattine.
Poi Vicky si era resa conto che i due si sedevano sempre l'uno accanto all'altro.
Non poteva essere una coincidenza.
Nessuno dei due aveva un aspetto particolarmente minaccioso. Due ragazzi normali, a vista simpatici: uno che ascoltava musica e un altro che leggeva. Dovevano avere grosso modo la stessa età. Forse erano ex compagni di scuola o di università, oppure suonavano insieme in una band. Ma perché, se erano amici e si sedevano sempre uno di fianco all'altro, non si scambiavano una parola per tutto il tragitto?
Dopo un paio di settimane, Vicky ebbe una certezza: i due la tenevano d'occhio. Naturalmente non esisteva alcuna ragione logica per cui due persone dovessero sorvegliarla mentre andava al lavoro. Inizialmente, il fatto che uno dei due scendesse invariabilmente alla stessa stazione le era parso normale: la maggior parte dei passeggeri scendeva a Duomo. Forse Marley lavorava in un negozio di dischi del centro. Ma quando le era parso chiaro che i due la stessero osservando, la circostanza aveva cominciato ad apparirle sospetta.
Che i due fossero lì per controllare i suoi movimenti?
Ma per quale motivo?
Non c'era niente di strano, nella vita o nel lavoro di Vicky, che lo giustificasse. Il che lasciava spazio alla sua fertile e pessimistica fantasia: Vicky doveva avere attirato la loro attenzione. E i due volevano servirsi di lei per qualcosa. Stupro, tratta delle bianche, sacrifici umani, snuff movie…
La cronaca offriva un vasto campionario di alternative, una più spaventosa dell'altra.
Ma quanto era frutto della sua fantasia e quanto invece poteva essere ritenuto un dato oggettivo? In poche parole, quanto era vero e quanto invece poteva essere sintomatico?
- Dottore, crede che stia diventando paranoica? - domandò Vicky, dopo aver raccontato al dottore le sue preoccupazioni.
- Come diagnosi è decisamente prematura, non crede? - le fece notare lui. - Per esempio… -
Un telefono cellulare squillò.
- Chiedo scusa -, disse il dottore, rispondendo alla chiamata. Per qualche minuto parlò con un'interlocutrice: Vicky non aveva dubbi, doveva trattarsi di una donna. Poteva essere una fidanzata, una convivente o una moglie. Il dottore non aveva anelli al dito, ma di sicuro al telefono c'era una donna, qualcuno con cui D'Alessandro aveva un rapporto molto stretto.
- Dove eravamo rimasti? - riprese il dottore, dopo avere concluso la comunicazione.
- Alla diagnosi prematura -.
- Ah, sì. Che cosa le fa pensare che la sua interpretazione dei fatti non sia un'elaborazione personale? Per esempio, i due ragazzi potrebbero essere una normale coppia di omosessuali che avverte una violazione della propria privacy… o chissà cos'altro -.
Vicky non trovò nulla da replicare.
- Come dice uno studioso americano, il dottor Keel -, riprese D'Alessandro, -molti eventi straordinari possono avere spiegazioni realisticamente deludenti -.
- Intende dire che è tutta una mia fantasia, una mia mania di persecuzione? -
- Non ho affatto detto questo. Ma le propongo un punto di vista alternativo, su cui riflettere: come possono vivere le persone che lei vede il fatto di essere visti? Se per qualche ragione il loro comportamento è al di fuori della media, non può essere che loro si sentano osservati da lei? E che la guardino chiedendosi perché lei li stia guardando? -
D'accordo, pensò Vicky, scendendo nella stazione della metropolitana, lunedì mattina. Era il suo primo giorno di lavoro dopo la seduta dal dottor D'Alessandro. Rovesciamo la situazione. Non sono più loro che sorvegliano me, ma io che sorveglio loro.
E dopo qualche giorno Vicky scoprì qualcosa che fino a quel momento le era passato inosservato.
Gli zaini dei due.
Marley aveva uno zaino piuttosto pesante: lo si notava quando lo spostava. Di Maggio entrava nel vagone con uno zaino identico, ma molto leggero, che teneva in spalla con molta disinvoltura. Stessa marca, stesso colore. Nessuna scritta, nessun adesivo, nulla che distinguesse uno zaino dall'altro. Per oscure ragioni, quando Marley sgusciava fuori dal vagone alla stazione Duomo, il suo zaino era decisamente alleggerito: si vedeva da come se lo metteva in spalla. Così come quello dell'altro, Di Maggio, doveva essere molto più pesante.
Di sicuro quei due erano impegnati in qualcosa di strano. Aveva ragione il dottore: erano loro che si sentivano sorvegliati. Erano loro a pensare che lei stesse controllando i loro movimenti. I due si incontravano tutte le mattine a un'ora ben definita su un preciso vagone, per fare lo scambio. E tutte le mattine vedevano lei che entrava nello stesso vagone e li osservava.
Quella storia poteva diventare pericolosa.
Vicky decise che avrebbe smesso di guardarli. Si limitò a tenerli d'occhio, nel riflesso del vetro delle porte. E si ripromise di parlarne col dottore, venerdì.
Il dottore si appoggiò allo schienale.
- Come fa a essere sicura che si scambino gli zaini? - domandò alla paziente, al secondo appuntamento.
- Quando salgo sul treno, Marley ha con sé uno zaino molto pesante. Poi arriva Di Maggio, che ne porta uno molto leggero. Ma quando Marley scende a Duomo, solleva lo zaino senza sforzo e se lo mette in spalla.-
- Potrebbe essere solo un'impressione. Ha detto che Marley è già sul treno, quando sale lei -.
- Sì, ma non sempre è già seduto. L'ho visto mentre sposta lo zaino per cambiare posto: non lo solleva, lo trascina. E in ogni caso, ho visto come fanno lo scambio -.
- Davvero? -
- Marley tiene lo zaino a terra, davanti a sé. Poi arriva Di Maggio e anche lui mette lo zaino a terra. Nel momento in cui il treno entra nella stazione Duomo, Marley si alza e prende al volo lo zaino davanti a Di Maggio, che a sua volta sposta verso di sé quello di Marley -.
- A che cosa potrebbe servire una manovra del genere, secondo lei? -
Vicky scosse il capo. - Non lo so. Potrebbe trattarsi di contrabbando. Ma di che cosa? Sigarette? Droga? Quanto può pesare la droga? -
- Ha detto che lo zaino è molto pesante -, considerò il dottore. - Mi sembra poco probabile che un trafficante se ne vada in metropolitana con diversi chili di eroina in spalla… -
- Lei non mi crede, vero? - sospirò Vicky.
Il lunedì successivo, Vicky salì come sempre sul secondo vagone, ma evitò di osservare i due, limitandosi a qualche fugace occhiata. Forse il dottore aveva ragione. Dopotutto, si era rivolta a un analista proprio per combattere le proprie angosce. Con tutta probabilità, i due non facevano assolutamente niente di strano ed era stata lei a travisare il loro comportamento. Non facevano niente di strano, a parte guardarla. Ma visto che Vicky si considerava piuttosto graziosa, anche in questo non c'era nulla di sospetto.
Forse sto diventando sul serio paranoica.
Quando Vicky scese a Duomo, anche Marley scese, come sempre. Ma questa volta non se ne andò per la propria strada. Vicky ebbe la certezza che la stesse seguendo.
L'immaginazione di Vicky partì in quarta.
Marley doveva essersi convinto che lei lo stesse sorvegliando e ora voleva scoprire per chi lavorasse: per la polizia, per una gang rivale… Vicky si inoltrò nei corridoi della stazione Duomo, passando dall'area pulita e illuminata della linea gialla a quella più tenebrosa della linea rossa. Di quando in quando si voltava. I dreadlocks oscillanti di Marley erano sempre all'orizzonte.
Vicky non sapeva che cosa fare. E se lui l'avesse seguita fino in ufficio? Se l'avesse aspettata fuori, in agguato?
Come possono vivere le persone che lei vede il fatto di essere visti?
Il paradosso era che i due ragazzi del secondo vagone si sentivano sorvegliati da lei. In un certo senso, erano loro a soffrire di mania di persecuzione. Quindi, l'unica possibilità di liberarsi di Marley era quella di farlo sentire ancora più sorvegliato.
Prima mossa: rallentare il passo. Comportarsi come se non ci fosse nulla da temere. Salire la scala senza fretta.
Seconda mossa: mostrarsi sprezzante del pericolo e sicura di sé.
Terza mossa: trovare un telefono. Il cellulare non prendeva là sotto, ma c'erano i telefoni pubblici. L'unico apparecchio libero risultò essere guasto, ma il pedinatore non poteva saperlo.
Vicky compose un numero e finse di parlare con qualcuno. Cercò Marley tra la folla e fissò lo sguardo su di lui.
Il ragazzo si fermò.
- Sì, mi ha seguito -, disse Vicky al suo immaginario interlocutore.
- Potete venire a prenderlo -.
Da quella distanza lui non poteva sentirla, ma il trucco funzionò ugualmente. Forse Marley aveva letto le parole sulle sue labbra, o forse gli era bastato lo sguardo di sfida di Vicky. Oppure, semplicemente, era lui che stava diventando paranoico.
I dreadlocks turbinarono nell'aria e si allontanarono di corsa, in direzione dell'uscita.
Nei giorni successivi, Vicky evitò completamente la metropolitana e andò al lavoro in taxi. Usciva di casa con un foulard in testa e un paio di occhiali da sole, per evitare di essere riconosciuta nel caso che Marley fosse ancora in giro dalle parti di piazza Duomo.
Ma Vicky non poteva permettersi di prendere il taxi tutti i giorni: stava diventando un'abitudine costosa. Venerdì mattina decise di vincere le proprie paure e, sempre camuffata con foulard e occhiali da sole, prese la metropolitana.
Il secondo vagone, come sempre.
Normalmente, Marley era già a bordo, ma quella mattina non c'era. E, contrariamente al solito, Di Maggio non salì sul treno a Crocetta.
Che avessero cambiato la loro routine? Un altro orario, un altro vagone?
E poi, improvvisamente, inaspettatamente, li vide…
- Non immagina la mia sorpresa quando oggi ho visto le loro foto sul giornale, in metropolitana -, concluse Maria Vittoria Cristi, quel pomeriggio, durante il suo terzo appuntamento col dottor D'Alessandro. Aprì la borsetta e gli porse un giornale, uno dei quotidiani omaggio che si trovano in metropolitana, aperto a una della pagine interne.
L'analista guardò le fotografie: un ragazzo coi dreadlocks, come quello descritto dalla paziente, e un altro giovane coi capelli rasati a zero.
Poi guardò il titolo:

TOMB RAIDER NEL METRÒ

e si rese conto di avere sentito la stessa notizia alla radio, quella mattina, prima di uscire di casa. Ma non l'aveva minimamente collegata al caso raccontato dalla sua paziente.
Un giovane archeologo si era consegnato spontaneamente ai carabinieri, denunciando l'esistenza di una banda di tombaroli che operava tra le gallerie della metropolitana. Proprio passando attraverso i tunnel, la banda riusciva a penetrare nottetempo in un sito archeologico scoperto casualmente durante gli scavi del Passante Ferroviario, per saccheggiare preziose reliquie che venivano poi rivendute a collezionisti. Il giovane archeologo -- il ragazzo che la paziente chiamava Bob Marley -- faceva da supervisore. Ogni mattina consegnava i reperti recuperati nel corso della nottata a un complice -- Joe Di Maggio, secondo la paziente -- su un treno della Linea 3, scambiando uno zaino pieno di oggetti preziosi con uno pieno di fogli di giornale.
Una volta al mese, nel secondo zaino c'erano mazzette di denaro.
Ma lunedì pomeriggio, in preda a una crisi di coscienza, l'archeologo si era presentato ai carabinieri e aveva denunciato la banda, prestandosi a fare da esca per permettere la cattura dei complici e il recupero degli oggetti non ancora messi in vendita.
I casi erano due, pensò il dottore. La sua paziente poteva essersi inventata tutto e avere usato quell'articolo come prova, solo perché il protagonista della vicenda era pettinato alla rasta e si parlava di scambio di zaini. Oppure era tutto vero e la ragazza aveva fatto leva sul timore del giovane archeologo di essere arrestato, convincendolo che qualcuno fosse già sulle sue tracce. E inducendolo a smascherare l'organizzazione. In entrambi i casi, D'Alessandro doveva ammettere che la ragazza era dotata di una notevole fantasia.
Maria Vittoria Cristi si sedette e accavallò le gambe.
-- Aveva ragione: come diagnosi era prematura. Non sono paranoica --.
Sorrise. -- Non ancora --.

© Vittoria Maggio 2002
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani

 
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