Lanciando Mais
   
di Gianmaria Pastore

Prefazione
di Giuseppe Culicchia

Dietro le feste di matrimonio si nasconde l'orrore. Non quello finto a base di salsa di pomodoro usato da tanto cinema made in USA e dai suoi imitatori, da Hong Kong al Grande Raccordo Anulare, ma quello di vite a un tratto senza più sogni né illusioni, perché nel frattempo si è diventati più o meno adulti e si è scoperto che quella che ci aspettava senza alcuna fretta era una fregatura. Anzi, LA fregatura. Nel caso del racconto di Gianmaria Pastore, LANCIANDO MAIS, un classico: Giorgia, la ragazza di cui ci si era innamorati al liceo, che si sposa con un altro. L'amarezza è tanta. L'incazzatura non scherza. Però l'ironia e un sarcasmo controllato ma feroce, rivolto dal protagonista soprattutto verso se stesso, non mancano. E c'è anche il senso del ritmo. Frasi brevi, a partire dalla prima, "Sono sul water". Dove va a finire il mais.

Lanciando mais
Sono sul water.
Purtroppo ho fretta. Devo andare ad un matrimonio.
Ho appena sezionato con sguardo chirurgico ciò di cui mi son disfatto; quasi con una sorta di apprensiva curiosità.
Casomai interessasse qualcuno, ho intravisto piccoli granelli di mais. Devo smettere di metterlo nell'insalata; son soldi sprecati, visto dove va a finire.
Stavo anche fumando una sigaretta ma ho preferito infrangere anch'essa sul water. Non era neanche a metà. Ha lasciato una lunga striscia grigia.
Tra poco indosserò giacca, camicia e cravatta e mi dirigerò alla volta del caravanserraglio.
Oggi si sposa Giorgia. Una donna che ho amato a vuoto. Come spesso capita a chi ha paura di osare veramente.
Me lo disse incidentalmente un amico al telefono. Che si sposava, intendo. Ero a militare. Camminavo per le vie semi deserte di Diano Marina durante la libera uscita. Pioggia di ottobre, fine trama di ragnatele…
Va bè, è ora di uscire.
Mi sento solo e vorrei continuare a rimanere tale per tutta la serata. Lo ammetto, sono nervoso.
Ho lasciato chiudersi alle mie spalle il portone di casa. Imbocco via Peschiera.
Un barbone mi saluta, quasi svogliatamente. Strano, giacché dovrebbe perlomeno cercare di impietosirmi. Riesco a malapena a muovere l'angolo destro della bocca in una smorfia che sembra vagamente un sorriso.
Il vento di settembre sta tagliando in due Corso Sempione.
Il luogo del supplizio non è lontano.
La prima cosa che vedo da lontano, è un uomo ombrellone alto centonovantatré centimetri. Lo riconosco: è Mascheroni. Al riparo della sua ombra protettrice Giulia Monti, Rosa Lamberti, Alberto Ragni e tutta la generica accozzaglia di compagnie passate; mai passate del tutto, riproposte variegate, ma mai rinnovate. Cognomi inutili e pericolosi, perché noiosi.
Il liceo è finito otto anni fa, ma è come se ci trovassimo sempre a far capannello davanti al bar di via Procaccini. Di sera, di giorno. In primavera, in inverno. Senza mai un sussulto, già arresi alla ruota della vita. Alla macina dei desideri realizzati solo in parte. O a soluzioni alternative invero d'accatto.
Comincio a sudare freddo e saluto tutti velocemente dispensando sorrisi a destra e a manca.
Mi chiedono se suono ancora il basso, dov'è la fidanzata e tante altre notizie di vario tipo e scarso interesse.
Chissà che cazzo gliene frega, in tutta sincerità, mi domando. Mai che nessuna mi abbia chiesto se spalmo ancora la crema Prep tra le chiappe quando mi brucia il …
…A proposito di fidanzate: la mia, Valeria, non è voluta venire. Miss Coerenza dice che le sembra ipocrita presenziare a un matrimonio di persone che non stima. Anche il mio migliore amico, Giuppi, lo dice. E si comporta di conseguenza. Già, ma la palla da raccontare agli sposi, e che sia credibile, per carità, devo inventarla e recitarla io, per dio, non loro.
Stiamo lì un po' a parlottare e, tra un'ovvietà e l'altra, va a finire che mi siedo, al fresco, in chiesa.
Anche perché è un pomeriggio piuttosto caldo.
Di fianco a me c'è Giancarlo. Di nome. Giacomo, di cognome. L'amico dei pomeriggi senza senso. Scambio due parole e d'un tratto m'accorgo che, dio santo, ho l'asma. Che carretta che sono; ho fumato una sigaretta e mi fischiano già i bronchi. A ventisette anni. E soprattutto, zero vita spericolata, la mia.
Che giustifichi almeno un po' questa mia spruzzata di broncodilatatore spray preceduta dal sempre imbarazzante movimento masturbatorio dell'agitar prima dell'uso.
Due signori mi guardano. Mi sembrano perplessi.
Brusii, rumorii dal fondo: entra la sposa. Fa caldo, madonna santa.
L'atmosfera è tesa. Qualche cretina già piange, cominciamo bene.
Il suo abito ha il colore dell'avorio. Sorride sotto il velo, ma forse sono io che ho la vista annebbiata.
Penso che la odio. In fondo mi ha fatto soffrire. Scremato tutto non rimane che questo.
Passano le Letture, il Vangelo, la Predica, il Padrenostro e arriviamo così al momento clou.
Il prete sta benedicendo solennemente il sacro legame. Si sposano veramente. È veramente finita. Non sarà mai mia. Mettitelo in testa.
Attaccano Mendelssohn e tutto il gregge sorridente esce dalla chiesa. Mi metto a guardare le facce degli invitati. Tutta questa inesorabile contentezza mi disarma. I risolini acuti delle ragazze, le pacche sulla spalla dello sposo. L'invidia nascosta delle amiche della sposa. I sorrisi troppo esagerati per essere veri, gli occhi che non brillano spontanei. Molte cominciano ad aver la fregola di sistemarsi. Terrorizzate dall'idea di rimanere sole per tutta la vita. A vederle, quest'oggi, come si comportano da idiote, lo meriterebbero davvero.
Una di queste, Rosa Lamberti, mi mette frettolosamente del riso tra le mani ridendo.
"Mi spieghi che cazzo c'è da ridere?" le dico.
"Dai, questo è un momento di felicità" risponde lei con fare rapito.
"Io non lo lancio il riso, puoi contarci" le sibilo.
Non mi ha sentito. S'è già dileguata tra la calca ebete che non vede l'ora di dare libero sfogo al proprio cretinismo latente.
Eccoli che escono, illuminati a intermittenza dai flash azzurrognoli.
Penso al mais di due ore fa. Avrei voglia di scagliarglielo contro ben impastato di merda. Si, in piena faccia e gridare come un ossesso che vi odio tutti e due; e che me la rido di voialtri bastardi. Ma che figura farei. E così lo lascio scorrere tra le dita inerti, cadere sulla pietra, come a un povero soldato stremato cui cade il fucile in terra, giunta la resa.
Meglio accendersi una sigaretta e defilarsi un po' dalla bolgia.
I piccioni stanno cominciando a frullare intorno al riso e una sorta d'isterismo coglie un po' tutti sul sagrato della chiesa. Hanno tutti paura che sgancino guano sui capelli ben pettinati per l'occasione. Quanti sentimenti mescolati. L'odio sproporzionato per i piccioni mi fa pensare per un attimo che in fondo c'è sempre da pagare dazio con qualcosa che macera dentro. A ciascuno la sua ansia.
La cerimonia è finita. Lasciamo che gli uccellini si rimpinzino.
Molti di noi dirottano verso il Parco. Ci appollaiamo sulle panchine. Qualcuno ride in piedi. Rivedo vecchie conoscenze. Mi sono stravaccato e ho riattaccato a fumare. Scambio qualche parola con Enrico Biffi. Suonavamo insieme. Fine anni Ottanta. Ritorno a fumare guardando l'Arco della Pace e mi concentro sul mormorio diffuso di un gruppo di bambini che gioca. Poi sulle foglie di un verde già pallido che frusciano dolcemente. Intorno a me, i porfidi fuori sede di piazza Sempione, qualche cartaccia qui e là. Al centro della scena, invitati eleganti che aspettano venga sera.
Con un po' di fiacchezza si arriva al ricevimento, finalmente. Anche perché ho le interiora che gridano dalla fame, la madonna santa.
Vedo però un inquietante capannello di gente dinanzi ai tavoli dell'aperitivo. E soprattutto un preoccupante sguardo famelico malcelato dalla troppo rigida compostezza dei movimenti.
"Allora si mangia?" butto lì per fare il simpatico ma mi accorgo che forse ho un po' gridato. Mi pare anche di sentire un "Ma chi è quello?" mentre un irreprensibile cameriere mi fa notare, volutamente sottovoce, che gli sposi non ci sono ancora. E dove saranno mai, penso, ma mi accorgo che lo sto chiedendo. Una stangona tiratissima dietro di me sbuffa. Sarà irritata della mia impazienza? Chi se ne fotte, qui c'è da risolvere un problema: se non rubo una tartina cado per terra. Mi sposto verso il lato del tavolo meno sorvegliato. Ecco, è giunto il momento, al limite sarò costretto a ingozzarmi e a correre in bagno per bere un po' d'acqua del rubinetto. Mi avvicino al vassoio fingendo noncuranza. Ce l'ho quasi fatta quando dietro di me sento una voce nefasta. Mi blocco all'istante.
"Ciao Paolo. Allora, come va?".
È Gianni Fintini: sega al liceo semi dio all'università. Un meccanismo che mi è ancora oscuro. Un uomo, la noia. Decido di partire in quarta: devo essere più pesante di lui. E' una tecnica che, contro gli esattori del dazio, ovvero le persone che attaccano bottone e non mollano, può sembrare suicida solo in apparenza. Bisogna passare all'attacco e seppellirli di domande, di luoghi comuni. Pertanto gli sparo, in sequenza: so che ti sei laureato, titolo della tesi, voto, commissione, aula, sorrisi, fiori, strette di mano, bacio accademico, è finita, vai alla grande, adesso ti fai il mazzo presso un avvocato, sarai schiavo per un po' di anni ma poi i soldi arriveranno.
Fintini, purtroppo è una canaglia e non ci casca. Risponde con aria serafica alle mie domande arricchendole pure di insopportabili dettagli. L'arma mi si sta rivoltando contro. Se non che, parlando incidentalmente, di una sua collaterale, ma non troppo, occupazione riesce a catturare la mia attenzione.
Mi rivela, difatti, di essere aiuto assistente alla cattedra di diritto privato e di interrogare i poveretti che periodicamente affollano l'aula duecentotto della Statale:
"Fintini, ma tu, gli studenti, li bastoni, vero?" gli chiedo interrompendolo.
"Ti vendichi eh? Chissà che figlio di puttana che sei" dandogli di gomito e volendolo fare complice di una supposta metafisica malvagità.
Fintini mi guarda con gli occhi sgranati e comincia a farfugliare "Ehmm, no, ma che dici? Guarda che certe cose io non le faccio".
Al che gli replico: "Fintini non mi venire a dire che non fai il bastardo con le matricole perché non ci credo".
Gianni mi squadra torvo e mentre mi volge le spalle sibila: "Vedo che non sei cambiato Lucernani, che non sei cambiato affatto. Sempre a sputare le tue astiose sentenze con quel fare sprezzante da quattro soldi".
Prima che possa almeno rispondergli per le rime vengo letteralmente travolto dall'entrata degli sposi al ricevimento. E son di nuovo starnazzi, parole inutili, frasi di circostanza.
Ma qui nessuno ha fame, maledizione?
Tuttavia Dio esiste. Me ne convinco incontrovertibilmente allorché gli sposi danno il via al rinfresco.
Subito noto, con disappunto, che un clan di cafonazzi, amici dello sposo, sta letteralmente spazzando il vassoio dei panini dolci con il salame. Non sia mai.
"Permesso, permesso!" strombazzo facendomi largo tra l'elegante folla con una forchetta nel taschino e il piattino levato sopra la mia e le altrui teste.
"Che modi, guardi che ce n'è per tutti di cibo eh?" mi rimprovera una signora che probabilmente è abituata a modi più consoni all'occasione cui stiamo partecipando.
"Sono desolato signora ma, vede, sto recuperando un po' di panini per un invitato che è immobilizzato sulla sedia a rotelle. Sa, con tutta questa calca…"
Questa rivelazione l'ammutolisce e la fa sentire vagamente una merda. Ne godo e mi defilo. Svuoto il piattino con i panini e mi faccio sotto con il vassoio delle focacce e delle pizzette. Intanto sbevacchio tre o quattro cocktail dal nome impronunciabile ma che van giù come lemonsoda.
Non ho un tovagliolino, cazzarola, e ho le mani unte. Un, due, tre mano in tasca et voilà l'unto non c'è più. Sulla mano, intendo. Si è trasferito nei pantaloni. I due signori del pomeriggio, in chiesa, mi stanno guardando. Ora mi sembrano un po' più che perplessi.
Meglio andare in giardino a fumarsi una sigaretta.
Fuori tutto è apparecchiato per benino. Tovaglie bianche, tavoli da sei, piante ornamentali qua e là. Abbastanza semplice. Meglio: per una volta non ha trionfato il cattivo gusto.
Quando mi siedo per il pranzo la testa gira già pericolosamente.
A trapanarmela ci pensa Carla Piangerelli seduta alla mia sinistra. Di fronte ho Valentina Lanfredi e, a destra, con un'aria da bohémien annoiato, il suo ragazzo o presunto tale. Di fronte, in diagonale, un tipo dall'eleganza dozzinale con i capelli raccolti a coda di cavallo.
"Cccciiiaaaaaaooooo Paolo, come stai. È una vita che non ci si vede" strascica Carla. Sfido chiunque a rispondere in maniera originale a una entrée del genere. Non faccio a tempo ad aprir bocca che mi inchioda alla sedia con la domanda più temuta: "A-L-L-O-R-A, T-I S-E-I L-A-U-R-E-A-T-O-?". Momento di breve pausa per fingere noncuranza e per raccogliere le idee: dunque, potrei raccontarle una balla e dirle di sì, potrei risponderli che, no, non ancora perché ho appena finito il militare, cosa che il suo fidanzato ha saltato a piè pari, chissà come mai, mentre invece…
… Invece ci pensa il cameriere che mi stappa una bottiglia proprio davanti al naso e sceglie me come assaggiatore del vino. Dalla padella alla brace. Ma perché proprio a me? Svelto svelto congedo il cameriere dicendo che va benissimo. Davanti a me Coda di Cavallo bofonchia qualcosa con una punta di disappunto. Che cazzo vuole questo?
Il discorso è fortunatamente traslato su conoscenze comuni. I tipici discorsi delle persone che abbozzano i primi approcci di conoscenza tradendo un leggero imbarazzo. Sembra che Coda di Cavallo conosca tutti. Già lo odio.
Torniamo al discorso vino: il cameriere ha versato il primo giro. I bicchieri sono vuoti. Bisogna versare 'sto maledetto vino alle ragazze. Dov'è? Di fianco a me, naturalmente, in uno di quei secchielli d'acciaio con dentro il ghiaccio, avvolti in un panno. Qui bisogna essere agili e sciolti. Non è il mio caso. Coda di Cavallo ha capito che sono un imbranato e si sta godendo la scena pronto ad avventarsi come un condor. Quando s'accorge che sto facendo un casotto della miseria, che bagno il tavolo, che mi scivola il panno, prende in mano la situazione.
"Permetti?" E in maniera perfetta serve le signorine che dimostrano di apprezzare la sua perizia. E il cretino è lì che gonfia il petto tutto compiaciuto. Uno a zero per il bastardo.
Sentiamo un po' cosa sta dicendo il bohémien tutto annoiato a capotavola: "…la civiltà dei consumi… l'arte come redenzione … Berlino, città del futuro." Durata massima della mia resistenza allo sbadiglio: tre minuti d'orologio.
A quattro metri, in diagonale c'è il tavolo degli sposi. Non gli ho ancora rivolto la parola. Che faccio? Mi alzo? A metà pranzo? Proprio mentre mi vien servito filetto di manzo "Charolais" con verdure gratinate? No, no. Non ci penso proprio. A più tardi. Ora sono straimpegnato.
Sono seduto su una sedia. C'è già stato il taglio della torta e la gente ha cominciato a ballare. Ne evito la descrizione perché tanto è sempre tutto uguale e a me, che tanto mangerei anche i sassi se fossero commestibili, il pan di spagna fa pure schifo.
Sono seduto, dicevo. E un bicchiere mi ciondola pericolante. Mi sono slacciato il nodo della cravatta. L'unica cosa che chiedo è che tutto finisca presto e che mi si lasci in pace. Ovviamente non è possibile. Luisa Bassi chiama a raccolta tutti gli invitati nella sala dove si balla. Sembra che gli sposi stiano per inscenare uno spettacolino piuttosto piccante. Chissà che stronzata, mi dico. Mi alzo un po' barcollante ed entro nella stanza. L'aria è molto calda, le luci soffuse; la musica copre qualsiasi altro suono. Si sono tutti accalcati al centro dove su due sedie, uno di fronte all'altra, stanno gli sposi. Lei ha le guance piuttosto rosse e il mascara s'è un po' sciolto intorno agli occhi.
La faccio breve. Il gioco è abbastanza cretino: i due sposi devono bersi un Margarita leccandosi lo zucchero (o è sale? Boh, non ricordo, comunque non cambia nulla) cosparso sul corpo del proprio partner, prendere con i denti il limone. Indi, bersi la tequila d'un fiato. Lei tiene il limone nell'incavo del seno. Lui, furbastro, il limone se l'è messo sulla patta. Dimenticavo: entrambi hanno le mani legate intorno alla schiena, fino a che non devono bere la tequila. Lo sposo s'è levato gli occhiali.
Parte lui, piuttosto goffo e spettinato; senza occhiali, secondo me, non ci vede una fava. Rido smodatamente e Luisa Bassi mi guarda storto.
Le lecca lo zucchero dal collo, affonda il viso nel petto di lei e si beve la tequila.
Niente di che. Tutto qua? Era una stronzata, lo dicevo io. Adesso me ne vado fuori a fumare.
Ma non mi muovo.
Aspetta, parte lei: via lo zucchero…
Mentre si piega per succhiargli via il limone dalla patta socchiudo gli occhi per vedere meglio. L'ha afferrato coi denti e mentre risale per prendere il bicchiere guarda il suo uomo negli occhi continuando a sorridere. E continua a farlo mentre la tequila le cola dalle labbra.
E mentre la beve continua a guardarlo di un riso che non appartiene che a loro, ai loro segreti, alle loro stanze buie.
Mi fa male. Fa molto male. E tutta la mia baldanza supponente viene meno.
Mentre la gente applaude, ride, scherza e lei e lui si riassettano, io mantengo lo sguardo su di lei e mi vedo tutto ciò che non avrò, tutto ciò che lei mi ha negato. E la coscienza di tutto ciò è inesorabile.
Qualcosa è rimasto nel bicchiere: un po' di rum e coca. Li sento scendere caldi e dolciastri.
Ballano tutti ora; anche quel cretino di Coda di Cavallo e lì che si dimena come l'indemoniato di Gerasa. Meglio prendersi una boccata d'aria in giardino.
Sulla soglia mi si para innanzi Giulia Monti che mi prende per mano e senza dar peso alla mia più che manifesta riluttanza, mi butta le braccia al collo per portarmi a ballare. Di nuovo dentro. Mi ronza la testa e qualcosa di amaro mi si è insinuato dentro. Tuttavia non posso fare a meno di sentire che il suo corpo sta aderendo pericolosamente al mio. E la odo profferire parole pericolose. Mi sento addosso mille sguardi. Se soltanto mi metto a guardarla negli occhi mi mette la lingua in bocca. È ubriaca fradicia. Se succede una cosa del genere, domani la mia ragazza lo sa. Continuo a ballare vorticosamente, godendomi il contatto del suo corpo.
Sento tutto il riflusso del male che macera dentro. Quei due stronzi che si sposano, la mia donna che da quando son tornato da militare mi ama meno. Sembra che le faccia schifo. Dice che son diventato un animale.
Che si fotta. Ora bacio la qui presente Giulia Monti davanti a questa massa di stronzi poi me la porto a casa e facciamo l'amore fino a dopodomani. Alla faccia di tutti, lor signori qui presenti. Mille occhi mi guardano lo sento. Sì, guardami anche tu, Giorgia, e quella mezza cartuccia di tuo marito!
Dai adesso la bacio, cos'è che mi blocca, dannazione? Tradire la mia donna?
Dal fondo della stanza mi accorgo che due ragazze mi stanno osservando attentamente, in agguato, pronte a crocifiggermi al momento del fatidico passo falso; che è lì, a pochi centimetri.
Manuela Caini e Luisa Bassi mi spiano. Amiche della mia ragazza. Se faccio una cazzata avviene il patatrac.
Giulia Monti sta aspettando una mia mossa, tanto più che ho avuto un'erezione e, avvinghiati come siamo, non può non sentirla.
Che cazzo faccio? Maledizione, Valeria, quanto ti odio!
"Scusa Giulia" dico staccandomi "devo andare in bagno". Mi fiondo in bagno e decido sul da farsi. Ok, farò così: con una scusa qualsiasi esco dal ristorante dopo aver detto a Giulia di aspettarmi fuori. Da lì la porto da qualche parte.
Il bagno è occupato. Allora, quanto ci mette la gente a farla?!
Finalmente la toelette si libera, slaccio la cintura, abbasso la cerniera e ne scarico un ettolitro. Trepidante, ritorno nella sala e cerco Giulia con lo sguardo.
Dov'è? Non la vedo!
Si avvicina con fare innocente Luisa Bassi: "Chi cerchi?"
"La ragazza che ballava con me".
"E' andata via".
"E con chi? Dove?"
"Ragni e Giacomo, l'hanno portata a casa. Sai, Manuela ed io abbiamo visto che era ubriaca fradicia e che non si sentiva molto bene; così le abbiamo proposto di tornare a casa con loro. Tanto a noi due puoi accompagnarci tu, non è vero?"
"Col cazzo!" ringhio loro ed esco dal ristorante proprio mentre quell'ammasso di rottami della macchina di Giacomo scompare alla distanza. Mi gira la testa ma è un attimo.
Torno in giardino a fumarmi una sigaretta per non gridare dalla rabbia. Guardo l'orologio. Che ore sono? Le tre. Basta, Voglio tornare a casa. Scomparire.
Carla Piangerelli mi vede tutto solo e mi chiede se ho voglia di star su fino all'alba in giro per la città. Dico di sì con scarsissimo entusiasmo mentre la gente comincia a sfollare dal locale. Intravedo gli sposi coi vestiti tutti spiegazzati. Esco. E vaghiamo in macchina per Milano. Le quattro, le cinque, le sei, le sette…
Finché alle otto di domenica mattina col cielo di settembre già turchese mi butto stancamente nel letto senza riuscire a prendere sonno. Mi giro e rigiro con lo stomaco che brucia.
Penso che non mi rimangono che residui, in fondo: un amore svanito, una scopata mancata, una relazione stanca da tirare avanti.
Meglio dormirci sopra.
Aspetta, però: mi è rimasto un residuo di erezione. Beh, con questo si può fare ancora qualcosa.
Da soli, purtroppo.

© Gianmaria Pastore 2002
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani

 
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