Diario
di una triglia..
di
Flavia Ganzenua
Brevi
incontri metropolitani
di
Barbara Buganza
Prefazioni
di
Davide Franzini e Caterina Bonvicini
Flavia
Ganzenua
Diario di una triglia
Prefazione
di Davide Franzini
A volte,
capita'. Se ti dicono: "a me no", oppure, "a me?! mahii!",
non ci credi. E tiri dritto, infastidito perché qualche cosa
d'incredibile capita a tutti.
Adesso, per esempio, dentro alla metropolitana di Milano, ti sta per
capitare di leggere (gratuitamente!) il Diario di una triglia che marciando
su Addis Abeba si ritroverà ad Hong Kong. Flavia Ganzenua, l'autrice
di questa storia, è abile a impossessarsi dell'atmosfera surreale
che ha immaginato e a trasmetterla con naturalezza come una vicenda
normale. Se ti capita di finire questo "Diario", prova a immaginare
l'espressione del primo, antico montanaro Ladino che, cercando di seminare
avena sulle Dolomiti, si trovò faccia a faccia con la testa di
una triglia fossilizzata, a più di mille metri sul livello del
mare. E' capitato.
L'equivoco fecondo su cui ruota la dimensione narrativa del surreale
sta tutta qui, nel confondere l'inconcepibile narrato con l'assurdo
del vissuto quotidiano.
Flavia Ganzenua sperimenta, con matura leggerezza, un percorso narrativo
compiutamente surreale che sgorga, senza sforzo né compiacimento,
da una rigorosa, quasi matematica, negazione della logica.
Prossima
fermata: un ristorante giapponese di Honk Kong, passando, naturalmente,
per Addis Abeba
Capiterà.
Addis Abeba,
127° giorno di marcia.
E la chiamano sbobba! Fandonie, è la migliore zuppa di triglie
agrodolci che abbia mai mangiato. 50° all'ombra. Triglie fresche,
però: le migliori d'Etiopia! Che mangiata, ragazzi! Tra dune
di sabbia e petrolio. 127° giorno di marcia. Centoventisettesima
zuppa agrodolce. Noto tra gli uomini una certa inquietudine. Siamo visibili,
troppo. Avanziamo di notte per non farci vedere. Ad alcuni di noi stanno
spuntando le squame. Piccole, lucenti
al sole, siamo iridescenti,
lo scaglione più freak di tutta la storia. Ho incaricato un soldato
vegetariano di cancellare le orme che lasciamo sulla sabbia ogni volta
che passiamo. Hans mangia solo kartoffeln.
Addis Abeba,
130° giorno di marcia.
Che immensa distesa di dune pietrificate, come dallo sguardo di Medusa.
Fissate in un'unica smorfia che si disfa, veloce, sotto i nostri scarponi.
Ora so cosa deve aver provato il primo uomo che ha messo piede sulla
luna! Di notte l'escursione termica è paurosa. Ma avanziamo fieri
e determinati verso il nostro obiettivo. Viva la patria! Due righe ancora.
Leggo e rileggo questa lettera con infinita ammirazione. Mc Cliff è
una delle reclute migliori. Scrive a sua madre: "Tra pochi giorni
metterò alla prova il mio valore. Addis Abeba è a poche
miglia, ormai. Non ho paura di morire, ho paura di fallire". Come
posso dirgli che abbiamo sbagliato strada?
Addis Abeba, 145° giorno di marcia.
Hmm, tra gli uomini si sta diffondendo una strana euforia che a stento
riesco a frenare. L'altra notte ho scoperto il tenente Fox e il telegrafista
Schrob alle prese col metro da campo. Scommettevano su chi avesse la
pinna più lunga. Li ho messi in punizione: due giorni di dieta
vegetariana.
Addis Abeba,
151° giorno di marcia.
Oggi fatico a restare dritto sulle gambe e con me anche la metà
del battaglione. Ma ho trovato il rimedio. Invece di avanzare, costruiremo
un alto bastione difensivo. Quando il nemico passerà di qui,
la barriera inespugnabile lo condannerà alla resa. Idea geniale,
degna di un grande stratega!
Addis Abeba,
210° giorno di marcia.
La torre è quasi finita! Passo giornate intere a contemplarla.
Ho ordinato che la mia stanza sia in cima: da lì avrò
il pieno controllo della situazione. I lavori procedono a gonfie vele.
Gli uomini danno il massimo, sono fiero di loro. Ormai tutti noi, tranne
Hans, riusciamo a muoverci solo strisciando. Le grosse pinne che ci
sono spuntate al posto delle gambe ci consentono solo di scivolare.
I più abili saltellano, ma non durerà
Addis Abeba,
220° giorno di marcia.
Hmm, non so, non so. Da un paio di giorni accuso uno strano prurito,
prurito misto a dolore, ho sempre la bocca impastata. Il tenente medico
Brown dice che è un sintomo diffuso che ha colpito la metà
del battaglione. Dice che è normale quando spuntano le prime
branchiette. Probabile, ma la storia del topolino che porta i soldini
mi pare una leggenda metropolitana. Comunque ho ordinato un kit di trappole
per topi, non si sa mai!
Addis Abeba,
235° giorno di marcia.
Gli uomini sono strani. Saranno l'inattività e l'attesa. Logorano.
Secondo i miei calcoli, a breve il nemico tenterà l'offensiva.
Ormai ci hanno individuato. Anche per l'odore: fortino, direi. Hans
finge indifferenza, ma la sua è solo devozione. Oggi so cosa
deve provare un medico quando scopre che un suo paziente soffre di un
male incurabile. Era una battuta di un film, ma quale? Non ricordo...
mi capita sempre più spesso... sarà la stanchezza e quest'attesa
del nemico. Sono avvilito. Oggi il cuoco ha confessato di aver consumato
da giorni una tripla razione di zuppa di triglia. Voleva avere le squame
più lucenti di tutti. E nel suo armadietto ho anche scovato un
tubetto di concentrato di triglie. Vergogna! Merita una punizione esemplare.
Dieci giorni di consegna!
Addis Abeba,
241° giorno di marcia.
Tracce di rossetto sulle divise? La lavanderia a gettoni all'angolo
avrà sbagliato consegna, come al solito! Una donna alla torre?
Ma andiamo!
Addis Abeba,
255° giorno di marcia.
C'è: ne sono assolutamente sicuro! Il suo nome comincia per "E".
Era inciso sulla porta della latrina, sotto un disegno decisamente osceno:
una triglia nuda!!! Aprirò un'inchiesta!
Addis Abeba, 259° giorno di marcia.
Eccola di fronte a me. La sottopongo ad un duro interrogatorio. Resiste,
ma alla fine crolla. Si chiama Eufemia. In lacrime mi confessa di avere
un debole per le triglie: la capisco! Si getta ai miei piedi, mi bacia
le mani, implorandomi di non cacciarla. E' pugliese, almeno così
dice. Una pugliese a Addis Abeba? E' una studentessa di lingue da due
anni in Arabia col progetto Erasmus. Non credo ad una sola parola, ha
l'accento sardo.
Addis Abeba,
270° giorno di marcia.
Non vola una mosca qui alla torre. Certo, Eufemia rialzava il morale.
Avrò fatto male a cacciarla?
Addis Abeba,
301° giorno di marcia.
La prima linea è saltata, urgono rinforzi. Ho ricevuto l'ordine
di partire immediatamente. Obbedisco! Rialzerà il morale della
truppa. Ecco il piano: raggiungeremo Addis Abeba, lì ci aspetterà
un nostro infiltrato che ci fornirà viveri, acqua e benzina,
poi partiremo subito per il fronte. Non sto più nella pelle,
è il momento che aspettavamo da mesi. Manderemo Hans, ha insistito
così tanto: è un vero eroe!
Addis Abeba,
310° giorno di marcia.
Di Hans nessuna notizia. Eppure Addis Abeba è a soli due giorni
di marcia. Povero ragazzo, temo il peggio!
Addis Abeba,
320° giorno di marcia.
Triglia alla livornese: Sei triglie da 200 grammi l'una, un quarto di
cipolla, mezzo spicchio d'aglio, 250 grammi di polpa di pomodoro, prezzemolo,
lauro, olio, sale, pepe.
E questa sarebbe roba compromettente? E' una menzogna! In tanti anni
d'onorata carriera non ho mai conosciuto una recluta più valorosa
di Hans! Il marconista O' Connor's, il solito maligno, sostiene che
si sia dato alla fuga! Un disertore: e con quali prove? Nel suo armadietto
ho trovato effetti personali che non significano nulla: tutti i successi
di Carosone, il biglietto da visita di un certo Kyoshimotho, una crema
antirughe (Giusto! Un soldato deve avere cura del proprio aspetto, è
un suo preciso dovere!) e un libro di cucina. Cose innocenti.
P.S. Mullus surmulentus, Tregghia de scheuggio, Speracalaci, Trigghia
de scogiu, Trigghia rubbia, Trigghia i morsu... Quanti bizzarri nomi
danno alle triglie! E' scritto nel ricettario di Hans, con prezzi al
chilo e tutto il resto!
Addis Abeba,
330° giorno di marcia.
Movimenti sospetti all'orizzonte. Che diavolo sta succedendo? Non avevo
mai visto anima viva, qui intorno. Che sia il nemico che sta tentando
l'offensiva? Ora?
Addis Abeba,
335° giorno di marcia.
Diamine, è come sospettavo. Sono dappertutto, ci hanno accerchiato!
Ora ho capito che fine ha fatto Hans....l'avranno fatto prigioniero
e torturato... Non dimenticherò mai il suo sacrificio, lo proporrò
per una medaglia al valore! Siamo allo stremo. Combattiamo da cinque
giorni, senza tregua, ma non mi faccio illusioni, la loro superiorità
di mezzi corazzati e artiglieria riuscirà a sfondare le nostre
linee difensive. Un gruppo d'impavidi ha tentato un contrassalto, ma
l'odore di triglia in salmì si sente fino a Addis Abeba!
***
Siamo caduti. Hans: è stato lui, ci ha traditi! E io che gli
avevo dato fiducia! E' un duro colpo, ho fallito. Hong Kong, però,
non è poi così male! Qui, al Kyoshimotho, mi trattano
bene. I giapponesi sono brave persone, sempre gentili: nobile stirpe
di samurai. Tra poche ore ci sarà una grande festa. Hanno prenotato
in tanti, un matrimonio. Non ho mai visto un matrimonio giapponese,
sono un po' emozionato. Si mangerà sushi, stasera.
***
Il seguito del diario è andato irrimediabilmente perduto. Ci
resta solo questo documento redatto presumibilmente durante la lunga
prigionia del Colonnello. Il luogo e la data sono illeggibili.
Barbara
Bugazza
Brevi incontri metropolitani
Prefazione
di Caterina Bonvicini
Una
galleria di personaggi, un dialogo muto fra pendolari sul metrò.
Gente che viene da regioni o paesi diversi, diversa è la loro
età e il loro modo di vestire. Quello che li accomuna è
un tragitto, basta questo a creare un gruppo: un tacito accordo fra
sconosciuti stabilisce una vittima sacrificale. Nello spazio di una
carrozza della metropolitana viene messa in scena una piccola tragedia
catartica, un rito urbano crudele e purificante.
La scrittura precisa e tagliente di Barbara Buganza coincide con uno
sguardo lucido sul mondo e indaga con sottigliezza all'interno delle
feroci dinamiche di ogni società.
Milano.
Ore 8. Metropolitana che porta i pendolari dell'hin-
terland verso il centro. E' maggio inoltrato e già si notano
le prime mezzelune di sudore sotto le braccia appese. Finestrini abbassati,
ma l'aria sa già di rancido lì dentro. Fuori, un cielo
terso e pulito. Si prevedono trentacinque gradi. Silenzio.
Un distinto quarantino, in piedi, legge un quotidiano. Di fronte, seduta,
una giovane studentessa ripete sottovoce la lezione scritta negli appunti
appoggiati sulle gambe. Con un dito si tortura dei ciuffi di capelli
dietro le orecchie.
'E' tempo di esami', riflette la signora accanto al distinto quarantino
sforzandosi di ricordare la cadenza delle sessioni quando, all'università,
ci andava lei. A quei tempi era bella e ammirata. E felicemente spensierata.
Ora l'espressione del viso si è pietrificata in una smorfia d'eterno
disgusto. Scruta con occhi estranei la propria immagine riflessa nel
finestrino e vede solamente una donna sformata: assomiglia più
ad una scialba casalinga, nei suoi abiti da quattro soldi.
Possibile che ci voglia tanto a ricordare? Ma quanti anni sono
passati dalla sua sessione di laurea? Dieci? Quindici? La memoria vacilla.
Brutto segno. Ta-tàn ta-tàn, ta-tàn ta-tàn.
Corre il treno. 'Diciassette anni!': un colpo al cuore. Tanti, dunque,
gli anni perduti per strada. Un baratro di disperazione le nasce dentro
e si allarga, ingigantisce, fino a quando trova un appiglio, giusto
in estremo. In fondo, si consola, le è stato concesso di avere
dalla vita cose che molti non avranno mai. Un lavoro fisso, un marito,
la casa, la salute, insomma le solite cose
lei che sognava una
prestigiosa carriera universitaria! Di nuovo il baratro. 'E' tutto così
sciatto', pensa, 'il lavoro è diventato l'incubo di dover vedere
ogni giorno le stesse facce ingiallite dalla routine. Il marito
(lasciamo
perdere!).
Cshsh-sh. Altra fermata.
Salgono due allampanati diciassettenni accompagnati da una graziosa
signorina con jeans a zampa di elefante e cavallo basso, con piercing
all'ombelico. Ha una dentatura perfetta. Non è propriamente bella,
ma i particolari rivelano una certa cura della persona. I lunghi e lisci
capelli castani non sono tinti come quelli della maggior parte delle
coetanee. Un filo di trucco agli occhi, labbra carnose al naturale,
sorriso dolcissimo. Ma non è rivolto a nessuno in particolare.
Anche il linguaggio è pulito e disinvolto, senza inflessioni.
Nello zaino, pochi libri. Ai piedi sandali che mettono in mostra unghie
curate ma non colorate. Niente profumo.
Il primo allampanato ha un sorriso stampato fisso, nonostante il brutto
apparecchio montato sull'arcata dentale superiore. Sopracciglia nere
e folte. Gongola da un piede all'altro per l'evidente imbarazzo di trovarsi
in compagnia di una tale armoniosa bellezza.
L'amico è molto più alto e più magro. Parla a voce
alta. E' spavaldo. Un vero dominatore. Un pungente profumo maschile
colpisce le narici di quanti lo circondano.
Comincia lo spettacolo.
Il distinto quarantino distoglie lo sguardo dal giornale per la prima
volta. Inarca un sopracciglio - non riesce a trattenere il commento
('Chi cavolo è che puzza a 'sto modo a quest'ora?')- e subito
lo individua tra una cinquantina con occhiali sulla punta del naso -
una mano che afferra il sostegno, l'altra che impugna un Harmony - e
due petulanti amiche vestite su per giù allo stesso modo.
Cshsh-sh. Altra fermata.
Sale un giovane biondo in tenuta sportiva, muscoli delle spalle ben
sviluppati e abbronzati in evidenza. Una delicata peluria bionda ricopre
il bel viso, ed anche le braccia nude. 'Avrà la pelle che profuma
di sole', pensa la studentessa che per un attimo smette di torturarsi
i capelli. E inconsapevolmente sporge il naso in quella direzione. Ma
il giovane trova un posto a sedere dal lato opposto. Il tempo di accavallare
equivocamente le gambe ed i suoi caldi occhi color nocciola si chiudono,
l'espressione persa in chi sa quali sogni. La studentessa realizza e
arrossisce violentemente.
Un'indonesiana, che era salita col giovane sportivo, resta al centro
della carrozza. Si guarda attorno con occhio vivace. Veste elegantemente:
camicetta di seta a sfondo nero con sgargianti fiori verdi e rosa, borsetta
nera di pelle firmata, scarpe costose abbinate. L'acconciatura moderna
dimostra che da molti anni è lontana dalla sua terra. Studia
incessantemente e con interesse chi le sta attorno.
Ora il ragazzotto allampanato spinge l'amico con l'apparecchio ai denti.
Quello, sghignazzando, ricambia il gesto amplificandolo. L'allampanato
finisce contro l'esile indonesiana. Altra sghignazzata. Poi percepisce
come un macigno lo sguardo di disapprovazione dei presenti. Delle perle
di sudore brillano appena sopra il labbro superiore della indonesiana,
che non si scompone. Volge lo sguardo altrove. Silenzio.
Il distinto quarantino col giornale sbuffa. La donna accanto riprende
il corso dei suoi pensieri, ovvero l'elenco delle sue ambizioni frustrate.
La graziosa signorina col piercing sorride alle battute dei due ragazzotti
che scimmiottano la serietà dei viaggiatori. La studentessa continua
a ripetere la sua lezione. Il giovane sportivo ha sempre gli occhi chiusi,
è solo un po' più serio. Nel sottofondo il suono fastidioso
delle due petulanti amiche cessa temporaneamente.
Ta-tàn ta-tàn, ta-tàn ta-tàn. Il treno prosegue
verso la prossima stazione.
'Ci vvuoolee ben aaltro per uno come meee, padre barese e madre siciliaana,
peggio di così si mmuooree
', dice l'allampanato pronunciando
tutte le o molto nasali, come si usa a mo' di slang tra gli adolescenti
non propriamente milanesi, ma che tali vogliono sembrare.
Cshsh-sh. Le porte si aprono e vomitano una nuova ondata di pendolari.
'E' il tragitto peggiore questo ed io devo resistere
', si ripete
la giovane studentessa, ben consapevole che tra poco l'aria comincerà
a mancarle e dovrà chiudere gli occhi per non soffocare. Sa anche
che subito dopo se ne vergognerà.
Si chiudono le porte. Riparte il treno. Prossima fermata: l'ultima prima
del tunnel. Ta-tàn ta-tàn, ta-tàn ta-tàn.
L'allampanato spintona nuovamente l'amico. Che finisce contro le due
petulanti, improvvisamente zittite. Il distinto quarantino sbuffa di
nuovo. La donna accanto alza gli occhi al cielo, per così dire.
La giovane studentessa sprofonda ancora di più la testa tra gli
appunti. L'ambiguo sportivo serra gli occhi come a non voler vedere:
è sempre serio. Silenzio. Nuova fermata. Altra gente.
La graziosa signorina saluta e scende al volo. L'allampanato continua
lo show ed è assolutamente impermeabile alle reazioni dei suoi
maldestri compagni di viaggio. Allarga le braccia e colpisce, involontariamente
ma smodatamente, la donna accanto al distinto quarantino e la fa vacillare.
Il treno acquista velocità. Di nuovo l'allampanato, evidentemente
troppo impegnato a gesticolare, perde l'equilibrio ed atterra sui piedi
della studentessa. Alla donna accanto riserva una spallata poderosa.
Inizia il tunnel. Il treno, ora in piena velocità verso la prima
meta sotterranea, vira bruscamente a destra. Succede tutto in una frazione
di secondo. Non c'è vera sequenza, ma simultaneità negli
eventi. L'allampanato perde disastrosamente l'equilibrio proprio mentre
un calo di tensione provoca un istantaneo black-out. Questi i fatti.
L'improvvisa mancanza di luce intreccia tuttavia trame inquietanti.
E' strano infatti che l'esile indonesiana al centro della carrozza scelga
proprio questo brevissimo istante per decidere di spostarsi con tanta
energia verso l'uscita da travolgere completamente il giovane allampanato
già in difficoltà, e che il distinto quarantino terminata
improvvisamente la lettura della pagina debba voltare con un movimento
di braccia tanto ampio da impedire al malaugurato di poter raggiungere
un qualsiasi sostegno, e che la donna accanto avverta proprio lì
ed ora la necessità di raccogliere da terra un qualcosa che la
obbliga a spintonare col suo abbondante retro la già rovinosa
caduta del ragazzo, e che la studentessa voglia accavallare le gambe
costringendo la vittima ad inciampare nel suo piede destro, e che l'amico
con l'apparecchio ai denti si scansi di mezzo passo per poter leggere
una pubblicità esposta un po' più in là e che non
veda l'amico cadere pesantemente con lo zigomo sinistro contro il sostegno
metallico centrale, annaspando con le braccia in cerca di un appiglio.
La luce è tornata e il treno è entrato in stazione. Il
giovane filippino che sale per primo (capigliatura folta e disordinata,
braccia forti, portamento eretto, aspetto sano) è con vero stupore
che in uno sconosciuto idioma domanda, più a se stesso che all'infortunato,
una spiegazione di come un adolescente giaccia in terra col naso sanguinante
e lo sguardo disperso e che nessuno dei presenti sia già intervenuto
per soccorrere il malcapitato. Tuttavia offre prontamente aiuto. Incomprensibile
per lui anche l'espressione di alcuni presenti che sembrano accorgersi
solo ora dell'accaduto e abbozzano un sorriso vagamente imbarazzato;
poi si guardano l'un l'altro, come a voler far rimbalzare la colpa da
un estremo all'altro della carrozza. Infine voltano le spalle, ognuno
con la propria pace interiore ritrovata. L'atto sacrificale si è
compiuto. Il distinto quarantino sistema la cravatta, raddrizza le spalle
e scende fischiettando. La donna accanto si osserva nel finestrino e
trova di non essere più tanto scialba. La studentessa ripone
tutti gli appunti, cosciente di aver ben appreso la lezione del giorno.
Una rinnovata fiducia in se stessa le permette di guardare dritto negli
occhi il giovane sportivo con le gambe accavallate, il quale apre gli
occhi e sorride stancamente. Le due petulanti amiche riprendono la loro
sterile conversazione. L'esile indonesiana è già lontana
sulla banchina.
Diario
di una triglia, © Flavia Ganzenua 2002
Brevi incontri metropolitani, © Barbara Buganza 2002