Crash, Tek per         due
   
di Rossella Canevari

Prefazione
di Andrea G. Pinketts

La vita accidenti è un insieme di incidenti. Incidenti di percorso concatenati da un filo rosso sangue e rosso vino che passa tra i rottami degli amori e i tamponamenti a catena che rendono meno noioso ma sicuramente più pericoloso il viaggio. Rossella Canevari lo dimostra benissimo con 'Crash, Tek per due', il cui motore iniziale è quello ingrippato di un banale incidente che finisce per dare alla protagonista una Vita Nova, come direbbe il fidanzato di Beatrice Portinari. Dopo l'incidente una constatazione amichevole diventa una constatazione amorosa. E Veronica (Gambara?) poeticamente e, guarda un po', anche morbosamente, cade nella tela di Tek del suo pigmalione stradale. Veronica modello della ragazza stressata diventa modella per un fascinoso, enigmatico artista da romanzo gotico. L'agguato in cui Rossella Canevari ci fa cadere è quello dei vecchi ma sempre arzilli Eros e Thanatos, compagni di merende e camporella. Ma la scrittrice ha il dono della malia e tocca sapientemente il punto 'G' della storia rendendola una polluzione diurna. L'Amore è una cosa meravigliosa? O è l'orrore una cosa meravigliosa? Mah, comunque, secondo Chesterton, il creatore di padre Brown, la dignità di un artista consiste nel dovere di tener vivo il senso di meraviglia nel mondo. E la meraviglia può essere anche in un incidente di cui siamo spettatori. Guardoni e lettori.

Crash! L'urto era stato diretto e inevitabile, il rumore pieno, l'impatto spettacolare. Il paraurti posteriore della Polo di Veronica era entrato a tutta birra nel muso della macchina ferma dietro di lei al semaforo, che a sua volta aveva tirato giù una donna in bicicletta. Tutto ciò in una manciata di secondi, come in un perfetto incastro del domino. Tutti si chiedevano, compresa un'allucinata Veronica che indugiava al posto di guida col volante stretto tra le mani, come fosse potuta accadere una svista del genere. Drammaticamente comica, ecco come le appariva la situazione. Nessun morto, nessun ferito, il paraurti della sua macchina praticamente sopra il cofano di una Volvo, una ciclista a terra e una folla di curiosi.
La spiegazione, in realtà, era stata semplice: pensando ad una serie indecifrabile di fatti suoi mentre andava in ufficio, Veronica si era distratta e aveva perso di vista la strada, il semaforo, la guida, insomma la triste realtà di un lunedì mattina uggioso. Con la radio a palla aveva quindi innestato la retro invece della prima, e dato che i suoi pensieri s'erano fatti bellicosi in seguito al 'solito trito' col fidanzato, allo scattare del verde, con il gesto catartico dell'automobilista frustrato, aveva pigiato l'acceleratore facendo fischiare le gomme. Questa volta, però, qualcosa era andato storto.

Ok, ora devo scendere dalla porca macchina e affrontarli con il sorriso sulle labbra. Calma e sangue freddo. La situazione è questa: assicurazione non pagata, conto in banca di un fulgido colore rosso, mammina mandata a quel paese, papà sparito da anni, fidanzato inaffidabile e, per finire, devo ancora pagare l'ultima rata al concessionario ! E adesso via, si parte col meccanico! Perfetto, tutto a posto, tutto sotto controllo. Almeno, sembra che nessuno si sia fatto male.
La donna della bicicletta, più o meno sulla quarantina, del tipo ex figlia dei fiori un po' rimbambita dalle canne del sessantotto e dalla velocità dell'epoca digitale, si stava riassettando. Contemporaneamente osservava con aria preoccupata la sua vecchia bicicletta, un accrocchio metallico simile ad una caffettiera. Entrambe, nonostante l'urto, godevano di ottima salute. Il signore dell'auto tamponata, precisamente una Volvo Station grigia vecchio modello, era balzato giù dall'auto e si era diretto immediatamente verso la sessantottina della bici. Una piccola folla di umanità curiosa interrompeva la noia del lunedì mattina, osservando senza intervenire lo spettacolo offerto dal pirata svampito alla guida della Polo. Nessuno del pubblico aveva aiutato la donna della bici ad alzarsi da terra. Osservavano giudicanti ma inermi, come al cinema. L'uomo della Volvo, piuttosto alto e apparentemente sulla quarantina, aveva aiutato la signora della bici ad alzarsi. L'ex figlia dei fiori si toccava le ossa del collo pensando se fosse il caso di fare una piccola lastra, che non si sa mai.
"Salve, sono Michele Buonarroti e lei ha parcheggiato sul mio cofano proprio allo scattare del verde, si sente bene?" Un uomo alto, dalla voce profonda e dai capelli spettinati, tendeva la mano sporca di vernice verde a Veronica. I suoi occhi scuri e intelligenti la osservavano divertiti. "Mi scusi, non volevo, è stato un..non… dunque, sì, prima di tutto sono Veronica, piacere, Veronica Merisi e... "
"Come il pittore!"
"Già, il Caravaggio. E anche lei come cognome artistico non scherza!"
"E spero anche di avere almeno un quarto del suo talento, vista la professione che faccio". Il suo sguardo si era infatti diretto verso il retro dell'auto, piena di strane tele imballate, particolarmente spesse; -comunque potremo parlare con più calma e risolvere l'accaduto un'altra volta, ora ho fretta; e se lei, cara signora Veronica Merisi, sposta gentilmente il suo paraurti dal mio cofano, mi farebbe un grosso piacere. Altrimenti sarò costretto ad abbandonarvi tutti qui e prendere un taxi".

Veronica non sapeva se farsi prendere dal panico o dall'euforia. Intanto la signora della bici pareva contrariata dalla fretta dell'artista, manifestava timori vari tra cui quello di subire gli effetti collaterali della caduta. Il pittore le aveva già prontamente infilato in mano un biglietto da visita colorato, un altro lo aveva dato a Veronica prima di salire in macchina. Spostare l'auto di Veronica era stato uno spasso.
L'incastro sembrava un amplesso di cani che alla fine, tira da una parte e tira dall'altra, riescono a liberarsi con fatica e dolore da entrambe le parti. L'auto del pittore, ormai priva della parte anteriore della carrozzeria, era miracolosamente ripartita. Michele Buonarroti, con un paio di occhiali da sole modello Jack Nicholson, si era sporto dal finestrino della sua Volvo ormai improbabile, salutando con la mano Veronica e la sessantottina in bicicletta, entrambe ferme, senza parole. " Mi chiami stasera, Veronica Merisi!" aveva urlato, schizzando via nel traffico.

Per tutta la giornata Veronica era stata posseduta da una strana sensazione di euforia ingiustificata. La macchina aveva subìto un danno che probabilmente avrebbe assorbito una parte del suo stipendio annuo; eppure, nella sfiga, qualcosa era andato per il verso giusto: il pittore non aveva tirato in ballo l'assicurazione, nonostante fosse nel suo pieno diritto e lei fosse nel suo torto marcio, e con quel gesto le aveva praticamente salvato la vita. Il pittore! Michele Buonarroti, che strana coincidenza, già che c'erano avrebbero anche potuto chiamarlo Michelangelo. Un tipo particolare. E chissà che genere di quadri dipingeva, perché sulla macchina c'erano delle tele, quindi doveva dipingere per forza. Questi e altri pensieri di natura anche più intima passarono per la mente di Veronica che giocherellava con la sigaretta seduta sul suo letto, lo sguardo perso nel vuoto. Quel giorno, infatti, non era andata in ufficio. Non vedeva l'ora che arrivasse la sera per poterlo chiamare, e qualcosa dentro di lei le sussurrava di andare fino in fondo. Ma fino in fondo a che cosa, poi, si chiedeva lei sorridendo?

Lo studio di Michele Buonarroti era un loft arredato con un gusto a dir poco particolare. L'ingresso, a cui si accedeva attraverso un piccolo giardinetto di piante bonsai, era costituito da un'enorme porta vetrata scorrevole, la cui visuale dell'interno era impedita da pesanti tendaggi. La Volvo incidentata era parcheggiata nel mezzo della stanza principale, su di un tappeto persiano che in realtà era disegnato su di un pavimento di resina industriale color carta da zucchero. Le pareti erano piene di telai di varie dimensioni appoggiati alla rinfusa e di tele inchiodate senza ordine. I colori erano invece diligentemente divisi per gradazioni ed erano appoggiati su tre tavolini: il primo tavolino era destinato agli oli, il secondo agli acrilici e l'ultimo alle tempere e ai gessetti. I mobili che arredavano l'ampio spazio attorno alla macchina erano del tutto ricoperti da lenzuola bianche macchiate di colore. C'erano tre divani da quattro posti ciascuno e una dormeuse, colma di libri impolverati. Vari cavalletti, su cui erano appoggiati busti di gesso femminili e maschili tutti rigorosamente nudi, infestavano la stanza come sentinelle pietrificate, rivolte in ogni direzione. Le luci tenui e calde erano alimentate da numerose candele piazzate pericolosamente ovunque, persino sulle lenzuola, creando un gioco di tremolii e di ombre inquietanti. L'altezza dei soffitti aveva permesso la creazione di un piano soppalcato nel quale, immaginava Veronica, c'era la zona notte.

Mentre il vino scioglieva la conversazione rendendo i gesti e le espressioni morbide, Veronica, osservando la stanza, si era accorta che il soppalco era fatto di tek. Per Veronica, l'odore il colore e la consistenza del tek costituivano sempre una forte emozione. L'istinto e il ricordo la catapultavano all'indietro fino all'età di sei anni, quando suo padre l'aveva portata in Malesia, nel bel mezzo di una foresta di alberi di tek, e le aveva spiegato che le foglie di tek sono parenti di quelle della menta. Suo padre amava profondamente il legno, importava tek che andava a scegliere personalmente nella foresta assieme alla gente del posto. Passava nella foresta lunghi mesi, e aveva anche contratto la malaria, che aveva cominciato ad indebolirlo e, lentamente, a togliergli sempre più energie. Ogni volta che tornava da quei viaggi aveva il volto sempre più scavato ed era sempre febbricitante. A Veronica pareva ogni volta più vecchio, come se la foresta gli stesse succhiando la vita a poco a poco. Ma lei sapeva anche che lui amava la foresta più di sé stesso, e, al contrario di sua madre, aveva accettato questo suo amore senza combatterlo. Dopo un po' di mesi di vita in comune con lei e la mamma, i suoi occhi iniziavano a guardare lontano, afflitti da una malinconia straziante: la febbre della foresta iniziava a divorarlo, e la mamma piangeva. L'ultima volta che lo avevano visto era stato otto anni prima, all'aeroporto; era vestito di bianco, l'altoparlante chiamava i passeggeri per Kuala Lumpur... Nessuno aveva saputo più nulla di lui, dopo.

Il pittore l'aveva osservata in silenzio e l'aveva lasciata vagare tra i suoi ricordi, finché questi non erano diventati cupi; di questo lui se ne era bene accorto: "e ora basta con le tristezze: veniamo a noi". La sua voce ravvicinata e profonda aveva richiamato prepotentemente Veronica alla realtà."Già, veniamo a noi. A proposito dell'incidente, io, ecco, avrei un piccolo problemino…Insomma, è inutile menare il can per l'aia."
"Assolutamente."
"Bene: io non ho rinnovato l'assicurazione. Lo so, è gravissimo, mi dispiace, ma... come possiamo fare?".
"Lo immaginavo... A me non importa nulla della macchina, né tantomeno delle assicurazioni. Certo, il danno non è da poco..."
Veronica era rimasta impassibile, ma dentro sudava freddo. Avrebbe voluto dire che non c'era problema, che avrebbe pagato lei... Mi faccia sapere quant'è, poi ci mettiamo d'accordo, avrebbe voluto aggiungere... Ma nemmeno se gli avesse consegnato tutto il suo stipendio ce l'avrebbe fatta a ripagarlo del danno, questo lei lo sapeva bene.
" Senta, a me l'auto non interessa ripararla", disse il pittore. " Quindi propongo che ciascuno si occupi della propria macchina, per quanto riguarda l'incidente si faccia finta di nulla e amici come prima!"
" Sono davvero imbarazzata, grazie, lei… "
"Dammi pure del tu, Veronica ".
" 'E stata una fortuna andare a sbattere contro di te, con la gente che c'è in giro oggi…" Veronica parlava con euforia, guardandolo fisso negli occhi.
"Già, però avrei una cosa da chiederti, se non ti dispiace…"
"Dimmi.
"Come avrai capito, sono un artista. Faccio dei quadri-sculture, di corpi e di volti. Qui ho solo i calchi in gesso dei corpi. In un secondo tempo li intelo su dei telai da muro, li vesto, e infine li dipingo. Di sopra ho anche delle opere finite. Vieni, te le mostro".
Veronica non riusciva a comprendere dove il pittore volesse arrivare. Mentre lo seguiva sulle scale, il contatto con il tek la rassicurava, sapeva che dove si trovava quel legno regale nulla di male le sarebbe potuto accadere.
"Bella questa scala, è di tek?"
"Noto che sei una conoscitrice del bello, Veronica Merisi. Vediamo allora cosa dirai dei miei quadri-sculture".
La scala si apriva su di un corridoio lungo e stretto, che percorreva tutto il perimetro della casa; dalla balaustra si poteva osservare di sotto. Sul corridoio si aprivano tre porte. I quadri appesi alle pareti del corridoio turbarono Veronica: si trattava di tele grezze, spesse come corteccia, alla cui estremità macchie verdi crescevano come foglie. Le tele, incorniciate in blocchi di tek, sembravano strani alberi vivi. Qualsiasi parola moriva in gola a Veronica prima ancora di uscire. Tutte tranne uno stupido: "hmm... Tek".

Michele aprì lentamente la porta centrale e accese un interruttore sulla sinistra. La stanza era ampia ma intima. Una specie di divano tondo di pelle verde dominava il centro della sala. I muri erano color verde foglia e il pavimento, naturalmente, era di tek. Alle pareti, come in un piccolo museo, erano appesi a distanza regolare degli strani quadri di varie dimensioni. Veronica si sedette sul divano per osservare meglio. La distanza tra il divano e le pareti era perfetta. Non si trattava di bassorilievi; piuttosto, sembravano corpi impegnati nello sforzo di uscire dalla tela, come se le figure disegnate cercassero di conquistare la terza dimensione, il loro spazio nel mondo. Ma, prima che vi riuscissero completamente, venivano imprigionate e bloccate in un attimo, in un movimento e in un'espressione sensuale e drammatica al tempo stesso. Alcune figure erano corpi di uomini e donne nell'atto dell'amplesso. Altre erano corpi solitari, come il busto di una donna, dai seni perfetti, gli occhi socchiusi e la lingua tra le labbra carnose, che era ricoperto da una strana membrana che a Veronica sembrava lattice, quasi fosse un preservativo che le impediva di esplodere nel mondo circostante. Tutti i corpi erano monocromi, i colori erano accesi, pulsanti. Non avrebbe definito quelle figure belle: il bello convenzionale non era il concetto adatto a definire quelle opere; inoltre, Veronica non conosceva sufficientemente l'arte contemporanea per giudicare adeguatamente. Ma aveva una gran voglia di toccarle, quelle figure, di accarezzare le loro forme, e di sfiorarne le labbra con le sue. Questo pensiero, che la fece arrossire, lei lo scacciò immediatamente nel fondo della sua mente. Si accese una sigaretta e aspirò profondamente.
"Queste sono le mie creature. Prima disegno e dipingo i soggetti su tela, poi faccio i calchi con un impasto di mia invenzione che ha l'aspetto della pelle umana- come puoi vedere e toccare, se vuoi- e infine li elaboro, a seconda del soggetto e del quadro".
"Vuoi dire che quelli sono corpi di gente che conosci?"
"Già, cara Veronica Merisi. Assolutamente veri, amici e conoscenti, gente comune e non". Veronica ebbe un sussulto d'imbarazzo, ma ancora non immaginava dove l'artista volesse arrivare.
"E la prossima vorrei che fossi tu. Il tuo calco s'intitolerà 'Crash, incidente di percorso'; cosa ne pensi? Chiaramente è solo una proposta, se rifiuti dovrai solo pagare tutti i danni della mia auto". L'artista la fissava dritto negli occhi, senza battere ciglio. Veronica per un attimo credette di stare per svenire, ma riuscì a controllarsi lo stesso molto bene.
"Stavo scherzando! Non penserai che potrei arrivare a tanto. Mi piacerebbe molto farti un calco, l'ho pensato subito, appena ti ho vista, appena sei scesa dall'auto, con quell'espressione così intensa, così battagliera. E poi, nulla è casuale. Magari quest'incidente di percorso potrà cambiare, signora Veronica Merisi, il corso intero della tua vita, dipende dalle scelte che farai nelle prossime ventiquattro'ore. Pensaci bene, prima di decidere".
Quella notte Veronica non riusciva a chiudere occhio. Continuava a fumare e a bere tisane rilassanti. Aveva staccato il telefono e continuava a voltarsi nel suo lettone. L'immagine di quei corpi, dai seni e dai pettorali perfetti, dalle labbra carnose e dagli occhi socchiusi, continuavano a farle visita tutte le volte che chiudeva gli occhi. Si era guardata allo specchio nuda, mentre si spalmava la crema dopo la doccia, e cercava di immaginare per sè stessa una posa sensuale, scultorea. S'immaginava le mani esperte dell'artista che correvano sul suo corpo, spalmandovi sopra una sostanza fresca e morbida, e un piacere inaspettato e voluttuoso si impadroniva di lei. Ma non appena si lasciava andare a quel piacere, veniva assalita dai sensi di colpa, e dai dubbi che la ragione le instillava. Moralista e fin troppo razionale, ecco come stava diventando. Non aveva ancora trent'anni e già il suo carattere ribelle e anticonformista era stato domato e asservito. Una volta suo padre aveva affermato che invecchiando il corpo si logora ma lo spirito rimane incontaminato, purché non si lasci ingannare "dall'esterno". Invece Veronica sentiva precisamente che il tempo e la vita di tutti i giorni stavano prendendo il sopravvento su di lei e che la stavano plasmando. Inoltre, suo padre le parlava spesso di un demone che andava seguito, e che in realtà non era un demone, tantomeno crudele; piuttosto, si trattava di qualcosa di ancestrale, e lui questo demone l'aveva seguito, fino alla morte. Per questo Veronica non l'aveva ancora perdonato; anzi, a volte lo aveva persino odiato per essere stato così egoista, ma questo era un pensiero doloroso, segregato nel fondo della sua anima, che non aveva mai confessato a nessuno e che in fondo non aveva mai ammesso nemmeno a sé stessa. Era stato Michele, ora, che glielo aveva fatto affiorare alla coscienza. In fondo Veronica sapeva che se non l'avesse fatto, se non avesse posato per lui, l'avrebbe rimpianto, e, per come la pensava lei, era meglio avere dei rimorsi che dei rimpianti. Al diavolo!, aveva infine pensato alle prime luci dell'alba, é inutile sfuggire al destino, questo era ciò che le proponeva la vita e lei l'avrebbe affrontato fino in fondo. E questo fu l'ultimo pensiero che ebbe prima di sprofondare in un sonno senza sogni.
Michele si muoveva sul tavolo dei colori con sicurezza. La tela era quasi di dimensione reale, 1.60 x 1.80; a Veronica sembrava enorme, ma lui svettava di almeno 10 centimetri in altezza. Aveva preparato, durante la notte, un fondo neutro. L'avrebbe colorato in seguito, alla fine del ritratto. La posa che Veronica aveva scelto come più rappresentativa per lei era una posa statica. Coperta solo da un pareo dalla vita in giù, si era raggomitolata in posizione fetale con tutti i muscoli in tensione. Teneva la testa leggermente sollevata, sostenuta da una mano, e guardava Michele dritto negli occhi. Il lavoro era durato parecchie ore ma il tempo era passato piacevolmente. Al contrario di quanto s'era aspettata, Veronica non si era mai sentita in imbarazzo. Certo, questa non era la fase del calco, ma il rapporto che si stava instaurando tra loro era di natura differente da come lei aveva immaginato. Le domande che gli poneva, gli argomenti che sceglieva la facevano riflettere e ricordare. Era come se lui la conoscesse, ma non in modo accidentale come capita, a volte, tra innamorati. In modo 'scientifico' e inquietante, invece, come se lui conoscesse i suoi pensieri più profondi. Le aveva chiesto cosa pensava di chi non era capace di porre fine ad un fidanzamento che si trascinava da tempo, quali paure o traumi potevano impedirne la rottura. Le aveva chiesto se era una persona che sapeva perdonare, e dopo una serie di belle parole che Veronica aveva pronunciato, le aveva semplicemente chiesto: 'anche tuo padre?', facendola sobbalzare. E quando Veronica aveva chiesto spiegazioni su cosa ne sapeva lui di suo padre, lui aveva candidamente risposto: "tutti hanno un padre da perdonare".

Alla fine della giornata il ritratto fu terminato. L'effetto che fece a Veronica fu completamente differente rispetto a quelli che aveva visto nella stanza al piano di sopra. Nel quadro appariva come una donna sperduta, quasi fosse un feto impotente terrorizzato dal mondo, indeciso se uscire o rimanere dentro. Durante la notte il suo sonno fu visitato da una serie di sogni strani: una foresta di milioni di palme da cocco mosse dal vento, in cui lei cercava disperatamente gli alberi da tek senza riuscirci. Correva a zigzag tra le palme, seguendo un grosso elefante che camminava in lontananza, portava sulle spalle possenti un uomo che sembrava suo padre ma che non riusciva mai a raggiungere. Poi si trovava di fronte alla porta della "stanza museo", al secondo piano dello studio di Michele. Dalla porta aperta usciva una luce color rosso fuoco. Sentiva dei versi e delle urla. Tentava di entrare, ma una cortina gelatinosa le impediva di passare e lei non riusciva a romperla. Allora vi appoggiava la fronte, cercando di guardarvi attraverso, e riusciva a vedere l'immagine sfuocata di uomini e donne che lottavano per liberarsi dai quadri. Come lei, erano divisi dagli altri da un diaframma flessibile e impenetrabile. Erano tutti nudi, e lottavano disperatamente, senza piangere o lamentarsi. Non si guardavano tra loro, era come se la cortina li separasse in universi paralleli ma senza possibilità di contatto. Mentre guardava questa scena dantesca, si era sentita toccare la spalla. Era suo padre, che le sorrideva e le indicava la stanza di sotto, da cui proveniva una rassicurante luce azzurra. Piangendo, Veronica si avvicinava alla luce blu; ad aspettarla c'era la signora della bicicletta dell'incidente: aveva un sorriso rassicurante, e la incitava a camminare con lei verso l'oro. Anche suo padre la spingeva verso la luce, sembrava sereno, e ringiovanito. Michele, invece, dipingeva una tela in fondo alla sala, come se non si stesse accorgendo di nulla.
La mattina Veronica si era svegliata molto turbata. La strana atmosfera di quei sogni l'avvolgeva ancora, e non riusciva a capire cosa questi significassero. Da quando suo padre era sparito, cioè da circa otto anni, non l'aveva mai sognato. Avviandosi verso lo studio di Michele si era detta che probabilmente era stato a causa dell'incidente. Anche se si era risolto in nulla, era pur sempre stato un trauma che aveva provocato uno spavento, e tutta una catena di reazioni inconscie, come, ad esempio, quegli strani sogni. E poi quella mattina Michele avrebbe dovuto impostare il calco, cosa che la rendeva nervosa. Non sapeva cosa sarebbe successo.
Quando Michele, con indosso una tuta arancio e guanti chirurgici, aveva iniziato a spalmarle addosso quella sostanza fresca e cremosa, l'imbarazzo l'aveva completamente abbandonata. Sentiva il piacere di un massaggio sui muscoli tesi della schiena. Le mani di Michele erano capienti e leggermente ruvide per via di qualche callo. L'odore di quella sostanza, che le stava creando una tuta addosso, non era tanto diverso da quello delle creme alle alghe delle beauty farm. Il calco comprendeva solo la parte superiore del corpo, dal quadro dipinto sarebbe uscito soltanto il busto e il volto, ma Veronica era completamente sdraiata in una specie di cassa. Michele continuava a non parlare, aveva acceso una musica senza parole, una musica che a Veronica sembrava la colonna sonora di un film che aveva visto ma di cui non riusciva a ricordare il titolo.
Strato dopo strato, le mani di Michele erano divenute sempre più calde. Quando si piegava sopra le sue spalle, Veronica sentiva l'alito caldo dell'artista sul suo collo e riusciva a percepirne l'odore. Era un profumo speziato, di sigarette e mentine, un odore che faceva venire il desiderio di essere assaporato. Con i capelli mossi e spettinati, Michele le sfiorava il volto immobile, e senza rendersene conto lei aspirava meccanicamente quell'aroma, come fosse di fiori. La sensazione d'immobilità stava accrescendo esponenzialmente il suo desiderio, e Veronica a questo non era preparata. Desiderava lasciarsi andare, ma qualcosa glielo impediva. Era come se la vita si fosse fermata aspettando una scelta, un suo cenno. Sentiva il sangue pulsare e un desiderio liquido nel basso ventre. Voleva vivere e amare, ma restava immobile. Chiudendo gli occhi desiderava sentire le mani dell'artista dentro di lei, desiderava assaporare il suo odore e toccare il suo corpo, ma la paura e la morale la bloccavano, la rendevano simile a un rigido pezzo di marmo.
Quando venne il momento di voltarsi, Veronica, sfiorandolo per sbaglio, si accorse che anche lui la desiderava. Aveva sfiorato la tuta arancione all'altezza dell'inguine, e col dorso della mano aveva accarezzato una protuberanza rigida. In quell'istante lui aveva trattenuto il respiro e si era allontanato, fingendo di trafficare con dei pennelli. Quella scoperta aveva lusingato e inorgoglito l'ego di Veronica. E s'era anche intenerita per l' imbarazzo di Michele e della sua stoica resistenza. Forse entrambi, e nello stesso momento, stavano provando le stesse sensazioni, gli stessi desideri. Forse stavolta valeva la pena di osare, di prendere quel treno che altre volte le era passato davanti e aveva guardato andare via. Niente rimpianti, al limite meglio i rimorsi, e pensando queste esatte parole si era voltata e gli aveva sorriso.
Quelle labbra e quel sapore furono i più reali di tutta la sua vita. Veronica per la prima volta in vita sua prese l'iniziativa. Quando Michele le si era avvicinato con le mani piene della solita sostanza da spalmarle sul petto, lei gli aveva afferrato i polsi e sfilato i guanti, guardandolo dritto negli occhi. Lui era rimasto immobile per un attimo infinitamente lungo, fissandola e ponendole in silenzio la domanda retorica: " ma sei sicura? " Poi le aveva sfiorato la guancia ed era sceso giù fino al collo, provocandole un brivido che le aveva percorso tutto il corpo. L'aveva presa in braccio e trasportata insieme a lui sotto la doccia, dove si erano dati un lungo morbido bacio bagnato. L'acqua, i corpi nudi a contatto, le mani che percorrevano spazi nuovi, le menti che vivevano universi di sensazioni estasianti. Persero completamente il contatto con la realtà.
Veronica sentiva il proprio respiro ritmato in sintonia con quello di Michele, vedeva calde luci che l'avvolgevano e provava una sensazione di piacere mai sperimentato prima. Godeva toccandogli il petto e il pene, ma anche i capelli spettinati e il sedere sodo. Sentiva il suo corpo avvolto in una stretta possente, provava piacere in ogni millimetro di superficie esterna ed interna, come sotto l'effetto di una droga, come se tutto fosse divenuto perfettamente armonico. Aprendo gli occhi, fissando quelli scuri di Michele, desiderò non dimenticarli mai e poterli guardare per sempre. Ci vedeva sè stessa, e per un attimo ebbe la percezione di comprendere qualcosa. Poi lui la fece sdraiare su qualcosa di morbido. Un materasso appoggiato al pavimento di tek. Lei volle avere il legno contro la schiena. Voleva sentirne il respiro, il richiamo della giungla selvaggia che aveva rapito suo padre. Michele, sorridendole con gli occhi e accarezzando il legno come se conoscesse il suo desiderio, ci si era sdraiato sopra ; e ora aveva attratto lei sopra di sé. Il suo pene era rigido ed eretto. Veronica lo aveva stretto tra le cosce e la vagina pulsante. Insieme respiravano l'uno il respiro dell'altra. Era difficile contenere le emozioni, Veronica desiderava urlare e ridere a crepapelle; voleva essere penetrata da lui ed esplodere, si sentiva finalmente libera, nonostante non fosse mai stata realmente prigioniera. Era una sensazione che non avrebbe saputo descrivere ma che avrebbe ricordato per sempre. Nel momento in cui Michele era scivolato dentro di lei, le sensazioni iniziarono a ritornare più reali. Si muoveva dapprima lentamente, poi con sempre maggior vigore. A un certo punto i suoi movimenti divennero strani, le sembrò quasi che la stesse spingendo nel tek. Il piacere iniziava a diventare reale come il mondo attorno a lei, fino a diventare doloroso. Per la prima volta da quando era arrivata sentiva la voce di Michele chiamare il suo nome. Dapprima sottovoce, poi sempre più forte. Ma non era una voce sola, erano più voci diverse. La voce di suo padre, di Alessandro il suo fidanzato e anche quella di sua madre. E i loro volti dapprima sfocati, che diventavano sempre più reali; mentre il volto e il corpo di Michele sopra il suo, così reale, iniziava a sparire…
Quando Veronica aprì gli occhi erano esattamente le 14.30 di mercoledì mattina, circa quarantotto ore dopo l'incidente. Attorno al suo letto d' ospedale c'erano sua madre, il suo fidanzato e la signora della bicicletta. I medici dissero che l'uscita dal coma in così poco tempo era stato un vero e proprio miracolo. Nel letto accanto al suo giaceva un corpo attaccato alle macchine, completamente bendato, tranne che nel viso. Non c'era nessuno a vegliarlo, tranne la signora della bicicletta che faceva la spola tra i due letti. Veronica era ancora avvolta nel piacere di Michele, non riusciva a capire cosa fosse successo, quale delle due realtà fosse quella giusta. Tutti i muscoli e le ossa del corpo le dolevano. Fissava il letto accanto al suo ma non riusciva a parlare. La signora della bicicletta, avvicinandosi al suo viso, le disse che quello era il guidatore della Volvo. L'abitacolo, completamente bloccato dalla Polo, si era incendiato e l'uomo vi era rimasto incastrato dentro. Dai documenti erano riusciti a risalire all'identità: si trattava di un artista di nome Michele Buonarroti, ma non riuscivano a trovare dei parenti che potessero identificarlo. Anche lui era in coma, e non dava alcun segno di vita. Le lacrime iniziarono a sgorgare dagli occhi spalancati di Veronica: in mano stringeva qualcosa di solido, un pezzo di tek.

© Rossella Canevari 2002
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani

 
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