Diario probabile di certi strani accadimenti che di tanto in tanto...
   
di Francesco Paolo Maria Di Salvia

Prefazione
di Oliviero Ponte di Pino

Caro lettore, cara lettrice, (o, se preferisci, caro viaggiatore, cara viaggiatrice) questo racconto mi è piaciuto perché contiene molti degli ingredienti che fanno un bel racconto. C'è un'idea narrativa forte, che scoprirai subito, già nel primo paragrafo. Questa idea si incarna in un personaggio che accompagna il lettore dall'inizio alla fine, e dunque la rende viva. Soprattutto, questa idea e questo personaggio portano con sé una visione della realtà, e un giudizio sul mondo e su chi lo abita. Non si tratta tuttavia di una "idea ideologica", e dunque schematica, prevedibile: la prospettiva è piuttosto fondata su un principio di ironia, che sorregge le sorprese della trama, ma anche un tono a tratti decisamente comico - per certi aspetti, è una gag metafisica. Infine, a mixare il tutto come si deve, c'è uno stile pulito e sicuro.
Ah, dimenticavo, l'autore ha 19 anni.

Sono un vitale e per nulla incartapecorito sessantaquattrenne. Ebbi i miei natali il lontano 25 maggio del 1938. Non bevo, non fumo e, ahimè!, non vado a donne. Ho un solo vizio: non riesco a fare a meno di morire.
La prima volta che l'ho fatto avevo appena nove anni. Ci insegna Freud che non è affatto d'uopo mostrare le spalle al delfino di famiglia quando vede la luce il secondogenito. Finché di un padre vedi solo le spalle durante tutta la tua infanzia, è sì un bel trauma, ma bene o male sei indurito a dovere dai calli dovuti a questa situazione. Se invece nel bel mezzo della tua maturazione spunta fuori dalla mamma un nuovo cignetto sdentato e puzzolente e colloso, tanto da attirare gli sguardi di tutti neanche fosse il re nudo in persona, allora incominciano le vere problematiche preadolescenziali. E venne così il pomeriggio in cui la mamma valicò il limite della mia sopportazione. Sbottai. E mi trovai tutt'uno con gli arabeschi e le greche del poroso tappeto annodato da certi sconosciuti ustad persiani. La tecnica di decesso era evidentemente ancora troppo grezza. Mia madre continuava a fasciare il bebè e mio padre a leggere il giornale e ad impestare la stanza con la pipa. Sbraitavo troppo era questo il punto. Stetti zitto, così, all'improvviso. Andò già meglio. Dopo una decina di minuti che me ne stavo lì riverso sulla stuoia pelosa, mia madre si fermò a darmi retta. Mi auscultò il cuore, quasi per gioco, e spaccò in gola un grido lacerante. Io mi misi a piangere dallo spavento. La mamma giurò a suo marito di non aver sentito il battito. Mio padre, con la sua solita pacatezza, quanto odiavo la sua pacatezza, le disse che certamente aveva sbagliato a posizionare la mano e tutto terminò lì. A parte questo gridolino straziato non ebbi gran successo di pubblico. Si sa che i bambini non sono bravi a recitare e gli adulti sono furbi. Che dialettica farabutta! Diciamo che fui alquanto colpito dalla reazione di mia nonna. Si fece venire un infarto quando sentì mia madre urlare e vide me disteso sul tappeto. Me la portai sulla coscienza per un bel po'.
Morire, da quel giorno in avanti, divenne un'abitudine, un vizio anzi. Una volta morii persino da solo. Me ne stavo disteso sul letto col telecomando addormentato sulla pancia. Il telecomando era una salma negra fasciata dal più untuoso nastro isolante rosso che mente umana ricordi. I pulsanti, rosicchiati dalle impronte digitali, giacevano affossati con alternanza simmetrica. La stanza aveva i soffitti alti e le tende veleggiavano impercettibilmente grazie ad un alito di vento occasionale. Tutto era immobile. Fuori dalla finestra la neve aveva diluito tutti i grigi e i verdi smunti della città. Morire non mi fece affatto impressione. Perfino il mio gatto dava l'idea di non avermi preso più di tanto sul serio. Andò pertanto a finire che mi annoiai e fui svegliato direttamente il mattino successivo da un rombo di clacson.
Nella vita ho fatto un po' di tutto. Ho lavorato come cameriere, tabaccaio, in un giornale, ho sposato donne e avuto figli, ho scritto un libro e recitato. Molte di queste cose le ho fatte sospinto dalla passione, che io ritengo la sola causa efficiente degna di farmi maturare sforzi.
Al liceo, avevo diciassette anni e mezzo all'epoca, interpretai la parte del protagonista ne "Il Malato Immaginario" di Moliére. La commedia fu un insuccesso pazzesco visto che il vecchio Argante, fingendo di essere morto, decise di morire sul serio. Ridevo a crepapelle sotto i baffi finti che avevo incollati vicino alle narici. Era la giusta punizione per il professore Mariotti che mi aveva negato la parte del bel Cleante! Quella morte fu storica a modo suo. Fu la prima volta che morii in pubblico. Destai qualche sospetto, ma i frettolosi infermieri accorsi in mio aiuto archiviarono il caso con un onnigiustificante "falso allarme".

Solo in seguito ebbi modo di compiere certi studi che mi furono di fondamentale aiuto nel razionalizzare le mie capacità empiriche. Lessi molte riviste scientifiche, mi riempii le tasche di foglietti ricopiati da enciclopedie e prontuari e libri di medicina, mi spacciai per giornalista ed intervistai i più grossi specialisti del settore. Quest'ultima esperienza mi fu utile anche in seguito, devo dire. Fui stupito di me stesso per la mole di lavoro svolto, siccome mai prima d'allora avevo mostrato tanta costanza nello studio. Per confutare le mie conclusioni si resero necessarie delle analisi cliniche. Così fu. Avevo dannatamente ragione! Mi riscontrarono un'insufficienza ipofisaria, ipotiroidismo, ipoglicemia e, ben più importante, una misteriosa perdita di tiamina, causa di una forma lieve, ma estremamente particolare, dell'encefalopatia di Wernicke. Ecco spiegata anche la mia atroce difficoltà a prendere sonno e gli incubi vividi come allucinazioni che mi turbavano quando invece riuscivo a chiudere occhio. Da tempo poi facevo uso di certe pillolette che i medici stessi mi avevano prescritto. Mi furono immediatamente proibite. Solo più tardi, col boom di questo particolare tipo di droga, scoprii che esse appartenevano all'allegra famiglia dei barbiturici. Quello che i dottori non sapevano, e che io mi ero ben guardato dal dir loro, era che da piccolo avevo ricevuto una forte botta in testa, con conseguente trauma cranico, e che giusto qualche anno più tardi ero stato vittima di un'intossicazione, seppur lieve, da monossido di carbonio. Ero dunque un campionario di ogni disturbo collegato al rischio di ipotermia. Detto che per ipotermia si intende una temperatura centrale del corpo inferiore ai trentacinque gradi, devo aggiungere come a nessuno sia concesso di regolarla spontaneamente. A nessuno tranne me. La mia è una sorta di meditazione. Quando decido di morire inizio a concentrarmi e penso alla pace dei sensi. Stabilisco una sorta di filo diretto con l'ipotalamo e gestisco da solo la mia termolisi. Perdo calore a vista d'occhio. La respirazione si affievolisce fino a dissolversi lentamente. Non produco più calore con la combustione dell'ossigeno. Il sangue si concentra verso gli organi vitali, più al cervello in verità, lasciando in ombra quelli periferici. Riesco a mantenere la mia temperatura in perfetto bilico tra i venticinque e i quindici gradi. Arresto del miocardio, pupille in midriasi, ossia fisse come fossi stecchito!, e conseguente morte apparente. Nulla di più facile ed elementare. Devo comunque prestare attenzione a non protrarre questo sforzo oltre i venti minuti, altrimenti rischierei di incorrere in dei fastidiosissimi danni cerebrali. Dopo essere "rinato" provo solo una fievolissima emicrania e dei brividi, ma tutto passa dopo essermi messo in ammollo nella mia adorata vasca da bagno. Prima di lasciarmi andare, i dottori mi dissero di stare attento a certe situazioni, di evitarne certe altre, di non pensare neppure minimamente di avere a che fare con certe altre ancora, ma tutto finì lì. Per loro, naturalmente. Per me non era che l'inizio. Io sono alfa e omega della mia vita.

Marzo del 1958. Quel giorno mi dovetti sposare sul serio. In maniera inesorabile e imprescindibile. Avevo fatto "il guaio" che non è proprio come dire "un guaio". Errori di gioventù che si commettono. Credo sia facilmente intuibile come non avessi intenzione alcuna di passare il resto della mia vita con una megera perennemente alterata, nervosetta e facilmente irascibile. Ma perché diavolo mi disse di sì quella sera? La mattina della cerimonia mi ero svegliato con la bocca tutta impastata. Dire che avevo esagerato col vino la sera precedente sarebbe un offesa per gli ubriaconi molesti di strada. Stavo nella mia camera a strozzarmi svogliatamente il collo con un cravattaccia blu notte. Mio fratello mi venne a chiamare dicendomi che mio padre era già in auto. Mi gettò anche un'occhiata gratuita e fraterna di grossa comprensione. Quella volta mi feci portare fino in obitorio prima di rimettere in moto il miocardio. I dottori gridarono al miracolo, ma un buon uomo di scienza risolse tutti i loro dogmatici dubbi con la sentenza tagliapalle di "morte apparente". Quello stesso medico divenne uno dei migliori amici che io abbia mai avuto. Il matrimonio, purtroppo, fu solo rimandato.
In un anno che ora non vuole proprio riaffiorare, fui chiamato per sottopormi alle visite d'idoneità per il servizio militare. Fui riformato.

Nel 1983 mi recai a Buenos Aires in visita da un vecchio zio emigrato quando io ero ancora cucciolo. Avendo avuto molta fortuna nel suo mestiere, prima come muratore poi come allevatore e sempre con la medesima buona luna, zio "Gordo" poteva permettersi di venirci spesso a trovare in Italia. In occasione del suo ultimo viaggio, l'estate precedente, mi aveva invitato a recarmi nella sua nuova patria. È bella Baires per chi come me ha adorato Borges. Bella come Evita, passionale come il tango, irregolare come Maradona. Un pomeriggio stavamo passeggiando per Calle Florida, dirigendoci verso Plaza San Martìn. Venivamo da un grazioso bistrò francese sulla Avenida de Mayo dove avevamo sorbito un mate fumante. Mio zio era vecchio e rispettato, sebbene fosse tra i pochi italiani a non risiedere più a La Boca. Chiacchieravamo del più e del meno e io mi distrassi mentre lo sentivo narrare ad occhi sgranati del suo passato di piccolo fazendeiro. Centrai in pieno un palo della luce, tanto per confermare quanto ti raccomandano da piccino. Guarda sempre dove vai! Svenni. Mi ricordo solo che mi svegliai in un letto freddo e liso. Poi lei entrò spaccando il mondo. Fu un'apocalisse di seni, un armageddon di cosce, un giudizio finale di glutei, sbattuti in faccia al mio setto nasale ancora bendato. L'anno mille si avvicinava al letto congetturando lapilli e crepe e lava sull'immaginario collettivo del mio corpo. Prima crollò il sistema nervoso del bassoventre - e su col morale! - poi le papille iniziarono e a de-gustare e ad attorcigliarsi e ad aggrovigliarsi. Il panico poi prese la testa, il sudore, vigliacco!, sgocciolava via scostumato. Frattanto che il cuore cercava l'untore fantoccio, la peste si era oramai definitivamente incazzata. Nera direi. Mi chiese con la tipica premura della crocerossina se necessitassi di qualcos'altro. Le avrei voluto rispondere diversamente, eppure scossi solo il capo sospirando. Fece per andarsene e io morii. Lì in ospedale. Mi sentii un po' stupido per la verità, ma in quel momento non riuscii a buttar fuori nulla di meglio. Si chinò proprio dirimpetto al mio naso facendomi sballonzolare tutto quel bendiddio davanti alle pupille tremolanti come lumere. Altroché paresi dei muscoli oculomotori! Quei seni erano il motore molto mobile del mio sistema nervoso! Mi mise la mano sul polso e io rinvenni, baciandola. Si ritrasse? Mi picchiò? Accondiscese? Questo proprio non lo ricordo. Ho solo chiaro in mente che me ne tornai in Italia intimamente felice e col cuore zeppo di una nuova moglie. Straniera per giunta.
La morte che mi diede più soddisfazione fu però quella che misi in scena durante una registrazione televisiva. Fu in occasione della presentazione dell'unico libretto che io abbia mai pubblicato. In Italia passi facilemente da genio a infame a seconda di quanto siano più o meno conformi le tue idee con quelle di chi ti sta leggendo o ascoltando in quel momento. Era molta la gente che pensava fossi un emerito cretino. Mi stavano quasi convincendo di avere ragione! A questa trasmissione erano presenti insigni professoroni d'accademia, grondanti di costrutti barocchi, spalmati su stilemi arcadici e satolli di sillogi petrarchesche. Il mio breve romanzo lo avevo scritto all'americana. Avevo conosciuto, l'anno precedente, il mio coetaneo Ray Carver in un suo brevissimo soggiorno a Roma e ne ero rimasto interiormente affascinato. Avevo divorato "Cattedrale", letto le sue poesie, una su tutti "Winter Insomnia", e appreso, per quanto si possa apprendere, la sua lezione. I succitati accademici mi stroncarono. I succioni di destra mi scorticarono. Le succinte vallette mi sculettavano intorno. Quando un pelato dalla zucca nuda mi diede del fasullo, io ribattei che era arrivata l'ora si portasse qualcosa di nuovo nel nostro Paese, che si aprissero le finestre e i balconi per far scappar via l'aria viziata e che si insegnasse ai giovani a fare le cose come si devono fare nel ventesimo secolo e non come se si fosse ancora nel 1800. I bonzi delle lettere italiane sogghignavano. Io sapevo di non essere un buono scrittore, ma almeno ci provavo, mi esponevo, non come quei tanti critici che mettono la penna su carta solo per dire cosa è giusto e cosa non lo è, trattenendo tra le loro quattro mura domestiche le mille fobie che comporta lo sputare inchiostro come seppie, il mettersi in gioco, il pensare. Lo dissi e poi morii. E una nicchia di pubblico applaudiva il mio coraggio da gladiatore sconfitto nell'arena dei leoni. Ero morto soddisfatto.

Un giorno d'autunno del 1977 venne il figlio della megera a chiedermi della grana. I miei assegni mensili li avevo sborsati tutti di fila e di mollargli quei soldi non avevo proprio voglia. Scappò e non chiamò neppure la guardia medica. Che gran figlio di puttana! Con tutto il rispetto per la madre, ben inteso…
In un'altra occasione, spinto dalla professione di cronista locale di nera, andai ad intervistare una signora alla quale era stato da poco ucciso il marito. Il cadavere era stato rinvenuto lungo un viottolo "molto noto", appena fuori città, pieno di graffi, morsi e lacerazioni varie. Non aveva saldato il conto, era evidente. Il vecchio doveva avere l'abitudine di andare a puttane senza portafogli, e questo non viene molto apprezzato dagli aitanti trans carioca della mia città. Era stato evidentemente linciato da un gruppo di viados, ma ritenni opportuno non fare cenno alcuno di questa mia teoria con la vedova. Come bussai al campanello mi venne ad aprire una valchiria fasciata da una tristissima vestaglietta rosa. Sui due lati portava ricamati degli aberranti orsacchiotti fucsia. Fumava che Dio gliela mandi buona! Le penzolavano giù dalla testa dei piangenti bigodini verdi. Superata la Maginot di fumo ristagnato che appestava l'ingresso, ci dirigemmo con passo furtivo (avremmo forse calpestato la fauna di mozziconi che popolava i tappeti?) verso l'enorme cucina che svolgeva anche la funzione di salotto. Non potrei mai affermare che fosse scossa, non farei altro che mentire. Iniziò col parlarmi di suo marito, mostrandomi certe foto dalla cornice kitsch che teneva schierate sopra il vano dei liquori. Quell'uomo era davvero mostruoso. Per un istante credetti che non fossero più i soldi il movente reale del suo linciaggio. Mi venne poi in mente mio cugino, una sorta di elefante perennemente sudato, decisamente peggiore del defunto, che spesso si serviva nello stesso supermarket erotico del caro estinto. La donna mi mostrò le foto del matrimonio e io fui lì lì per salutare e andarmene. Mi trattenni visto che dovevo scribacchiare un paio di colonne e il taccuino portava incise solo poche parole sputacchiate dalla vedova. Mentre il suo barboncino mi leccava il dorso della mano, evidentemente nemmeno lui molto scosso dal decesso, la padrona di casa mi chiese se gradissi del caffè. Rifiutare era una parola che non esisteva nel vocabolario della grottesca matrona di provincia. Tentai con tutta la buona volontà di mandare giù quella mezza tazza di brodaglia nerastra. Nulla. Aspirarla era una vergogna per il mio esofago. Alla seconda sorsata iniziai a tossire. Sul serio. Ma fui così furbo da cogliere la palla al balzo. Continuai a tossire sempre più forte, intensificai gli spasmi e alzando le mie chiappe dalla poltroncina incelophanata presi a caracollare contro tutti i mobili della stanza. Il cane scodinzolava festoso. Feci cadere un orrendo vaso cinese regalatole probabilmente da qualche trasmissione televisiva per massaie annoiate. Il gesto fu più che volontario, lo giustificherei come vendetta a quel pugno nell'occhio di soprammobile! Premevo, senza troppo vigore, sul pomo d'Adamo per far sì che assumessi un colorito sempre più scarlatto. Ad un certo punto stramazzai al suolo. Strabuzzai gli occhi e chiusi le palpebre non appena la vecchia cornuta si avvicinò per sincerarsi delle mie condizioni. Dopo una mezz'oretta che il donnone sedeva nervoso in poltrona si sentirono squillare forti le sirene dell'ambulanza. Mi caricarono sulla vettura e io come per magia rinvenni, interrogando lo stupito portantino su cosa diavolo fosse mai accaduto. Il ragazzo mi disse che un vaso di porcellana era cascato addosso al povero barboncino della padrona di casa, facendolo secco. Devo ammettere che ne fui moderatamente rammaricato, ma almeno ebbi una scusa valida per non presentare il mio pezzo al caporedattore.
Ora che finalmente sono pensionato mi posso dedicare alla mia attività in maniera professionale. Per giunta è anche il mio unico passatempo, dato per scontato io non sia attratto dal cestinare tempo come certi artritici che si dedicano a lanciare pallini sopra una corsia sabbiosa o ancora peggio al bowling! Voglia di scagliare le mie palle su una pista lucida come la boccia di un chierico e di indossare un paio di scarpe butterate, sudaticce e mosce, che tra l'altro devo anche pagare per mettere, proprio non ne ho! Io vado in giro a morire ventiquattrore su ventiquattro. Muoio ovunque, con una frequenza di tre o quattro volte al giorno. E' difficile morire al giorno d'oggi senza rischiare di diventare un fenomeno da baraccone. Devi stare bene attento a dove decidi di morire, a che ora e con che pubblico, altrimenti corri il pericolo che la gente se ne accorga. Devi avere molta fantasia e devi evitare accuratamente i luoghi dove sei già morto. Faccio un esempio molto pratico.
Quel giorno c'erano almeno quarantamila persona allo stadio. Derby. La partita era stata di una noia mortale. Niente di niente fino al quarantacinquesimo del secondo tempo a parte un paio di gomitate e una mezza zuffa da bar tra un negrone dai capelli intrecciati e un tappetto presuntuoso. Al novantesimo l'ala s'incuneava indisturbata sulla fascia, dribblava il marcatore diretto facendo strepitare di sentimenti contrastanti i due anelli e puntava diritto e rapido verso il portiere dalle gambe scricchiolanti. Quand'ecco che un terzinaccio abituato a picchiare come il solleone d'agosto gli si attaccava ringhiando alle caviglie sottili da giocatore di classe. Lo braccava come un setter ad una battuta di caccia, con lo stesso pessimo alito da scatolette di cibo per cani. Annusava la preda e cercava di azzannarla con un tackle davvero uscito male. Il pallone era da tutt'altra parte. Cartellino rosso e rigore. Ventimila urlavano e ventimila sbraitavano. Dopo quel momento sarebbe stato comunque boato, qualunque direzione avesse deciso di seguire la sfera di cuoio. Non potevo non morire in quel momento. Il regista della squadra, noto per i suoi piedi fini, si dirigeva a petto in fuori verso il dischetto di gesso. Calcava col piede la zolla in modo da far aderire meglio il pallone al terreno. Sputava e con sguardo torvo minacciava il portiere di chissà quali ignominiose ripercussioni. Prendeva la rincorsa ed ecco che stravaccato a terra iniziavo a sbraitare. Tutto intorno a me era uno scuotersi di teste e di sciarpe. In sottofondo le urla si facevano un magma indistinguibile di insulti, parolacce, cornuto!, maledetto!, fischi e risatine. Chinati intorno a me c'erano due o tre dioscuri da curva, rasati e col volto illuminato dai grossi riflettori di luce giallastra. Si rassicuravano sulle mie condizioni, ma io ero morto! Tentarono di rianimarmi. Uno di loro volle provare con la respirazione bocca a bocca ma adocchiata la dentiera ritenne fosse meglio chiamare quelli della sicurezza. Una ragazzina con la faccia pittata di nerazzurro era quasi in lacrime per lo shock. Credo però non fossi stato io la causa di quel suo singulto stressato. Un padre di famiglia col suo orgoglio di bimbo vicino alle ginocchia farfugliava qualcosa riguardo i vecchi allo stadio, ad una certa età dovrebbero avere la consapevolezza di starsene a casa loro che poi i nostri figli hanno i traumi, e una signora, forse sua moglie, forse una macellaia attratta dal barnum della sfera pezzata, aggiungeva contrita che sì le coronarie, sì il coccolone, ma i rigori al novantesimo fanno più male di un colpo di frusta. Ebbi un discreto successo quella volta. Intervennero quelli della guardia medica e mi portarono sull'ambulanza. Come al mio solito, non appena il medico fece per tastarmi il polso, io aprii gli occhi e con fare sereno chiesi cosa fosse mai successo. Il regista dai piedi fini aveva, come previsto, fallito la realizzazione.
[ … ]

Questa non me la voglio davvero perdere! Devo raccontarla in fretta, in diretta. Stamane stavo cercando un modo nuovo per morire. In particolare mi interrogavo su come ottenere un effetto spettacolare dal mio decesso fasullo. Pensavo di simulare una caduta dalle scale, anche se, purtroppo, so di non possedere abbastanza gommapiuma per imbottire le protezioni e tanto meno l'elasticità dello stuntman per rimbalzare mollemente contro una trentina di gradini. Poi ecco che una tipa sulla ventina mi viene incontro, forse una baby sitter o una colf. Mi strizza l'occhio e mi chiede di seguirla. Io sulle prime mi mostro alquanto diffidente, ma la ragazza è giovane e per di più carina, quindi non sarei mai riuscito a trovare il modo di dirle di no. Procede qualche passo avanti a me. Aggirato il fontanone di marmo piantato in mezzo all'entrata dei giardini, la tizia svolta decisa verso Via del Fondaco, per fermarsi però a metà della strada. Si gira e mi fissa negli occhi. Mi dice di seguirla ed inizia a percorrere il tourbillon di scale che spiove giù da un grosso palazzo di architettura fascista. La fatica si fa sentire nelle gambe e il fiatone diventa sempre più spesso. Avverto il peso di tutta la mia età. E la ragazza, accorgendosi di questa mia difficoltà, ogni tanto si gira indietro per controllare che io riesca a reggere il passo. Siamo al quarto piano. Della ragazza intravedo le sottili gambe defilate sotto la gonna molto corta che porta diritta giù dalla vita fino alle ginocchia. La gonna è nera con una splendida spaccatura a forma di falce sul fianco. Splendida davvero. Un'altra rampa a scapicollarsi il cuore sui gradini. Il battito è accelerato ma costante. Sembro spiarla dal pianerottolo inferiore a quello dove lei sta già rigirando sensualmente la chiave nella toppa. Afferra la maniglia e la strizza con vigore. Mi mancano solo pochi altri grad


[Tratto da un taccuino rinvenuto nelle tasche di un vecchio, trovato senza vita sul pianerottolo del quarto piano di un palazzo del centro; si declina, pertanto, ogni responsabilità inerente a vicende, termini, veridicità o finzioni, vita e morte in esso contenuti].

© Francesco Paolo Maria di Salvia 2002
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani

 
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