Diario
probabile di certi strani accadimenti che di tanto in tanto...
di
Francesco Paolo Maria Di Salvia
Prefazione
di
Oliviero Ponte di Pino
Caro lettore,
cara lettrice, (o, se preferisci, caro viaggiatore, cara viaggiatrice)
questo racconto mi è piaciuto perché contiene molti degli
ingredienti che fanno un bel racconto. C'è un'idea narrativa forte,
che scoprirai subito, già nel primo paragrafo. Questa idea si incarna
in un personaggio che accompagna il lettore dall'inizio alla fine, e dunque
la rende viva. Soprattutto, questa idea e questo personaggio portano con
sé una visione della realtà, e un giudizio sul mondo e su
chi lo abita. Non si tratta tuttavia di una "idea ideologica",
e dunque schematica, prevedibile: la prospettiva è piuttosto fondata
su un principio di ironia, che sorregge le sorprese della trama, ma anche
un tono a tratti decisamente comico - per certi aspetti, è una
gag metafisica. Infine, a mixare il tutto come si deve, c'è uno
stile pulito e sicuro.
Ah, dimenticavo, l'autore ha 19 anni.
Sono un
vitale e per nulla incartapecorito sessantaquattrenne. Ebbi i miei natali
il lontano 25 maggio del 1938. Non bevo, non fumo e, ahimè!,
non vado a donne. Ho un solo vizio: non riesco a fare a meno di morire.
La prima volta che l'ho fatto avevo appena nove anni. Ci insegna Freud
che non è affatto d'uopo mostrare le spalle al delfino di famiglia
quando vede la luce il secondogenito. Finché di un padre vedi
solo le spalle durante tutta la tua infanzia, è sì un
bel trauma, ma bene o male sei indurito a dovere dai calli dovuti a
questa situazione. Se invece nel bel mezzo della tua maturazione spunta
fuori dalla mamma un nuovo cignetto sdentato e puzzolente e colloso,
tanto da attirare gli sguardi di tutti neanche fosse il re nudo in persona,
allora incominciano le vere problematiche preadolescenziali. E venne
così il pomeriggio in cui la mamma valicò il limite della
mia sopportazione. Sbottai. E mi trovai tutt'uno con gli arabeschi e
le greche del poroso tappeto annodato da certi sconosciuti ustad persiani.
La tecnica di decesso era evidentemente ancora troppo grezza. Mia madre
continuava a fasciare il bebè e mio padre a leggere il giornale
e ad impestare la stanza con la pipa. Sbraitavo troppo era questo il
punto. Stetti zitto, così, all'improvviso. Andò già
meglio. Dopo una decina di minuti che me ne stavo lì riverso
sulla stuoia pelosa, mia madre si fermò a darmi retta. Mi auscultò
il cuore, quasi per gioco, e spaccò in gola un grido lacerante.
Io mi misi a piangere dallo spavento. La mamma giurò a suo marito
di non aver sentito il battito. Mio padre, con la sua solita pacatezza,
quanto odiavo la sua pacatezza, le disse che certamente aveva sbagliato
a posizionare la mano e tutto terminò lì. A parte questo
gridolino straziato non ebbi gran successo di pubblico. Si sa che i
bambini non sono bravi a recitare e gli adulti sono furbi. Che dialettica
farabutta! Diciamo che fui alquanto colpito dalla reazione di mia nonna.
Si fece venire un infarto quando sentì mia madre urlare e vide
me disteso sul tappeto. Me la portai sulla coscienza per un bel po'.
Morire, da quel giorno in avanti, divenne un'abitudine, un vizio anzi.
Una volta morii persino da solo. Me ne stavo disteso sul letto col telecomando
addormentato sulla pancia. Il telecomando era una salma negra fasciata
dal più untuoso nastro isolante rosso che mente umana ricordi.
I pulsanti, rosicchiati dalle impronte digitali, giacevano affossati
con alternanza simmetrica. La stanza aveva i soffitti alti e le tende
veleggiavano impercettibilmente grazie ad un alito di vento occasionale.
Tutto era immobile. Fuori dalla finestra la neve aveva diluito tutti
i grigi e i verdi smunti della città. Morire non mi fece affatto
impressione. Perfino il mio gatto dava l'idea di non avermi preso più
di tanto sul serio. Andò pertanto a finire che mi annoiai e fui
svegliato direttamente il mattino successivo da un rombo di clacson.
Nella vita ho fatto un po' di tutto. Ho lavorato come cameriere, tabaccaio,
in un giornale, ho sposato donne e avuto figli, ho scritto un libro
e recitato. Molte di queste cose le ho fatte sospinto dalla passione,
che io ritengo la sola causa efficiente degna di farmi maturare sforzi.
Al liceo, avevo diciassette anni e mezzo all'epoca, interpretai la parte
del protagonista ne "Il Malato Immaginario" di Moliére.
La commedia fu un insuccesso pazzesco visto che il vecchio Argante,
fingendo di essere morto, decise di morire sul serio. Ridevo a crepapelle
sotto i baffi finti che avevo incollati vicino alle narici. Era la giusta
punizione per il professore Mariotti che mi aveva negato la parte del
bel Cleante! Quella morte fu storica a modo suo. Fu la prima volta che
morii in pubblico. Destai qualche sospetto, ma i frettolosi infermieri
accorsi in mio aiuto archiviarono il caso con un onnigiustificante "falso
allarme".
Solo in
seguito ebbi modo di compiere certi studi che mi furono di fondamentale
aiuto nel razionalizzare le mie capacità empiriche. Lessi molte
riviste scientifiche, mi riempii le tasche di foglietti ricopiati da
enciclopedie e prontuari e libri di medicina, mi spacciai per giornalista
ed intervistai i più grossi specialisti del settore. Quest'ultima
esperienza mi fu utile anche in seguito, devo dire. Fui stupito di me
stesso per la mole di lavoro svolto, siccome mai prima d'allora avevo
mostrato tanta costanza nello studio. Per confutare le mie conclusioni
si resero necessarie delle analisi cliniche. Così fu. Avevo dannatamente
ragione! Mi riscontrarono un'insufficienza ipofisaria, ipotiroidismo,
ipoglicemia e, ben più importante, una misteriosa perdita di
tiamina, causa di una forma lieve, ma estremamente particolare, dell'encefalopatia
di Wernicke. Ecco spiegata anche la mia atroce difficoltà a prendere
sonno e gli incubi vividi come allucinazioni che mi turbavano quando
invece riuscivo a chiudere occhio. Da tempo poi facevo uso di certe
pillolette che i medici stessi mi avevano prescritto. Mi furono immediatamente
proibite. Solo più tardi, col boom di questo particolare tipo
di droga, scoprii che esse appartenevano all'allegra famiglia dei barbiturici.
Quello che i dottori non sapevano, e che io mi ero ben guardato dal
dir loro, era che da piccolo avevo ricevuto una forte botta in testa,
con conseguente trauma cranico, e che giusto qualche anno più
tardi ero stato vittima di un'intossicazione, seppur lieve, da monossido
di carbonio. Ero dunque un campionario di ogni disturbo collegato al
rischio di ipotermia. Detto che per ipotermia si intende una temperatura
centrale del corpo inferiore ai trentacinque gradi, devo aggiungere
come a nessuno sia concesso di regolarla spontaneamente. A nessuno tranne
me. La mia è una sorta di meditazione. Quando decido di morire
inizio a concentrarmi e penso alla pace dei sensi. Stabilisco una sorta
di filo diretto con l'ipotalamo e gestisco da solo la mia termolisi.
Perdo calore a vista d'occhio. La respirazione si affievolisce fino
a dissolversi lentamente. Non produco più calore con la combustione
dell'ossigeno. Il sangue si concentra verso gli organi vitali, più
al cervello in verità, lasciando in ombra quelli periferici.
Riesco a mantenere la mia temperatura in perfetto bilico tra i venticinque
e i quindici gradi. Arresto del miocardio, pupille in midriasi, ossia
fisse come fossi stecchito!, e conseguente morte apparente. Nulla di
più facile ed elementare. Devo comunque prestare attenzione a
non protrarre questo sforzo oltre i venti minuti, altrimenti rischierei
di incorrere in dei fastidiosissimi danni cerebrali. Dopo essere "rinato"
provo solo una fievolissima emicrania e dei brividi, ma tutto passa
dopo essermi messo in ammollo nella mia adorata vasca da bagno. Prima
di lasciarmi andare, i dottori mi dissero di stare attento a certe situazioni,
di evitarne certe altre, di non pensare neppure minimamente di avere
a che fare con certe altre ancora, ma tutto finì lì. Per
loro, naturalmente. Per me non era che l'inizio. Io sono alfa e omega
della mia vita.
Marzo del
1958. Quel giorno mi dovetti sposare sul serio. In maniera inesorabile
e imprescindibile. Avevo fatto "il guaio" che non è
proprio come dire "un guaio". Errori di gioventù che
si commettono. Credo sia facilmente intuibile come non avessi intenzione
alcuna di passare il resto della mia vita con una megera perennemente
alterata, nervosetta e facilmente irascibile. Ma perché diavolo
mi disse di sì quella sera? La mattina della cerimonia mi ero
svegliato con la bocca tutta impastata. Dire che avevo esagerato col
vino la sera precedente sarebbe un offesa per gli ubriaconi molesti
di strada. Stavo nella mia camera a strozzarmi svogliatamente il collo
con un cravattaccia blu notte. Mio fratello mi venne a chiamare dicendomi
che mio padre era già in auto. Mi gettò anche un'occhiata
gratuita e fraterna di grossa comprensione. Quella volta mi feci portare
fino in obitorio prima di rimettere in moto il miocardio. I dottori
gridarono al miracolo, ma un buon uomo di scienza risolse tutti i loro
dogmatici dubbi con la sentenza tagliapalle di "morte apparente".
Quello stesso medico divenne uno dei migliori amici che io abbia mai
avuto. Il matrimonio, purtroppo, fu solo rimandato.
In un anno che ora non vuole proprio riaffiorare, fui chiamato per sottopormi
alle visite d'idoneità per il servizio militare. Fui riformato.
Nel 1983
mi recai a Buenos Aires in visita da un vecchio zio emigrato quando
io ero ancora cucciolo. Avendo avuto molta fortuna nel suo mestiere,
prima come muratore poi come allevatore e sempre con la medesima buona
luna, zio "Gordo" poteva permettersi di venirci spesso a trovare
in Italia. In occasione del suo ultimo viaggio, l'estate precedente,
mi aveva invitato a recarmi nella sua nuova patria. È bella Baires
per chi come me ha adorato Borges. Bella come Evita, passionale come
il tango, irregolare come Maradona. Un pomeriggio stavamo passeggiando
per Calle Florida, dirigendoci verso Plaza San Martìn. Venivamo
da un grazioso bistrò francese sulla Avenida de Mayo dove avevamo
sorbito un mate fumante. Mio zio era vecchio e rispettato, sebbene fosse
tra i pochi italiani a non risiedere più a La Boca. Chiacchieravamo
del più e del meno e io mi distrassi mentre lo sentivo narrare
ad occhi sgranati del suo passato di piccolo fazendeiro. Centrai in
pieno un palo della luce, tanto per confermare quanto ti raccomandano
da piccino. Guarda sempre dove vai! Svenni. Mi ricordo solo che mi svegliai
in un letto freddo e liso. Poi lei entrò spaccando il mondo.
Fu un'apocalisse di seni, un armageddon di cosce, un giudizio finale
di glutei, sbattuti in faccia al mio setto nasale ancora bendato. L'anno
mille si avvicinava al letto congetturando lapilli e crepe e lava sull'immaginario
collettivo del mio corpo. Prima crollò il sistema nervoso del
bassoventre - e su col morale! - poi le papille iniziarono e a de-gustare
e ad attorcigliarsi e ad aggrovigliarsi. Il panico poi prese la testa,
il sudore, vigliacco!, sgocciolava via scostumato. Frattanto che il
cuore cercava l'untore fantoccio, la peste si era oramai definitivamente
incazzata. Nera direi. Mi chiese con la tipica premura della crocerossina
se necessitassi di qualcos'altro. Le avrei voluto rispondere diversamente,
eppure scossi solo il capo sospirando. Fece per andarsene e io morii.
Lì in ospedale. Mi sentii un po' stupido per la verità,
ma in quel momento non riuscii a buttar fuori nulla di meglio. Si chinò
proprio dirimpetto al mio naso facendomi sballonzolare tutto quel bendiddio
davanti alle pupille tremolanti come lumere. Altroché paresi
dei muscoli oculomotori! Quei seni erano il motore molto mobile del
mio sistema nervoso! Mi mise la mano sul polso e io rinvenni, baciandola.
Si ritrasse? Mi picchiò? Accondiscese? Questo proprio non lo
ricordo. Ho solo chiaro in mente che me ne tornai in Italia intimamente
felice e col cuore zeppo di una nuova moglie. Straniera per giunta.
La morte che mi diede più soddisfazione fu però quella
che misi in scena durante una registrazione televisiva. Fu in occasione
della presentazione dell'unico libretto che io abbia mai pubblicato.
In Italia passi facilemente da genio a infame a seconda di quanto siano
più o meno conformi le tue idee con quelle di chi ti sta leggendo
o ascoltando in quel momento. Era molta la gente che pensava fossi un
emerito cretino. Mi stavano quasi convincendo di avere ragione! A questa
trasmissione erano presenti insigni professoroni d'accademia, grondanti
di costrutti barocchi, spalmati su stilemi arcadici e satolli di sillogi
petrarchesche. Il mio breve romanzo lo avevo scritto all'americana.
Avevo conosciuto, l'anno precedente, il mio coetaneo Ray Carver in un
suo brevissimo soggiorno a Roma e ne ero rimasto interiormente affascinato.
Avevo divorato "Cattedrale", letto le sue poesie, una su tutti
"Winter Insomnia", e appreso, per quanto si possa apprendere,
la sua lezione. I succitati accademici mi stroncarono. I succioni di
destra mi scorticarono. Le succinte vallette mi sculettavano intorno.
Quando un pelato dalla zucca nuda mi diede del fasullo, io ribattei
che era arrivata l'ora si portasse qualcosa di nuovo nel nostro Paese,
che si aprissero le finestre e i balconi per far scappar via l'aria
viziata e che si insegnasse ai giovani a fare le cose come si devono
fare nel ventesimo secolo e non come se si fosse ancora nel 1800. I
bonzi delle lettere italiane sogghignavano. Io sapevo di non essere
un buono scrittore, ma almeno ci provavo, mi esponevo, non come quei
tanti critici che mettono la penna su carta solo per dire cosa è
giusto e cosa non lo è, trattenendo tra le loro quattro mura
domestiche le mille fobie che comporta lo sputare inchiostro come seppie,
il mettersi in gioco, il pensare. Lo dissi e poi morii. E una nicchia
di pubblico applaudiva il mio coraggio da gladiatore sconfitto nell'arena
dei leoni. Ero morto soddisfatto.
Un giorno d'autunno del 1977 venne il figlio della megera a chiedermi
della grana. I miei assegni mensili li avevo sborsati tutti di fila
e di mollargli quei soldi non avevo proprio voglia. Scappò e
non chiamò neppure la guardia medica. Che gran figlio di puttana!
Con tutto il rispetto per la madre, ben inteso
In un'altra occasione, spinto dalla professione di cronista locale di
nera, andai ad intervistare una signora alla quale era stato da poco
ucciso il marito. Il cadavere era stato rinvenuto lungo un viottolo
"molto noto", appena fuori città, pieno di graffi,
morsi e lacerazioni varie. Non aveva saldato il conto, era evidente.
Il vecchio doveva avere l'abitudine di andare a puttane senza portafogli,
e questo non viene molto apprezzato dagli aitanti trans carioca della
mia città. Era stato evidentemente linciato da un gruppo di viados,
ma ritenni opportuno non fare cenno alcuno di questa mia teoria con
la vedova. Come bussai al campanello mi venne ad aprire una valchiria
fasciata da una tristissima vestaglietta rosa. Sui due lati portava
ricamati degli aberranti orsacchiotti fucsia. Fumava che Dio gliela
mandi buona! Le penzolavano giù dalla testa dei piangenti bigodini
verdi. Superata la Maginot di fumo ristagnato che appestava l'ingresso,
ci dirigemmo con passo furtivo (avremmo forse calpestato la fauna di
mozziconi che popolava i tappeti?) verso l'enorme cucina che svolgeva
anche la funzione di salotto. Non potrei mai affermare che fosse scossa,
non farei altro che mentire. Iniziò col parlarmi di suo marito,
mostrandomi certe foto dalla cornice kitsch che teneva schierate sopra
il vano dei liquori. Quell'uomo era davvero mostruoso. Per un istante
credetti che non fossero più i soldi il movente reale del suo
linciaggio. Mi venne poi in mente mio cugino, una sorta di elefante
perennemente sudato, decisamente peggiore del defunto, che spesso si
serviva nello stesso supermarket erotico del caro estinto. La donna
mi mostrò le foto del matrimonio e io fui lì lì
per salutare e andarmene. Mi trattenni visto che dovevo scribacchiare
un paio di colonne e il taccuino portava incise solo poche parole sputacchiate
dalla vedova. Mentre il suo barboncino mi leccava il dorso della mano,
evidentemente nemmeno lui molto scosso dal decesso, la padrona di casa
mi chiese se gradissi del caffè. Rifiutare era una parola che
non esisteva nel vocabolario della grottesca matrona di provincia. Tentai
con tutta la buona volontà di mandare giù quella mezza
tazza di brodaglia nerastra. Nulla. Aspirarla era una vergogna per il
mio esofago. Alla seconda sorsata iniziai a tossire. Sul serio. Ma fui
così furbo da cogliere la palla al balzo. Continuai a tossire
sempre più forte, intensificai gli spasmi e alzando le mie chiappe
dalla poltroncina incelophanata presi a caracollare contro tutti i mobili
della stanza. Il cane scodinzolava festoso. Feci cadere un orrendo vaso
cinese regalatole probabilmente da qualche trasmissione televisiva per
massaie annoiate. Il gesto fu più che volontario, lo giustificherei
come vendetta a quel pugno nell'occhio di soprammobile! Premevo, senza
troppo vigore, sul pomo d'Adamo per far sì che assumessi un colorito
sempre più scarlatto. Ad un certo punto stramazzai al suolo.
Strabuzzai gli occhi e chiusi le palpebre non appena la vecchia cornuta
si avvicinò per sincerarsi delle mie condizioni. Dopo una mezz'oretta
che il donnone sedeva nervoso in poltrona si sentirono squillare forti
le sirene dell'ambulanza. Mi caricarono sulla vettura e io come per
magia rinvenni, interrogando lo stupito portantino su cosa diavolo fosse
mai accaduto. Il ragazzo mi disse che un vaso di porcellana era cascato
addosso al povero barboncino della padrona di casa, facendolo secco.
Devo ammettere che ne fui moderatamente rammaricato, ma almeno ebbi
una scusa valida per non presentare il mio pezzo al caporedattore.
Ora che finalmente sono pensionato mi posso dedicare alla mia attività
in maniera professionale. Per giunta è anche il mio unico passatempo,
dato per scontato io non sia attratto dal cestinare tempo come certi
artritici che si dedicano a lanciare pallini sopra una corsia sabbiosa
o ancora peggio al bowling! Voglia di scagliare le mie palle su una
pista lucida come la boccia di un chierico e di indossare un paio di
scarpe butterate, sudaticce e mosce, che tra l'altro devo anche pagare
per mettere, proprio non ne ho! Io vado in giro a morire ventiquattrore
su ventiquattro. Muoio ovunque, con una frequenza di tre o quattro volte
al giorno. E' difficile morire al giorno d'oggi senza rischiare di diventare
un fenomeno da baraccone. Devi stare bene attento a dove decidi di morire,
a che ora e con che pubblico, altrimenti corri il pericolo che la gente
se ne accorga. Devi avere molta fantasia e devi evitare accuratamente
i luoghi dove sei già morto. Faccio un esempio molto pratico.
Quel giorno c'erano almeno quarantamila persona allo stadio. Derby.
La partita era stata di una noia mortale. Niente di niente fino al quarantacinquesimo
del secondo tempo a parte un paio di gomitate e una mezza zuffa da bar
tra un negrone dai capelli intrecciati e un tappetto presuntuoso. Al
novantesimo l'ala s'incuneava indisturbata sulla fascia, dribblava il
marcatore diretto facendo strepitare di sentimenti contrastanti i due
anelli e puntava diritto e rapido verso il portiere dalle gambe scricchiolanti.
Quand'ecco che un terzinaccio abituato a picchiare come il solleone
d'agosto gli si attaccava ringhiando alle caviglie sottili da giocatore
di classe. Lo braccava come un setter ad una battuta di caccia, con
lo stesso pessimo alito da scatolette di cibo per cani. Annusava la
preda e cercava di azzannarla con un tackle davvero uscito male. Il
pallone era da tutt'altra parte. Cartellino rosso e rigore. Ventimila
urlavano e ventimila sbraitavano. Dopo quel momento sarebbe stato comunque
boato, qualunque direzione avesse deciso di seguire la sfera di cuoio.
Non potevo non morire in quel momento. Il regista della squadra, noto
per i suoi piedi fini, si dirigeva a petto in fuori verso il dischetto
di gesso. Calcava col piede la zolla in modo da far aderire meglio il
pallone al terreno. Sputava e con sguardo torvo minacciava il portiere
di chissà quali ignominiose ripercussioni. Prendeva la rincorsa
ed ecco che stravaccato a terra iniziavo a sbraitare. Tutto intorno
a me era uno scuotersi di teste e di sciarpe. In sottofondo le urla
si facevano un magma indistinguibile di insulti, parolacce, cornuto!,
maledetto!, fischi e risatine. Chinati intorno a me c'erano due o tre
dioscuri da curva, rasati e col volto illuminato dai grossi riflettori
di luce giallastra. Si rassicuravano sulle mie condizioni, ma io ero
morto! Tentarono di rianimarmi. Uno di loro volle provare con la respirazione
bocca a bocca ma adocchiata la dentiera ritenne fosse meglio chiamare
quelli della sicurezza. Una ragazzina con la faccia pittata di nerazzurro
era quasi in lacrime per lo shock. Credo però non fossi stato
io la causa di quel suo singulto stressato. Un padre di famiglia col
suo orgoglio di bimbo vicino alle ginocchia farfugliava qualcosa riguardo
i vecchi allo stadio, ad una certa età dovrebbero avere la consapevolezza
di starsene a casa loro che poi i nostri figli hanno i traumi, e una
signora, forse sua moglie, forse una macellaia attratta dal barnum della
sfera pezzata, aggiungeva contrita che sì le coronarie, sì
il coccolone, ma i rigori al novantesimo fanno più male di un
colpo di frusta. Ebbi un discreto successo quella volta. Intervennero
quelli della guardia medica e mi portarono sull'ambulanza. Come al mio
solito, non appena il medico fece per tastarmi il polso, io aprii gli
occhi e con fare sereno chiesi cosa fosse mai successo. Il regista dai
piedi fini aveva, come previsto, fallito la realizzazione.
[
]
Questa
non me la voglio davvero perdere! Devo raccontarla in fretta, in diretta.
Stamane stavo cercando un modo nuovo per morire. In particolare mi interrogavo
su come ottenere un effetto spettacolare dal mio decesso fasullo. Pensavo
di simulare una caduta dalle scale, anche se, purtroppo, so di non possedere
abbastanza gommapiuma per imbottire le protezioni e tanto meno l'elasticità
dello stuntman per rimbalzare mollemente contro una trentina di gradini.
Poi ecco che una tipa sulla ventina mi viene incontro, forse una baby
sitter o una colf. Mi strizza l'occhio e mi chiede di seguirla. Io sulle
prime mi mostro alquanto diffidente, ma la ragazza è giovane
e per di più carina, quindi non sarei mai riuscito a trovare
il modo di dirle di no. Procede qualche passo avanti a me. Aggirato
il fontanone di marmo piantato in mezzo all'entrata dei giardini, la
tizia svolta decisa verso Via del Fondaco, per fermarsi però
a metà della strada. Si gira e mi fissa negli occhi. Mi dice
di seguirla ed inizia a percorrere il tourbillon di scale che spiove
giù da un grosso palazzo di architettura fascista. La fatica
si fa sentire nelle gambe e il fiatone diventa sempre più spesso.
Avverto il peso di tutta la mia età. E la ragazza, accorgendosi
di questa mia difficoltà, ogni tanto si gira indietro per controllare
che io riesca a reggere il passo. Siamo al quarto piano. Della ragazza
intravedo le sottili gambe defilate sotto la gonna molto corta che porta
diritta giù dalla vita fino alle ginocchia. La gonna è
nera con una splendida spaccatura a forma di falce sul fianco. Splendida
davvero. Un'altra rampa a scapicollarsi il cuore sui gradini. Il battito
è accelerato ma costante. Sembro spiarla dal pianerottolo inferiore
a quello dove lei sta già rigirando sensualmente la chiave nella
toppa. Afferra la maniglia e la strizza con vigore. Mi mancano solo
pochi altri grad
[Tratto da un taccuino rinvenuto nelle tasche di un vecchio, trovato
senza vita sul pianerottolo del quarto piano di un palazzo del centro;
si declina, pertanto, ogni responsabilità inerente a vicende,
termini, veridicità o finzioni, vita e morte in esso contenuti].
©
Francesco Paolo Maria di Salvia 2002
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani