Gamba
de legn
di
Manuela Sferrazza
Prefazione
di
Caterina Bonvicini
La voce
narrante è quella di un vecchio tram: ottant'anni di carriera
alle spalle per poi finire nella claustrofobica sala di un museo. L'immobilità
a cui l'hanno costretto è pesante da sopportare. Ha trasportato
gente che scappava in campagna durante la guerra, i primi pendolari,
coppie d'inizio novecento, giovani che ha visto invecchiare tragitto
dopo tragitto, bambini entusiasti della modernità, ha conosciuto
sognatori, uomini che tiravano avanti a fatica, studenti innamorati.
E adesso eccolo qui, circondato da scolaresche rumorose e turisti che
pensano solo a scattare fotografie. Non è facile per lui accettare
che la sua epoca è finita. Vive di ricordi, il vecchio tram.
Il mondo che conosceva era ancora umano, prima che i ritmi veloci della
contemporaneità ingoiassero ogni possibilità di comunicazione,
c'era chi accarezzava una carrozza di legno, chi aveva storie da raccontare,
chi lo salutava con affetto quando scivolava sulle rotaie. I suoi viaggi
non erano impersonali, il suo percorso coincideva con quello di molte
vite, che in qualche modo accompagnava, facendo suo ogni sguardo addolorato,
ogni brivido di felicità, ogni desiderio non realizzato.
Il racconto di Manuela Sferrazza - ventidue anni e un respiro narrativo
stupefacente - come il vecchio tram a cui ha restituito un'anima, sa
cogliere la poesia che si nasconde dietro ogni esistenza umana. Indifferente
alle mode, estranea a ogni forma di giovanilismo, attenta a realtà
lontane (ama la letteratura sudamericana, parte della sua famiglia vive
in Argentina) ha trovato un suo tono e una sua personale falcata che
può portarla lontano.
Anche questa
mattina, ho fatto lo stesso sogno: percorrevo la strada che porta fuori
dalla città, verso la nebbia buia e fitta delle campagne, in
un indefinito, gelido mattino autunnale. Mi sentivo vuoto e leggero.
Davanti a me, l'amico che non dimenticherò mai, con la sua andatura
zoppicante lungo il vago luccicare delle rotaie e uno sguardo metallico
che penetrava la fioca luce dell'alba. Poi un fischio acuto, subito
assorbito dall'aria densa. Il lento sventolio di una bandierina. Un
paesino di cui non posso più ricordare il nome; volti a cui non
posso restituire i lineamenti: vestivano secondo le diverse epoche da
me attraversate e, senza meravigliarsi dell'incongruenza dei loro costumi,
sedevano gli uni accanto agli altri, salutandosi appena con un sorriso
chiuso tra le labbra. Non appena i loro sospiri avevano intiepidito
il legno, si partiva, lenti, poi sempre più veloci, più
veloci, verso il sole e il calore crescente. Sulle rotaie non c'era
nessun impedimento, nulla che facesse sobbalzare i petti o perdere l'equilibrio:
la strada era tutta dritta e liscia come l'olio. Solo a quel punto,
vedevo le cime degli alberi e mi rendevo conto che il biancore che attraversavamo
non era un denso banco di nebbia , ma una grande nuvola, e che noi stavamo
volando verso il sole nascente.
Mi sveglio sempre accecato dalla sua luce immensa, scosso dalle risate
argentine delle persone a bordo. Poi, il mio sguardo si arrende alla
luce reale del padiglione: le risate che ho sentito sono quelle dei
visitatori del museo. Riscoprirmi schiavo dellaimmobilità e dei
compassionevoli flash delle scolaresche è l'eterna amarezza a
cui mi ha condannato il destino. Non so perché. Io non ho fatto
che il mio dovere, ogni giorno, dalla mattina alla sera, senza lamentarmi
mai. E' anche vero che ottant'anni di carriera sono tanti, e che a un
certo punto è giusto lasciare il posto alle nuove generazioni.
Non che la cosa mi abbia fatto piacere, anzi. Dopo che del tuo tragitto
hai imparato a conoscere ogni curva, ogni pietra, fa rabbia dover mollare
tutto per lasciarlo a chi farà quelle curve senza nemmeno accorgersene
e farà schizzare via ogni pietruzza dal suo cammino. E' vero,
io non avevo più quella forza. Ma, per la verità, non
l'avevo mai avuta. Sono i tempi che sono cambiati. Quando partii per
il primo giro, fresco di vernice e d'emozione, i miei dieci chilometri
orari incutevano paura: quando passavo per le strade la gente si fermava
ad ammirarmi, i cani abbaiavano e i cavalli nitrivano. Passavo davanti
alle carrozze con la fierezza di chi contiene la propria potenza per
non umiliare l'avversario. Erano i tempi in cui le donne portavano il
bustino e i capelli raccolti sulla nuca; salivano con un bambino per
mano e la sporta di patate nell'altra. Poi le gonne e i capelli si accorciarono,
e il Tempo seguì la moda . Lo stile di vita era cambiato: nessuno
poteva più permettersi di aspettare nemmeno pochi minuti, doveva
andare dall'altra parte della città, e doveva andarci di corsa
o possibilmente trovarsi già lì per magia. Gli orologi
conquistarono il mondo e sottomisero l'uomo. Tutti coloro che non tenevano
il loro instancabile ritmo meccanico erano tagliati fuori. Io fui considerato
troppo lento, e messo a riposo. Ricordo la festa con cui salutarono
il mio addio alle rotaie e l'arrivo dei nuovi, spettacolari modelli
moderni. Loro furono, tutto sommato, meno fortunati di me. Io ci misi
ottant'anni prima di essere considerato un vecchio: a loro, bastò
meno di un decennio. L'aria umida e il fiato venefico delle automobili
arrugginirono il loro bel metallo splendente. La loro fragile anima
meccanica non resse al peso delle amarezze quotidiane di centinaia e
centinaia di passeggeri che ogni giorno appannavano i loro finestrini.
Certo, anche io, alcune sere, sentivo di non reggere al peso della malinconia:
fu soprattutto durante quell'ultima, grande guerra, quando venivo preso
d'assalto da famiglie intere con la pretesa di racchiudere tutta la
loro casa in quattro fagotti da trascinarsi dietro. Fuggivano dalla
città, dove i palazzi avevano cominciato chissà come a
bruciare, e io li aiutavo a raggiungere la relativa tranquillità
della campagna. Vedevo in tutti, vecchi, bambini, un unico grande sguardo
disperato. Molti di loro erano feriti, o troppo deboli per affrontare
un simile viaggio a piedi. Non ce l'avrebbero fatta se non ci fossi
stato io. In quei momenti, mentre mi trascinavo dietro il peso di un'enorme
fatica, sentivo il loro respiro tiepido infiltrarsi tra le fessure del
legno, e riscaldarmi l'anima. Allora anch'io cercavo di confortarli:
mi muovevo dolcemente, come per cullarli, e suonavo la campanella per
far contenti i bambini. Loro mi vedevano come una speranza. Adesso,
quelli che vengono a vedermi a malapena possono credere che sia esistito
un rudere come me. Per carità, sempre meglio il museo della Linea
Turistica! Quella sì che si può definire un'esperienza
tremenda. Doversi caricare di stranieri che passano tutto il tempo a
fotografare schiacciati contro il finestrino, gente che è lì
senza uno scopo, senza una meta da raggiungere. Guardano, si divertono,
sghignazzano e scattano. Che senso ha un viaggio così?
Poco lontano da me c'è un altro collega a riposo che nel pieno
della notte si sveglia, tormentato dagli incubi: deve percorrere la
linea turistica in eterno, senza fermarsi mai, e sempre più velocemente,
sempre di più, finché le ruote non gli si staccano e lui
deraglia, stremato, e a quel punto si sveglia. Non ne poteva più
di quella vita. Adesso si sta abituando anche lui al museo, è
tranquillo. Non è stato facile per nessuno: tutti abbiamo fatto
fatica ad accettare l'immobilità delle ruote, la fissità
del paesaggio. Per fortuna, amiamo molto chiacchierare tra noi, facciamo
stridere le nostre parti metalliche per non sentirci troppo soli.
All'inizio della fila ci sono i più anziani: due locomotive a
vapore dell'alba dei tempi, quando ancora le rotaie non passavano dentro
la città. Hanno sempre qualche nuova storia da raccontare, reale
o inventata, chissà, ma la loro presenza mi aiuta a sentirmi
meno vecchio. Sono i più amati dai bambini. Li prendono come
una specie di giostra, salgono dappertutto e giocano a fare i ferrovieri.
Loro sono molto pazienti. S'illudono che quell'incontro possa ispirare
qualche ragazzino: chissà che qualcuno di loro, da grande, non
diventi un costruttore di treni. A me, sinceramente, sembra abbastanza
improbabile. Anche se anch'io spesso cedo alla tentazione di chiedermi
se, qualche volta, la mia presenza abbia potuto determinare un cambiamento
significativo nella vita di una persona. E a volte ho persino avuto
la debolezza di rispondermi di sì. Forse, ora
no, ora non
più. Ma un tempo sono stato importante per qualcuno, ne sono
sicuro. Sono stato importante per tutte quelle persone che fuggivano
nelle campagne; per i padri che, grazie a me, hanno potuto accettare
un buon lavoro lontano da casa riuscendo a tornare dalla propria famiglia
ogni sera. Per tutte quelle donne curve sulle borse della spesa che
non dovevano più affaticarsi per tornare a casa. Per gli innamorati
che si tenevano stretti sui miei sedili, nei pomeriggi di pioggia. Per
chi lavorava tutta la notte e nella nebbia del mattino mi accoglieva
come un vecchio amico. Per tutti loro, lasciatemelo dire, sono stato
importante.
Quello che loro non sapranno mai è quanto sono stati importanti
per me. Tutti, nessuno escluso. Io li conoscevo tutti, li ricordo tutti.
Passo le mie interminabili giornate a passare in rassegna i loro volti.
Certo, non ho mai saputo i loro nomi: ma che importanza ha quando un
viso ti permette di leggere quello che un uomo porta scritto nell'anima?
Non avevo bisogno di informazioni: io sentivo la loro gioia, la loro
malinconia, percepivo ogni loro dolore.
Ricordo un impiegato; quando iniziai a caricarlo era un giovane diritto
e altezzoso. Usciva presto la mattina, e lo rivedevo soltanto a tarda
sera. Passava il tempo del tragitto leggendo carte incomprensibili che
estraeva dalla valigetta. Era sempre solo. Qualche volta gli capitava
di incontrare un conoscente. "Come va ?" gli chiedevano "
Tutto bene" rispondeva. Diceva che Il lavoro procedeva "secondo
copione". Parlava dei suoi progetti, voleva fare questo e quest'altro,
diventare quello o quell'altro, sognava di trasferirsi in un posto migliore.
Passarono gli anni: lo vidi incurvarsi, perdere i capelli a poco a poco.
Il suo viso perse la cera fresca della giovinezza e della speranza.
Cominciò a leggere le carte sempre meno frequentemente. Finché
i pochi capelli rimasti divennero tutti bianchi e lui cominciò
a addormentarsi durante il tragitto. "Come va?" gli chiedevano.
"Va'', rispondeva.
Ricordo una bella ragazza bruna e un giovane studente che, la sera,
rincasavano allo stesso orario. Cominciarono a guardarsi nei riflessi
dei finestrini. Poi, sera dopo sera, cercarono di sedersi sempre più
vicini, finché lui non si decise ad attacare bottone con una
frase ridicola, e si conobbero. Una sera salirono abbracciati. Circa
un anno dopo, salirono contendendosi un bambino. E non avete idea di
quanti ne ho fatti nascere così. Era l'epoca del boom demografico.
Non vorrei apparirvi ancora una volta presuntuoso, ma non si parla d'altro
che di calo delle nascite da quando c'è stata la rivoluzione
dei trasporti, a Milano.
Ma fra gli sguardi che si perdevano nel freddo dei vetri affacciati
sulla città, non ho mai ritrovato la stessa espressione malinconica
e profonda dell'unico uomo che potei veramente chiamare amico. Il suo
ricordo è tanto vivo in me che lo ritrovo in tutti i miei sogni.
Rivedo i suoi occhi azzurri come il cielo di maggio e umidi come l'aria
di novembre, i suoi grandi baffi sporchi di fuliggine. Eravamo una bella
squadra: quando trovavamo davanti a noi la leva del cambio, immobile
come un monito accanto ai binari, lui si lanciava giù con un'agilità
sorprendente, mi precedeva e correva ad azionarla, dondolando un po',
per via della sua gamba di legno. Aveva avuto un incidente sul lavoro.
Diceva che, comunque, si considerava un uomo fortunato. Aveva perso
solo una gamba quando avrebbe potuto perdere la vita. Le Ferrovie avrebbero
potuto tranquillamente licenziarlo in tronco, ad altri era successo,
invece aveva ottenuto un incarico diverso. Me le raccontava lui, queste
cose, quando la sera tornavamo lentamente verso il deposito. Mi parlava,
sì, raccontandomi della sua vita, di sua moglie e dei suoi figli,
e di quanto l'avesse addolorato la morte di uno di loro. Ogni tanto
s'interrompeva e diceva: "Ci mancava solo questa! Sono diventato
matto, che parlo col tram!" Restava in silenzio per un po', poi
riprendeva a parlare. Io gli rispondevo, anche se sapevo bene che non
poteva sentire quello che gli dicevo: era bello avere qualcuno con cui
chiacchierare. Perché lui riusciva sempre a intuire le mie risposte.
"Cosa dovrei dire io, a mia moglie, che si lamenta che i soldi
non bastano, eh? E stai attenta a far la spesa, cosa le devo dire? Se
non ci sono, non ci sono! E, ma lo so cosa mi diresti tu - diceva accarezzandomi
- mi diresti che se i prezzi al mercato aumentano, lei non ci può
far niente. Nemmeno io però!". E continuava a chiacchierare,
a volte ridendo, a volte bestemmiando contro Dio, i politici, i parenti.
Ci dicemmo addio nel momento in cui il suo affanno divenne tanto forte
da udirsi anche tra gli sbuffi della vaporiera. Una sera mi toccò
piano, e la sua mano tremava come se avesse un gran freddo, nonostante
fosse luglio. Rise come mai l'avevo sentito ridere prima. Il suo volto,
per la prima volta, aveva un'espressione leggera, e la serenità
gli imbeveva gli occhi tristi. "Siamo diventati vecchi, amico mio.
- mi disse - Abbiamo fatto il nostro tempo. Speriamo di averlo fatto
bene". Si allontanò zoppicando, e, per l'ultima volta si
voltò a salutarmi con la mano, come ci si saluta tra uomini.
Non lo rividi mai più.
Certo, anche con i successivi collaboratori mi sono trovato bene, a
parte un paio di casi isolati. L'ultimo, ad esempio, mi dava sempre
il buongiorno la mattina, e la sera mi salutava dicendo "A domani!".
Ma niente a che vedere con quella meravigliosa esperienza d'amicizia.
Mi chiedo spesso che ne è stato di lui, e se mi abbia mai ricordato
così come io lo ricordo. Ma forse sono un illuso: gli uomini
sono troppo orgogliosi per pensare che le cose con cui si confrontano
ogni giorno hanno un'anima. Credo che quest'idea li porterebbe a perdere
parte del potere che credono di avere sul mondo, e questo è terribile
per creature tanto fragili e caduche. A volte è meglio lasciar
loro l'illusione di essere i soli responsabili della guida, anche se
siamo noi a mordere le rotaie e sfondare i castelli di nebbia eretti
nella notte dai signori del buio; d'estate, poi, il calore insano che
si diffondeva dai muri grigi mi confondeva fino a farmi sbandare. Eppure,
quanto mi mancano quei paesaggi, quella fatica! Come cambiava il sapore
dell'aria appena apparivano i primi alberi da frutto! E che meraviglia
passare tra i platani nella stagione autunnale, quando le foglie danzavano
nell'aria per godersi quell'unico, splendido volo che le avrebbe portate
alla terra e alla morte. Il frullo d'ali dei piccioni; le chiacchiere
della domenica intabarrate in pesanti cappotti di lana blu; le campane
che rintoccano sulle belle facciate del centro e sui muri cadenti delle
periferie; i balconi fioriti che regalano l'illusione della primavera.
Queste sono le cose a cui penso nell'istante in cui, assopito, sto per
addormentarmi. E' stata dura doverci rinunciare.
Ma, ormai, mi dicono che il mondo è cambiato: se anche tornassi
là fuori, probabilmente troverei tutto diverso, e la cosa non
farebbe che irritarmi. In fondo, è già tanto poter dire
di averle viste, tutte queste cose. Sarò un rudere chiuso in
un museo, ma anche qui arrivano le voci della fama, e io so bene che
cos'è una metropolitana. Come si può sopravvivere in un
ambiente così? Senza aria, senza luce! Correre ogni giorno da
una parte all'altra della città senza averla nemmeno mai vista,
e senza conoscere la differenza tra il giorno e la notte! Un viaggio
senza meta è inutile, ma limitarsi a raggiungere la meta senza
dare importanza ai luoghi attraversati è spaventoso. Eppure,
mi dicono che i passeggeri la preferiscono agli altri mezzi, perché
passando sottoterra si evita il traffico, non ci sono ritardi. Sarà.
Ma io faccio fatica a capire la fretta che caratterizza questi tempi.
Gli uomini si stanno trasformando in macchine o sono io che sono diventato
troppo umano col passare degli anni? Il convoglio più giovane,
qui, sorride delle mie perplessità. Dice di aver conosciuto un
giorno, per un'incredibile fatalità, una vecchia carrozza del
metrò destinata alla demolizione. Aveva l'aspetto di un enorme
verme metallico. Lei gli parlò di quel mondo parallelo alla realtà
visibile, di quei cunicoli tenebrosi dove aleggiavano voci indistinte
di tempi e memorie passate per sempre, seppellite sotto il cemento;
passeggeri che assaltavano le carrozze a stormi nella luce fredda delle
stazioni, tra i saluti di decine di cartelloni pubblicitari. Durante
il tragitto, il vuoto oltre i finestrini obbliga i passeggeri a guardarsi
tra di loro; in un attimo si crea un coro di silenzi anonimi, nasce
una comunità di sguardi, solo ogni tanto irrompe la musica leggera
di un suonatore ambulante. Protetti dal gelo, dal caldo, dalla pioggia
e dalla nebbia, sfrecciano negli abissi della cui esistenza la città
preferisce dimenticarsi appena può. Detto così, ammetto
che possa anche avere il suo fascino. E' straordinario come le cose
cambino. Se mi avessero detto una cosa del genere ai miei tempi, l'avrei
presa per uno scherzo. Invece, a qualcuno addirittura piace.
Sarò terribilmente retrogrado, ma preferisco ammuffire nella
noia mortale di questo museo che lavorare in quella strana caricatura
dell'Inferno umano. Oltretutto, questo è considerato un posto
di enorme privilegio. Bisogna essere stati molto importanti per finire
qui. Altrimenti, il destino di un convoglio è la rottamazione.
Da giovane ne avevo paura, ma ora che rappresenta un pericolo scampato,
posso dire che quasi quasi non mi sarebbe dispiaciuto vedere cosa c'è
di là. Ammesso che ci sia qualcosa. Non credo nelle idee religiose
degli uomini, e se anche esistesse un loro Dio, non penso sia cosa che
mi riguardi. Ma se una volta fatto a pezzi, un barbone avesse usato
il mio legno per accendersi un fuoco, avrei potuto fondermi con la nebbia
che tante volte ho respirato e salire su, su, sempre più libero,
verso le profondità del cielo. Da lì, forse, avrei potuto
vedere la città illuminata farsi sempre più piccola, fino
a diventare un ricordo sbiadito destinato a perdersi nel buio dell'oblio.
Ma non escludo che la morte per me sia impossibile perché mi
è impossibile dimenticare.
©
Manuela
Sferrazza 2002
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani