Mangiare da Dio
   
di Giorgia De Cristofaro

Prefazione
di Franz Krauspenhaar

Ora che lo "slow food" è diventato il nuovo oppio dei popoli tecnologicamente avanzati, abbiamo tutti capito che per essere "più sani e più belli" si può anche smettere, una buona volta, di digiunare. E il mangiar bene non rientra più soltanto nei soliti ricettari e nelle solite guide dei Veronelli e dei Raspelli chef à penser, ma prova ad amalgamarsi sempre più con gli ingredienti della vera letteratura.
Oggi, infatti, le proposte letterarie con l'acquolina in bocca si moltiplicano, sempre più variegate, a volte sul ciglio della sperimentazione più "speziata". E Giorgia de Cristofaro non è da meno di quelli più bravi, confezionando per il nostro buongusto di lettori-forte di una maturità stilistica certa- questo racconto proprio saporosissimo, originale, pervaso da un ritmo davvero scoppiettante sulla brace sempre viva di una sana e sapida inventiva, quasi un apologo sulla gioia di vivere nutrendosi di miracolosa abbondanza. L'autrice immagina per noi il cuoco di un ristorante del nostro bel Sud alle prese con la preparazione di un banchetto straordinario: venendogli a mancare alcuni ingredienti base, come nel miracolo della moltiplicazione del pane e dei pesci, il cuoco moltiplicherà quasi dal nulla gli ingredienti mancanti, finendo col preparare un pranzo da orgasmo papillare. La scrittura di Giorgia de Cristofaro è singolarmente bella e gioiosa: la giovane autrice taglia affetta e cuce, con squillante abilità, una storia parabolica, densa e al tempo stesso leggera come una buona salsa; una storia per molti versi magica, radiosa, ma anche deliziosamente e religiosamente terrena.

Il cuoco Lorenzo si svegliò ed indossò una maglietta troppo stretta, dei pantaloni troppo larghi, un calzino bucato e un altro diverso, le scarpe scomode una sì e una no, la giacca del mercato, il profumo del vicino e finalmente uscì.
Svoltò a destra e poi ancora a destra e si trovò ben presto immerso negli odori e invaso dai colori del tunnel metropolitano che meglio conosceva: il mercato del cibo. Tutto uguale a sempre: il marocchino che pubblicizza l'aglio, il contadino che smercia le patate, la signora grassa che finge di confezionare scialli di lana, la vecchia che fa pulire al ragazzino turco tutte le sue mele, le verdure belle come gioielli che si sanno vendere da sole… ma eccolo lì il banco preferito del cuoco Lorenzo, proprio sotto quella grande M; altro che gioielleria, lì potevi trovare pezzi d'antiquariato come esemplari di modernissimo design, lì si celavano passato e futuro immortalati nel ghiaccio del presente, quello, signori miei, era il più fornito banco del pesce di tutta la città. "Ah, questo sì che è profumo! Senz'altro più piacevole di quello del vicino", pensò il cuoco Lorenzo.
Quanto gli piaceva pensare tanto poco gli piaceva parlare; come ogni giorno (esclusa la domenica), attirò l'attenzione del ragazzo riccio e cortese e iniziò la sua conversazione a gesti. Indicò dei gamberoni che brillavano come se stessero ancora tramontando insieme al sole nel mare.
- Sono arrivati questa mattina all'alba - rispose il ragazzo, che ben sapeva come comunicare con lui. Lorenzo lo guardò negli occhi, fissandolo intensamente.
- Si fidi, Signor Cuoco, sono eccezionali, glielo garantisco, ne ho mangiato uno crudo sul pane imburrato circa un'ora fa e… - in quel momento squillò il telefono e il ragazzo, scusandosi, s'allontanò per rispondere Il cuoco Lorenzo cominciò a scrutare tutti i pesci: che occhi presenti che hanno, i pesci, sono loro che sembrano scrutarti anche dopo morti e come brillano le loro squame, di mille colori… il calamaro no, quello è buono solo fritto.-
- Posso aiutarla io? - chiese il più anziano del banco, visto che il riccio si stava trattenendo al telefono. Il cuoco Lorenzo ricambiò lo sguardo con una certa diffidenza, controllò l'orologio, estrasse un taccuino dalla tasca della giacca e, avvicinando l'indice al pollice, domandò una penna. Il vecchietto gliela porse, lui scarabocchiò quattro parole e, consegnando il biglietto, indicò il ragazzo riccio.
Dopo pochi secondi il cuoco Lorenzo si ritrovò al solito incrocio, lì dove ogni giorno (esclusa la domenica) era costretto a decidere se andare dritto o girare a sinistra e prendere una strada che non conosceva. Andò dritto anche quel giorno.
Un lungo passo dopo l'altro, un po' affannato, svoltò l'ultimo angolo che lo separava dal lavoro e vide il suo capo, il proprietario del ristorante Lo stivale d'oro, dritto e teso come un palo elettrico sulla soglia del locale. Ebbe il vago presentimento che lo stesse aspettando per licenziarlo. In fondo se lo aspettava; avrebbe ascoltato in silenzio e se ne sarebbe andato, muto come un pesce. Eppure gli dispiaceva, non voleva perderlo quel posto.
- Lorenzuccio mio! Meno male che sei arrivato, pensavo che non venivi più!
Proprio oggi, Madonna Santa! - disse in quella strana lingua che non si capiva tanto.
- Come stai, eh? Ti serve qualche cosa?-
Il cuoco Lorenzo fece di no con la testa, era notevolmente stupito da quell'insolito atteggiamento.
- Bene, allora entra, ci beviamo un bel caffè e ti spiego tutto.
Nel ristorante c'era un'aria strana, i camerieri scrutavano il cuoco Lorenzo come se avesse appena vinto una cifra spropositata alla lotteria e non lo sapesse ancora.
- Tornate a lavorare, non c'avete niente da fare?- urlò il signor Giannantonio Stallone, il proprietario. - Rubè, facci un caffè. Siediti Lorenzo, vieni, stai comodo?-
Il cuoco Lorenzo fece cenno di sì, proprio non capiva cosa stesse succedendo.
- Ah, grazie. Mangia il biscottino Lorè. Dunque Lorè, tu lo sai che ti voglio bene e che ti ho sempre stimato, lavoriamo insieme da ben cinque anni, e in questi cinque anni non mi sono mai lamentato di te… -
Al cuoco gli scappò un sorriso.
- …fino a due mesi fa. Quando qualcosa è cambiato. Che dire … Hai perso l'entusiasmo, i tuoi piatti sono piatti, niente originalità, niente di niente; i tuoi spaghetti sembrano quelli della pizzeria di fronte, la tua frittura quella del fast food all'angolo… che ti piglia Lorenzo, eh?-
Il cuoco Lorenzo si strinse nelle spalle come a dire "non lo so".
- Eh neanch'io lo so. Io so solo che abbiamo un grosso problema, perché ha telefonato il presidente dell'Accademia Culinaria Italiana e vuole venire a cenare qua questa sera con tutta la compagnia e lo sai quelli dove scrivono? - stava alzando la voce in maniera preoccupante - Su quella stronzissima guida che viene tradotta in un sacco di lingue e stravenduta in tutto il mondo a stronzissima gente che la legge come il Vangelo - stava decisamente gridando - quindi ti consiglio d'inventarti qualcosa d'eccezionale nel giro di venti minuti, se non vuoi che ti licenzio e ti rimpiazzo con uno qualsiasi al ventunesimo, visto che sono disposto a sborsare un sacco di soldi a chiunque mi prepari una cena da Dio, hai capito?-
Per quanto teneva a quel posto e al Signor Giannantonio, il cuoco Lorenzo annuì, si alzò e andò ad indossare la sua divisa da cuoco.
- Fammi un altro caffè, che questo si è freddato, e dammi due biscottini! - esclamò il capo, cercando di ristabilire la calma. - Lorenzo, dove stai? Non ho finito.
Il cuoco Lorenzo sembrava tranquillo e sicuro di sé, ma in cuor suo era tutto un tremore e un'agitazione, perché sapeva che da tempo la sua vena creativa l'aveva abbandonato e che con lei era sgorgato tutto quel sangue d'ardente passione che nutriva per il suo mestiere.
- Ah Lorenzo sei qui. Scusami, ma sono agitato: da questa cena dipende il nostro futuro, gli affari vanno malaccio e poi lo sai anche tu che non stai cucinando più tanto bene.
Il cuoco indossò il suo cappello da chef, le mani e la fronte gli sudavano senza tregua.
- Saranno in venti. La spesa l'ho fatta: ho comprato delle verdure freschissime, ma se hai bisogno di qualcos'altro mando Ruben. E tu il pesce fresco l'hai ordinato?-
Il cuoco Lorenzo annuì soddisfatto.
- Bene. Col pesce fresco si fa sempre una bella figura e tu sei il top sul pesce. Se prepari quei tuoi gamberoni alla Lorenzo, li possiamo servire con i crostini al limone e lo champagne, come all'inaugurazione, ti ricordi?-
Ad entrambi brillarono gli occhi.
- Bene, dovranno mangiare da Dio! Vai a lavorare adesso, vai …
Il cuoco Lorenzo sorrise e le sue guance madide di sudore riflessero i neon della cucina. Rimase solo, a pensare: "Mangiare da Dio" …Cosa avrebbe potuto preparare per una giuria di quel calibro? Il sudore cominciava ad inzuppargli i polsini, il collo e i bordi del cappello. Aveva paura. Diede un'occhiata in cucina e vide il tavolo pieno di vivande talmente colorate e inebrianti, che gli girò la testa; doveva uscire da lì, altrimenti sarebbe svenuto …
Senza neanche accorgersene, attraversò la sala e si ritrovò di fronte alla libreria. Per la prima volta, da quando lavorava al ristorante, scoprì che quel mobile di legno era pieno di libri di ricette, manuali di degustazione enogastronomica, enciclopedie su vini, formaggi e prodotti tipici regionali e guide ai migliori ristoranti (tra le quali le ultime cinque edizioni di quella curata dall'Accademia), il tutto edito in varie lingue e diversi formati. Per cieco orgoglio non aveva più consultato un manuale da quando aveva terminato la scuola di cucina; ma adesso, perché no, avrebbe potuto trovare uno spunto… Consultò velocemente titoli e indici, ma niente pareva soddisfarlo.
- Lorè - gridò il Signor Giannantonio - Sono già le tre, ti devi muovere!-
Il cuoco Lorenzo sospirò, alzò lo sguardo e scorse un titolo che lo attrasse… Ma sì, perché non ci aveva pensato prima? Forse lì avrebbe trovato la soluzione a "tutti" i suoi problemi… L'Ispirazione… Ne aveva sentito parlare tante volte e molta gente alla televisione raccontava dei preziosi consigli e addirittura dei benefici che si potevano trarre da quel libro. Lo estrasse rapidamente dallo scaffale, lo strinse forte con le sue manone e si diresse speranzoso verso la cucina.
Per prima cosa si preparò a dovere: pulì, lavò e sistemò verdure, spezie e odori; accese i due forni e tutti e dodici i fornelli. Quindi prese a consultare il libro. Cominciò a leggere a casaccio, stando attento a nascondere la copertina e a che non gli sfuggisse di bocca nemmeno una parola:
"La lucerna del corpo è l'occhio. Quando il tuo occhio è puro, tutto il tuo corpo sarà lucente, ma quando il tuo occhio è torbido, tutto il tuo corpo sarà nel buio. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà l'oscurità?". (1)
Queste parole risuonarono in una strana eco nella sua testa, tanto che il cuoco distolse lo sguardo dalla pagina e s'accorse d'essere immerso in una fitta oscurità, solo e a disagio.
Pensava d'essere preda di un'allucinazione da stress, quando vide un intenso fascio di luce puntare dritto verso la sua fronte sudata, lo sentì penetrare nella sua pelle unta e incanalarsi tra le pieghe del suo cervello… e poi… OHP! Tornò in sé e realizzò che nessuno s'era accorto di niente. Era forse morto? Si toccò: tutto il grasso sembrava fremere al posto giusto. Sporse la testa in sala per verificare d'essere ancora a questo mondo.
- Lorè, che cacchio stai cercando? Ti muovi o no? - imprecò il Signor Giannantonio dal fondo del bancone.
Era ancora vivo, ma cosa diamine era success… vide il libro accanto alle verdure, accanto c'era un orologio, "le 4.05, non perderti d'animo, metti le pentole sui fornelli, in questa l'acqua a bollire, in queste altre olio, aglio e odori, apri una bottiglia di vino bianco, un po' di bouillon, fai soffriggere i carciofi; un pacco di farina, delle uova, impasta, forza, dai, lasciala riposare, aggiungi il vino, fallo evaporare " …e mentre attendeva che i primi passi si compissero da soli, aprì il libro e lesse ancora:
"Io sono il pane di vita; chi viene a me non avrà più fame, e chi crede in me non avrà mai sete". (2)
A queste parole si sentì pervadere da un'energia incredibile: poggiò il libro, guardò le verdure con passione e sfida, versò melanzane e peperoni in una pentola, zucchine in un'altra, carciofi capovolti in un'altra ancora, cosparse tutto d'erbette, sale e pepe appena macinato, poi accomodò le cipolle in una teglia, le ricoprì con una salsa colorata e le sbatté nel forno. Sudava, sudava terribilmente, s'asciugò il faccione con le maniche della giacca bianca e soffiò il naso in uno strofinaccio, con quello stesso lucidò dei bellissimi ravanelli che trasformò in decorazioni.
Pausa: doveva trovare ancora Ispirazione … cercò il libro e lo riaprì "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo, e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me, e io vivo per il Padre, così chi mangia di me vivrà anch'egli per me".(3)
Il cuoco Lorenzo chiuse il libro e lo poggiò sul tavolo, ora sapeva che doveva fare. Congiunse le mani, chiuse gli occhi, chinò il capo e cominciò a sussurrare. Sembrava che pregasse per paura di quella maledetta cena. Chi poteva immaginare che il cuoco Lorenzo, alle 16.03 del pomeriggio, nella cucina del mediocre ristorante italiano Lo stivale d'oro, di fronte a due forni e dodici fornelli accesi, avesse ricevuto un'illuminazione del tipo "terzo occhio" proprio nel mezzo della sua fronte sudaticcia?
Terminata la preghiera tornò a lavorare. Stese la pasta col matterello, la ripiegò e la intagliò col coltello in modo da ottenere tante pappardelle; diede una rimescolata in ogni pentola, un'occhiatina in ogni forno ed iniziò a sbattere delle uova con zucchero e liquori.
Era forse accaduto un miracolo? La cena era già a buon punto: "pappardelle alla salsa di carciofi freschi e fontina valdostana, caponata bianca alle erbe aromatiche, cipolle all'olio d'arancia, zucchine in un letto di cavoli e carote rosse, crostini al limone con gamberoni freschi" …Un momento, i gamberoni! Come mai non li avevano ancora consegnati? Cominciò a girargli di nuovo la testa; come aveva potuto dimenticarsene? Cosa gl'importava d'essere stato prescelto da Dio in persona, se poi aveva dimenticato quello che per il "suo capo" era di vitale importanza? Si diresse a grandi passi verso il telefono, era davvero questione di vita o di morte e nessuno se ne doveva accorgere. Era quasi arrivato all'apparecchio, quando Marja la cameriera gli andò incontro con un pacchetto in mano e lo respinse verso la cucina:
- Lorenzo vieni, stai zitto e fai finta di niente.
Entrarono in cucina e lei gli mostrò il pacchetto. Il nastro adesivo era quello della pescheria del mercato.
- Hanno appena consegnato questo. Che ne dici?
Lorenzo guardò il pacchetto con orrore. S'affrettò ad aprirlo. Lo spettacolo che gli si parò davanti era davvero orripilante. Quattro deliziosi ed enormi gamberi del color del tramonto, se ne stavano lì, morti, ad aspettare solo che qualche genio del pesce come il cuoco Lorenzo li seppellisse in una ricetta favolosa, immortalandoli per sempre, magari in un libro di cucina.
Quattro, erano soltanto quattro.
Per un attimo il cuoco Lorenzo rivide le sue quattro dita staccarsi dalla quinta al banco del mercato, di fronte a quel vecchio rimbambito che non avrebbe mai potuto immaginare che lui era un cuoco e che gliene servivano quattro, di chili. E il biglietto. Perché non aveva scritto anche la quantità su quel biglietto, invece che il semplice indirizzo del ristorante e l'ora di consegna?
Fece cenno alla cameriera, che era rimasta in silenziosa contemplazione accanto a lui, di lasciarlo solo. Che fare? Era troppo tardi; surgelati neanche a parlarne, se ne sarebbero accorti. Si avvicinò ai fornelli e aprì i due forni: era tutto pronto. Spense le fiamme, lasciò solo l'acqua a bollire e s'accasciò sul tavolo. Era forse la fine di tutto?
Qualcosa di spigoloso gli stava punzecchiando il sedere; erano gli angoli di quelle pagine che per pochi attimi l'avevano fatto sentire davvero speciale… Aprì a caso e lesse ancora:
" 'C'è qui un ragazzino con cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?' Allora Gesù disse: 'Fate sedere la gente'. C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero, dunque, ed erano circa cinquemila persone. Allora Gesù prese i pani, ringraziò Dio e li distribuì alla gente; lo stesso fece con i pesci, dandone quanti ne volevano. Quando furono sazi, disse ai discepoli: 'Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada sciupato' "(4)

Di nuovo si sentì eccitato; perché non tentare? Questa volta la posta era altissima, ma il gioco più difficile. Tolse i quattro gamberi dalla scatola, li mise in una pentola molto grande e cominciò a prepararli; faceva fatica a riconoscerli, là in fondo. Poi coprì la pentola con un coperchio e la lasciò sul fornello a fuoco basso.
- Lorè, Lorè, un altro guaio! - grugnì Marja irrompendo in cucina - Mi dispiace. E' tutta colpa mia!-
Il cuoco Lorenzo la guardò con occhi paterni e rassicuranti, voleva farla confessare.
- E' che sono andata a comprare il pane e mi sono dimenticata che serviva anche a te per i crostini; non solo non ne ho preso abbastanza, ma l'ho già tagliato tutto e messo nei cestini… guarda, è rimasto solo questo pezzo… e tra un po' quelli arrivano!
Poggiò il misero pezzo di pane sul piano di lavoro e scoppiò a piangere. Il cuoco la guardò con compassione e le diede due pacche lente e possenti sulla spalla, come a dire "smetti di piangere e vai in sala, non preoccuparti, forse ho trovato la via.". La cameriera comprese e uscì in silenzio.
Si sentiva pieno d'energia. Andò ai fornelli, sollevò il coperchio del pentolone e sfoderò uno di quei sorrisi che solo un cuoco grosso e quasi muto come lui poteva tirar fuori. Poi guardò il pezzo di pane e sorrise ancora, sempre più esaltato.
- Buonasera presidente, siete arrivato presto …- il Signor Giannantonio parlava a voce alta dal fondo della sala - Ma non vi preoccupate, il nostro chef è già pronto da un pezzo! Oh, buonasera, accomodatevi, prego. Vi faccio servire un aperitivo della casa…
Il cuoco Lorenzo ridacchiava; quel suo bizzarro capo lo divertiva, con quei modi da emigrato che l'avrebbero accompagnato fin nella tomba. Dopo un po' lo sentì che confabulava con Ruben dietro la porta della cucina.
- Sono già arrivati, Madonna Santa! Speriamo bene… Ma li hai visti? Italiani!
Neanche la nonna di uno di quelli là è italiana! Una cinese, due messicani, un mucchio di nordici e pure gli americani. E mi devono venire a giudicare a me, che sono uno Stallone italiano, un purosangue!
Il cuoco Lorenzo s'affacciò in sala; effettivamente gli ospiti sfoggiavano melange di razza davvero eccezionali. Il Signor Stallone approdò in cucina.
- Lorè, sono arrivati. Siamo nelle tue mani. Sei pronto? E' un po' presto lo so, ma questi sono appena usciti dagli uffici e stanno morendo di fame; quindi tra un po' iniziamo a servire, eh?-
Il cuoco Lorenzo si guardò attorno, annuì e sorrise.
- Bravo, Lorenzuccio mio. Io vado a bermi una camomilla, che tra un po' il cuore mi scoppia.
E così s'aprirono le danze. Ogni volta che i camerieri entravano in cucina per una nuova portata, venivano abbagliati dai colori brillanti e inebriati da profumi esilaranti. Tutto sembrava andare per il meglio: Marja aveva dimenticato la faccenda del pane e dei gamberi, Lorenzo non sudava più, il Signor Giannantonio beveva un bicchiere di vino, Ruben serviva con abilità da giocoliere e gli ospiti sembravano godere.
Il cuoco guardò in sala. "Il segreto sta nella semplicità delle cose", pensò tra sé, "anche una cosa complicata è semplice se la ami davvero. Io non sono un grande chef, ma sono una persona semplice". Il suo viso si tinse di dolcezza; Marja entrò in cucina.
- Loré, hanno finito il primo. Tra un po' è il momento dei crostini. Io vado a lavare un po' di piatti; tra cinque minuti torno, va bene?-
La cameriera non sapeva come e perché, ma era certa che la fantasia di Lorenzo avrebbe partorito un'idea valida; anche se, a ripensarci, con che cosa avrebbe potuto sostituire tutto quel pesce?
Tornò in cucina titubante e rimase a bocca aperta: Lorenzo aveva già preparato dieci piatti, in ognuno c'erano tre gamberi e tre crostini innaffiati con una densa ed odorosa crema di limone. Si guardarono, tacquero. Lui fece cenno che poteva cominciare a portare via i piatti, lei obbedì senza fare domande. Nel giro di cinque minuti furono pronti anche gli altri dieci piatti. Nel giro di un quarto d'ora arrivarono i primi complimenti allo chef. Il Signor Giannantonio entrò in cucina con le lacrime agli occhi:
- Lorenzo, è un miracolo, sono tutti contenti, dì grazie alla Madonna. Il presidente ha detto che non mangiavano così semplice e saporito da un sacco. Sarà bellissimo se lo scrivono sulla guida, no?
- Lorè, sei un mito. Mi sa che stasera ci scappa pure una buona mancia. - disse Ruben arrivando in cucina. - Dov'è il dolce? - chiese entusiasta.-
Il cuoco Lorenzo indicò il frigorifero.
- Grazie, lo porto subito. E' la coppa al Mascarpone Marsalato, vero? -
Lorenzo fece cenno di sì con il faccione lucido e soddisfatto. Ruben prese quattro coppe per mano e si diresse in sala.
- Bene, sei libero - disse il Signor Giannantonio - Se vuoi te ne puoi andare. Non c'è bisogno che lavi la cucina stasera. Vai al tavolo a prenderti i complimenti e vattene a festeggiare con chi vuoi tu.-
Il Signor Stallone tirò fuori del frigo una bottiglia di champagne e gliela porse, lo strinse in un forte abbraccio, si fece il segno della croce e uscì dalla cucina.
Il cuoco Lorenzo non s'era mai sentito così contento in vita sua. Non gli importava niente di quei complimenti, quindi afferrò la sua giacca, la indossò direttamente su quella da cuoco, si tolse il cappello, prese la bottiglia, guardò il libro, lo mise in tasca e uscì dal retro, in silenzio.
A poche centinaia di metri dal ristorante vide un uomo accasciato sul marciapiede, un barbone dai capelli bianchi come il ghiaccio, accanirsi a svuotare una bottiglia dalle sue ultime gocce. Per istinto gli si avvicinò, si chinò e gli regalò il migliore champagne che si potesse trovare sul mercato. Poi si scambiarono un sorriso silenzioso ed ognuno tornò al suo destino. Il barbone poggiò la bottiglia per terra e allungò la mano per raccogliere quel Vangelo che la tasca del cuoco Lorenzo aveva gentilmente regalato ai posteri.

Il cuoco si sentiva così bene che realizzò d'avere fame. Svoltò a sinistra e poi ancora a sinistra e capitò all'incrocio dove ogni mattina (esclusa la domenica) ritrovava il suo banco preferito, il miglior banco del pesce di tutta la città. Mise involontariamente le mani in tasca e s'accorse che il libro era sparito. "Deve essermi caduto per strada…", pensò. Allora alzò lo sguardo: di fronte a lui la grande M del Mc Donald's tingeva di giallo e rosso il cielo. Aveva davvero fame, il cuoco, ma pensò che no, proprio non poteva entrarci. Spinse lo sguardo oltre e vide un'altra luce scagliarsi contro la notte; s'incamminò verso di essa, senza più pensare, arrivò davanti ad una specie di distributore, cercò una moneta, la infilò in una fessura, tirò una leva come se l'avesse fatto sempre; un oggetto precipitò in una bocca d'alluminio, e lui l'estrasse, l'avvicinò alle fauci spalancate e prese a divorarlo con avidità, mentre una goccia d'olio rancido colava all'angolo della sua bocca.

Era la crocchetta più unta di tutta la città.

NOTE
(1) Dal Vangelo secondo Matteo, VI
(2) Dal Vangelo secondo Giovanni, VI
(3) Idem.
(4) Idem.

© Giorgia De Cristofaro 2002
© Subway Letteratura. Cumune di Milano, Settore Giovani

 
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