El
cobrador de colectivo
di
Susy Wong
Prefazione
di
Raul Montanari
Il bigliettaio
dell'autobus": così si potrebbe tradurre, con un deprimente
calo di suggestione, il titolo del racconto di Susanna Wong. Narrata
su un torrido scenario sudamericano - la città di Guayaquil,
splendidamente ricostruita e percepibile perfino negli odori e nei sapori
- è la breve e densissima storia dell'amicizia fra un ragazzino
e il conducente di un colectivo, un bus cittadino che raccoglie passeggeri
accaldati dalle periferie e li porta in giro per le strade urbane, a
sfiorare mondi inaccessibili fatti di case ricche che s'intuiscono "lussuose
dal riflesso di cristalli e lampadari". Un giorno i genitori del
piccolo si presentano a Felipe, il guidatore, chiedendogli di prendersi
il ragazzo come aiutante di bordo; Felipe, senza nessun motivo, accetta.
La durezza dell'ambiente rende rari e preziosi sentimenti come la tenerezza
fra maschi di generazioni differenti: per questo il calore paterno di
Felipe, mascherato molto maldestramente da burberaggine, ci fa sorridere
e ci affascina. Né lui né il ragazzo - che per tutto il
corso della narrazione rimane innominato quasi aspirasse a essere, ai
nostri occhi, semplicemente Il Ragazzo - possono immaginare il colpo
di scena spietato che il destino tiene in serbo per loro; ma a quel
punto sarà il lettore a venire sorpreso da un finale dolcissimo,
trasognato, che riscatta l'asprezza del racconto e lo sublima in una
dimensione di autentico realismo magico.
La scrittura di Susanna Wong, ricchissima e generosa di immagini, metafore,
nomi di cose, impone alla nostra ammirazione la realtà inedita
di una letteratura italiana praticata (e a che livello!) da un'autrice
di origine non italiana.
In altre parole: forze nuove arrivano per aiutarci a raccontare il nostro
mondo, fare un po' di pulizia fra scaffali troppo impolverati, insegnarci
sguardi diversi. Era ora.
Avevano
camminato per tutta la notte. Arrivarono che il fiume formava ancora
un'enorme macchia nera con il cielo.In lontananza si vedevano le luci
gialle del ponte dell'"Unidad Nacional" e la città
di Duràn che era anche sull'altra sponda. Lo depositarono lì.
La scatola di legno di balsa, con dentro il corpicino, galleggiò
per un po'. Se ci fosse stata abbastanza luce si sarebbero visti i dipinti
che ornavano la cassa: un paesaggio dell'altipiano dominato dal Chimborazo,
la montagna. L'india non pianse, anche se era l'ultimo e non ce l'aveva
fatta.
La bara s'inclinò lasciando fuori dall'acqua la scritta "gua-gua",
bambino, che nella lingua quichua è anche il nome della città
dove erano forestieri. "La Nostra Casa Grande", significava,
Guayaquil.
Felipe,
il conducente del Trentasette, già a quell'epoca un mucchio di
legno e latta, guidava con la camicia slacciata fino all'ombelico, esibendo
il petto olivastro sprovvisto di peli e una catena d'oro con un crocefisso
grande come un pugno. Ben sorretto all'unica via d'accesso della vettura
c'era un ragazzo, una serie di biglietti di banca ripiegati a ventaglio
gli adornavano le nocche della mano destra, mentre le tasche dei pantaloni
erano zeppe di moneta per dare il resto.
I giri partivano dalla fine della periferia sud, passando dalla "Valdivia"
e dalle altre cittadelle di fronte al Registro Civile, da dove si potevano
vedere fino al pomeriggio le code di persone che aspettavano per i documenti.
Accanto alle file, dalle imposte azzurrine di una scuola spuntavano,
ridicole nella distanza, le teste degli studenti che venivano puntualmente
osservati dal ragazzo con un misto di curiosità e sofferenza.
Oggi, però, l'autista aveva tagliato quella parte del percorso
rientrando direttamente nei vialoni lungo i quali erano disposti i baracconi
della "Morte Lenta" ò 'ceviche', da secchio",
che era un pastrocchione con le pretese del piatto tipico, ma fatto
con ingredienti di dubbia provenienza.
- Ferma, ferma! - gridò il ragazzo al conducente quando sbucò
il primo chiosco.
Il piede inciabattato sprofondò nel fango della strada, un odore
di verdure marce gli entrò nelle narici, dilatandole. La secchia
di "ceviche" era sul bancone. La mano ossuta liberò
i venti sucres dal ventaglio, ricevendo da un'altra, dalle unghie nere
di sudicio, la ciotola di plastica piena fino al bordo di una zuppa
giallognola dove galleggiavano pezzi di pesce e manioca.
Il ragazzo divorò d'un fiato il contenuto, cosciente del "colectivo"
che l'aspettava.
- Vai! - disse prima di salire dando due colpi sul cassone dell'autobus.
Con la pancia piena si appese alla sbarra dell'ingresso, ridendo e lasciandosi
dondolare dal mezzo, il corpo all'infuori come una scimmia, così,
per gustarsi l'ultimo lilla del cielo. Il vento sarebbe stato fresco
ancora per poco. Era Luglio.
Di sottecchi l'autista contemplò la fragile serenità del
ragazzo; se non l'avesse conosciuto avrebbe potuto azzardare fosse felice.
Felipe non era un "sensibile" ma sapeva riconoscere quella
malinconia più consona ai vecchi che non ai ragazzi. Questo gli
ricordò il pomeriggio in cui si erano conosciuti
Felipe giocava a carte con i colleghi in stazione per far passare le
ore prima del proprio turno. L'uomo e la donna gli si presentarono dal
nulla, tenevano per mano un bambino e volevano che lui lo prendesse
con sè come "cobrador".
Ora, lui ne aveva sempre fatto senza e non intendeva cambiare le sue
abitudini ma un po' per il caldo e per le cinque birre che gli circolavano
in corpo diede uno sguardo al bamboccio.
Se ne stava lì, vestito di stracci, sporco di muco fino al petto,
il piccolo volto segnato fissava il pavimento con le braccia incollate
al corpo alla maniera dei soldati, probabilmente ancora non sapeva nemmeno
contare. Rivolgendogli qualche domanda Felipe notò quanto questo
si sforzasse di non guardarlo in faccia quando rispondeva, mentre con
la coda dell'occhio cercava l'approvazione della severa donna in disparte.
- Si fermi, si fermi! - dissero due uomini. Uno di loro indossava una
camicia con delle macchie scure sotto le ascelle per il caldo. Dai finestrini,
come frecce, passavano gli isolati deformati dalla velocità.
- Stop alla prossima - azzardò ad interrompere il ragazzo.
Felipe superò anche quello.
-Ferma!- urlò dal profondo della gola la donna.
Esasperato dalle richieste, l'autista pigiò il freno. L'autobus
si fermò di colpo. La gente in piedi finì per terra con
le buste della spesa squarciate. Si rialzarono tutti, tranne una vecchia
che rimase sul pavimento con l'orlo della gonna sulla pancia.
Il ragazzo approfittò di quell'attimo per aiutare la vecchia
a rialzarsi e velocemente riempì i sacchetti di quell'altra con
quello che gli capitò in mano.
La signora con i pacchi scese insieme agli altri due, furibonda; dal
marciapiede gridò qualcosa facendo grossi gesti rivolti al conduttore
ma il "colectivo" era già ripartito.
Suo padre gli comparì una notte, come l'aveva visto quando era
piccolo: stava seduto sul pavimento fresco, in mutande, il testo aperto,
la radio accesa accanto; nel sogno suo padre aveva le mani sproporzionate,
le unghie leggermente curve e gialle, la pelle nerastra e screpolata
come quella di un alligatore che però non riusciva a spaventarlo.
La cosa strana era che più lui si sforzava di guardarlo in faccia
più il volto del rettile diventava scuro. Avrebbe voluto poterne
dire di più...
Di solito s'incontravano in un fiume dalle acque cristalline. Quando
arrivava, l'ombra della sua coda gli serpeggiava intorno e la punta
toccava la superficie creando delle pieghe sulla trasparenza.
Un giorno però, una macchia d'inchiostro cominciò ad avanzare
dai sottofondi rabbuiando il fiume. L'abisso tagliò suo padre
a metà, gli arti si dimenarono cercando violentemente un appiglio,
la coda serpeggiò furiosamente dal nero ancora per qualche secondo,
poi fu inghiottita col resto del corpo. Il fiume, ora denso di sabbia,
entrò nella bocca del bambino per soffocarlo. Pronto ad accogliere
la morte lui chiuse gli occhi: e gli giunse un odore che lui riconobbe.
Riaprì gli occhi riscoprendosi in uno scenario completamente
diverso.
Si trovava ora tra le pareti verdi della casa che era stata la sua.
Tutto gli risultava famigliare: la mobilia, il bagliore dalla finestra.
Il profumo della frutta proveniva dal tavolo in cucina.
Da una delle stanze si sentiva la voce di sua madre. Il tono della sua
voce era deciso, lui l'amava. Guardò dalla finestra, pioveva.
Riportandosi le mani sul volto scoprì che aveva pianto. Si asciugò
coi dorsi e proseguì in direzione della voce, non si aspettava
di vederla. Attraversò il corridoio notando che la camera dei
genitori era chiusa.
La porta della camera si aprì, una figura magra e vestita di
nero gli tagliò la strada per poi perdersi in cucina. Fu allora
che vide la bara. Qualcuno lo strappò via dal corridoio e lo
mise in un angolo con dei giocattoli, poi richiuse la porta. Si rialzò
come per andare, risoluto a capire quello che gli stavano nascondendo,
ma si rese conto che non sapeva camminare. Aveva di nuovo due anni.
Sua madre gli venne incontro e lo baciò a lungo.Aggrappato al
suo collo con i piedini sospesi sul vuoto sperava che si mettesse a
cantare. Di solito lei cantava, ora non lo fece. I mobili erano ricoperti
di cellofan. Gli oggetti avvolti nei giornali erano accantonati all'ingresso.
Le uniche notizie di lei che ricevette dopo quell' episodio gli arrivarono
con una lettera. Questa gli fu consegnata da suo zio parecchi anni dopo
il suo arrivo.
"Adesso sto bene", aveva letto. Si era risposata. Viveva in
una piccola città nei dintorni della capitale dove aveva partorito
per la seconda volta; poi si perdeva nelle farneticazioni sulla sua
mancanza. La lettera era accompagnata da un sacchettino di feltro che
conteneva il suo cordone ombelicale.
Aveva dunque altri figli...Scansò via il sacchetto rovesciando
la protuberanza disseccata. Oramai era grande, tredici anni erano abbastanza
per capire, capì.
Dopo il funerale di suo padre lui non l'aveva più vista. Ora
"sapeva" che non l'avrebbe più vista. L'aveva aspettata
invano. Non ci pensò mai più.
Solo di notte, tormentato dal caldo e dalle zanzare, con l'inverno attorno
come un malessere, febbricitante e allucinato dalla veglia, la ritrovava.
Era però un'altra donna, la madre di qualcun altro. Non era lei.
Si alzava di scatto. Cercava la bottiglia col denaro alla luce di una
pila che si trovava sotto la sua branda. Il magazzino era diverso dalla
bottega. L'asse dorato tagliava il buio prima illuminando il pulviscolo
poi scappando sul soffitto dove, in equilibrio sulle travi, camminavano
le pantegane. Lui scuoteva la luce per spaventarle, quando era sicuro
che se ne fossero andate si dirigeva verso i cartoni di sapone dove
era nascosta la bottiglia.
Sentendo del fuoco sulla fronte separava le banconote dalle monete e
contava... Un giorno sarebbe arrivato da lei con un diploma in mano
e le avrebbe fatto capire che aveva commesso un errore... Faceva i conti,
li faceva ancora, cambiava l'ordine delle banconote, smontava i mucchietti
di ferro, rimestava il tutto, lo ricontava e per l'ennesima volta si
rendeva conto che quello che possedeva non sarebbe bastato... Sentendosi
in trappola piangeva di rabbia... E se mi succedesse qualcosa? - si
domandava con un ghigno mentre l'immagine del gesso sotto il lavandino
si faceva avanti ossessionandolo. In fondo l'avevano lasciato solo,
o no?.
Le pantegane senza la luce della pila avevano ripreso la loro andatura
sulle travi. Il ragazzo le percepiva sul suo capo ma lasciò che
l'asse illuminasse i mucchi sparsi sul pavimento. Il gesso veniva nascosto
nelle palline di formaggio e poi dato alle pantegane che lo ingoiavano
ignare; una volta nello stomaco questo si dilatava per effetto dell'amalgama
insieme alla bile e al sangue, spaccando le budella. Più di una
volta aveva visto i suoi cugini intraprendere quel tipo di gioco con
i ratti che, impazziti dal dolore, uscivano allo scoperto contorcendosi
e sputando la schiuma sanguinolenta, finché non si muovevano
più, gonfi sul cemento
L'avrebbero avvertita. La sentiva
disperata, pentita.
A fermarlo era Felipe: "Queste sono cose da maricas ". Felipe
utilizzava questa sentenza in tutte le occasioni in cui voleva far capire
che qualcosa era spregevole e riguardava tutto ciò che aveva
a che fare con quegli uomini lì, quelli senza temperamento, gente
che non si meritava nemmeno un destino, quelli senza palle insomma...
Il ragazzo cercava di calmarsi, ci rifletteva... No, meglio di no, si
diceva senza convinzione. Lui le palle le aveva eccome!
Così tornava al magazzino come da un lungo viaggio. Era ancora
lui, vivo, minuto, tra i cartoni e il pulviscolo.
La ragazzina non aveva ancora messo piede sullo scalino che Felipe già
sghignazzava facendo allusioni:
- Mamacita! - esclamò lascivamente l'uomo.
Stavano lasciando il suburbio per inoltrarsi nei ricchi quartieri prima
di arrivare in centro.
La nera chioma intrecciata gli passò davanti al naso lasciando
un odore di shampoo e di profumo alle rose così intenso da fargli
venire un capogiro. Lui le sorrise come un ebete e la ragazza lo ricambiò
con un muso lungo ma non si allontanò dall'ingresso.
Fuori il sole colpiva il bianco cangiante delle ville accecando momentaneamente
la gente, che dai finestrini osservava con rispetto i terrazzi abbelliti
da palme e giardini pensili. Signore uguali a quelle sedute sui sedili
del "colectivo" attraversavano le stanze che s'intuivano lussuose
dal riflesso di cristalli e lampadari, seguite dalla servitù.
Erano cariche di ori e si laccavano le unghie di rosso ma la faccia
rimaneva la stessa: da scimmia.
Nessuno sul "colectivo" osava proferire parola. Erano le case
dei parenti degli esportatori di petrolio, delle mogli dei militari,
dei figli dei politici. Uomini armati vegliavano sulle proprietà.
Sotto il sole il tutto risplendeva di ordine e pulizia. Alla quinta
villa qualcuno esclamò:
- Oh, cagheranno pure questi!- Si ruppe l'incantesimo.
Un uomo seduto dietro il ragazzo scese lasciando il posto alla bambina.
Lui poté ammirarle le gambe: delle gocce di sudore le si formavano
sul nylon trasparente delle calze, cadevano scivolando lentamente, a
fatica, finché la stoffa non ne fu completamente inzuppata, e
scomparvero.
Il ragazzo sperimentò per la prima volta quel desiderio. Avrebbe
voluto essere lì, tra le carni di rosa. Cominciò a grattarsi
nervosamente la pancia, sudava pure lui ma il suo stesso odore gli provocava
solo fastidio. L'occhio gli scappava sempre tra le cosce.
Per tutto il tragitto l'autista non fece che inarcare le sopracciglia
dallo specchietto retrovisore, ridendo.
Quando
lei scese erano già arrivati in centro, più di metà
del contenuto dell'autobus si liberò nell'isolato degli uffici
della posta. Lui riuscì a prenderle la mano per farla scendere,
era ruvida come di detersivo. "La rivedrò", pensò.
Lei gli sorrise e sparì nella calca. Quando si voltò trovò
Felipe che interpellava le poche persone rimaste sull'autobus:
- E voi dove andate? - diceva a torso girato, il braccio destro adagiato
sulla spalliera di corde colorate.-
- Io al Malecòn- proferì qualcuno.
- Perché? - domandarono i permalosi.
- Va bene, va bene - disse - tutti quelli che non vanno al mercato scendano
pure -
Si levarono delle proteste, Felipe si rivolse al ragazzo:
- Ridagli i soldi, andiamo dalla Ramona -
Il ragazzo restituì le monete non appena sentì pronunciare
quel nome. Il tintinnante fagotto nelle tasche smagrì. Coloro
la cui destinazione era nella traiettoria del mercato scesero contenti
di risparmiare i soldi della corsa; quelli che invece ci andavano precipitarono
giù per lo stesso motivo, tanto non era lontano; così
l'autobus rimase vuoto.
Alleggerita dai passeggeri, la coda del "colectivo" dondolava
a destra e a manca. Il rullare del motore veniva ingigantito nell'abitacolo
come in un'enorme cassa di risonanza.
Presto avvistarono i negozi di mobili in vimini con le scope di paglia
"toquilla" appese alle mura, molti di questi mettevano in
mostra delle gabbie con pappagalli rossi e verdi anche questi in vendita.
Sui cavalcavia intorno ai negozi gli indios smerciavano con la stessa
disinvoltura ceramica industriale e vasi di terracotta fatti a mano.
A tratti, in buchi improvvisati nelle portinerie, si trovavano le gioiellerie
dove si praticavano le riparazioni d'orologio e i bagni d'oro per la
bigiotteria di pregio. Felipe si rammentò della sua collana e
fece mente locale del posto per andarci un altro giorno. E' ora, pensò,
il crocefisso comincia a perdere lucentezza. Poi svoltò.
Era quasi mezzogiorno. Parcheggiarono la vettura all'ombra, e tornarono
indietro a piedi verso la piazza improvvisata del mercato.
Si fecero avanti a gomitate, costeggiando i marciapiedi coperti, inciampando
in scarti di pesce e bucce che rendevano viscido l'asfalto.Il sole coceva
sulla marea corvina delle teste e nel tumulto si faceva fatica a respirare.
Con la coda dell'occhio, il ragazzo notò uno strano indio accasciato
per terra che teneva fra le gambe delle casse di legno decorate. Tra
i listelli dipinti s'intravedevano polli e anatre che nel caldo aprivano
smisuratamente i becchi verso il vuoto. L'indio li fissava senza espressione.
La serietà con la quale se ne stava per terra gli fece pena.
Si fermò. C'era qualcosa che non andava. Istintivamente si guardò
intorno.
Oltre alla gente e al di là di questa, c'era come sempre l'edificio
e, dietro, il corso del fiume. Si soffermò su quell'immagine:
niente.
Tornando in sé vide che l'indio traforava sopra le scatole una
busta di plastica contenente acqua.
Tutto sembrava normale, eppure sentiva come se qualcuno lo stesse osservando.
Felipe, che si era voltato, gli fece cenno di raggiungerlo. Lui diede
ancora uno sguardo sulla piazza. All'improvviso si magnificarono a squarciagola
le pile di mais a dieci sucres e delle fave veramente fresche. Il sole
si faceva più forte, fra poco il caldo avrebbe schiacciato tutti.
Felipe lo richiamò.
Raggiunse
Felipe che aveva dato inizio a un discorso che lui afferrò solo
a metà:
- ...pensando che è tempo. Ti va?-
- Di cosa?-
- Che ti porti alla "Diciotto".-
Il ragazzo fu preso alla sprovvista. Non avevano mai parlato dell'argomento
e, siccome non gli riuscì di dire niente, l'altro continuò:
- Non ti preoccupare, al denaro ci penso io.-
Non rispose.
- Che c'è, ti preoccupi?-
- No!-
- Guarda che ti mando da una che ci sa fare
-
Silenzio.
- Sempre che tu lo voglia però.-
- Va bene.-
- Allora d'accordo- concluse l'altro sentendosi a posto
Si trovavano di fronte all'edificio che in realtà era quello
che rimaneva di una villa coloniale a più piani, dovevano attraversarla
se volevano accorciare la strada. Dentro tutto era più caro,
per questo la ressa finiva davanti alle sue porte.
L'ultima conversazione con Felipe l'aveva stranito.
Non voleva avere sempre paura di quello che non conosceva ma si sentiva
stupido e goffo...Alla "Diciotto", lui!... Cosa doveva fare?
Quelle "occasioni" aveva fatto finta di non vederle ma loro
erano lì, davanti all'ingresso delle case di canna, con la lampadina
spoglia sopra a mo' di riflettore.
Erano nude o quasi, alcune di loro erano brutte, eppure la loro disponibilità
le rendeva desiderabili, lo vedeva negli occhi degli uomini che passavano.
Anche lui sarebbe diventato uomo, dopo una di quelle...
L'uomo si buttò contro Felipe che cadde verso l'interno della
costruzione. L'autista, prima di toccare terra, riuscì a trattenere
lo sconosciuto per il braccio. I due uomini precipitarono insieme. Felipe
lo prese per il collo, era un brutto "cholo" dai denti gialli.
- Ehi! - gli gridò in faccia mentre questo cercava di divincolarsi.
Il ragazzo rimase indietro senza riuscire a muoversi. Vide Felipe rialzarsi
e afferrare il "cholo" per la camicia.
- Che ti prende? - gli urlò scuotendolo.
Da una massa di capelli unti l'uomo parlò, come sputando, lo
sguardo iniettato d'alcool. Il ragazzo non riuscì a capire la
frase ma vide Felipe diventare rosso mentre come una furia si avventava
contro di lui:
- Cosa hai detto?- urlava picchiandolo.
Poi l'allontanò con una spinta e questo fece per darsela a gambe.
- Stai attento - gli ripeté ansimante il "cholo", e
scomparì com'era venuto.
Sentirono del subbuglio fuori. Dietro di loro si gridava:
- Al ladro! - E qualche uomo partiva per l'impresa inutile di raggiungere
il delinquente.
A Felipe la rabbia non passava. Alcuni dei negozianti dentro la villa
gli fecero delle domande come se non avessero assistito al fatto. Quando
furono di nuovo soli il ragazzo parlò:
- Ma... Ti ha minacciato?
- Si, ma non mi fa paura - Camminava e parlava svelto, pieno di sudore
per l'agitazione.
- Ti ha preso i soldi?-
Felipe si asciugò col fazzoletto.
- No, voleva la catena.-
Istintivamente lo sguardo del ragazzo cercò nella pancia dell'amico.
Appesa al collo ciondolava ancora la croce.
Dopo una pausa di riflessione il ragazzo sbiancò.
- Che cos' hai? - gli chiese Felipe.
- Prima avevo notato qualcosa di strano e non te l' ho detto.-
- E di cosa mi volevi avvertire?-
- Non lo so - gli disse, e fu sincero.
Camminavano nei bui corridoi della villa sventrata. Indietreggiarono
davanti all'aria troppo dolciastra delle macellerie.
Il ragazzo rimase pensoso per un lungo tratto. Poi scoppiò:
- E' colpa mia. Che razza di "cobrador" sono se non riesco
a riconoscere gli scippatori?! -
L'uomo fece un segno di stizza:
- Ah, se è per questo sono dappertutto! Non te la prendere, ci
aspetta la trippa di Ramona - Poi diventò bruscamente serio:
- Senti, per tornare all'autobus
'E meglio se facciamo quell'altra
strada.
- Quale, quella del Malecòn?-
- Sì, è più lunga ma eviteremo la confusione
Ah, un'altra cosa: non dire niente a Ramona.-
Raggiunsero
l'uscita della Villa. Lì dietro, costeggiando il fiume, c'erano
una serie di capanne di compensato azzurro che fungevano da ristoranti.
Per Felipe l'episodio si concluse non appena fu seduto davanti al piatto
fumante che la sua amante gli posò sotto le narici.
Il ragazzo invece continuava a voltarsi, scrutando gli angoli d'ombra
e le facce sospette.
L'amico ingoiava sugo di arachidi, pezzi di trippa e patate senza quasi
masticarli.
- Mangia, mangia, che ti si fredda! - lo esortava con la bocca piena.
Il ragazzo non l'ascoltava. Se qualcuno voleva derubarli questa volta
sarebbe stato lui a dargli la lezione, pensò.
Finirono il pasto con una tazza di caffè. Ramona non li fece
pagare.
Il fiume era in bassa. La fanghiglia colpiva le gambe di legno che reggevano
la parte sospesa in aria dei ristoranti sulla sponda. Lui andò
un po' sotto il ponteggio per non essere visto.
Si stava sbottonando la patta per pisciare quando lo interruppe il suono
del cadere dell'acqua sulla roccia del margine. La lontananza non impedì
al ragazzo di riconoscere, in una delle finestre del retro dei ristoranti,
la bimba dalla treccia profumata che stava buttando via il brodo di
detersivo dove aveva lavato i piatti.
"Allora è qui che lavora", scoprì con una strana
gioia nel petto. Stava per fare una corsa su, quando si accorse di due
sagome tra i pali della struttura.
I due uomini si muovevano mimeticamente, avanzavano come gatti nella
zona d'ombra del sotto-fabbricato. Erano veloci e subdoli, ma per fortuna
non si guardavano troppo le spalle. Il ragazzo li seguì da vicino
senza farsi vedere. Guadagnarono i puntelli dell'ultima casupola e si
fermarono lì, tra una costruzione e l'altra, con le spalle appoggiate
alle travi, guardando in su nella direzione di una passeggiata deserta
che ora anche lui scorgeva: l'inizio del "Malecòn".
Un raggio di sole filtrò nella fessura dove s' erano appostati
i due, illuminando il ghigno sul viso butterato di uno di loro. Non
l'aveva mai visto ma il sangue gli si gelò nelle vene quando,
spostando l'attenzione dal volto, si rese conto che l'uomo impugnava
un coltello. Il suo compagno era il cholo di poco prima.
Cominciarono a tremargli le mani, le ginocchia, la faccia. La vista
del cholo significava una sola cosa
Dio
Felipe non sa
La
croce
Hanno un coltello
Maledetti! Cominciò a piangere.
Gli uomini erano ancora lì e tenevano d'occhio il pezzo di strada
deserto. Si sentì un rumore. I due compari trattennero il fiato.
Sulla strada la lattina continuò a rotolare, trascinata dal vento.
- No! - gridò disperato il ragazzo, realizzando troppo tardi
le conseguenze del suo gesto.
L'uomo col coltello lo colse con lo sguardo; fece un cenno al cholo
che riconobbe il ragazzo. I due cominciarono a correre verso di lui.
Il ragazzo raccolse una pietra e la tirò puntando l'uomo armato,
poi si lanciò in una fuga in ciabatte sul limo della sponda.
Il sasso andò a colpire il cholo sullo zigomo e l'uomo cadde,
tramortito.
Lui intanto correva con tutte le sue forze. Le monete gli tintinnavano
nei pantaloni, i suoi passi lasciavano le tracce sul fango bucherellato
dai granchi. L'acqua brillava bianca e senza trasparenze specchiando
il cielo. Correva e guardava le case dal'altro lato del corso con i
loro tetti di zinco. Voleva vivere. Ne fu sorpreso. Correva talmente
che gli sembrava che il cuore dovesse sfuggirgli via dal petto. "Che
strano", si disse, adesso che era arrivato il pericolo, proprio
ora che gli si presentava l'opportunità che per tante notti aveva
desiderato... Lui voleva vivere, e mai come in questo momento ne fu
così sicuro. Voleva dimenticare le cose brutte che aveva passato,
voleva finirla con i brutti pensieri, voleva dire addio ai topi, ai
soldi, alla storia dei fratelli, a sua madre, a tutto. Voleva farcela.
Sentiva i muscoli delle gambe tesi, era veloce, più veloce della
sua immaginazione che lo portava al sicuro, che gli faceva pensare a
come avrebbe raccontato questo episodio e di quanto ne avrebbe riso.
Mancava poco per arrivare ai ristoranti, non c'era nemmeno bisogno di
gridare, ce l'avrebbe fatta.
Riconobbe nell'azzurro delle casupole la salvezza. Improvvisamente sentì
uno strattone. La lama intrappolò una striscia di luce prima
di entrare nella carne. Un rigurgito inaspettatamente metallico attutì
la richiesta d'aiuto. No, pensò. No...
Dopo aver salutato Ramona, Felipe prese una decisione. Così riattraversò
la casa coloniale e la folla del mercato. Andando via, si accorse della
ragazzina della treccia in una delle baracche e sorrise. Arrivò
alla gioielleria dove lasciò la croce per il suo bagno d'oro.
L'avrebbe ritirata più tardi e poi lasciata a casa e usata solo
nelle occasioni speciali. Non voleva correre più rischi per un
pezzo di ferro.
Una volta sul colectivo, stette ad attendere a lungo il ragazzo che
non arrivava. Alcuni passeggeri si erano accomodati e aspettavano la
partenza. Qualcuno dimostrava segni d'insofferenza. Lui invece cominciava
a preoccuparsi ma ad un tratto l'immagine della ragazzina gli fece capire
tutto: il ragazzo era rimasto a chiacchierare con lei.
- Allora, si parte?-
Felipe diede un'occhiata all'uomo butterato e sporco di fango che aveva
parlato. Aveva uno sguardo vuoto che non gli piacque, così evitò
di mandarlo a quel paese. Si decise. Fece ruggire il motore.
- "Alborada", si parte! - annunciò. I passeggeri si
accomodarono meglio sui sedili.
"Ma sì, lo lascio stare", pensò. Domani avrebbe
avuto tutto il tempo per sgridarlo, non era poi così grave. Ripartì
comunque amareggiato.
I balordi erano scappati da molto.
Aveva perso i soldi del colectivo e disteso sulla riva sentiva un formicolio
in tutto il corpo che gli metteva freddo.
Il tramonto colpì la sponda in lontananza. La luce si diffuse
calda e dorata sui tetti del margine, divampando sul corso.
Concentrandosi riusciva a capire le cose che si dicevano le persone
che mangiavano a pochi metri, il suono del preparare di cibi e lavare
piatti. Ebbe uno sbocco di sangue. Qualcuno chiese di accendere le luci
perché non si vedeva niente. Come un lampo, un granchio gli camminò
sulle ginocchia.
Il bagliore dorato lo confondeva. Non sapeva come arrestare l'emorragia.
Si sentiva la testa girare. Stava per svenire un'altra volta quando
dal niente vide arrivare una figura.
Questa camminava verso di lui trascinandosi una coda che gli risultò
famigliare. Quando fu abbastanza vicina, dopo aver individuato le unghie
e le squame e aspettandosi ormai un'altra persona, con suo enorme stupore,
riconobbe Felipe: ma non poteva essere.
- Che fai ancora qui?- gli disse.
Il ragazzo non rispose perché aveva paura di essere impazzito.
- Allora? - Insistette la visione. - Arriverai tardi a casa -
- Io non ce l' ho la casa, signore.-
- Vuoi far preoccupare tua madre?-
Il ragazzo si guardò intorno cercando il consenso di qualcuno
prima di poter rispondere, invece fu la visione a parlare:
- Hai fatto i compiti, spero...-
- Signore
Io non vado a scuola. - Ormai lo sapevano tutti e doverlo
ripetere lo mortificò così tanto che fu Il Felipe squamato
a rassicurarlo.
- Dai, dai, muoviti, che hai fatto tardi!-
- Ma io... - protestò il ragazzo, ma vedendo la sagoma così
convinta, si rialzò. Non riusciva a darsi una spiegazione, così
si lasciò invadere dall'euforia. Col cuore che gli batteva a
mille si ripulì i vestiti dal fango e dal sangue, perse anche
un po' di tempo a cercare una delle ciabatte. Dietro, la figura lo incalzava.
Decise di andarsene scalzo com'era.
- Allora vado - disse, sperando che la visione non cambiasse idea.
- Vai.-
Immediatamente il fiume gli si insinuò sotto i piedi nudi. L'acqua
dolce si adagiò sotto il corpicino sollevandolo. Quando la piena
arrivò, il ragazzo era già a metà strada. Correva
veloce nel tramonto e sopra il margine, facendo a gara contro l'oro
abbagliante della corrente, e vinceva.
©
Susy Wong 2002
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani